TEOLOGIA SPECIALE

TRATTATO SECONDO
DIO UNO

Oggetto principale della Teologia, come abbiamo detto in principio, è Dio. Qui veniamo a studiare questo oggetto, non solo colle deboli forze della nostra ragione umana, ma colla luce della Rivelazione divina.
Seguendo l’Angelico Dottore S. Tomaso, divideremo questo Trattato in tre capitoli. Per questa triplice divisione l’Angelico si pone tre domande: DIO:

1) - Se esiste (an sit).

2) - Come sia (quomodo sit).

3) - Le sue operazioni.

A queste domande possono corrispondere questi nostri tre capitoli:

1 - L’ESISTENZA DI DIO

2 - LA SUA ESSENZA E GLI ATTRIBUTI DIVINI

3 - LE OPERAZIONI DIVINE

CAPITOLO PRIMO
L’ESISTENZA DI DIO

Come negli altri trattati poniamo in principio gli errori più importanti, completando poi, nelle singole tesi, ciò che riguarda qualche errore particolare.

Errori

L’ATEISMO, senza dubbio è il primo e completo errore che si confuta nel presente trattato. Esso propugna la negazione di Dio.
Ci possono essere atei teoretici o pratici. Teoretici sono quelli che col ragionamento, caduto nell’aberrazione dei sofismi e delle passioni (l’orgoglio, la sensualità, l’interesse il più delle volte stanno alla radice del loro ateismo), negano l’esistenza di Dio. Se combattono le passioni e cercano sinceramente la verità, Dio anche a loro dà la grazia di giungere alla luce: «Chi attua la verità si accosta alla luce» (Gv. 3, 21). Ciò sarà più facile se si trovano nell’ateismo senza loro colpa, perché ancora non conoscono Dio. Dio, infatti, dà a tutti gli uomini gli aiuti necessari, perché lo possano conoscere e possano raggiungere la salvezza. Più difficile è per coloro che positivamente si trovano nell’ateismo per la malizia della loro volontà; quantunque anche costoro ricevano aiuti da Dio.
Pratici sono coloro che poco badano al ragionamento, nella pratica della loro vita operano come se Dio non ci fosse, negandolo coi fatti.
Alcuni autori dicono che non si danno atei teoretici per tutta la vita: ma purtroppo costoro, molte volte, anche nei momenti di luce, preferiscono continuare a negare, per non cambiare vita, rimanendo in un ateismo pratico.
Oggi il numero maggiore dei negatori di Dio, si trova nel COMUNISMO ATEO. Questa dottrina, che trae le sue origini da Marx ed Engels ammette solo la materia, quindi nega Dio che è purissimo Spirito.
Gli altri errori si oppongono alla verità cattolica o

1) per difetto o

2) per eccesso.

1) - PER DIFETTO

PROTESTANTESIMO - Considerando la natura umana corrotta intrinsecamente dal peccato originale, Lutero e i suoi seguaci, pensano che essa possa da per sé conoscere solo ciò che è materiale come il mangiare e il dormire, e non possa perciò arrivare a conoscere Dio se non per mezzo della Rivelazione fatta nella S. Scrittura. Così pure Calvino dice che l’intelletto da solo non può giungere a conoscere «il vero Dio».

TRADIZIONALISMO O FIDEISMO, di cui abbiamo già parlato dice ugualmente che la ragione umana può raggiungere solo le cose sensibili, e quelle di ordine superiore le può conoscere solo attraverso la tradizione primitiva trasmessaci. Quindi Dio si può credere, ma non dimostrare.

POSITIVISMO E AGN0STICISM0. Oltre a quanto già detto qui è da notare che limita talmente la facoltà umana di conoscere da stimare inconoscibile ciò che sorpassa il fenomeno (Kant, Huxley, ecc.) e i fatti sensitivi (Empirismo:
Hume, Stuart, Miii, Spencer, Littré,
ecc), quindi secondo costoro non si può conoscere nulla né dell’esistenza né dell’essenza di Dio.

MODERNISMO. Questa «sintesi di tutte le eresie» su questo punto presenta il suo errore nei due aspetti opposti di difetto e di eccesso. Calcano l’agnosticismo Kantiano dicendo che non si possono conoscere le cose superiori al fenomeno e professano l’immanentismo, cioè trovano l’idea di Dio nel senso religioso della subcoscienza, cioè rimanendo in sé stessi.

IDEALISMO MODERNO. Seguendo le teorie di Hegel, ha i suoi esponenti principali nei tempi moderni in Croce e Gentile.
Croce
considera lo spirito unica realtà, in perenne evoluzione che passa per quattro momenti: intuitivo, logico, economico, etico, cui rispondono: l’arte la filosofia (considerata un tutt’uno con la storia), l’economia e l’etica. Nessun posto è dato a Dio in questo sistema, essendo, secondo il filosofo napoletano, nient’altro che uno pseudo-concetto.
Gentile ammette come unica realtà il pensiero. Lo Spirito pensando crea tutte le cose e questo Spirito è infinito e quasi viene concretandosi nei diversi esseri relativi. Come già dicemmo è questo io pensante che crea tutto: quindi niente Dio personale, niente distinzione fra Dio e le cose create, anzi Dio stesso viene ad essere un prodotto del nostro spirito. Si cade nel PANTEISMO (etimologicamente:
tutto Dio).

ESISTENZIALISMO. la nuova filosofia che lascia la universalità delle essenze per fermarsi a studiare l’esistenza dei singoli. Ha avuto come ideatore Kierkegaard nel principio del secolo scorso. Alcuni seguaci hanno cercato di interpretarlo in un senso positivo, ma molti sono giunti invece alle idee estreme di pessimismo, cosicché l’esistenzialismo è stato chiamato: la filosofia dello scacco, del fallimento. A questo pessimismo è giunto Heidegger e Sartre arrivando a un nichilismo amorale ed ateo.
Un altro esistenzialista, lo Jaspers si porta invece alle idee di Kant, e in Italia, l’Abbagnano giunge allo scetticismo riguardo a Dio e ai destini dell’uomo.

2) - PER ECCESSO

APRIORISMO. E’ il sistema che giudica che l’esistenza di Dio non ha bisogno di dimostrazione, ma è uni’dea nota per sé e naturalmente insita in noi. Nell’errore dell’apriorismo è caduto anche S. Anselmo di Aosta, colla sua nota dimostrazione di Dio, partendo dal concetto che l’Essere di cui non si può pensare niente di maggiore «deve esistere». Egli passa dal campo ideale a quello della realtà. Pure, nonostante che S. Tomaso, Kant, e la maggior parte degli studiosi cattolici e acattolici moderni siano contro questa dimostrazione trova schierati a suo favore - pur con diverse presentazioni - Alessandro di Hales, S. Bonaventura, S. Alberto Magno, Duns Scoto, Cartesio, Liebnìz, Gerdil, Rosmini, Bonomelli, Acri, fino al Lepidi, al Rosa, al Sestili, al Thome, al Bouyssonie, al Levasti dei nostri giorni (CARLO CARBONE: Fondamenti razionali della Fede, A. V. E., Roma, 1949).

ONTOLOGISMO. Ideato da Malebranche nel sec. XVII ed elaborato nel secolo scorso dal Gioberti e da Ubags, dice che l’anima umana al principio della sua esistenza vede - sia pure in modo oscuro - Dio, e in questa cognizione immediata (visione dell’Ente, di qui la parola: Ontologismo), riceve anche tutte le altre idee, ché, altrimenti non potrebbe avere.
Quindi la cognizione di Dio sarebbe naturale e congenita al nostro intelletto. Anche Cartesio diceva che l’idea di Dio è innata in noi e questa idea suppone necessariamente l’esistenza di Dio.
Sembra che all’Ontologismo porti anche la dottrina del
Rosmini.

Contro questi errori poniamo la seguente:

TESI - L’esistenza di Dio è una verità che non è nota di per sé stessa; ma che con certezza si può conoscere e dimostrare colla ragione, per mezzo delle cose create.

È CERTO

riguardo alla prima parte, come si rileva da vari documenti ecclesiastici;

È DI FEDE

riguardo alla seconda parte per il Conc. Vaticano I e per il giuramento antimodernistico.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. L’esistenza di Dio non è nota per sé stessa, ma ha bisogno di dimostrazione. «Mai nessuno ha veduto Dio, l’Unigenito, che è nel seno del Padre, Egli ce lo ha narrato» (Gv. 1, 18).
E S. Paolo: «Al Re dei secoli, immortale e invisibile» (Tim. 1, 17). «L’unico che possiede l’immortalità e abita una luce inaccessibile, che nessuno degli uomini vide, né può vedere» (I Tim. 6, 16).
Dunque Dio è invisibile all’uomo sulla terra ed ha una luce inaccessibile che dall’uomo quaggiù non può vedersi. Dunque la sua esistenza non è nota di per sé stessa. Può conoscersi con certezza e dimostrarsi.
Abbiamo visto che dice ciò il libro della Sapienza chiamando vani e stolti gli uomini che dalle opere della creazione non hanno saputo conoscere l’Artefice. Non potrebbe considerarli tali se attraverso queste opere non avessero la possibilità di conoscere e dimostrare l’esistenza di Dio.
S. Paolo riprendendo lo stesso pensiero dice: «Or l’ira di Dio si manifesta dal cielo contro ogni empietà e ingiustizia degli uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia; infatti quel che si può conoscere di Dio è in essi manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato; poiché le perfezioni invisibili di Lui fin dalla creazione del mondo comprendendosi dalle cose fatte, si rendono visibili, quale la sua eterna potenza e la sua divinità; quindi essi sono inescusabili, perché avendo conosciuto Iddio non l’hanno glorificato come Dio» (Rom. 1, 18-21). Dunque la conoscenza di Dio si può avere e dimostrare fino al punto di non avere scusa di non conoscerlo e glorificarlo. Anche nell’Antico Testamento troviamo la frase del salmo 13 «Dice lo stolto nel suo cuore: Dio non esiste». Non potrebbe venire chiamato stolto, se non avesse la possibilità di conoscere Dio.

B) - DAI PADRI: S. Giovanni Crisostomo (Omelia in Ep. Rom.) dice: «Ha mandato ad essi una voce? No, ma ha fatto una cosa che li potesse attrarre più della voce: ha posto l’orbe creato in modo che il sapiente, l’ignorante, lo sciita, il barbaro ammaestrato dalla roba vista della bellezza delle cose create, potesse risalire a Dio».
S. Tomaso nella Summa contra Gentes (1, 2) contro l’argomento di S. Anselmo che passa illogicamente dall’ordine ideale all’ordine reale, acutamente dice: «Dal fatto che la mente concepisce ciò che si dice con questo nome «DIO» non ne segue che Dio esista anche nella realtà, se non nell’intelletto.., da ciò non ne segue che esista anche nella realtà di cui non si può pensare nulla di più grande», perciò, continua, «Dio è noto per sé riguardo a sé stesso, non riguardo a noi, perciò ad affermare la sua reale esistenza non si può giungere se non dimostrativamente per mezzo delle creature».
L’argomento di S. Anselmo può avere forza di conferma, quando per altra via, è dimostrata l’esistenza di Dio come Essere necessario.

C) - DAI DOCUMENTI DELLA CHIESA. Nel Conc. Vaticano I l’Ontologismo fu condannato indirettamente, perché diceva il Relatore: questo gravissimo errore «non può essere trattato per incidenza». Perciò, pur non fermandosi espressamente su questo punto, in attesa di un esame più particolare, lo comprende nel dire che Dio si conosce «dalle cose create per mezzo della luce della ragione».
Il S. Uffizio (18 settembre 1861), condannò la seguente proposizione degli Ontologisti: «L’immediata cognizione di Dio, almeno abituale, è essenziale all’intelletto umano, in modo che senza questa non può conoscere niente: «infatti è la stessa luce intellettuale». E il 14 Dicembre 1887, fra le proposizioni del Rosmini condannate c’era questa. «Nell’ordine delle cose create all’intelletto umano viene manifestato qualche cosa di divino in sé stesso».
Per la dimostrabilità della esistenza di Dio, il Conc. Vaticano I (D. B. 1806) definisce: «Se alcuno avrà detto che Dio uno e vero, Creatore e Signore nostro non si può conoscere con certezza colla luce naturale della ragione umana, per mezzo di quelle cose che sono state fatte, sia scomunicato». S. Pio X nel Motu proprio del 1 Settembre 1910, dichiara che Dio:
«Si può conoscere con certezza e perciò si può anche dimostrare». Pio XI nella Enc. Studiorum ducem dice: «Quegli argomenti coi quali Tomaso insegna che Dio esiste e che è l’Unico Essere sussistente di per sé stesso, sono anche oggi, come nel Medio Evo, gli argomenti più solidi di tutti per provarlo».

LE PROVE DELL’ESISTENZA DI DIO

Veniamo a studiare questi argomenti di San Tomaso (S. Th. 1, q. 2, a. 3) di cui parla l’Enciclica citata.
Sono «cinque vie» che provano filosoficamente l’esistenza di Dio però esse sono strettamente connesse con ciò che dice la Rivelazione Cristiana, perché il risalire dalle creature al Creatore lo abbiamo veduto indicare chiaramente nel brano della «Sapienza» e della «Lettera ai Romani» ricordati poco sopra.
Tutte e cinque inoltre, si riducono a un argomento generalissimo che è questo: «Ciò che esiste non di per sé stesso esiste per mezzo di un altro che esiste di per sé stesso». In altre parole: se un essere non ha in sé stesso la ragione della sua esistenza, bisogna che l’abbia ricevuta da un altro. Se questo pure a sua volta non ha in sé la ragione della sua esistenza, bisogna risalire ancora ad un altro; e così di seguito, finché non si giunge a un Essere che ha in sé stesso la ragione di esistere.

1a via: il moto

La prima via, e la più manifesta è quella che si desume dal MOTO.
Qui quando parliamo di moto, non intendiamo soltanto il moto locale di una cosa che passa da un luogo all’altro; ma qualunque passaggio da uno stato ad un altro, sia di una cosa corporea, che spirituale.
I filosofi, con S. Tomaso, lo chiamano: Passaggio dalla potenza all’atto. Per esempio: un pezzo di ferro freddo, è nell’atto di essere freddo, però può, cioè è in potenza, di diventare caldo. Se col fuoco lo riscaldo diventa caldo in atto. Il passare dal freddo al caldo è moto, non in senso locale, ma in senso filosofico.
Ora ecco, in breve, l’argomento di S. Tomaso:

1) - certo - e lo constatano i sensi - che nel mondo vi sono cose che si muovono.

2) - Tutto ciò che si muove è mosso da un altro, come il ferro che è mosso dal fuoco per divenire caldo.

3) - Ma non si può continuare all’infinito fra cose moventi e cose mosse.

4) - Dunque è necessario ammettere un Essere che muove tutto senza essere mosso, e cioè un Motore immobile:

ciò che è DIO

SPIEGAZIONE - Chiariamo meglio il ragionamento: NON SI PUÒ CONTINUARE ALL’INFINITO. - Quando uno esaminando le cose che si muovono vuol risalire alla prima che ha impresso il moto, fa un esame e un ragionamento (che i filosofi chiamano a posteriori, cioè risalendo da ciò che è venuto dopo). Per esempio: vedendo il ferro che è caldo si domanda: «Come è passato dalla potenza all’atto di essere caldo?». E troverà magari che è stato il fuoco. Continuerà: e il fuoco come si è acceso? - Attraverso la scintilla provocata da una pietra. - E la pietra?... Le domande possono continuare lungamente. Però non si può continuare all’infinito trovando sempre un nuovo movente mosso da un altro. E’ necessario trovare: un movente immobile cioè che non abbia bisogno di essere mosso da un altro.
Ma forse questa contraddizione nel procedere all’infinito si capisce meglio con semplici esempi: Vedo un anello che sta sospeso in alto. Perché? - mi domando - Perché è sostenuto da un altro anello e questo da un altro e poi da un altro ancora, e così via. Ma non posso continuare all’infinito. E’ necessario che giunga ad un punto di appoggio - sarà un chiodo, una mano, un asse, quel che volete - ma perfino se non lo vedessi sarei costretto ad ammettere che un punto di appoggio ci deve essere, perché se questo non ci fosse la catena non potrebbe star sollevata. Dovrei negare quello che vedo e cioè, che gli ultimi anelli, che sono sotto i miei occhi, siano sollevati.

Oppure: vedo una vettura di un treno, che pur non essendo in discesa, cammina. - Perché? - mi domando - Perché c’è una vettura antecedente che la trascina, e poi un’altra, e così via. Posso aggiungerne quante voglio, ma, pur non vedendola, devo ammettere che in testa c’è una macchina, un locomotore, che trascina tutto il treno, senza essere trascinato da una vettura antecedente. Se dicessi: anche questo è trascinato da un’altra vettura antecedente, in questo caso non è più lui che muove, ma la prima.
È chiaro che, come esempi, vanno intesi relativamente e non possono riquadrare in ogni particolare. Infatti, appunto perché anche il locomotore è un oggetto degli uomini, non è la causa prima del moto. Dovrei procedere innanzi ancora, alla elettricità, alle cause che la sviluppano e avanti, fino a Dio, anche per darmi ragione di questo moto locale. Però in quanto esempi, ci sembra che illuminino abbastanza il nostro ragionamento.
Ora se nello studio delle cose moventi e mosse, arrivato a Dio mi domandassi ancora: - e questo Dio da chi è mosso? - e rispondessi: da altri ancora; significherebbe che se questo essere è mosso da un altro, non è Dio. Dio è colui che muove senza esser mosso da altri.
Concludendo: come dall’anello sospeso e dalla vettura mossa debbo ammettere un primo sostegno e una prima vettura movente, senza che sia trascinata da altri, così dalle cose che quaggiù vedo muoversi debbo risalire a un Movente primo che tutto muove senza esser mosso da altri.

2a via: le cause efficienti

A prima vista questo argomento sembrerebbe confondersi con quello del moto. C’è invece una differenza: Nel moto si considera il divenire delle cose, qui invece si considera lo stato permanente in cui si trovano: uomini, animali, piante, ecc. conservati nel loro stato di essere. Come possono esistere? Hanno in sé stessi la ragione di esistere, o sono effetto di un’altra causa efficiente, cioè una causa che li ha fatti?
Il ragionamento dimostrativo è parallelo al primo, ma, come abbiamo detto, c’è la differenza delle cose viste in un concetto statico invece che in un
concetto dinamico.

1 - Consta che nel mondo ci sono cause efficienti, l’una subordinata all’altra.

2 - Nessuna causa efficiente subordinata può essere causa di sé stessa.

3 - Ma non si può procedere all’infinito in una serie di cause che di per sé sono subordinate.

4 - Dunque si deve ammettere una prima Causa efficiente incausata, che è l’ultima ragione di tutte le cause:

ciò che è DIO

SPIEGAZIONE - NEL MONDO CI SONO CAUSE EFFICIENTI L’UNA SUBORDINATA ALL’ALTRA.
Un uomo esiste perché ha avuto i genitori. Così gli animali. Questi a loro volta sono nati da altri esseri. Sono tutte cause di altri esseri, ma ciascuna dipende da altre.

NESSUNA CAUSA SUBORDINATA PUÒ ESSERE CAUSA DI SÉ STESSA.
Infatti o esisteva già, e allora non aveva bisogno di venir causata (e non sarebbe più causa subordinata), o non esisteva, e allora doveva ricevere il primo essere da altri.

MA NON SI PUÒ PROCEDERE ALL’INFINITO. - Rimandiamo alla spiegazione del paragrafo antecedente, notando che qui più si appropria l’esempio dell’anello.

SI DEVE AMMETTERE UNA CAUSA PRIMA EFFICIENTE INCAUSATA.
Se non si ammette questa non si potrebbero ammettere nemmeno le cause subordinate, che pure vediamo. Questa Prima Causa ha in sé stessa la ragione del suo essere e dell’essere di tutte le cause; Essa non è soggetta ad alcuna causa (nemmeno immanente in sé stessa - come erroneamente disse lo Shell (+ 1906), e perciò è l’Atto puro ed eterno.

LA VITA. - Questo argomento contiene implicitamente anche quello della vita secondo quanto hanno dimostrato alcune scoperte moderne. Dopo le esperienze del Redi, Pasteur, Tyndal, Virchow è dimostrata la impossibilità della generazione spontanea della vita dalla materia inanimata (Alla fine del 1955 si disse che due scienziati americani: Conrat e Williams, avevano prodotto la vita, in laboratorio nel virus del mosaico del tabacco. Ma il loro esperimento non dimostra che è stata creata la vita da materia morta. Infatti il virus fu diviso negli elementi chimici che lo compongono: la proteina e l’acido nucleico. Questi stessi elementi furono ricomposti e, iniettati in cellule viventi, furono capaci di sviluppare la malattia. Tutto ciò dimostra unicamente che in quegli elementi si era conservata la vita allo stato latente (se di vita si può trattare). La cosa sarebbe diversa se con elementi chimici, come una macromolecola di proteine ed acido ribonucleinico, ma ottenuti in laboratorio e non estratti dal virus, se ne fosse formato un virus vivente.
Non a caso abbiamo detto: «se di vita si può trattare». Infatti molti biologi ritengono che i virus non siano dei viventi, ma dei fermenti, che agiscono quando siano uniti a cellule viventi. Quindi nell’esperimento si tratterebbe solo di scomposizione e ricomposizione di materia organica. La nostra prova, desunta dalla vita, resta perciò in tutto il suo valore.
Dal punto di vista teologico però dobbiamo notare che se domani gli scienziati potessero realmente dimostrare la possibilità della vita dalla materia inerte ciò non andrebbe affatto contro quanto la Chiesa insegna, purché si tenga presente l’influsso di Dio stesso su quella materia, la quale da sola mai potrebbe passare a stadio superiore, per il principio di causalità che esige per ogni effetto una causa proporzionata, come spiegheremo parlando dell’evoluzionismo mitigato). Sono note le esperienze del Pasteur nell’acqua che tenuta sterile e separata dal contatto dell’aria, non è venuto fuori nessun organismo vivente. Messa invece a contatto dell’aria, dopo del tempo sono nati questi piccoli esseri. Segno evidente che non dall’acqua, ma da germi viventi che vi sono penetrati, nacquero quei piccoli viventi. Per cui è certo l’assioma: «Ogni vivente viene da un altro vivente».
La scienza ha dimostrato pure che una volta sulla terra e in tutto l’universo la vita non poteva esserci assolutamente in nessuna forma, essendo tutto una massa incandescente.
Come è venuta dunque, la vita sulla terra?
In nessun altro modo che per mezzo di una Causa prima che ha dato l’essere a ogni cosa.

3a via: Esseri contingenti

Si dice contingente l’essere che di natura sua non è determinato ad esistere, a cui cioè l’esistenza non appartiene essenzialmente: che, quindi, può esistere o non esistere e, se esiste, non ha in sé stesso la ragione della propria esistenza, ma la ripete da un altro.
Si dice necessario invece quello che non può non esistere, perché a lui è essenziale l’esistenza; ossia, essenza ed essere in lui si identificano: Esso ha dunque in sé stesso, nella sua essenza, la ragione della sua esistenza e quindi non ha bisogno di ripeterla da un altro.
Ciò detto segue l’argomento.

1 - Esistono nel mondo esseri contingenti.

2 - Ma l’essere contingente è quello che non ha in sé stesso la ragione della propria esistenza, ma la ripete da un altro.

3 - Ma non si può procedere all’infinito nella serie degli esseri contingenti.

4 - Quindi esiste un essere che ha in sé stesso la ragione della propria esistenza, che non dipende perciò da nessun altro e da cui ogni altro essere dipende:

E questi è Dio.

SPIEGAZIONE: Per prevenire facili obiezioni, dobbiamo notare che noi partiamo dalle cose reali, di cui abbiamo diretta e quotidiana esperienza. Ognuno di noi conosce esseri (e il nostro essere stesso è tale) che oggi sono ma ieri non erano e domani non saranno. Il che vuoi dire che a tali cose l’atto di esistenza non è essenziale: perché se fosse essenziale, non potrebbero non essere e sarebbero eterne. Tali esseri quindi sono contingenti: l’esistenza non l’hanno per essenza, ma l’hanno ricevuta da un altro. E quest’altro o la possiede per essenza e quindi è l’essere necessario, oppure a sua volta l’ha ricevuta da un altro. Ma non si può procedere all’infinito nella serie degli esseri dipendenti da un altro: se ognuno della serie dipende da un altro anche tutta la serie dipende da un altro che è al di fuori o al di sopra della serie. Dire il contrario, affermare cioè che ciascuno degli esseri dipende da un altro, e l’intera serie no, è assurdo, perché sarebbe lo stesso che affermare e negare insieme la contingenza di quegli esseri. Mille idioti, diceva Kant, non fanno un sapiente. Così mille esseri contingenti non fanno l’Essere necessario.
La conclusione è che esiste al di fuori e al di sopra della serie degli esseri contingenti un Essere necessario, a cui cioè l’essere appartiene per essenza e perciò non dipende da nessun altro, e da cui tutto il resto dipende. E questi è Dio (S. Tomaso e alcuni suoi commentatori nella struttura di questo argomento aggiungono un altro elemento: quello di essere relativamente necessario. Essi distinguono le essenze fisicamente corruttibili (tutte le essenze corporee) dalle essenze fisicamente incorruttibili (essenze spirituali: angeli e anima umana).
Le prime composte di materia e di forma, possono perdere l’esistenza per la corruzione intrinseca della loro essenza: nascono e muoiono.
Le seconde, essenze semplici, non sono soggette a corruzione intrinseca:
come hanno origine solo per creazione divina così possono perire solo per annientamento da parte di Dio: esse sono per natura immortali.
S. Tomaso passa dunque dalla considerazione delle essenze corruttibili (essere contingente) a quella delle essenze incorruttibili (essere relativamente necessario) a da queste a Dio, essere assolutamente necessario.
Ma l’efficacia e la chiarezza della prova a me pare non richiedano di fermarci su tale distinzione. La questione è di vedere se a queste essenze, sia corruttibili che incorruttibili, l’esistenza appartiene essenzialmente oppure no.
Possiamo vederlo immediatamente per le essenze corruttibili che sono sotto la nostra diretta esperienza: esse evidentemente sono contingenti e perciò esigono l’affermazione dell’Essere da cui ricevono l’esistenza.
Ma poiché l’Essere necessario non può essere che uno solo, ne segue che anche tutte le altre essenze esistenti che non sono sotto la nostra attuale esperienza, e quindi anche le essenze fisicamente incorruttibili, sono esseri contingenti, a cui non è essenziale l’esistere.
Che poi l’Essere necessario sia uno solo si dimostra facilmente con lo stesso argomento con cui si dimostra l’unità di Dio: l’Essere necessario è quello in cui essenza ed essere si identificano e quindi è Atto puro, senza alcun limite, perciò infinito. Ma non possono esistere due o più infiniti).

4a Via: i gradi di perfezione

Ci sono due specie di perfezione: una che compete agli esseri in quanto tali, nel loro modo di essere, e questa non ha gradi più o meno grandi; per esempio un leone non è più animale di un asino o l’oro non è più metallo del piombo. Hanno rispettivamente la perfezione di animali o di metallo e basta. C’è invece un’altra perfezione che trascende, cioè va al di sopra specialmente della materia, come l’ente (che, come abbiamo dimostrato può essere più o meno perfetto, necessario o contingente) l’unità, la verità, la bontà e ancora la vita, l’intelligenza, la volontà, ecc.
Queste si riscontrano negli esseri in gradi diversi. di queste perfezioni che parliamo.

1) - Nel mondo vediamo cose più o meno perfette.

2) - Una cosa è più o meno perfetta, in quanto più o meno si avvicina all’Essere che è il massimo riguardo a quella perfezione (l’Essere, la bontà, la verità, ecc.).

3) - E ciò che è massimo in qualche genere è la causa di tutte quelle cose che sono in quel genere.

4) - Dunque c’è qualche cosa che a tutti gli enti è causa dell’essere e di qualsiasi altra perfezione.

Questo Essere infinitamente perfetto è DIO

SPIEGAZIONE: Questo argomento, sotto un altro aspetto, si collega con quello della causalità. L’aspetto differente è quello di causare i vari gradi di perfezione nelle cose che non hanno di per sé stesse la perfezione, ma da questi la ricevono.
COSE PIÙ O MENO PERFETTE. Vediamo questi differenti gradi nelle cose del mondo: altro è la bontà o la nobiltà di vita della pianta, del cavallo, del metallo, del corpo, dello spirito.
Quando notiamo questa differenza di perfezione nelle cose, veniamo a conoscere che non hanno la perfezione di per sé stesse, ma l’hanno per partecipazione, cioè l’hanno da un altro. Se quest’altro pure ha una perfezione limitata, vuol dire che questi pure l’ha ricevuta da un altro, e da un altro ancora e così di seguito; finché non si giunga a un Essere infinitamente perfetto che abbia in sé stesso la ragione di tutta la perfezione.
Attenti a non scambiare questo argomento con la famosa prova di S. Anselmo. Questi, come dicemmo, passa dall’ordine ideale a quello della realtà, ciò che è illogico. Qui, invece, si parte dal campo reale, cioè dal fatto constatato della perfezione degli esseri e da questo fatto si risale logicamente all’Essere infinitamente perfetto.

5a via: l’ordine dell’universo

Questa via è basata sulla causa finale per cui si chiama anche: finalismo, che significa: ordinazione a un fine determinato.

«Ognuno che agisce, agisce per un fine» fu detto fino da Aristotele. Vedendo dei mezzi ordinati a un fine, debbo trovarci una mente che ve li ha ordinati, se questi mezzi non hanno un’intelligenza di ordinarvisi da sé. Per esempio: un orologio ha come fine di segnare con esattezza il tempo. Tutte le sue parti sono messe insieme con un ordine preciso. Se un solo dente di un piccolo ingranaggio è fuori posto l’orologio non va. Manca uno dei mezzi per raggiungere il suo fine. Tutto non è posto nel suo ordine per raggiungere quel fine. Ora siccome l’orologio non ha in sé stesso una mente che lo disponga in ordine in ogni sua parte, se va con precisione vuol dire che è stato ordinato a questo suo fine da un essere a lui superiore, che, in questo caso, è l’uomo.
L’esserci l’orologio e il suo funzionamento dipende dall’uomo che l’ha fabbricato.

1) - Ci consta che nel mondo c’è un grande ordine in quanto tutte le cose, anche quelle prive di ragione, sia singolarmente, sia prese tutte insieme, agiscono per un fine.

2) - Ma tale ordine esige una mente al di fuori e al di sopra di tutte le cose del mondo.

3) - Dunque esiste una Mente che ordina e governa tutte le cose.

Questa Mente ordinatrice e governatrice è DIO.

SPIEGAZIONE: NEL MONDO: questa parola non si ferma ad indicare solo la terra, ma tutto quanto in qualche modo può essere conosciuto dall’uomo, cioè l’universo.

TUTTE LE COSE AGISCONO PER UN FINE. Quest’ordine magnifico che in tanta parte può essere veduto da chiunque, come la puntualità del succedersi dei giorni, delle notti, delle stagioni e tutta la sublime bellezza del creato, oggi, coll’approfondirsi delle scienze ci si presenta sempre più meraviglioso. Il microscopio, il telescopio, la chimica, la fisica nucleare ci mettono sott’occhio sempre più nuove meraviglie (Secondo l’indole del nostro studio ci fermiamo solo a brevi accenni, rimandando, a chi volesse approfondire a: LANDUCCI, Esiste Dio?; Roma 1950. GIUSEPPE RICCIOTTI,Djo nella ricerca umana, Coletti - Roma, 1950). Basta pensare al corpo umano con tutti i suoi organi, ciascuno colla sua funzione, tutti ordinati al benessere generale: e la scienza ci dice la meraviglia di circa ventimila fibrille del Corti, che si trovano in un cm. quadrato circa dell’orecchio interno, capaci di percepire la gamma vastissima dei suoni; il cervello con 14 miliardi di neuroni corticali per ogni sensazione ha un segno che la ricorda, fino ai milioni di globuli bianchi del sangue, pronti ad accorrere come esercito di difesa insieme alle altre sostanze elaborate nel nostro organismo, al punto del corpo malato o ferito (Cfr. G. BOSIO: Civiltà Cattolica - Roma, 2 Aprile 1949).
E gli istinti degli animali! L’ape che costruisce l’alveare coi favi nella forma di prisma esagonale, forma che la geometria superiore ha conosciuto solo in questi ultimi tempi come quella che con minimo di materia, è capace del massimo contenuto. Chi ha insegnato loro a raggiungere questo fine per utilizzare bene tutto lo spazio possibile e col minimo sforzo possibile essendo per loro la produzione della cera l’opera più laboriosa? Forse il progresso nei secoli? - No, perché hanno sempre fatto così.
Passando al mondo inanimato troviamo un ordine meraviglioso: dall’immensamente piccolo, all’immensamente grande. Nel piccolo mondo dell’atomo, la fisica nucleare ha scoperto una forza tale, che disintegrata produce l’immensa energia che conosciamo dalla bomba atomica.
E nell’immensamente grande? - Se si pensa che il sole è 1.300.000 volte più grande della terra, e la stella Antares è 112 milioni di volte più grande del sole; che la luce pure alla velocità di 300.000 Km. al minuto secondo, impiega a giungere dal sole sulla terra 8 minuti primi e la nebulosa spirale di Andromeda ci impiega 900.000 anni: quale stupenda meraviglia! E sono miriadi di astri.
Soltanto la nostra galassia, la Via Lattea, ha quasi 50 miliardi di stelle. Secondo i calcoli più recenti degli astronomi, si contano un miliardo di miliardi di stelle. Eppure tutte hanno la loro orbita che seguono con ordine meraviglioso, fino al punto che tanto tempo prima si può determinare in qual punto sarà quella data stella in quel dato momento; fino al punto che dalle deviazioni del pianeta Uranio il Leverrier dimostrò l’esistenza del pianeta Nettuno che successivamente il Galle scoprì col telescopio (Cfr. C. CARBONE, op. cit.).
Ecco l’ordine meraviglioso che le cose hanno verso il loro fine. E non ne abbiamo citate che pochissime.

Tale ordine esige una Mente al di fuori e al di sopra di tutte le cose del mondo.

Nell’esaminare alcuni esempi ci siamo limitati volutamente ad esseri privi di intelligenza, anzi alcuni anche privi di vita. Come si spiega allora questo ordine che dirige verso il proprio fine? E’ necessario ricercano in un essere intelligente che regoli tutte queste cose, e questi è Dio.
Non possono essere le cose stesse, che non hanno intelligenza.
Non può essere, come alcuni hanno detto, pur di negare Dio, il caso. Provatevi pure a prendere tutti i pezzi di un orologio, gettateli pure a caso miliardi di volte, quell’orologio non funzionerà mai, finché una mente ordinatrice non li avrà messi ciascuno al suo posto. Ora non c’è bisogno di notare la differenza fra queste piccole macchine e il movimento ordinato e meraviglioso di tutto l’universo.

Conoscenza di Dio naturale, soprannaturale, beatifica

Quanto abbiamo detto fin qui si riferisce alla conoscenza di Dio naturale, cioè secondo la luce della nostra ragione.
Dio però si può conoscere anche in modo soprannaturale, in un modo in questa vita e in un altro nella vita futura.
In questa vita si conosce per mezzo della Rivelazione.
S. Tomaso dice che ciò che conosciamo per scienza non lo possiamo avere sotto lo stesso aspetto, come oggetto di fede. Per conseguenza quando diciamo «Credo in Dio» più che esprimere un articolo di fede, secondo i Tomisti, esprimeremmo un presupposto della fede.
Però quando pur presupponendo che Dio ha parlato, noi diciamo «Io credo in Dio» possiamo compiere questo atto di adesione a Dio sotto un altro aspetto. La ragione mi ha detto che Dio esiste, ma la sua parola me ne dà conferma e allora, anche riguardo, semplicemente alla sua esistenza, lo vengo a conoscere anche come Autore dell’ordine soprannaturale, ciò che la semplice ragione non mi dice. L’adesione diventa fermissima, più che sulla semplice conoscenza scientifica e anche questo è un aspetto differente.
Né si dica che c’è un circolo vizioso. Avuta coi segni certissimi della Apologetica la certezza della esistenza di Dio e che Dio ha parlato, emettiamo l’atto di fede, basandoci, come abbiamo studiato, sulla sua autorità. La sua parola aggiunge una luce nuova che fa brillare più ancora al nostro intelletto la sua esistenza, e ci fa aggiungere una adesione con cui ci appoggiamo sicuramente sulla sua autorità.
Perciò, quanto ha detto S. Tomaso resta vero: sotto un aspetto abbiamo la certezza con la nostra ragione che Dio c’è ed ha parlato: e qui siamo ancora nei preamboli della fede: e sotto un altro aspetto invece il credere in Dio diventa un vero e proprio atto di fede, come ci richiede la Chiesa nei suoi Simboli: «La fede cattolica è questa: che adoriamo un solo Dio» (Simbolo Atanasiano). «Credo in un solo Dio» (Simbolo Niceno-Costantinopolitano) «Io credo in Dio» (Simbolo Apostolico). Questo, come ogni atto di fede, è soprannaturale:

1) - perché emesso dall’intelletto sotto l’influsso della volontà aiutata dalla grazia;

2) - perché l’oggetto materiale è Dio;

3) - l’oggetto formale l’autorità di Dio che rivela;

4) - perché il fine è la vita eterna, cioè la visione intuitiva di Dio;

5) - perché quando la fede è formata l’anima che la emette è elevata nello stato di grazia.
L’altra cognizione soprannaturale di Dio, la più perfetta per noi, è quella che avremo nella vita futura, e cioè la visione intuitiva o beatifica. Ma su questo punto non ci fermiamo, dovendola studiare nell’ultimo trattato.

I NOMI Dl DIO

Dio è «incomprensibile e ineffabile» (Conc. Later. IV, D. B. 428), cioè con nessuna parola si può esprimere in modo adeguato. I nomi perciò che abbiamo detto, guidati dalla ragione (Causa prima, Essere necessario, Atto puro, ecc.) come quelli che ci sono stati rivelati nella S. Scrittura, esprimono l’idea in un modo soltanto imperfetto e analogo. Essi, però, come attributi divini, non sono sinonimi, come pretendeva il Rabbino Mosè Maimonide, che, per difendere la semplicità divina diceva che tutti i nomi esprimono la semplicità divina sotto un unico aspetto.
Così cadeva nel nominalismo puro che conduce all’agnosticismo. vero che Dio è Atto puro e la sua semplicità non ammette divisioni, ma la nostra intelligenza, non potendolo vedere come è in sé stesso, lo conosce con diversi modi di concepire. (Cfr. S. Th. 1, q. 13, a. 12). Quindi la diversità nel modo di conoscerlo proviene dalla debolezza della nostra intelligenza che analogicamente dalle perfezioni relative di quaggiù, considera Dio, assolutamente semplice in sé stesso, quasi per parti.

NELL’ANTICO TESTAMENTO. La parola più antica usata dagli Ebrei e anche dagli altri Semiti è «EL» al plurale «ELOIM». Il plurale era usato non solo dai politeisti, ma a volte anche dagli Ebrei, come plurale di maestà, tant’è vero che poi mettevano il verbo e gli aggettivi al singolare. Significa: «Colui che è potente».

JEHOWAH che secondo i competenti si deve pronunciare:
JAHWEH (Nella Scrittura ebraica antica non si segnavano le vocali, che furono poste più tardi dai «Masoreti”. Di qui i due differenti modi di lettura. Notate nelle due parole le stesse consonanti), indica Colui che è, cioè che ha la pienezza dell’Essere senza nessun limite o dipendenza. Lo rivelò Dio stesso a Mosè quando gli comandò di portar via dall’Egitto gli Ebrei «Io sono Colui che sono. Poi disse: così dirai ai figli d’Israele:
Colui che è mi ha mandato a voi.., questo è il mio nome in eterno, con questo sarò ricordato per tutte le generazioni»
(Es. 3, 14 s.).
Probabilmente con questo nome fu in tale occasione che Dio si rivelò per la prima volta poiché aggiunse ancora: «Io, il Signore che sono apparso ad Abramo, Isacco e Giacobbe come il Dio Onnipotente, ma non feci conoscere ad essi il mio nome Jaweh» (Es. 6, 2-3) (Trad. dall’Ebraico. La volgata ha tradotto con la parola Adonai (il Signore) seguendo l’uso ebraico d non pronunziare il nome di Dio).

ADONAI significa: «Il Signore», indica cioè il suo supremo dominio.
JAHWEH E’LOHE SABAOTH significa «Signore Dio degli eserciti» non solo della terra, ma anche del cielo, degli Angeli.

NEL NUOVO TESTAMENTO Dio è chiamato:
CREATORE ONNIPOTENTE E RE IMMORTALE DEI SECOLI cui si deve onore e gloria.

ALFA E OMEGA cioè principio e fine di ogni cosa. Le due parole sono la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco.
PADRE che ci ama e ci ha adottato come figli, cui vuol donare la sua eredità nel cielo.
La continuazione di questo studio ci farà conoscere meglio i vari significati.

CAPITOLO SECONDO
L’ESSENZA DI DIO

PER QUALI VIE SI CONOSCE

Quid sit? - Che cosa sia Dio? - si domanda S. Tomaso dopo aver dimostrato l’esistenza di Dio; e vi risponde nella Somma Teologica cominciando dalla q. 3 - Dice anzi che piuttosto di poter rispondere e «che cosa sia e come sia» dovremmo dire «che cosa non sia e come non sia». Infatti la nostra mente è così limitata che nel considerare la natura di Dio e i suoi attributi può studiarli, come abbiamo detto, per analogia e per via di causalità, di rimozione, di preminenza.

ANALOGIA: ne abbiamo parlato più volte, ma qui non sarà male accennare qualche altra cosa.
Il senso analogico si distingue dal senso univoco: univoco è quello di un termine che si applica a più soggetti con identico significato: per esempio il termine uomo detto di Pietro e di Paolo, ecc.
Si distingue anche da equivoco: che è quello di un termine che si applica a più soggetti, ma con significato tutt’affatto diverso: per es. il termine cane, detto dell’animale che tutti conoscono e della costellazione celeste di cui parlano gli astronomi.
Analogo invece è il senso di un termine che si applica a più soggetti, ma con significato né del tutto identico né del tutto diverso. Ogni soggetto, cioè, possiede quella realtà o perfezione che è significata dalla parola, ma la possiede in un modo suo proprio, distinto dal modo con cui la possiedono altri soggetti. Per es. il termine essere detto di una sostanza e di un accidente; il termine buono, detto di un frutto che è fisicamente buono per il gusto e detto di una persona che è moralmente buona per le azioni che compie, conformi alla norma della moralità.
Questa è l’analogia detta di proporzionalità propria la quale implica che la perfezione che si attribuisce ai vari soggetti sia formalmente e intrinsecamente inerente, sebbene in proporzione diversa, ai singoli soggetti. Ma c’è un’altra analogia detta di proporzione o indiretta, la quale consiste nell’attribuire a più soggetti una perfezione che esiste in tutti questi soggetti, ma soltanto in relazione a uno di essi a cui principalmente conviene. Per es. il termine sano si dice dell’uomo o di un qualsiasi vivente, ma anche della medicina, del colore del volto, ecc., ma la sanità propriamente e formalmente appartiene al corpo del vivente: alla medicina appartiene in quanto è adatta a conservare o a ridare la sanità all’uomo, all’animale, alla pianta; il colore del volto è sano in quanto manifesta la sanità dell’uomo, ecc.
Ora fra Dio e le creature vige questa duplice analogia:

a) - analogia di proporzionalità propria: per es. l’essere appartiene alla creatura e appartiene a Dio ma in un modo né del tutto identico né del tutto diverso: non del tutto diverso, perché tanto la creatura che Dio veramente esistono, sono fuori del nulla; ma non del tutto identico, perché la creatura è essere contingente, Dio è l’Essere necessario. Così si dica di altre perfezioni, come la bontà, la sapienza, la bellezza, ecc.

b) - analogia di proporzione: mentre l’analogia di proporzionalità mette in rilievo che la perfezione attribuita alle creature e a Dio è a loro intrinseca, ma in modo diverso; quella di semplice proporzione indica soprattutto il rapporto di dipendenza delle creature da Dio: Dio è l’Essere, le creature non sono l’essere, ma hanno l’essere in quanto causato in loro da Dio; così si dica delle altre perfezioni: sapienza, bellezza, bontà, ecc.
Per scoprire questa analogia fra Dio e gli esseri creati si segue una via che implica tre tappe:

a) - di affermazione,

b) - di negazione,

c) - di trascendenza.

a) - AFFERMAZIONE: Nelle cose vediamo diverse perfezioni:
l’essere, la bontà, la bellezza ecc. Ma queste perfezioni non sono essenziali alle cose create (Per attribuire formalmente le perfezioni delle cose create a Dio è necessario partire non dalle perfezioni che costituiscono l’essenza delle cose stesse, ma da quelle che sono loro accidentali, e che trascendono i limiti delle essenze. La ragione è che le perfezioni essenziali, nel loro concetto stesso, includono un limite, precisamente il limite di quell’essenza: per es. umanità, razionalità, animalità, corporeità ecc. Lo stesso dicasi delle perfezioni che sono intimamente connesse con quelle essenziali e che implicano potenzialità, materialità: per es., quantità, estensione, colore ecc. Queste perfezioni sono perfezioni in quanto affermano una realtà positiva, ma sono imperfezioni in quanto implicano essenzialmente un limite dell’essere: se si toglie quel limite, si cambia la loro essenza, e si cambia il significato formale del concetto e del termine in cui si esprimono. Ne consegue che tali perfezioni non possono attribuirsi formalmente a Dio, ma solo, come ci esprimono i filosofi con termine tecnico, eminentemente, cioè: Dio possiede certamente quanto esse implicano di essere, ma non possiede ciò che in esse implica negazione di essere: quindi Dio non le possiede nella loro essenza formale.
Ecco perché abbiamo detto che le perfezioni che si possono attribuire formalmente a Dio sono quelle non essenziali alle cose create e trascendenti i limiti delle essenze. Esse sono dette perfezioni pure, perché nel loro concetto non implicano alcun limite o impurità: tali la bontà, la bellezza, ecc): esse dunque le hanno ricevute da Dio: Dio ne è la causa. Ma ogni causa deve possedere in sé le perfezioni che produce, altrimenti non potrebbe darle ad altri. Quindi a Dio appartengono le perfezioni che vediamo nelle creature e che non sono loro essenziali. Egli è dunque Essere, è buono, è bello, ecc.

b) - NEGAZIONE: Le perfezioni esistono nelle cose in modo più o meno limitato. Ma in Dio non può esistere alcun limite:
Egli è atto puro, senza alcuna passività. Per attribuire legittimamente le perfezioni delle cose a Dio bisogna dunque togliere ad esse ogni impurità, negare ogni limite: Dio è buono non nello stesso modo come sono buone le creature, ma in modo purissimo, illimitato, infinito.

c) - TRASCENDENZA. Il concetto che noi ci formiamo delle perfezioni divine, anche se purificato da ogni limite, resta sempre un concetto umano, finito, potenziale. In Dio le perfezioni esistono in un modo superiore ad ogni nostro concetto, trascendente ogni nostra possibilità di conoscere. Fra l’altro, le perfezioni divine non costituiscono altrettante realtà distinte quanti sono i concetti che noi ne abbiamo, ma costituiscono una sola ed identica Realtà: perché tutte vengono ad identificarsi fra loro e con l’Essenza divina che è l’Essere stesso.

L’ESSENZA DI DIO NELLA DOTTRINA CATTOLICA

Il Conc. Vaticano I nella dottrina intorno alla Essenza o Natura di Dio, riassume sinteticamente in modo mirabile, non solo quanto era necessario esprimere contro gli errori del tempo, ma ancora quanto fin dai primi secoli Simboli e Concili avevano detto contro gli errori di allora. Esso dice (D. B. 1782):

«La Chiesa Cattolica Apostolica Romana crede e confessa che vi è un solo Dio vero e vivo, immenso, incomprensibile, infinito in intelligenza, volontà e in ogni perfezione; che essendo una sola unica sostanza spirituale, assolutamente semplice e immutabile, deve dirsi in realtà e per essenza distinto dal mondo, in sé e per sé beatissimo e ineffabilmente superiore a tutte le cose, che al di fuori di Lui sono o possono essere pensate».

Da questa dichiarazione vediamo subito condannati gli errori che abbiamo incontrato: il Panteismo, il Materialismo, e l’Evoluzionismo assoluto, (il quale dice che tutte le cose del mondo compresa la vita, sono causate dalla materia che si evolve), l’Emanatismo (il quale dice che le cose create promanano dalla sostanza divina, quasi che fossero qualche parte di Dio), l’idealismo, il Teosofismo (il quale respinge l’idea di un Dio personale e distinto dal mondo).
Dalla dichiarazione suddetta resta condannato anche il Modernismo che ancora non era sorto e che S. Pio X, più tardi, condannava espressamente nella Enciclica «Pascendi», la quale giustamente gli attribuisce l’errore del Panteismo, in quanto secondo i Modernisti, Dio è qualche cosa di immanente nella nostra coscienza e non si distingue da essa.
Contro questi errori sono esplicite le parole: «Un solo Dio, vero e vivo.., una sola unica sostanza spirituale, ... in realtà e per essenza distinto dal mondo, in sé e per sé beatissimo...».
E più nettamente ancora, il Concilio nella III Sessione can. 4 (D. B. 1804) dice: «Se alcuno avrà detto che le cose finite, sia corporee che spirituali, o anche solo spirituali sono. emanate dalla sostanza divina; o che tutte le cose colla propria manifestazione o evoluzione diventano essenza divina; o finalmente che Dio è l’Essere universale ossia indefinito che determinandosi viene a costituire l’universalità delle cose distinte nei generi, nella specie, negli individui: sia scomunicato».
Abbiamo accennato anche ad errori antecedenti: qui ve ne rammentiamo alcuni. Nei primi secoli del Cristianesimo gli errori si riferirono più alle Persone che alla Essenza divina. Pure nei vari Simboli troviamo che si parla di Dio Uno, Creatore di tutto, Onnipotente.
Alla fine del IV Secolo i Priscillianisti e i Manichei riprendendo l’errore degli Gnostici, professano un dualismo: ammettono un principio buono (la luce) dal quale provengono gli Eoni e il bene; un altro cattivo (le tenebre, il chaos), dal quale proviene la materia e il male. Contro questi errori, vengono emessi vari documenti ecclesiastici (D. B. 11 ss.) che insistono nel dichiarare che Dio è Uno, in una unica e semplicissima sostanza o natura. Una nuova forma di Manicheismo risorse nel secolo X coi Catari e gli Albigesi che furono condannati dal Conc. Laterano IV che definisce: «Fermamente crediamo... un unico e vero Dio... tre Persone, ma una unica Essenza, Sostanza o Natura assolutamente semplice».
La testimonianza dei Padri è unanime intorno a questo argomento. Non riportiamo qui i loro testi numerosissimi: ne citeremo se mai alcuni quando parleremo dei singoli attributi.

L’ESSENZA Dl DIO NELLA DOTTRINA SCOLASTICA

Premettiamo che dottrina scolastica non è qualche cosa che si oppone a dottrina cattolica, di cui abbiamo parlato, ma è lo studio speculativo intorno allo stesso argomento.
E necessario perciò cominciare coll’esporre qualche nozione filosofica per intendere i termini esattamente.

ESSENZA è ciò per cui una cosa è tale, e non altra, ossia ciò per cui una cosa è costituita nella sua specie.
L’essenza - che nelle creature è distinta dall’essere col quale costituisce un ente - si chiama anche con altri nomi, secondo l’aspetto in cui viene considerata. Si chiama quiddità per indicare ciò che una cosa è; ragione per indicare ciò con cui la cosa si comprende; sostanza per indicare che sta sotto, che sostiene le note e gli accidenti, che individuano quella essenza (quantunque anche gli accidenti abbiano una loro essenza); natura per indicare che è fonte e principio di operazione.

SUSSISTENTE è ciò che esiste in sé e non in un altro.

TESI - L’essenza divina è costituita dal fatto che Dio è lo stesso Essere Sussistente.

É DOTTRINA COMUNE

Dopo il Molina e Vasquez, specialmente i Teologi moderni - Billot, Pesch, Tanquery, Garrigou-Lagrange, Van der Meersch, Parente, sono concordi nel sostenere questa dottrina, dalla quale si distaccano le opinioni degli:

1) Scotisti che ripongono il costitutivo della Essenza divina in una infinità radicale, cioè nella esigenza che la sua Essenza infinita ha di tutte le perfezioni;

2) Salmaticesi, Suarez, Gonet, Billuart dicono che consiste nella intellettualità radicale, e cioè nella intelligenza attuale;

3) Secretan, Boutroux nella libertà con la quale Dio è ciò che vuole essere; 4) Scheli che lo ripone nella «aseità» ma non nel senso della dottrina più comune in cui a questa parola viene dato il significato di «Essere che sussiste di per Sé stesso», ma nel senso di qualche cosa di distinto che si aggiunge all’Essenza come un modo di essere per sé.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Nella frase che Dio disse a Mosè, e che già abbiamo riportato, si rileva che l’Essenza divina è costituita dal fatto che Dio è lo stesso Essere sussistente. «Io sono Colui che è...» «Colui che è mi ha mandato a voi» (Es. 3, 13,14). lo stesso che dire: «Io sono Colui la cui Essenza è l’Essere». Qualunque ente può dire di essere qualche cosa e non il nulla, ma Dio in questa parola viene a dire che non solo non è il nulla ed ha qualche cosa dell’Essere, ma che è nella massima opposizione al nulla ed è la pienezza dell’Essere, nel modo più eccellente.

B) - DALLA TRADIZIONE. S. Gregorio Nazianzeno scrive (Orazione 30,18): «Dio si dice l’Essere perché è essenzialmente proprio di Dio l’Essere e tutto l’Essere senza che sia affatto finito e circoscritto». E S. Giovanni Damasceno (La fede ortodossa 1,9:): «Primo di tutti i nomi che si dicono di Dio è che è: poiché ha in sé stesso l’Essere che comprende tutto, come un mare di sostanza infinito e senza termini».

C) - DALLA RAGIONE. Ciò che è la fonte di tutte le perfezioni e le proprietà dell’ente è l’Essere che sussiste in sé al di sopra di tutti. Da questa pienezza dell’Essere, tutte le cose ricevono la partecipazione della sua perfezione. Esso è l’Atto puro, la Causa prima, il Movente immobile come abbiamo dimostrato.
E non sarebbe tale se non avesse in sé la ragione dell’Essere.

D) - DALL’INSUFFICIENZA DELLE ALTRE OPINIONI, abbiamo pure una conferma della sentenza più comune:

1) Non si può dire come gli Scotisti che l’Essenza divina è costituita dall’infinità, perché questa è un modo di essere infinitamente e prima del modo di essere, concepiamo l’Essere. Soltanto quando abbiamo concepito l’Essere, possiamo pensare che è in un modo infinito.

2) Non si può dire che consiste nella intellettualità, perché anch’essa presuppone l’Essenza già costituita.

3) Non nella libertà che presuppone l’Essere e l’intelligenza.

4) Non nella «aseità» nel senso dato dallo Shell, perché in tal caso Dio sarebbe la causa o il principio di sé stesso. Dio è l’Essere incausato, irricevuto, cioè sussistente. Se avesse una causa di sé l’esistenza di Dio sarebbe un effetto della sua Essenza: ciò che ripugna, come abbiamo dimostrato parlando dell’Esistenza di Dio.

CAPITOLO TERZO
GLI ATTRIBUTI DI DIO

ATTRIBUTO DIVINO si può definire:
ciò che secondo il nostro modo di concepire, intendiamo e diciamo come proprio della Essenza divina.

In altre parole più semplici si potrebbe dire:

Attributi sono le perfezioni divine secondo che possiamo conoscerle noi.

Riflettendo su quanto abbiamo detto nelle pagine antecedenti, fino da quando abbiamo parlato dei «Nomi di Dio» ci sarà più facile capire questa definizione.
Abbiamo usato le frasi:
«SECONDO IL NOSTRO MODO DI CONCEPIRE; COME POSSIAMO CONOSCERLE NOI».
Queste espressioni ci ricordano che Dio, il quale è assolutamente semplice in sé stesso, noi, per via di analogia, lo concepiamo quasi per parti, perché saliamo a Lui dalle diverse perfezioni, che vediamo quasi in uno specchio, nelle cose create. Se potessimo portare un esempio diremmo dell’arcobaleno: la luce bianca del sole passa attraverso un prisma o delle goccie d’acqua e ne risultano i vari colori dell’iride. Li vediamo tutti distintamente, ma tutti provengono da una unica fonte: la luce bianca. solo un esempio per aiutarci a capire e non corrisponde certamente alla cosa esemplificata, poiché la luce bianca è composta di tutti quei colori che il prisma suddivide; mentre Dio è semplicissimo, in Lui non vi è composizione alcuna.
Egli è la fonte da cui promanano tutte le perfezioni, che, in modo limitato, vediamo nelle creature.
Per concretare, enunziamo due PROPOSIZIONI:

I) - E’ certo che gli attributi divini non differiscono realmente né dall’Essenza né fra loro.

REALMENTE significa nella realtà, nel fatto e si distingue da virtualmente. Nell’uomo, per esempio, il corpo e l’anima si distinguono realmente, perché altra cosa è l’anima, altra il corpo. Invece fra uomo e animale ragionevole non c’è distinzione reale, perché le due espressioni indicano la stessa cosa.

FRA GLI ATTRIBUTI E L’ESSENZA DIVINA E FRA GLI ATTRIBUTI FRA LORO NON C’É NESSUNA DIFFERENZA REALE.

Infatti nella S. Scrittura troviamo che sono predicati (cioè detti) fra loro e con l’Essenza scambievolmente: «Dio è luce... Dio è carità» «Io sono la Via, la Verità e la Vita» (Gv. 1,5; 4,8; 16,6). «Io, la Sapienza» (Gv. 8,12). Se vi fosse distinzione reale, non si potrebbero così indentificare fra loro.
Siccome l’Essenza divina in un unico atto semplicissimo include realmente tutte le perfezioni o attributi e ciascun attributo include l’altro, così si possono dire come predicato a vicenda: «La Divinità è Dio, Dio è la Divinità» come dichiarò Eugenio III nel Conc. di Reims condannando gli errori di Gilberto Porretano (+ 1154) che ammettevano distinzione reale fra Essenza e attributi e fra attributo ed attributo.
Così si può dire «La Natura divina è bontà, è carità, ecc.». Oppure «la Sapienza divina è bontà divina; la bontà divina è giustizia divina».
Dobbiamo però notare che ciò non si può dire degli attributi personali di cui parleremo nel Trattato «Dio Trino», né delle operazioni in quanto, secondo il nostro modo di concepire si attribuiscono ad attributi differenti. Per il fatto che la misericordia e la giustizia sono la stessa cosa in Dio e non vi è distinzione reale, non si può dire: «La misericordia divina punisce o la giustizia ama» perché amare è proprio della bontà e della misericordia, e punire è proprio della giustizia.

II) - E’ dottrina comune che gli attributi divini si distinguono virtualmente dall’Essenza e fra loro.

VIRTUALMENTE. La distinzione virtuale è una distinzione logica che non ha differenza nelle cose, ma nei diversi concetti che si riferiscono alla stessa cosa, ma con fondamento nella cosa stessa (La distinzione logica (a differenza della distinzione ontologica o reale) esiste fra i diversi concetti che si riferiscono alla stessa cosa. I filosofi suddividono in semplicemente logica (o rationis ratiocinantis) quando non ha nessun fondamento nella realtà; come quando si dice uomo e animale ragionevole. La differenza è solamente nel concetto e per nulla nella cosa.
La dicono invece virtuale (o rationis ratiocinatae) quando pur essendo la distinzione solamente nel concetto, c’à però, un fondamento nella cosa, Per esempio: l’anima umana in realtà e’ una, ma virtualmente si può considerare con tre distinzioni: razionale, sensitiva, vegetativa.
Ripetiamo: in realtà è una sola, e non può esserci nessuna distinzione reale, ma nel concetto possiamo fare questa triplice distinzione logica che ha il fondamento nel fatto della triplice funzione della unica anima spirituale).
Troviamo la ragione di questa distinzione virtuale nella stessa S. Scrittura, che parla di Dio giusto e misericordioso, mite e forte.
S. Tomaso (1, Sentenze 22, 1) spiega così: «Tutte queste cose si dicono di Dio e delle creature non in senso equivoco, ma secondo una ragione di analogia. Per cui, nella creatura, la ragione di sapienza non essendo la ragione di bontà, occorre che questo sia vero anche in Dio. Ma c’è differenza in questo:
che in Dio di fatto sono la stessa cosa, mentre nella creatura differiscono in realtà e non soltanto per una distinzione di ragione».
Da quanto abbiamo detto si vede che è sbagliata la sentenza dei Nominalisti (come Maimonide, Ockam, Gregorio di Rimini) che riducevano a semplici nomi l’Essenza e gli attributi divini; semplici parole senza nessuna distinzione, indicanti tutte la medesima cosa, sotto il medesimo aspetto. Per il nostro modo di concepire, invece, come abbiamo detto, ci si presentano con una distinzione logica virtuale, per cui la nostra mente attraverso i vari aspetti delle perfezioni create si sforza di elevarsi a Dio, atto semplicissimo.

Divisione degli attributi

Nel considerare gli attributi divini, si possono fare più divisioni. Alcuni si possono considerare sotto un aspetto:

a) - NEGATIVO cioè rimovendo le imperfezioni che sono nelle creature. Esempio l’immensità, l’eternità, ecc.
o POSITIVO cioè considerando in modo eminente in Dio le perfezioni che incontriamo nelle creature:
verità, sapienza, bontà, ecc.

b) - IN ASSOLUTI, che cioè spettano a Dio considerato in sé stesso, come la semplicità, l’infintà, ecc.
o RELATIVI in quanto cioè hanno un riferimento alle creature, come la
creazione, la provvidenza, ecc.

c) - IN QUIESCENTI che indicano il modo di essere come l’eternità, la semplicità,
e OPERATIVI che indicano il modo di operare come l’onnipotenza, la provvidenza, ecc.
Nella breve esposizione dei principali attributi, seguiremo questa ultima divisione.

ATTRIBUTI QUIESCENTI

Seguendo la dichiarazione del Conc. Vaticano I, posta in principio di questo capitolo, esamineremo i vari attributi o perfezioni di Dio. Fra gli attributi divini, quiescenti, ne esamineremo particolarmente sei: la semplicità, l’infinità, l’immensità, l’immutabilità, l’eternità, l’unità dì Dio.

La semplicità di Dio

TESI - Dio è l’Essere semplicissimo, e perciò esclude da sé ogni composizione.

DI FEDE

dal Conc. Vaticano I citato: «Una sola Essenza, Sostanza o Natura assolutamente semplice».
La tesi è contro i Pagani, adoratori degli idoli, i Panteisti, gli
Immanentisti.

SPIEGAZIONE: La composizione può essere:

1) - fisica, come nelle cose composte di materia e di forma, o di parti quantitative, come l’uomo composto di anima e di corpo, come un sasso formato di tante molecole;

2) - metafisica che risulta dalla reale distinzione fra potenza e atto, sostanza e accidenti, essenza ed esistenza;

3) - logica che risulta dal genere prossimo e la differenza specifica, dalla natura specifica e le note che la individuano: per esempio Pietro, appartenente al genere umano è nella natura specifica di questo determinato uomo, con questi precisi lineamenti e caratteristiche.
In Dio è esclusa qualunque specie di composizione.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. In più luoghi essa dice:
«Dio è Spirito» (Gv. 4, 24; 2 Cor. 3, 17) e perciò si deve adorare in spirito e verità; anzi essa dichiara apertamente che si deve escludere in Dio tutto ciò che è materiale. Isaia (40, 18) rimprovera il popolo di aver fatto delle immagini che pretende rassomigliarle a Dio. Gli Atti (17, 29) dicono: «Essendo progenie di Dio non dobbiamo stimare che il Divino sia somigliante all’oro o all’argento o alla pietra scolpita dall’arte e dall’invenzione dell’uomo».
Le espressioni che riportiamo: Dio è sapienza, è carità, è luce, non sarebbero esatte se ci fosse reale differenza e perciò composizione fra la Natura di Dio e i suoi attributi. Infatti nell’uomo, dove c’è questa distinzione reale e composizione non si dice che l’uomo è sapienza, vita, ecc., ma che ha la sapienza, la vita, ecc. - S. Agostino riassume questo concetto nella espressione «Per questo Dio è semplice: perché ciò che ha questo stesso è» (De Civ. Dei 9, c. 10, 1).

B) - DALLA RAGIONE. La materia dice grandissima imperfezione, perché è composta di parti e dalla potenza di passare ad un atto differente di quello di cui si trova. Quindi ha una composizione fisica e metafisica. Ogni ente composto, anche solo metafisicamente o logicamente, dipende dal suo essere nella sua perfezione dalle parti, che non convengono insieme se non sotto l’influsso di una Causa superiore. Perciò ogni supposto suppone una causa di sé stesso, ciò che ripugna alla Causa prima, come abbiamo dimostrato (pag. 258).

OBIEZIONI - Nella Scrittura si leggono attribuite a Dio forme materiali: il braccio di Dio, la mano di Dio, l’occhio di Dio, ecc. Queste espressioni sono usate per indicare la forza, l’onnipotenza, l’onnipresenza, ecc.
Anche Dante nella Commedia dice che la Scrittura: «...e piedi e mano - attribuisce a Dio e altro intende...».

Non bisogna perciò cadere in un antropomorfismo, dando a Dio la forma di uomo, ma intendere queste espressioni come un adattamento al nostro linguaggio umano, ben sapendo che si riferiscono a Colui che è Sostanza semplicissima senza alcuna composizione o materialità. Così quando si dice che Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza (Gen. 1, 26) si intende riguardo all’anima. Per essa infatti presiede a tutti gli animali come continua lo stesso testo: «Affinché presieda ai pesci del mare e agli uccelli del cielo» (ivi). E l’uomo è al di sopra di questi in quanto ha l’intelletto e la ragione, cioè l’anima spirituale, e in questo somiglia a Dio purissimo Spirito.

L’infinità di Dio

Infinito è ciò che non ha nessun limite. Quando parliamo dell’Essere che non ha limiti in nessun modo, diciamo che è infinito in modo assoluto.

TESI - Dio è infinitamente perfetto, ossia possiede ogni perfezione in modo infinito.

É DI FEDE

dal Concilio Vaticano I citato: «nell’intelletto e nella volontà e in ogni perfezione infinito».

PROVA - Dio ha la pienezza dell’Essere come abbiamo visto considerando le parole dette a Mosé: «Io sono Colui che è». La pienezza dell’Essere include ogni perfezione. La nostra mente concependo in Dio tutte le perfezioni, pensa ogni perfezione che è nelle creature, ma nel modo più alto ed eminente. Al tempo stesso esclude ogni difetto che è nelle creature. Altri testi della Scrittura ci dicono espressamente questa sua perfezione infinita: «Alla sua grandezza non c’è confine» (Sal. 144, 3). Egli «solo è potente... solo ha l’immortalità» (I Tim. 6, 15 - 6). E queste, come qualunque altra perfezione, sono in Dio al più alto grado, senza alcun limite: Infinito nella potenza, nella grandezza, nella santità e in ogni perfezione.
Da questa considerazione ne discende all’uomo, «polvere e cenere» (Gen. 18, 27), il dovere di riconoscere Dio come Supremo Signore e Padrone di ogni cosa cui deve ogni riverenza e sottomissione, amandolo con tutto il cuore, sopra ogni cosa, riconoscendo la sublime nobiltà di essere al servizio di Colui «cui servire è regnare».

L’immensità di Dio

All’infinità di Dio, nel nostro modo di concepire, è legato in. modo particolare l’attributo della sua immensità, che esclude ogni limite di luogo e di spazio.
L’attributo il quale specifica che Dio è presente in ogni luogo si chiama ubiquità e significa che Dio è ovunque. Ma il luogo e lo spazio sono creati e perciò limitati. La sua presenza non resta circoscritta alle cose create esistenti; di qui la sua immensità, che anche senza creazione di luogo esiste nella infinità di Dio.

TESI - Dio è immenso in modo assoluto ed è in ogni cosa per essenza, per presenza e per potenza.

É DI FEDE

per la stessa dichiarazione del Conc. Vaticano I.

SPIEGAZIONE: Secondo la frase di Pier Lombardo (1 Sententiae dist. 37) ripresa da S. Tomaso (S. Th. 1, q. 8 a. 3), Dio è in tutte le cose «per essenza, per presenza e per potenza».
Queste tre parole esprimono la verità contro l’errore di alcuni filosofi e ancora dei Calvinisti, Sociniani secondo cui Dio colla sua sostanza è solo in cielo e raggiunge le cose solo collo sua potenza; e contro alcuni Razionalisti come Remusat e Combie: i quali dicono che Dio è dappertutto colla sua forza, non colla sostanza.
Egli invece è in ogni luogo:

PER ESSENZA in quanto è la causa di essere di tutte le cose; PER POTENZA in quanto colla sua onnipotenza regge e governa tutte le cose; PER PRESENZA in quanto nessuna cosa gli è nascosta ed è presente dappertutto.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA: «Non c’è nessuna creatura invisibile al suo cospetto: e tutte le cose sono svelate al suo sguardo» (Ebr. 4, 13). Egli «scruta i cuori» (Salm. 7, 9) fino all’intimo. «Non è lontano da ciascuno di noi; poiché in Lui stesso viviamo, ci moviamo e siamo» (Atti 17, 17). E il Salmo 138 fa una viva descrizione della sua presenza dappertutto:

«Signore tu mi scruti e mi conosci quando sto fermo e quando mi alzo. Intendi i miei pensieri da lontano... Quando la parola non è ancora sulla mia lingua, ecco, o Signore, tu conosci tutto... Dove andrò lontano dal tuo Spirito? dove fuggirò dal tuo cospetto? Se salgo in cielo, tu ci sei, se scendo nell’inferno, sei presente. Se prenderò le penne (andando lontano) come l’aurora e se abitassi all’estremità dei mari, là pure la tua mano mi conduce e mi terrà la tua destra».
Tutte queste frasi ci dicono colla immensità di Dio la sua ubiquità. Ma non sono tutte queste cose che circoscrivono la sua presenza: «Se il cielo, e il cielo dei cieli non ti comprendono quanto più questa casa che hai edificato?» (Il Paral. 6, 18).

B) - DALLA TRADIZIONE. S. Agostino (Ep. Dardan. 14) dice:
«Dio è così diffuso dappertutto che nel solo cielo è tutto, e nella sola terra è tutto, e in cielo e in terra è tutto: e non contenuto in nessun luogo, ma dovunque è tutto in sé stesso». Questo pensiero del grande Dottore ci fa capire (come poi riprende S. Tomaso - C. Gent. 3, 68) - che Dio essendo dovunque non è diviso dagli spazi dei luoghi quasi che fosse una parte qui e una là, ma è da per tutto e in ogni parte di luogo.

C) - DALLA RAGIONE. Dio essendo infinito e semplicissimo esclude ogni limitazione. Quindi non può essere circoscritto ad un luogo. Essendo la causa di tutte le cose, deve essere presente almeno colla sua potenza con cui dà e conserva l’essere alle cose. Ma siccome non c’è distinzione reale fra la sua Potenza o Essenza e le sue operazioni, dove è presente colla sua potenza, è presente pure colla sua Sostanza.
Il pensiero della presenza di Dio in ogni luogo è motivo di gioia, di fiducia, di perfezione. «Cammina alla mia presenza e sii perfetto» (Gn. 17, 1) ci dice il Signore. Basta riflettere a questo e possiamo avere la gioia di poter vivere e muoverci in Lui, nostro Padre, in cui poniamo la nostra fiducia, il nostro amore e questo pensiero ci chiamerà ad esserGli sempre fedeli per non disgustarlo, e raggiungere, così, la perfezione.

OBIEZIONI - Perché si dice «Padre nostro, che sei nei cieli?». È forse limitata al cielo la sua presenza? No, ma si dice così per ricordarci che il cielo è la sede particolare della sua gloria e del suo splendore, dove un giorno, se gli saremo fedeli, andremo a vederlo «faccia a faccia». Così quando si dice che Dio è «vicino a chi lo invoca» (Sal. 144, 18) si vuoi significare il modo speciale con cui si unisce e aiuta l’anima fedele dandole la sua grazia, come vedremo nei trattato della Grazia.

L’immutabilità di Dio

Mutazione significa passaggio da uno stato a un altro, dalla potenza all’atto. Dio è immutabile non solo nella sua Sostanza, ma anche nella sua cognizione e volizione, attributi operativi che, come abbiamo detto, non si distinguono sostanzialmente dalla sua Sostanza.

TESI - Dio è assolutamente immutabile.

É DI FEDE

dal Conc. Laterano IV, (c. 1) «Dio è incommutabile», e dal Vaticano I: «incommutabile sostanza».

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Lo stesso passo più volte riportato «Io sono Colui che è» coi suo tempo di presente ci dice fermamente la continua eguaglianza senza alcun mutamento. Molti altri passi riprendono lo stesso pensiero: «Io sono il Signore e non muto» (Mal. 3, 6) «Presso il quale non c’è mutamento, né ombra di vicissitudine» (Gv. 1, 17), «Non è Dio... come il figlio dell’uomo che muti» (Num. 23, 19).

B) - DALLA TRADIZIONE - Ci fermeremo ai pensiero di S. Agostino: «L’Essere è nome di immutabilità. Tutte le cose che cambiano cessano di essere quello che erano, e cominciano ad essere quello che non erano... Che vuol dire «Io sono Colui che sono», se non «Sono eterno?» «...non posso subir mutamento?» (Serm. 7, 7).

C) - DALLA RAGIONE. Dimostrando l’esistenza di Dio dall’argomento del moto, abbiamo visto ch’Egli non passa dalla potenza all’atto, ma è il Primo Movente, sempre immobile.
immutabile nella sua cognizione e volizione. Dall’eternità Egli conosce e vuole tutto: anche gli stessi mutamenti delle cose, Egli li ha preveduti e voluti fino dalla eternità.
Nel mondo tutto è mutevole: Dio solo è immutabile. Questo pensiero fa sì che unendoci alla Divina Volontà, ci sentiamo nella massima sicurezza e gustiamo quella «pace che supera ogni senso» (Fil. 4, 7).

OBIEZIONI - Nella Scrittura troviamo che Dio si adira, si pente, ecc. Ha forse questi mutamenti?
S. Tomaso (1, q. 19 a. 1) risponde che queste parole debbono intendersi in modo metaforico, secondo il nostro modo di conoscere. Quando ci pentiamo, distruggiamo quello che prima abbiamo fatto. Anche l’uomo può colla stessa volontà far qualche cosa che poi vuoi distruggere. Così si dice che Dio si pentì quando, secondo la somiglianza di questa nostra operazione, col diluvio distrusse l’uomo che prima aveva creato.

L’eternità di Dio

Come l’infinità con l’immensità, così, nel nostro modo di vedere, l’attributo di immutabilità è particolarmente congiunto a quello di eternità.
Si dice eterno ciò che non ha né principio né fine, e dura senza vicissitudini o successioni. Alla nostra mente abituata alla misura del tempo, che Aristotele definisce: «Numero di moto secondo un prima e un dopo» ci è difficile penetrare un po’ questo concetto. Boezio (De consolatione philophiae 5, 6) definisce l’eternità: «Possesso perfetto e tutto insieme di una vita interminabile». E S. Anselmo (Monologium 25) «Vita interminabile che esiste perfettamente tutta insieme».
Nell’eternità, quindi, non c’è un prima e un poi, ma la pienezza della vita è posseduta tutta insieme. Per portare qualche esempio che ci dia un’idea molto imperfetta, potremmo dire di una sfera perfetta che, posata su di un piano, geometricamente poggia tutto il suo peso insieme in un punto solo. Oppure, se disegno dei circoli intorno a un punto solo, ne posso aggiungere indefinitamente, ma tutti hanno come centro quell’unico punto.

TESI - Dio è veramente e perfettamente eterno.

È DI FEDE

dal Conc. Vaticano I nella stessa dichiarazione.
Solamente Dio è veramente e perfettamente eterno. Le cose materiali, che hanno mutazioni sostanziali, sono misurate nel tempo. Gli Esseri spirituali, come gli Angeli, i quali non hanno mutamenti sostanziali, ma solo accidentali, hanno la loro misura nell’Evo. Anche l’uomo che ha un’anima spirituale e quindi immortale (la fede ci dice che essa si riunirà al corpo) dopo questa vita vivrà nella eternità, ma questa parola non va presa nel senso perfetto con cui si dice di Dio, il quale non solo non avrà mai fine, ma non ha avuto mai principio.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA - La Bibbia comincia colle parole: «In principio Dio creò il cielo e la terra» (Gen. 1, 1). Quando le cose hanno inizio, Dio esiste già, perché non ha avuto mai inizio, ma è sempre stato. Un parallelo a questa frase lo troviamo all’inizio del Vangelo di S. Giovanni (1, 1 s.) che dice: «In principio era il Verbo... e il Verbo era Dio... tutte le cose furono create per mezzo di Lui». Sempre lo stesso Apostolo, nella Apocalisse (1, 8) scrive: «Io sono l’Alfa e l’Omega, principio e fine, dice il Signore Iddio, che è, che era e che sarà». Parole che indicano come ogni cosa può trovare principio e fine solo in Lui, sempre esistente.
Il Salmo 101, dopo aver detto che Dio è sempre esistito prima che ogni cosa fosse creata, e che quando tutte queste cose saranno mutate, esse periscono, Egli rimane, conclude:
«Tu sei sempre il medesimo» appunto perché in Lui non c’è successione ma è eterno.

B) - DALLA RAGIONE - Il tempo è successione e mutevolezza:
l’eternità è immutabilità assoluta. Ma Dio è assolutamente immutabile, come abbiamo dimostrato, dunque è assolutamente eterno.

L’unità di Dio

Il concetto di unità, esclude la divisione e la pluralità, per cui si può definire uno: ciò che è indiviso in sé e diviso da qualsiasi altra cosa.

TESI - Dio è uno, di una unità perfettissima.

È DI FEDE

dal Conc. Vaticano I: «Essendo una sola, singolare sostanza», e dal Simbolo Niceno-Costantinopolitano: «Credo in un solo Dio».
Questa tesi è contro i Politesti, i Dualisti (come i Manichei, e gli Albigesi) e i
Panteisti.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Nell’Antico Testamento questa verità viene manifestata ripetutamente: «Ascolta, Israele: il Signore Dio nostro è un solo Signore» (Dt. 4, 4). Così nel primo Comandamento «Non avrai altro Dio fuori di me» (Dt. 5, 7).

B) - DALLA TRADIZIONE. Specialmente nei primi secoli i Padri insistono in questa verità contro il Politeismo dei Pagani. Per esempio S. Ireneo dice: (Ad. Haer. 1, 10) che la Chiesa, ormai diffusa in tutto il mondo, ha ricevuto dagli Apostoli «quella fede che è in un solo Dio».

C) - DALLA RAGIONE S. Tomaso (S. Th. 1, q. 11) porta tre ragioni:

1 - dalla semplicità. Gli individui della stessa specie sono molteplici per la differenza delle note che li individuano, che sono al di fuori della ragione di essenza e si aggiungono ad essa. (Che sia più alto o più basso, colle braccia più lunghe o più corte, ecc., sono tutte note che si aggiungono e individuano la mia essenza, ma sono al di fuori della essenza stessa, perché anche con note differenti sarei sempre lo stesso io). All’Essenza di Dio che è semplicissimo, infinito, non si può aggiungere niente. Dunque Dio è uno nella sua Essenza.

2 - dalla infinità della sua perfezione. Dio ha tutta la perfezione dell’Essere, e questa non può essere comunicata per intero ad altri. Se si ammettessero più dei, dovrebbero essere differenti, perciò l’uno mancherebbe della perfezione per cui diffrisce dall’altro. Dunque Dio è uno (Solo per comprendere questo punto con maggior chiarezza portiamo un esempio con una analogia infinitamente distante: Se una cosa riempisse completamente e perfettamente tutto lo spazio, dove c’è questa non ce ne può essere un’altra: quindi ce ne potrebbe stare soltanto una.
Matematicamente un infinito più un infinito darebbe il doppio dell’infinito:
il che è assurdo. Se uno dei due fosse minore, non sarebbe più infinito. Quindi infinito può essere uno solo)
.

3 - Dall’unità del mondo. Tutte le cose del mondo, sono ordinate ad un unico fine e non possono venire dirette a un unico fine se non da una unica causa. Dunque Dio è uno.

CAPITOLO QUARTO
GLI ATTRIBUTI OPERATIVI

Dio è «vero e vivo». È dottrina di fede dallo stesso passo del Conc. Vaticano I, ripetuta in tanti punti dalla Divina Scrittura: «Io vivo, dice il Signore» (Nm. 14, 28, Dt. 32-40 ecc.) «Tu sei il Cristo il Figlio di Dio vivente» confessa Pietro a Cesarea di Filippo (Mt. 16, 16).

VIVERE è muoversi, OSSIA OPERARE DA SÉ STESSO.

Chi vive, quanto più ha in sé stesso il principio della sua operazione e questa rimane in Lui, tanto più è perfetta la sua vita.
Dio, Atto puro, sempre e necessariamente vive indipendentemente da qualsiasi altro. Egli ha in sé il principio della Sua operazione, la quale rimane in Lui. La sua operazione vitale non è realmente distinta dalla sua Essenza. La sua vita è il suo Essere: perciò Egli è vivo nel modo più perfetto: Egli è la vita, la fonte di ogni vita.

LE VARIE OPERAZIONI DIVINE - Dopo aver parlato della Essenza di Dio, nei suoi attributi quiescenti, siccome «l’operare segue l’essere» parliamo dei suoi attributi operativi, ossia delle operazioni divine.
Le operazioni sono immanenti quando rimangono nello stesso soggetto che agisce; sono transeunti quando il loro termine è un effetto esteriore a chi agisce. I Teologi sogliono chiamare in Dio, le prime: operazioni ad intra; le seconde:
operazioni ad extra. È da notare però che anche le operazioni ad extra sono: formalmente immanenti, poiché realmente, anche questi attributi, sono una cosa sola colla Essenza Divina, e virtualmente transeunti, in quanto producono effetti al di fuori di Dio.
Sono attributi operativi
ad intra:

1 - LA SCIENZA DIVINA che si riferisce all’intelletto.

2 - LA VOLIZIONE che si riferisce alla volontà.

3 - LA PROVVIDENZA E LA PREDESTINAZIONE che si riferiscono all’Intelletto e alla Volontà insieme.

Sono attributi operativi ad extra: la creazione, la conservazione, il governo delle cose, la Redenzione, ecc., di cui parleremo in seguito studiandoli qui sotto in un unico aspetto:
L’ONNIPOTENZA DI DIO. Concluderemo parlando della
BEATITUDINE DI DIO.

LA SCIENZA DI DIO

La parola «Scienza» qui va intesa come semplice cognizione intellettiva, ma però in grado eminente quale si conviene a Dio.

TESI - Dio è infinitamente intelligente; quindi in Lui c’è perfettissima scienza.

É DI FEDE

dal Conc. Vaticano I: «Dio è infinito nell’intelletto» (D. B. 1782). «Tutte le cose sono svelate e aperte ai suoi occhi (Eb. 4, 13) anche «quelle che avverranno per la libera azione delle creature» (D. B. 1784).

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Continuamente nella Scrittura è esaltata la Scienza e la Sapienza di Dio. Per citare solo alcuni passi nei Salmi: «Signore, tu mi scruti e mi conosci... Troppo meravigliosa mi è la scienza, sublime: non la comprendo... I tuoi occhi hanno visto le mie azioni» (138). «Intendete, o stolti nel popolo.., chi ci ha messo gli occhi non vedrà?... Colui che insegna all’uomo la scienza? Il Signore conosce bene i pensieri degli uomini» (93).
Giobbe (12-16): «Presso di Lui è la fortezza e la sapienza».
E l’Enciclica ha le parole riportate anche da S. Paolo agli Ebrei: «Dio conosce ogni scienza.., non c’è nessuna creatura invisibile al suo cospetto, poichd tutte le cose sono svelate e aperte ai suoi occhi» (Eccl. 42, 19; Ebr. 4, 13).
Nel Nuovo Testamento, S. Paolo esclama (Rom. 11, 33):
«O altezza delle ricchezze, della sapienza e della scienza di Dio: quanto sono incomprensibili i suoi giudizi e ininvestigabili le sue vie!».

B) - DALLA TRADIZIONE. Ireneo (Adv. Haer. 2, 3): «Nessuna delle cose che furono, che sono e che saranno fatte, sfugge alla scienza di Dio».

S. Agostino (Ad. Orosium 8, 9) «Dio conosceva tutte le cose che ha fatto prima di farle. Non possiamo dire che le ha fatte ignorandole e che non le ha conosciute se non dopo che le ha fatte».
S. Gregorio Magno
(Moralia 20, 32): «Si dice presciente... perché vede le cose che accadranno».

C) - DALLA RAGIONE. Anche la ragione umana può dimostrare che Dio è infinitamente intelligente e sapiente. S. Tomaso (S. Th. 1, q. 14 a. 1)10 prova dal fatto della immaterialità dello spirito. Senza perdere la propria forma può accogliere in sé le forme intenzionali di un numero infinito di cose. Perciò quanto più un essere è immateriale tanto più è dotato di conoscenza. Ma Dio è sommamente immateriale e perciò in Lui è perfettissima scienza. Un’altra dimostrazione, dataci dalla ragione, l’abbiamo veduta dall’ordine e dalla finalità dell’universo (pag. 264) che richiede una Mente Sapientissima.

L’oggetto della scienza

OGGETTO PRIMARIO: è Dio stesso. Di qui la seguente:

TESI - Dio conosce e comprende intuitivamente e in modo adeguato e perfetto, sé stesso per sé stesso.

É DOTTRINA COMUNE

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA che sostanzialmente contiene questa proposizione: «Nessuno conosce il Padre se non il Figlio, ed il Figlio se non il Padre» (Mt. 11, 27). Questa conoscenza in Dio è identica con la sua Essenza: di qui la processione che ha due termini relativi distinti: il Padre e il Figlio, come vedremo nel prossimo trattato.
S. Paolo (I. Cor. 2, 10-11): «Lo Spirito scruta tutte le cose, anche le cose profonde di Dio. - Quale uomo conosce le cose degli uomini se non lo spirito dell’uomo che è in lui? - Così le cose che sono di Dio, nessuno le conosce, se non lo Spirito Santo».

B) - DALLA RAGIONE. In Dio, Atto puro, l’atto conoscitivo e l’oggetto si identificano. Perciò Dio è il suo pensiero. Quindi Egli conosce e comprende Sé stesso per Sé stesso perfettamente, e cioè in modo adeguato e completo intuitivamente.
OGGETTO SECONDARIO sono le creature e non solo quelle create, reali, nel passato, presente e futuro, ma anche quelle creabili cioè possibili.

TESI - Dio conosce tutte le cose reali e possibili anche quelle future, libere, assolute; anzi, conosce anche le cose future libere condizionate.

É DI FEDE

per la prima parte dal Conc. Vaticano I citato: «anche quelle che avverranno per l’azione libera delle creature».

È SENTENZA COMUNE E CERTA

per la seconda parte, cioè per le cose future libere.
La tesi è contro molti Pagani fra i quali Cicerone, e contro alcuni eretici come Marcione e i Sociniani (eretici senesi del sec. XVI, Lelio e Fausto Sozzini «antitrinitari» e «unitari» i quali per salvare meglio la libertà umana, negarono la prescienza di Dio, riguardo alle cose future).

SPIEGAZIONE. Si dice futuro necessario quello che dipende da una causa già determinata in un solo senso: per esempio un’eclisse. Contingente quello che può avvenire o non avvenire. Il futuro libero è contingente in quanto dipende dalla libera determinazione dell’uomo. Infatti egli può fare o non fare una determinata cosa. A sua volta il futuro libero si divide in assoluto ed è quello che potrà avvenire o non avvenire a seconda se si apporranno o no certe condizioni. Se la condizione è tale che non sarà mai posta abbiamo un futuro ipotetico, che i Teologi chiamano futuribile.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Già dimostrano questa tesi i brani portati antecedentemente. Possiamo aggiungerne altri: Il Vangelo ci dice che Gesù sapeva fin da principio quali fossero i non credenti e chi fosse colui che lo avrebbe tradito (Gv. 6, 65). Del resto l’avveramento di ogni profezia sta a dimostrare come Dio sa e conosce qualunque cosa futura, che assolutamente accadrà in dipendenza delle azioni libere che l’uomo, compirà, perché Dio «chiama le cose che sono come quelle che non sono» (Rom. 4, 17).
Riguardo alle cose future libere condizionate, cioè supposte ipoteticamente, l’Antico Testamento (1 Re 23, 11 ss) ci riporta la domanda di David al Signore dopo che era entrato in Ceila. Vuol sapere se trattenendosi, Saul sarebbe sceso ad assediare la città e se i cittadini lo avessero preso per consegnarlo a Saul. «E disse il Signore: scenderà... consegneranno...». In realtà David non si trattenne, quindi non fu preso da Saul. Dio gli aveva rivelato un futuribile.
Nel Vangelo troviamo che Gesù conosceva con certezza che se a Tiro e a Sidone fossero stati fatti i miracoli come a Corozain e a Betsaida, quegli abitanti si sarebbero convertiti a penitenza (Mt. 11, 21).
Questi passi della Scrittura ci fanno vedere chiaramente come Dio conosce esattamente anche tutti i futuri ipotetici.

B) - DALLA TRADIZIONE. Riportiamo solo il brano di qualche Padre perché sarebbe impossibile citare tutti i loro innumerevoli testi. Ogni volta che ricordano l’avveramento di una profezia confermano questa tesi: «La prescienza di Dio ha tanti testimoni quanti sono i profeti», scrive Tertulliano (Adv. Marc. 2). - «Dio conosce tutte le cose, tanto quelle che sono, come quelle che saranno», dice Clemente Alessandrino, (Stromata 4, 17); e S. Agostino (De Civ. Dei 5, 9): «Chi non è presciente di tutti i futuri, non è Dio».
Tutta la tradizione, dunque, insiste nell’affermare che Dio conosce qualunque cosa futura, quindi tanto quelle assolute che quelle condizionate.

C) - DALLA RAGIONE. Dio conosce perfettamente sé stesso e conosce perciò anche quello che procede o può procedere da Lui per via di creazione, quindi tutti gli enti reali o possibili. Oltre che Causa efficiente è Causa esemplare, cioè vede in sé stesso ogni cosa che creerà o che anche, potrebbe creare e la vede in tutto il suo corso, guidata dalla sua Provvidenza, con tutti quei moti che verranno seguiti attraverso la libertà data alla creatura.
Notiamo poi che ciò che chiamiamo futuro, a Dio è presente, perché essendo Eterno, non è limitato dalla misura del tempo.

Le idee divine

La cognizione importa delle idee. L’idea è il principio di intendere, se si considera in sé stessa; è l’esemplare se si considera in ordine a una operazione: come un artista che prima di eseguire un’opera, l’ha presente nella mente per mezzo della idea.
Come principio di intendere in Dio l’idea non differisce dalla Essenza divina; però in questa stessa Essenza non solo conosce se stesso, ma anche gli esemplari di tutte le cose, in quanto partecipa alle creature le sue perfezioni.
S. Tomaso afferma (S. Th. 1, q. 15 a 2) che in Dio ci sono più idee, in quanto che Dio conosce la sua Essenza non solo in sé, ma anche in quanto è partecipabile alle creature. Questa pluralità non è contro la Semplicità Divina, perché la pluralità si ha per parte degli oggetti che ricevono questa partecipazione, e non per parte dell’Intelletto divino che è una sola cosa con l’Essenza.

Come Dio conosce le creature

I Teologi cattolici, pur essendo concordi nell’ammettere che Dio conosce tutte le cose, risolvono in modo differente l’arduo problema del modo come conosce le creature. Alcuni (di tendenza nominalista), pensano che Dio conosce le creature in sé stesse, immediatamente; altri, (i tornisti in genere), non ammettono che l’atto conoscitivo di Dio attinga alcunché fuori di Lui; altri finalmente (i molinisti in genere), accettano l’una e l’altra opinione.
Che Dio conosca le cose in Sé stesso, e non in sé stesse, come in un mezzo conosciuto, oggi è dottrina comunemente ammessa da tutte le scuole. Poiché se le conoscesse in sé stesse, la conoscenza di Dio non sarebbe perfetta, perché dipenderebbe da cose create. Invece le conosce nella sua Essenza divina.
La difficoltà e la divisione fra i teologi riguarda la conoscenza dei futuri contingenti o liberi sia assoluti che condizionati (Hanno sviluppato maggiormente questo argomento: fra i Tornisti: Banez (da cui anche il nome di Bannesianesimo a questa sentenza), Alvarez, Gonet, i Salmaticesi, Billuart, Garrigou Lagrange; e in genere i Domenicani; fra i Molinisti oltre il Molina, Suarez, Franzelin, Pesch, e con qualche variante che tenterebbe una via conciliativa fra i due sistemi Billot, L. Jansen, Van der Merch, ecc.).

I TOMISTI dividono la scienza di Dio in scienza di semplice intelligenza e scienza di visione.
La scienza di SEMPLICE INTELLIGENZA è quella con cui Dio vede in sé stesso tutte le cose possibili, come Causa esemplare di ogni creatura. La scienza di VISIONE è quella con cui conosce la realtà di ogni cosa presente, passata o futura, in Lui presente, perché Eterno.
Anche i futuribili appartengono alla scienza di visione, in quanto se si verificassero le condizioni opposte ipoteticamente avrebbero senz’altro realtà. Non avranno realtà solo in quanto non si verificano le condizioni apposte.
Tutte le realtà Dio le conosce nel libero decreto della sua Volontà, perché ab aeterno ha determinato che venissero all’esistenza.
Secondo S. Tomaso Dio conosce le cose in quanto è causa di esse. Perciò conosce anche ciò che vorremmo noi, in quanto è causa del nostro volere. (S. Th. q. 18, a. 8). I Tornisti dicono che ci dà una premozione fisica, perché la nostra volontà, pure restando libera, scelga una cosa piuttosto che un’altra.
Per spiegare come allora preveda il peccato, che è un male, essi dicono che lo conosce non in un decreto approbativo, ma solo permissivo, in quanto nella sua Sapienza e Giustizia infinita stabilisce che in quel determinato caso non darà il suo aiuto speciale per evitare il peccato.
A chi obietta che questo sistema distrugge la libertà, i Tornisti rispondono che Dio ab aeterno ha stabilito e sa con certezza ciò che avverrà e avverrà infallibilmente, ma non per necessità.

I MOLINISTI - oltre la scienza di SEMPLICE INTELLIGENZA E LA SCIENZA DI VISIONE ammettono una SCIENZA MEDIA per i futuri condizionati, dicendo che questi non sono conosciuti da Dio nei suoi decreti, ma in un modo indicibile nell’altissima e imperscrutabile conoscenza che Dio ha del libero arbitrio di ciascuno.
Non ci dilunghiamo sulle due questioni che ormai si agitano da quattro secoli in modo scottante, perché si riflettono su altri problemi importantissimi quali la Predestinazione, come vedremo fra poco. I Tomisti difendendo la causalità di Dio sembra che trascurino la libertà umana e i Molinisti al contrario, nell’ansia di spiegare la libertà umana sembra che diminuiscano la parte che compete a Dio.
Per parte nostra diciamo che nell’indagare nella vita divina non bisogna dimenticare la nostra piccolezza e umilmente riconoscere quanto sia inadeguata la nostra mente di fronte a questa luce infinita. Ognuno dei due sistemi si ferma principalmente da un lato. Cerchi pure ogni studioso di approfondire il mistero, ma non dimentichi che è un mistero.
Intanto, per concludere, mettiamo a base quello che ci è dato di conoscere con certezza e cioè:

1 - Dio conosce tutte le cose in Sé stesso e non nelle cose stesse come in un mezzo.

2 - Dio prevede tutte le cose future e futuribili e ci concorre in modo che lascia intatta perfettamente la libertà dell’uomo.

3 - Dio agisce anche nelle cose libere in modo che Egli è sempre la Causa prima e universale di ogni cosa.
Posti ben saldi questi principi, scruti pure ciascuno come può fino a qual punto giunge l’opera di Dio, e fino a quale il libero concorso dell’uomo.

LA VOLONTA’ DI DIO

La volontà segue l’intelletto e qualunque ente che ha l’intelletto ha pure la volontà. Però mentre negli esseri creati la volontà è una facoltà, in Dio la Volontà si identifica colla sua Essenza, come, del resto, gli altri attributi. «Come il suo intendere è il suo Essere, così il suo Essere è il suo volere» (S. Th. 1 q. 19). «La sua Volontà è la sua Essenza» (C. Gent. 1, 73).

TESI - Dio possiede una volontà infinitamente perfetta.

É DI FEDE

dal Conc. Vaticano I che nel testo più volte citato dice: «Dio è infinito.., nella volontà».

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA

1) Nell’A. T. fino dalla prima pagina troviamo l’esecuzione della volontà di Dio nella Creazione, nei comandi che dà all’uomo. Il Salmo 113 dice espressamente: «Il Signore fa tutte le cose che vuole», e nel libro di Ester (13, 9): «Non c’è chi possa resistere alla tua volontà». I comandamenti (Deut. 5) esprimono la sua volontà nei riguardi dell’uomo, che deve ad essi assoggettarsi.

2) Nel Nuovo Testamento ci sono moltissime espressioni a questo riguardo. Fra le altre nel Vangelo, - nel Pater - «Sia fatta la tua volontà» (Mt. 6, 10). Gesù nel Getsemani:
«Non la mia ma la tua volontà sia fatta» (Lc. 22, 42). S. Paolo (Tess. 4, 3) «E questa la volontà di Dio: la vostra santificazione».
Queste poche espressioni bastano a farci capire come Dio stesso ha rivelato di possedere la volontà cui tutte le cose debbono essere soggette, appunto perché volontà suprema ed infinita, che è Dio stesso.

B) - DALLA TRADIZIONE. La testimonianza dei Padri è Concorde, tanto che fra le innumerevoli frasi sarebbe difficile fare una scelta. Notiamo solo che nei primi tempi essi trattarono l’argomento per ribattere il fatalismo dei Pagani (S. Ireneo, S. Giustino, ecc.). Più tardi insisterono specialmente per dimostrare la volontà salvifica di Dio. (S. Agostino, S. Giov. Crisostomo, S. Giov. Damasceno). Per tutti riportiamo una frase di S. Agostino: ((Enchir. 45): «Non accade niente se l’Onnipotente non vuole che accada, o lasciando che sia fatto o facendolo Egli stesso».

C) - DALLA RAGIONE. Se Dio non avesse la volontà, mancherebbe di una perfezione e non sarebbe Dio. D’altra parte l’ordine dell’universo presuppone una Mente ordinatrice che tutto governi, una Causa da cui tutto dipende; una Volontà esistente in sé stessa assoluta ed infinitamente perfetta. Essa non è un ente in potenza, ma l’Atto puro, l’attività assoluta che da tutta l’eternità ha il suo fondamento solo in Sé e da Sé e non può essere determinata dall’esterno.
La volontà di Dio è la Causa efficiente di tutte le cose.

L’oggetto della volontà di Dio

OGGETTO PRIMARIO - della volontà di Dio è Dio STESSO SOMMO BENE.
OGGETTO SECONDARIO
sono LE CREATURE IN QUANTO SONO INDIRIZZATE A DIO COME FINE. S. Tomaso riassume questo concetto in una frase scultorea: «Così dunque vuole Sé stesso e le altre cose: ma Sé stesso come fine, le altre cose come verso il fine» (S. Th. 1, q. 19 a. 1).
Che Dio stesso sia l’oggetto primario della sua volontà si capisce dal fatto che qualsiasi volontà vuole ciò che è il più grande bene. Ma Dio conoscendo Sé stesso vede che è il Sommo Bene. Dunque la Volontà Divina deve volere primieramente Dio stesso.
Perciò Dio VUOLE SÉ STESSO PER NECESSITÀ ASSOLUTA.
Questa proposizione è di fede dal Conc. Vaticano I, nella definizione riportata alla prossima tesi.
Infatti sarebbe contraddittorio che Dio non dovesse volere Sé stesso, essendo il Sommo Bene, con cui la Volontà divina si identifica.
Della Volontà divina di fronte all’oggetto secondario ne parleremo in seguito.

DOTI DELLA VOLONTA’ Dl DIO

La libertà

La libertà è il potere di scelta fra più cose. Essa importa perciò l’immunità dalla necessità sia interna che esterna. Infatti se uno è mosso a scegliere una cosa da una necessità o costrizione sia interna che esterna, non è più libero, ma costretto.

ERRORI - Ognuno che sia sano di mente, non nega la Volontà di Dio, ma riguardo alla sua Libertà sono sorti non pochi errori. Anticamente Io negarono gli Stoici e i Fatalisti; più tardi Abelardo Eckart, Wicleff, Lutero, Calvino, dissero che Dio, come necessariamente ama sé stesso, così necessariamente era costretto a creare; Malebranche, Leibniz e gli Ottimisti dissero che Dio era libero di creare o non creare; ma ammesso che creasse, era costretto a creare scegliendo l’ottimo; Rosmini e i Semirazionalisti sostennero che Dio, per il suo infinito amore è moralmente necessitato a effondere la sua volontà al di fuori di Sé con la creazione.
Contro questi errori, enunziamo la seguente:

TESI - Dio è libero in tutte le opere «ad extra» e perciò ha creato tutte le cose per liberissima volontà.

É DI FEDE

Il Conc. Vaticano I (D. B. 1783 e 1805) ha definito: «Dio, per liberissimo disegno fin dal principio del tempo ha creato dal niente l’una e l’altra creatura» (l’angelica e l’umana). E ancora: «Se alcuno avrà detto che Dio ha creato, non per volontà libera da ogni necessità, ma tanto necessariamente quanto necessariamente ama Sé stesso sia scomunicato».

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA

a) Oltre il Salmo 113 citato (p. 294), il Sal. 134, 6 dice: “Tutto ciò che vuole, il Signore, lo fa in cielo e sulla terra, nel mare e in tutte le profondità delle acque»: quindi non solo gli uomini e le cose terrene, ma anche gli Angeli nel cielo. San Paolo (Ef. 1, 11) dice: «Dio opera tutte le cose secondo il disegno della sua volontà», ciò che comporta la sua libera scelta.

b) - Dio fa liberamente non solo le cose di ordine naturale, ma anche quelle soprannaturali. Parlando dei doni soprannaturali che Dio dà alle anime, S. Paolo afferma: «Tutte queste cose le opera il solo e medesimo Spirito, dividendo ai singoli, come vuole» (I Cor. 12, 11).

c) - Che Dio non è necessitato a scegliere l’ottimo nel creare si mostra in particolare nell’Incarnazione del Verbo, che è l’opera ottima di Dio, che è stata decretata liberamente da Dio, come vedremo nel relativo trattato.

B) - DALLA TRADIZIONE

a) - I Padri: S. Ireneo (Ad Haer. 2, 30, 9): «Egli da Sé stesso liberamente e per suo potere ha fatto, disposto e compiuto tutte le cose» - S. Agostino (in Ps. 134): Dio «non è stato costretto a fare tutte le cose che ha fatto, ma ha fatto tutte quelle cose che ha voluto fare... Ha fatto, infatti, come ha voluto».

b) - La Chiesa ha condannato nel Conc. di Senon (1140) la proposizione di Abelardo «che Dio può fare o rimandare e in quel modo e in quel tempo che fa e non in altro» (D. B. 374). Giovanni XXII (+ 1334) condanna l’errore di Eckart secondo cui Dio ha creato il mondo con la stessa necessità con cui ha generato il Figlio (D. B. 501). Il Conc. di Costanza (1418) condannò la proposizione di Wicleff: «Tutte le cose avvengono per necessità assoluta» (D. B. 607). Il Conc. di Firenze (1438- 1445) definisce che «Dio per sua bontà ha creato tutte le creature quando ha voluto» (D. B. 706). Pio IX nel Breve: «Exilnianl tuam» rigetta le false opinioni dei Semirazionalisti Gunter ed Hermes, dicendo: «Non ignoriamo che in quei libri si insegnano e stabiliscono cose che sono assolutamente contrarie alla dottrina cattolica intorno alla suprema libertà di Dio da qualunque necessità nel creare le cose» (D. B. 1655).

La definizione del Conc. Vaticano I l’abbiamo già posta in principio. Pio XII nella «Humani generis» denunzia come «pericolosa novità» l’affermazione di coloro che ritengono necessaria la creazione del mondo, perché promanante dalla necessaria liberalità dell’amore divino.

C) - DALLA RAGIONE - L’Essere divino, essendo assoluto, non può essere mosso da beni esteriori e tanto meno necessariamente, mentre le creature, essendo contingenti, possono essere e non essere. S. Tomaso (S. Th. 1, 19, 3) dice che «Dio necessariamente vuole solo la sua bontà», mentre tutte le altre cose vuole liberamente «in quanto sono ordinate alla sua bontà come fine». Le vuole ordinate a Sé stesso, ma non per sua utilità, bensì per la utilità delle creature stesse. Dio è pienamente felice in Sé stesso e non ha bisogno di nessuna creatura. La sua bontà, perfettissima in Sé stessa, non aggiunge nulla alla sua perfezione colle opere «ad extra». Solo diffonde liberamente la sua bontà facendone partecipi le sue creature. Quindi non avendone necessità per Sé, non è costretto a crearle.

ALCUNE DIFFICOLTA’ - La prima potrebbe derivare dalla immutabilità di Dio. Come si concilia la libertà colla immutabilità?
Il dire che Dio vuole liberamente non significa che Dio vuole una cosa in un modo e successivamente cambia e non la vuole più. Di fronte a tante discussioni che hanno fatto i teologi su questo punto a noi sembra di doverci fermare a considerare specialmente il concetto di eternità. Dio non opera per successione, anche le cose create si succedono nel tempo. «Ab aeterno» Egli ha scelto ciò che vuole liberamente, e in eterno questa volontà resta immutata e immutabile. L’uomo di fronte a una decisione presa, ripensando meglio o per sopravvenute circostanze può credere opportuno cambiare scelta; Dio, invece, nella sua Sapienza infinita vede «ab aeterno tutte le cose con tutte le circostanze che le accompagnano. Quindi la sua scelta è sapientissima e non ha bisogno di successive modificazioni.

E LA PREGHIERA, non muta la volontà di Dio?
Con la stessa volontà, immobilmente permanente, Dio può volere che ora avvenga in un modo e successivamente in un altro: così pure se ha stabilito che una cosa avvenga purché sia posta una condizione, come ad esempio la preghiera, quella cosa avverrà solo se si avveri quella condizione. Dio sapeva se la preghiera sarebbe stata fatta o no, e quindi sapeva quale sarebbe stato l’avveramento della cosa.

La santità

La SANTITÀ è la immunità da ogni male morale e la conformità con la suprema regola dei costumi.
Nella Sacra Scrittura viene chiamata anche giustizia che è il complesso di tutte le virtù.
La nozione di santità non possiamo comprenderla in Dio, se non in forza di una profonda analogia. Infatti Dio è santità per Essenza e in Lui la santità non può né aumentare né diminuire, avendo una infinita santità, mentre le creature hanno una santità partecipata, che può aumentare, diminuire o anche perdersi.

TESI - Dio è infinita santità per essenza.
È almeno certo (Così Lessius, Scheeben, Pesch, Tanquery), anzi per gli altri Teologi è di fede essendo contenuto in molti passi della Scrittura.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Essa dichiara che Dio è immune da ogni male morale: «Dio è fedele, senza nessuna iniquità, giusto e retto» (Dt. 32, 4). Gli Angeli nel Cielo lo adorano: «Santo, Santo, Santo è il Signore» (Is. 4, 3 e la frase è adottata nella Liturgia. E nel Levitico il Signore comanda: «Siate santi, perché io sono santo» (11, 44). Questa frase, ripresa poi da S. Pietro (1, 1-15) ci conferma che la parola «Santo» non è usata per indicare la maestà di Dio, ma propriamente la santità, in quanto la propone come causa esemplare agli uomini.
Gesù ci invita a essere «perfetti come il Padre Celeste è perfetto» (Mt. 5, 48) vuole che chiediamo «Sia santificato il tuo Nome» (Mt. 6, 9) e nella preghiera della Cena (Gv. 17) chiama «Padre Santo» e gli chiede: «santificali nella verità».

B) - DALLA RAGIONE. La santità consiste nel congiungere l’affetto della volontà al bene e a confermare la volontà alla suprema norma dei costumi. Ora Dio ama Sé stesso infinitamente e la sua volontà è la stessa sua Essenza. La sua volontà è la norma suprema dei costumi. Mentre le creature si avvicinano sempre più alla santità quanto più si avvicinano a questa norma, - in Dio «la volontà è norma» - quindi possiede in modo assoluto e infinito la santità.

LE PERFEZIONI MORALI

La santità dell’uomo è costituita dalle varie sue virtù. In Dio, non si può parlare di virtù in senso proprio, perché la sua perfezione non è costituita dalla ripetizione di atti buoni come nell’uomo, essendo l’Atto puro.
Qui accenneremo ad alcune di queste perfezioni.

Bontà e amore

L’amore e la bontà di Dio, verso le creature non vanno considerati come una sensibilità, ma come effetto della volontà di Dio «che infonde, crea la bontà nelle cose». (S. Th. 2, 2 q. 81 a. 8).

TESI - Dio è di una bontà infinita verso le creature.

É DI FEDE

Il Conc. Vaticano I dà come ragione della creazione la bontà di Dio (D. B. 1783).

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Tutta la storia della Creazione, della Rivelazione, della Redenzione, sono un inno che canta l’amore di Dio verso la creatura. Il Genesi (1, 31), fino dalle prime pagine raccontando della Creazione dice: Dio «Vide tutte le cose che aveva fatte ed erano molto buone». Dunque tutte queste cose create, sono una partecipazione della bontà di Dio. Nella Sapienza (11, 25) è scritto: «Ami tutte le cose che esistono e non odi niente di ciò che hai fatto».
Gesù, ricorda la bontà di Dio: «che fa nascere il suo sole sopra i buoni e sopra i cattivi» (Mc. 10, 18). Altri innumerevoli punti sulla bontà di Dio si trovano quando si parla della sua Provvidenza. E S. Giovanni, l’Apostolo dell’amore, dopo aver definito «Dio è amore» (1, Gv. 4, 16),

dice «amiamo Dio, perché Egli per primo ha amato noi» (Ivi 4, 19). E ancora (Gv. 3, 16): «Dio ha così amato il mondo da dare il Suo Figlio Unigenito».

B) - FRA I PADRI dovremmo portare innumerevoli testimonianze. Ci fermiamo solo a una frase di S. Agostino, ripresa da S. Tomaso (C. Gent. 1, 40) «Nella sua bontà comprende tutte le bontà e così è il bene di ogni bene».

C) - DALLA RAGIONE. Dio è sommo bene; ma il bene tende a diffondersi perciò Dio creandoci ci ha fatto partecipi della sua bontà e del suo amore.

Misericordia

L’etimologia significa: cuore per il misero. Essa si manifesta come un effetto della bontà di Dio di fronte alla miseria e al peccato dell’uomo.

TESI - Dio è misericordia infinita.

É DI FEDE

per la dottrina chiara della Scrittura e della Tradizione, quantunque non sia definito.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Il Dt. (32, 6) fa il confronto fra una mamma che ha cura del figlio e Dio che pensa alla sua creatura e conclude: «Se essa anche se lo dimenticasse, io non mi dimenticherò di te». Quando Adamo ha peccato, Dio gli promette il Redentore (Gn. 3, 15 s.). Nei Salmi, ripetutamente si canta la misericordia dei Signore e si esalta la sua pazienza, clemenza, longanimità, ecc. «Presso il Signore la misericordia è abbondante, presso di Lui la Redenzione» (129). Il Salmo 125 conclude ogni versetto: «Poiché in eterno la sua misericordia».
Nel Vangelo alle parole di Gesù che non è venuto “a chiamare i giusti ma i peccatori a penitenza» si aggiungono le parabole così significative della pecorella, della dramma perduta e la misericordiosa accoglienza alla Samaritana (Gv. 4) alla Maddalena, (Lc. 7, 37 s.), a Zaccheo (Lc. 19, 20) al ladro in croce (Lc. 19, 20). S. Pietro (1, 1, 3) dice: «Dio che nella sua grande misericordia ci ha rigenerato», S. Paolo (2 Cor. 1, 3) chiama Dio «Padre delle misericordie e Dio di ogni consolazione» e ancora (Ef. 2, 4) «Dio che è ricco nella misericordia, per la sua stragrande carità; con cui ci ha amato».

B) - LA RAGIONE E LA CHIESA. Il bene che si diffonde da Dio non ha misura e perciò accoglie chi pentito, si rivolge a Lui.

La Chiesa, nella Liturgia dice «Dio alla cui misericordia non c’è misura, e che è tesoro di bontà infinita».

Giustizia

Nell’uomo la giustizia e la misericordia si elidono scambievolmente: invece in Dio l’una e l’altra sono la sua Essenza e perciò si fondono insieme in modo eminente.
S. Tomaso (S. Th. 1 q. 21, a. 3 ad 2) per rispondere alla difficoltà di come si concili la giustizia con la misericordia dice:
che Dio agisce non facendo contro la sua giustizia, ma operando qualche cosa al di sopra della giustizia: come se a uno cui si debbono cento denari se ne dessero duecento dei propri, non si agirebbe contro giustizia ma si opererebbe liberamente e misericordiosamente. E similmente se uno rimette l’offesa contro di lui. Chi rimette qualche cosa, in certo modo la dona.

TESI - Dio è infinitamente giusto.

É DI FEDE

La Tesi è contro Hermes che nega a Dio il diritto di dare pene vendicative.

SPIEGAZIONE - Giustizia, in senso stretto significa dare a ciascuno il suo. Con questo significato si chiama giustizia commutativa. E’ logico che la giustizia commutativa non è applicabile a Dio, poiché è Lui che dà tutto e non è debitore a nessuno. La giustizia che la Rivelazione attribuisce a Dio è la giustizia distributiva, che è quella con cui il capo di una comunità distribuisce uffici e doveri, premi e pene. In Dio c’è questa giustizia, sia nel dare una ricompensa, (giustizia rimunerativa), sia nel dare castighi (giustizia vendicativa).

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. «Giusto .sei Signore, e retto è il tuo giudizio» (Sal. 118, 137).
La vediamo esercitata in pratica nella condanna di Adamo e di Eva, di Caino, dell’umanità col diluvio, di Sodoma e Gomorra.
Gesù dice che Dio è giusto rimuneratore dei buoni e dei cattivi, che sanzionerà anche ciò che è stato fatto nel segreto (Mt. 5, 7). Nel giudizio «A ciascuno sarà reso secondo le sue opere» (Mt. 16, 27 e 25, 31-46).
La giustizia e la bontà di Dio non si contraddicono, tanto che Gesù prega: «Padre giusto” (Gv. 17, 25).
S. Paolo parla della «corona di giustizia che mi darà Dio giusto giudice» (2 Tim. 4, 8).

B) - DALLA RAGIONE. Dio essendo essenzialmente buono, ama il bene e odia il male; non può lasciare perciò il bene senza premio e il male senza castigo.

L’ONNIPOTENZA

POTENZA si può intendere in due modi: passiva e attiva:

1) - passiva, in quanto è capacità di ricevere da altri che agisce;

2) - attiva, in quanto è principio di agire o di produrre qualche effetto.
Quando si parla di potenza di Dio è logico che non si può intendere quella passiva che include imperfezione e perciò è contro l’atto puro, ma si intende quella attiva, che esiste in Dio in grado infinito, perché l’operare segue l’essere. «L’intelletto e la volontà in Dio, non sono come potenze, ma soltanto come azioni» (C. Gent. 2, 10).
Nel nostro modo di conoscere, la conoscenza e la volontà sono puramente immanenti. In Dio, la potenza è pure principio immanente ma un principio degli effetti che si trovano al di fuori di Dio. Quindi è un principio formalmente immanente e virtualmente transeunte (Cfr. 287).

TESI - Dio è onnipotente: infatti può fare tutto ciò che vuole.

É DI FEDE

dai vari Simboli: «Credo in Dio Padre onnipotente» e dal Conc. Vaticano I «uno è Dio, vero e vivo.., onnipotente» (D. B. 1782).

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Nel V. Testamento in 70 passi Dio è detto onnipotente, fino dal Genesi (17, 2): «Io, Dio onnipotente». «La sua potenza è eterna» (Dt. 4, 31). Ne sono conferma la creazione e tutti i miracoli che Dio opera. Gesù alla domanda di chi si salverà se è cosa difficile ai ricchi di entrare in paradiso, risponde: «Per gli uomini ciò è impossibile, ma a Dio tutto è possibile» (Mt. 19, 25 s.).
Nella sua agonia pure dice: «Padre, tutto ti è possibile» (Mc. 14, 36).

B) - DALLA TRADIZIONE

1) - I Padri insistono su questo concetto parlando della creazione. S. Teofilo pensa che il nome di Dio derivi dalla sua Onnipotenza (Ad Autol. 1, 4). S. Agostino (De symb.) «Dio è Dio per la potenza».

2) - La Liturgia ripete a ogni passo la parola “Dio onnipotente”. Basta leggere le Orazioni della Messa.

C) - DALLA RAGIONE. Quanto più un essere è in atto, tanto più ha la potenza attiva. Dio è infinito nell’atto e perciò ha una potenza infinita.

DIFFICOLTA’ - Se Dio può fare tutto ciò che vuole, può fare anche il male?
No, perché non può volerlo essendo bontà infinita.
A prima vista, questo non poter fare il male, sembrerebbe una limitazione alla potenza di Dio, ma se si riflette a fondo si vede ché la limitazione ci sarebbe invece nel poterlo fare. Infatti il male è il non essere del bene. Se Dio potesse fare il male, avrebbe limitato il suo Essere da questa mancanza di bene, Egli che è l’Essere sussistente. Perciò in Dio è possibile ciò che ha la ragione di essere.
Così come il male in senso assoluto, anche le cose contraddittorie, che sono piuttosto un non ente, Dio non può farle.
Per esempio: ripugna che una cosa sia e non sia nello stesso tempo e sotto gli stessi aspetti: ripugna che ciò che è stato fatto, non sia stato fatto; come se Tizio ha commesso un peccato, non può essere che non lo abbia commesso. La contraddizione ripugna all’Essere perfettissimo che è Dio e quindi non può farla non per limitazione sua, ma per imperfezione dell’oggetto. (Cfr. S. Th. I, q. 25 a. 3 e 4).

ALCUNE DIVISIONI - I teologi distinguono fra potenza ordinata e cioè quella che riguarda l’ordine che Dio ha scelto, e potenza assoluta cioè quella che riguarda l’ordine che avrebbe potuto scegliere.
Distinguono pure fra potenza ordinaria con cui governa solitamente le cose, e potenza straordinaria con cui interviene al di fuori dell’ordine solito come nei miracoli.

Denominazione della volontà di Dio

Sempre secondo il nostro modo di concepire, la volontà di Dio si divide:

I - VOLONTÀ DI BENEPLACITO E VOLONTÀ DI SEGNO. La prima è la volontà propriamente detta come esiste in Dio.
La seconda è solo un segno esterno della divina volontà, chiamato anch’esso volontà ma in senso metaforico. Gli autori la ricordano con cinque verbi: comanda o proibisce, permette, consiglia, adempie. La volontà di Dio in sé, si compie sempre quella significata è presentata alle creature, perché divenga la loro volontà.

II - VOLONTÀ NECESSARIA E VOLONTÀ LIBERA. La prima si riferisce all’Essere necessario: Dio; la seconda a ciò che attua liberamente nella creazione.

III - VOLONTÀ ANTECEDENTE E VOLONTÀ CONSEGUENTE. Si dice antecedente la volontà che si dirige a un oggetto considerato in sé, prescindendo dalle circostanze effettive; e conseguente la volontà di fronte all’oggetto con tutte le circostanze che l’accompagnano. Così Dio, per volontà antecedente, vuole salvi tutti gli uomini; per volontà conseguente vuole la salvezza di coloro che realmente si salvano.

IV - VOLONTÀ ASSOLUTA E VOLONTÀ CONDIZIONATA, a seconda che ci è posta o no qualche condizione. Così Dio di volontà assoluta conduce le creature non libere al proprio fine, come il sole che necessariamente serve al suo scopo, nel modo stabilito da Dio. La creatura libera la conduce al SUO fine purché liberamente cooperi alla sua azione.

V - VOLONTÀ EFFICACE O INEFFICACE a seconda se raggiunge o no il suo scopo. Con questo non si deve pensare che in Dio ci sia una velleità un desiderio che poi non viene ad effetto. La volontà di Dio che vuol salvi tutti gli uomini, dà ad essi le grazie sufficienti perché possano raggiungere il loro fine. Soltanto la mancanza di rispondenza a queste grazie, fa sì che non raggiungano il loro scopo e la volontà resti inefficace.
Da quanto detto si deduce che:
la volontà di Dio assoluta e conseguente, a differenza di quella antecedente e condizionata, è immancabilmente efficace, ossia sempre si adempie.

É DOTTRINA ASSAI COMUNE

Isaia (4, 10) dice: «Il mio disegno starà e ogni mia volontà sarà fatta».

LA PROVVIDENZA E LA PREDESTINAZIONE
Sono due operazioni che procedono dall’intelletto e dalla volontà. Ne trattiamo insieme perché la Predestinazione non è altro che la Provvidenza riguardo al fine ultimo dell’uomo.

Errori

Negarono la Provvidenza:
GLI ANTICHI PAGANI, fra cui Cicerone, dicevano che il loro Dio non si occupa delle cose sotto la luna: «Tupiter sublunana non curat».

I MATERIALISTI per cui tutte le cose avvengono per caso o secondo le leggi della natura.

GLI STOICI che pur ammettendo una Provvidenza generale, non la attribuiscono ai singoli casi.

I PESSIMISTI, come Schopeneauer e Hartmann, secondo i quali il mondo come esiste è assolutamente malvagio e va avanti per una forza inconsapevole.

I DEISTI E RAZIONALISTI per i quali il mondo va avanti per le leggi della natura senza nessun intervento di Dio.

LA PROVVIDENZA

Invece la Provvidenza di Dio ha cura di tutte le cose sia nell’ordine naturale come nell’ordine soprannaturale, conservandole e dirigendole tutte al proprio fine, colla sua Sapienza Bontà e Giustizia infinita, per cui contro questi errori, enunciamo la seguente:

TESI - Dio ha cura e provvidenza di tutte quante le cose e le dirige tutte al loro fine.

É DI FEDE

dal Conc. Vaticano I (D. B. 1784) che usa una stessa frase del Libro della Sapienza (8, 1): «Tutte le cose che Dio ha creato le custodisce e le governa toccando da una estremità all’altra con potenza e disponendo tutto con soavità».

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Ancora la Sapienza (14, 3):
«... e la tua Provvidenza, o Padre, governa». «Non c’è altro Dio che tu, che ha cura di tutte le cose» (12, 13).
Nell’Ecclesiaste c’è un forte rimprovero e minaccia per chi non crede nella Provvidenza:
«Non dire di fronte all’Angelo:
non c’è Provvidenza, affinché forse adirato, Dio... non distrugga tutte le opere delle tue mani».

1 - Meravigliosa la pagina del Vangelo in cui Gesù parla della Provvidenza: «Non angustiatevi per la vostra vita di quello che mangerete, né per il vostro corpo di quello che vestirete... guardate gli uccelli del cielo; non seminano, non mietono, non raccolgono nei granai, eppure il Padre vostro Celeste li nutre. E voi non valete più di essi?... E perché darvi tanta pena per il vestito? - Considerate come crescono i gigli del campo: essi non lavorano e non filano. Tuttavia vi dico che neppure Salomone in tutto il suo splendore, fu mai vestito come uno di essi. Se dunque Dio riveste così l’erba del campo che oggi è e domani viene buttata nel forno, quanto a maggior ragione vestirà voi, o uomini di poca fede? Non preoccupatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo o di che cosa ci vestiremo. Di tutto questo si preoccupano i gentili; ma il Padre vostro Celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose. Voi dunque cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia, tutto il resto vi sarà dato per giunta. Non preoccupatevi dunque del domani». (Mt. 6, 25 s.) Con queste parole Gesù afferma chiaramente la cura e Provvidenza amorosa di Dio anche per le cose materiali e a maggior ragione per l’uomo (Una riprova di queste parole di Gesù noi la riscontriamo in tanti fatti meravigliosi. Basta considerare la vita di tanti Santi o il miracolo della provvidenza che è il Cottolengo a Torino, dove migliaia di infelici hanno ogni giorno quanto loro Occorre, senza nessun fondo di capitale ma solo dalla carità. Dio può provare la nostra fiducia anche con delle privazioni, ma la sua Provvidenza, non verrà mai meno).

2 - Ma se Gesù ha insistito nella Fede nella Provvidenza per la necessità ordinaria della vita fa vedere quanto ancora di più assiste i suoi figli per la vita soprannaturale (L’aiuto che Dio dà alle anime si studia espressamente nel trattato della grazia, ma ci è sembrato opportuno dare qui questo accenno) in modo che non temano quello che vorranno gli uomini: «Non temete quelli che uccidono il corpo ma non possono uccidere l’anima:
temete piuttosto chi può far perdere nella Geenna e anima e corpo. Forse che due passeri non si vendono per un asse?
(piccola moneta). Eppure uno solo di essi non cade a terra senza il permesso del Padre vostro. Anche i capelli del vostro capo son tutti contati. Non temete, dunque, voi valete ben più che molti passeri» (Mt. 10, 28 s.). «gettando in Lui ogni vostra sollecitudine, perché Egli ha cura di voi», dice S. Pietro (1, 5, 7).

3 - La Provvidenza di Dio si estende anche agli atti liberi e agli avvenimenti, perché tutto contribuisca a dirigere l’uomo verso il suo fine. «Il cuore dell’uomo dispone la sua vita, ma è del Signore dirigere i suoi passi» (Prov. 16, 9). «Per me i re regnano e i legislatori decretano il giusto» (ivi 8, 15).

B) - DALLA TRADIZIONE. E’ «manifesta la divina Provvidenza da tutte le cose che si vedono» (S. Clemente Alessandrino, Strom. 5, 1); «tutte le cose godono della sua Provvidenza» (S. Giov. Crisos torno, Contra Anomeos 12, 4).

C) - DALLA RAGIONE. Ogni agente agisce per un fine, e chi vuole il fine vuole anche i mezzi per raggiungerlo. Dio ha creato ogni cosa per Sé, dunque vuole e dà i mezzi perché ogni creatura raggiunga il suo fine.

IL FINE DELLE COSE CREATE - Dio è il principio e il fine di ogni cosa. In principio, quando ha creato, esisteva Lui solo, era assurdo che creasse per gli altri che non esistevano. Anche le creature del mondo che servono all’uomo, hanno l’uomo come fine secondario, perché questi deve servirsi delle cose per raggiungere Dio. Essendo Dio Creatore e Signore di ogni cosa, era doveroso che tutto fosse diretto a Lui e alla sua gloria. Però con questo non si deve credere che Dio avesse bisogno di questa gloria e che altrimenti gli fosse mancato qualche cosa. Non sarebbe stato più Dio se avesse avuto questa necessità. Perciò il fine che ebbe nel creare fu, come dice S. Tomaso (S. Th. 1 q. 44 a. 4) «il desiderio di comunicare agli altri la propria bontà, per manifestare la sua perfezione e non per acquistare qualche cosa».
Da questa gloria di Dio ne deriva la felicità dell’uomo, che viene così a coincidere col suo fine. Se l’uomo liberamente non lo vuole raggiungere, non per questo viene frustato il fine di Dio: la sua gloria, che per la cattiva volontà dell’uomo non fu raggiunta per le vie della sua bontà e misericordia, sarà raggiunta attraverso la giustizia. La Provvidenza di Dio, come abbiamo veduto, si estende fino alle più piccole cose. Tuttavia, nell’ordine della esecuzione, Dio «governa le cose inferiori per mezzo delle superiori, non per difetto della sua potenza, ma per l’abbondanza della sua bontà cosicché comunichi anche alle creature la dignità della causalità» (S. Th. 1 q. 22 a. 3).

Il problema del male

IL MALE É ASSENZA DEL BENE. Una cosa è essenzialmente male quando è contro Dio, che è il bene per essenza. Gli altri mali, che affliggono la creatura, in quanto sono contro qualche ordine particolare che a lei si riferisce, ma non vanno contro Dio, non sono essenzialmente male, ma solo relativamente, anzi essenzialmente, messi in relazione al fine ultimo, possono essere un bene.

I MALI FISICI - Data questa chiarificazione si capisce meglio quale posto occupi nell’ordine della Provvidenza il male fisico, il dolore. Una malattia, una disgrazia, una morte in quel dato tempo, pur essendo un male relativamente alla vita terrena dell’uomo, nelle mani della Provvidenza diventano un mezzo perché l’uomo meriti, si avvicini a Dio, raggiunga il suo fine ultimo, cioè il suo vero Bene che non avrebbe raggiunto, (quindi avrebbe avuto il massimo male) se non fosse venuta quella malattia, o la morte fosse giunta più tardi quando non fosse stato più in grazia di Dio.
Dice S. Tomaso (S. Th. q. 22 a. 2 ad. 2) che «mancherebbero molti beni all’universo se fossero impediti tutti i mali. Infatti non ci sarebbe la vita del leone se non ci fosse l’uccisione di animali (che mangia); né ci sarebbe la pazienza dei martiri se non ci fosse la persecuzione dei tiranni». Dio perciò nella sua Provvidenza permette dei difetti particolari, perché non sia impedito il bene universale.
Ciò non vuol dire che noi possiamo conoscere la ragione per cui Dio permette questi singoli mali. Di alcuni sappiamo qualche cosa: di altri ci sarà svelato il segreto delle vie meravigliose della Provvidenza, quando saremo nell’altra vita. Allora ammireremo con gioia l’armonia, la bellezza, la bontà di questo ordine meraviglioso. Per esempio non conosciamo l’utilità di alcuni insetti. In questi ultimi anni fummo liberati, colla scoperta di potenti insetticidi, dalla noia delle mosche e delle zanzare. Ebbene: in alcuni luoghi è avvenuta una devastazione in alcune culture, come ad esempio nell’olivo, perché alcune specie degli insetti distrutti mancarono per distruggere a loro volta altri piccoli organismi, operatori di quelle rovine.
Questo problema del dolore e del male si comprende meglio alla luce del peccato originale. I mali fisici sono una conseguenza di questo peccato, la cui responsabilità l’hanno i nostri progenitori e non Dio. La bontà dì Dio ci ha dato modo, attraverso questi mali, di soddisfare, di meritare, di esercitare la virtù e di distaccarsi dalle cose della terra, perché ci indirizziamo meglio alla patria per la quale siamo stati creati.

I MALI MORALI. Dio non vuole il male morale, ma solo lo permette. Anche questa permissione è un atto sapientissimo in quanto Dio, pur volendo solo il bene, non priva la creatura della sua libertà, ciò che accadrebbe se impedisse il male. Inoltre Dio non potrebbe nemmeno permettere il male, se da questo Egli non potesse ricavarci un bene. Perciò anche da ogni male permesso, Dio sa ritrarci una maggiore glorificazione. Anche qui il nostro occhio è tanto debole, ma un giorno potremo vedere l’infinita Sapienza di Dio. Anche quaggiù qualche volta vediamo il bene che Dio sa ricavare dai mali:
l’esaltazione della sua misericordia, la penitenza, l’umiltà, il fervore nella virtù del peccatore che vuoi riparare. La Chiesa stessa canta nella sua Liturgia del Sabato Santo il dono infinito che Dio ha fatto agli uomini, mandando il Redentore a riparare il peccato “
O felice colpa che meritò di avere tale e sì grande Redentore.

IL MALE AI BUONI E IL BENE AI CATTIVI. Una difficoltà che si sente presentare tante volte è quella che nel mondo, ai buoni va peggio che ai cattivi. Prima di tutto tanto gli uni che gli altri ricevono il male ed il bene. Poi gli stessi mali, sopportati con pazienza dai buoni, restano meno pesanti, perché sofferti per amor di Dio e sostenuti dalla fede e dalla grazia. Per esempio, alla morte di una persona cara, il fedele ha conforto nel pensiero del Cielo, mentre l’incredulo vede solo il buio. Molte volte i beni terreni dell’empio sono molto brevi. Dice il Salmo 36: «Vidi l’empio insuperbito che si espandeva come un cedro frondoso; passai e non c’era più».
Questa fine verrà almeno con la morte e, che cos’è una vita intera di fronte all’eternità? Meno che un soffio.
Ma poi quando realmente i buoni hanno più afflizioni dei cattivi, anche in questo vediamo brillare la perfezione della divina Giustizia. Infatti non solo essi devono seguire Gesù con la croce e non debbono attaccare il cuore ai beni della terra, che sono solo dei mezzi per raggiungere il Bene infinito, ma se un buono ha commesso in vita sua pur un solo peccato mortale, sono nulla tutte le pene della sua vita in cambio di quello che avrebbe dovuto espiare in eterno per l’inferno che si era meritato. E poi, per quanto uno sia buono, ha commesso almeno qualche peccato veniale, ed è grande dono di Dio che lo possa espiare in questa vita, dove all’espiazione si aggiunge il merito, ciò che non avviene nell’altra vita. Così pure non c’è nessun cattivo che non abbia compiuto nella sua vita qualche opera buona. Sarà stato un bicchiere d’acqua dato ad un povero, sarà stato un atto di misericordia. Nell’altra vita non potrà averne ricompensa, e Dio infinitamente Giusto, Io paga in questa.

LA PREDESTINAZIONE

Ed eccoci al più grave problema che i Teologi cercano di approfondire per dare alla mente umana un po’ di luce, per quanto è possibile quaggiù. Fin da principio non dimentichiamo però che è un grande mistero, e pur nello sforzo della indagine, studiamo con grande umiltà per sapere quello che Dio ha detto e ciò che la Chiesa ci propone a credere intorno ad esso.

DEFINIZIONE: PREDESTINAZIONE etimologicamente significa ordinamento antecedente a qualche fine. S. Agostino la definisce:
«Prescienza e preparazione dei benefici di Dio coi quali certissimamente sono liberati coloro che sono liberati» (De dono perseverantiae 14, 35).
S. Tomaso (S. Th. 1, q. 23 a. 1) la dice:
«Ragione della trasmissione della creatura razionale al fine della vita eterna».
Con parole più facili potremmo dire che è
«il disegno concepito da Dio per condurre la creatura razionale alla vita eterna».
Dalle definizioni date risulta che la Predestinazione comprende un atto dell’intelletto, col quale Dio dispone e ordina la salvezza di coloro che saranno salvati e un atto della volontà col quale vuole salvarli (Oltre che della Predestinazione in senso completo, i Teologi parlano pure di Predestinazione alla Fede, alla Grazia (o giustificazione), alla Gloria, in quanto anche la Fede e la prima Grazia, come la Grazia della Perseveranza finale sono dati per sol dono di Dio, senza un diritto da parte dell’uomo).
Parlando della Predestinazione siamo nella linea della Provvidenza, ma bisogna notare alcune differenze. La Provvidenza si riferisce all’ordinamento di tutte le creature, mentre la Predestinazione si riferisce solo a quelle razionali. La prima dice ordine al fine e al suo conseguimento, ma i mezzi che ad esso dispone ed ordina riguardano la volontà condizionata ed antecedente, mentre la seconda include assolutamente il conseguimento con la volontà assoluta e conseguente. Per questo la Provvidenza riguarda i buoni e i cattivi, mentre la Predestinazione è solo per i soli eletti alla vita eterna. Infatti il suo opposto, la RIPROVAZIONE, non è nello stesso ordine della Predestinazione per cui Dio voglia senz’altro la dannazione di alcuni, come vuole la salvezza degli altri. Dio vuole veramente la salvezza di tutti gli uomini, e, se alcuni ne condanna, questo avviene perché ha preveduto i loro demeriti. Di qui la RIPROVAZIONE 5 definisce:
l’atto della mente divina col quale Dio prevede e permette che alcuni saranno cattivi e come tali decreta di escluderli dalla gloria eterna.

Gli errori

PREDESTINAZIONISTI - Questa parola, che in particolare viene applicata ai primi due che mettiamo qui sotto, più o meno si può applicare a tutti coloro che vengono elencati. Il PREDESTINAZIONISMO infatti è l’eresia che attribuisce tanto la salvezza degli eletti, che la condanna dei reprobi unicamente ad un decreto eterno e incondizionato di Dio escludendo la libera cooperazione dell’uomo.

1) - LUCIDO, prete della Gallia, fu il primo a propugnare questo errore; diceva che «Cristo Signore e Salvatore non è morto per la salvezza di tutti... e la prescienza di Dio spinge l’uomo violentemente verso la morte e chiunque si perde, si perde per volontà di Dio». Questa dottrina fu condannata dal Concilio di Arles (474).

2) - GODESCALCO, oblato di Fulda, ripete lo stesso errore, aggiungendo che Dio non intende salvare quei peccatori per i quali suo Figlio «né si incarnò, né pregò, né sparse il suo sangue, né in alcun modo fu crocefisso, poiché previde la loro pessima condotta, e giustamente prestabilì di condannarli agli eterni tormenti».
Probabilmente asserì pure che le «azioni dei reprobi sono peccati”.
Fu condannato dal Concilio di Magonza (848) e di Quierzy (849).

3) - WICLEFF e HUSS. Secondo costoro i reprobi (presciti, cioè conosciuti avanti, come li chiamano loro) non sono mai stati membri della Chiesa, che sarebbe la società invisibile dei predestinati alla gloria. Wicleff ne deduceva che la preghiera del reprobo non ha mai valore davanti a Dio; Huss, che non potrà mai perdersi chi per una volta ha appartenuto alla Chiesa. Furono condannati dal Concilio di Costanza (14 14-18).

4) - LUTERO. Nella riforma protestante le dottrine di Wicleff e Huss vengono accentuate. Lutero dice che l’uomo avrebbe torto se volesse ribellarsi contro la riprovazione eterna (Cfr. CRISAR, Lutero, Torino, 1934 p. 65 s.)
«È per i suoi eletti. che Cristo ha bevuto il calice dell’amarezza, non per tutti gli uomini». A lui si ricollega ZUINGLI0.

5) - CALVINO spinse alle conseguenze estreme i principi luterani. Secondo lui Dio fa tutto in tutte le cose e muove anche al peccato: «Gli uomini, - egli dice (Instit. III, 21) - non vengono creati a pari condizioni, ma alcuni vengono preordinati alla vita eterna, altri alla dannazione eterna». Alcuni suoi seguaci reagirono alla crudezza della dottrina e cercarono di mitigarla. Fra questi Anninio di Amsterdam (+ 1609) che insegnò una cooperazione fra la Grazia e la libertà umana; altri, detti «infralapsari» (dopo la colpa sostennero che la riprovazione procede dalla previsione del peccato originale a differenza degli «antelapsari» che la ritenevano precedente a qualunque previsione.

6) - GIANSENI0 vescovo di Ypres, sviluppando i principi di Baio per cui «l’uomo necessariamente pecca», pure ammettendo che prima della previsione della caduta Dio vuole sinceramente la salvezza di tutti, dice che dopo la previsione della caduta non vuole sinceramente e veramente se non la salvezza degli eletti, perciò Cristo è morto solo per gli eletti. Conseguentemente negò la grazia sufficiente data da Dio a tutti: ogni Grazia è efficace e pertanto invincibile e viene data solo ai predestinati.
Contro questi errori enunziamo le seguenti:

TESI I - Esiste la predestinazione sia alla grazia che alla gloria.

É DI FEDE DIVINA

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. S. Roberto Bellarmino (De dono perseverantiae, 14), con i Tornisti, riassume in tre punti ciò che dice la Scrittura intorno alla Predestinazione:

1) Dio ha eletto certi uomini.
«Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti» (Mt. 20, 16). Senza fermarci alla difficile interpretazione di questo testo riguardo al numero, che alcuni esegeti restringono al popolo ebreo, ne risulta però chiaro che ci sono degli «eletti»: «Non temete, o piccolo gregge, perché è piaciuto al Padre vostro di dare a voi il Regno» (Lc. 12, 32). Questi due testi ci fanno vedere la scelta e la chiamata di Dio, almeno alla vita della grazia. In S. Matteo (24, 31) vi è un altro testo in cui certamente si parla degli eletti alla gloria: «Manderà i suoi Angeli... a chiamare gli eletti».

2) Dio li ha eletti efficacemente, affinché raggiungano infallibilmente la vita eterna.
«
Si leveranno falsi cristi e falsi profeti che faranno grandi prodigi e portenti, sì da indurre in errore, se fosse possibile, anche gli eletti» (Mt. 24, 24). «La volontà di Colui che mi ha mandato, cioè del Padre, è questa, che di quanto Egli ha dato a me, io niente perda, ma lo risusciti nell’ultimo giorno» (Gv. 6, 39 e cfr. 10, 28). Alla fine della sua vita terrena Gesù affermò: «Questi che tu mi hai dato io li ho custoditi e nessuno di loro è perito, tranne il figlio di perdizione» (Gv. 17, 12). Tutte queste frasi ci attestano come non ostante tutte le prove e le difficoltà gli eletti raggiungeranno la vita eterna.

3) Dio ha scelto gli eletti in una maniera del tutto gratuita.
Già sopra abbiamo visto che S. Luca (12, 32) dice che «è piaciuto al Padre» di dare il Regno. Gesù nell’invito agli eletti nell’ultimo giorno dirà: «Venite, benedetti dal Padre mio, possedete il Regno a voi preparato fino dalla origine del mondo» (Mt. 25, 34). Anche se Gesù aggiunge nei versetti seguenti che darà il Regno per le buone opere eseguite in vita, pure ha detto che era preparato in modo determinato per loro fino dalla creazione del mondo.
Questo concetto lo troviamo descritto in S. Paolo (Rom. 8, 29-30) «Coloro che ha preconosciuto e predestinato ad essere conformi all’immagine del Figlio suo... costoro ha anche chiamato; e questi che ha chiamato ha anche giustificato e questi che ha giustificato questi ha anche glorificato». Qui l’Apostolo si indirizza a tutti i cristiani e non si sogna di distinguerli in due categorie: eletti e reprobi (M. G. LAGRANGE, Epitre aux Romains, Paris, 1916. Dello stesso pensiero sono CORNELY, PRAT, PARENTE, e altri). Egli descrive il disegno divino per la parte di Dio, prescindendo da quella che sarà la cooperazione dell’uomo, che tacitamente suppone. Quando questa ci sia, il disegno si avvererà immancabilmente ma non perché lo voglia l’uomo, ma per la bontà di Dio. È da notare la gradazione dei verbi che esprimono la via della salvezza: la prescienza di Dio, la volontà che predestina, la chiamata, la santificazione, la glorificazione.
Anche nella lettera agli Efesini (1, 4-5) dice: «Come ci elesse in Lui, prima della creazione del mondo, perché fossimo santi e immacolati nell’amore. Che ci predestinò nella adozione di figli per Gesù Cristo in Lui, secondo il proposito della sua volontà». È questo proposito o disegno della sua volontà che fa sì che siamo santi.

B) - DALLA TRADIZIONE.

1) Nei primi secoli, prima del sorgere delle eresie contro la Predestinazione, i PADRI non hanno occasione di parlarne direttamente. Il pensiero di S. Agostino possiamo vederlo nella definizione riportata poco sopra «certissimamente sono liberati tutti quelli che sono liberati». Con queste parole ci dice l’efficacia e la gratuità con cui Dio ha eletto i buoni. Insiste in questo pensiero nel «De gratia et libero arbitrio» (6,15) «Se i tuoi meriti sono doni di Dio, Dio non corona i tuoi meriti in quanto meriti tuoi, ma in quanto doni suoi».
S. Fulgenzio (ad Monimum 1, 7) dice che quelli che Dio ha predestinato alla gloria, li ha predestinati alla giustizia, mentre i reprobi non li ha predestinati alla colpa.

2) LA CHIESA. I documenti che abbiamo citato parlando degli errori, la Chiesa li ha confermati nel Conc. di Trento, contro il Luteranesimo (D. B. 805, 825, 826, 827), e nella condanna delle proposizioni di Baio e Giansenio (D. B. 1027, 1066, 1067, 1021). La salvezza ha inizio nella grazia preveniente:
è Dio che per primo si volge verso il peccatore. La predestinazione alla gloria non è causata dalla previsione dei meriti. La perseveranza finale, cioè la buona morte, è un dono e la predestinazione è gratuita, ossia anteriore alla previsione dei meriti (Cfr. D. B. 176-200).

La volontà salvifica di Dio

TESI II - Dio vuole salvi tutti gli uomini con volontà vera e sincera anche dopo la previsione del peccato originale e non condanna nessuno all’inferno prima della previsione dei demeriti.

È DI FEDE

la volontà salvifica di Dio riguardo a tutti i fedeli.
E prossima alla fede riguardo agli infedeli adulti.
E dottrina comune riguardo ai bambini che muoiono senza Battesimo.
Osserviamo che queste tre note teologiche, se hanno una gradazione differente riguardo alla censura cui va incontro chi le nega in quanto la Chiesa finora vi si è pronunziata più o meno esplicitamente, pure tutte e tre danno la certezza di quello che è l’insegnamento cattolico.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Dio, anche dopo il peccato di Adamo, vuole la salvezza dell’uomo, tanto che promette il Redentore. Ripetutamente anche nell’Antico Testamento, è manifestata la misericordia del Signore: «Non odii niente di coloro che tu hai fatto... Perdoni a tutti, perché sono cose tue, o Signore, che ami le anime» (Sap. 12, 19). “Non voglio la morte dell’empio, ma che si converta dalla sua via e viva» (Ez. 23, 11).
E nel Nuovo Testamento troviamo: Il Signore «agisce pazientemente per voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti tornino a penitenza» (2 Pt. 3, 9). «Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt. 9, 13). Tutti questi passi ci mostrano la volontà vera di Dio, che vuole salvi tutti gli uomini.
In particolare troviamo questa volontà di salvezza, espressa per I FEDELI: «La volontà di Colui che mi ha mandato, cioè del Padre, è questa, che di quanto ha dato a me io niente perda, ma lo risusciti nell’ultimo giorno» (Gv. 6, 39-40). E S. Paolo dice che Dio è «Salvatore di tutti, massimamente dei fedeli» (1 Tim. 4, 6).

Per gli INFEDELI in particolare, oltre i passi generali, troviamo in S. Paolo (1 Tim. 2, 1-6) che dopo aver invitato a pregare per tutti gli uomini, per i re (che ancora erano pagani), per le autorità, dice che ciò è accetto a Dio nostro Salvatore «che vuole che tutti gli uomini siano fatti salvi e giungano alla cognizione della verità». Dunque Dio vuol salvare anche quelli che sono nell’errore, e ne porta la ragione: «Poiché uno solo è Dio, uno solo è il Mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù che ha dato sé stesso in redenzione per tutti» (ivi).

La II parte della tesi e cioè CHE NON CONDANNA NESSUNO ALL’INFERNO PRIMA DELLA PREVISIONE DEI DEMERITI, provata dalle parole che Gesù pronuncerà nell’ultimo giudizio: «Allontanatevi da me, maledetti, nel fuoco eterno.., perché ebbi fame e non mi deste da mangiare ecc.». (Mt. 25, 41 s.). L’unica ragione che ne porta, è appunto per queste colpe. Non dice, come agli eletti, «vi fu preparato fino dal principio del mondo”, ma solo «che era stato preparato per Satana e i suoi compagni». Anch’essi dovranno andarvi e soltanto a causa delle loro colpe.

B) - DALLA TRADIZIONE. La proposizione di Giansenio «è semipelagiano dire che Cristo è morto assolutamente per tutti gli uomini» è stata condannata come eretica (D. B. 1096).
L’uomo, dopo il peccato originale rimane libero, e sotto l’influsso della grazia coopera liberamente a ciò che Dio vuole (D. B. 793, 806). Dio vuole che tutti gli uomini si salvino, anche se permette che alcuni si perdano (D. B. 318).
Il Conc. di Trento (D. B. 904) riporta alla lettera la frase di S. Agostino: (De natura et gratia 43, 50) «Dio non comanda mai l’impossibile, ma comandando ci ammonisce di fare ciò che possiamo e di domandargli ciò che non possiamo e ci dà la grazia affinché possiamo». Dunque Dio dà a tutti gli uomini le grazie per salvarsi, e quelli che non si salvano debbono attribuirlo solo alla loro mala volontà.

I vari sistemi

Per chiarezza cominciamo col dare alcuni punti sulla DOTTRINA CERTA DELLA CHIESA:

1) La predestinazione alla prima grazia è fatta prima della previsione di qualsiasi merito. Essa è gratuita.

2) La predestinazione all’ultima grazia non si ha per merito di diritto (de condigno, dicono i teologi); c’è controversia se si abbia per merito di convenienza (de congruo).

3) La predestinazione completa cioè alla prima grazia e alla gloria è pure prima della previsione dei meriti.

4) La predestinazione da parte di Dio, è assolutamente certa e immutabile.

5) Non altrettanto certa invece, è per l’uomo, a meno che non abbia una particolare rivelazione in merito.

6) La predestinazione non dispensa l’uomo dall’operare il bene, ma gli lascia interamente la libertà. La riprovazione positiva, e cioè il decreto eterno di condanna alla pena eterna,

non avviene se non dopo e per ragione della previsione dei demeriti.

7) La predestinazione degli eletti e la riprovazione dei cattivi sono un mistero profondissimo e imperscrutabile che però manifesta la bontà e la giustizia infinita di Dio.
Dati questi punti sicuri, dove nasce la controversia fra i Teologi cattolici? - Tutti sono d’accordo che nell’ordine della esecuzione la gloria viene conferita per i meriti. Ma come si concilia la volontà salvifica di Dio con la predestinazione? Perchè Dio ha eletto Pietro e condannato Giuda? E lo sforzo umano che rende efficace la Grazia di Dio, o è, invece, l’efficacia intrinseca della Grazia che suscita lo sforzo umano? - In altre parole, Dio «ab aeterno» ha decretato di dare la gloria agli eletti dopo aver previsto i loro meriti soprannaturali, o indipendentemente da questi?
A ciò rispondono in senso diverso due differenti sistemi:
I Molinisti fondano la predestinazione sopra la scienza media e i Tornisti sopra i decreti predeterminanti ma non necessitanti.

A) - I MOLINISTI - Il Molina tratta del problema molto diffusamente nel libro «Concordia», ma non è chiaro, tanto è vero che i suoi seguaci, lo interpretano in modo differente:

1) - CONGRUISMO. Suarez, Bellarmino, ecc., mettono la predestinazione avanti di ogni prescienza dei futuri e dei futuri- bili: Dio prima di ogni cosa vuole alcuni salvati assolutamente, ed altri non eleggerli alla gloria (riprovazione negativa) e conseguentemente trova nella sua scienza media gli aiuti efficaci per gli eletti e inefficaci per i non eletti. Gli aiuti efficaci li dicono grazie congrue e perciò sono chiamati congruisti.

2 - MOLINISMO PURO, con Vasquez e Lessio, e ai nostri tempi il Pesch, tengono all’opposto, che la Predestinazione cioè, e la riprovazione avviene dopo la previsione dei meriti o dei demeriti futuri. Anche se la Predestinazione alla prima Grazia è gratuita, non lo è quella alla sola Gloria, la quale segue i meriti.

3 - MOLINISMO MITIGATO seguito ai nostri tempi da insigni Teologi quali Billot e Van der Meersch ammette la predestinazione prima della previsione dei meriti (e in ciò concorda coi Tornisti) in quanto il decreto di elezione precede la prescienza di tutti i futuribili e Dio nella sua scienza media nella quale gli sono presenti infiniti ordini, vuole quello in cui quegli uomini, piuttosto che altri, sa che saranno salvati. La ragione di questa preelezione è il gratuito amore con cui la divina Bontà liberissimamente sceglie coloro che vuoi liberare.
Contro Vasquez stabiliscono la gratuita elezione di alcuni alla gloria, contro i Congruisti non ammettono l’antecedente riprovazione negativa dei cattivi.

B) - I TOMISTI. Anche questi possiamo dividerli in due sentenze:
1 - TOMISMO RIGIDO con Banez e Billuart, intendendo di interpretare S. Agostino e S. Tomaso tengono che la Predestinazione alla gloria è completamente gratuita e perciò avviene prima della previsione dei meriti e così pure la riprovazione negativa (non elezione) avviene prima della previsione dei demeriti, mentre la riprovazione positiva o decreto di condanna, avviene dopo previsti i demeriti. In questo concordano coi Congruisti. Però mentre questi ritengono la predestinazione fondata sulla scienza media, i Tomisti, più antichi, cogli Agostiniani, i Salmaticesi e gli Scotisti, ritengono che essa è fondati sui decreti divini determinanti, ma non necessitanti.

2 - TOMISMO MITIGATO. seguito dai più recenti, come Satolli, Pecci, Lottini per il quale la Predestinazione non è nè prima nè dopo previsti i meriti, ma tutta insieme come un atto unico e indivisibile, che la riprovazione è negativa e che i meriti si acquistano sotto l’influsso della grazia intrinsecamente efficace. Così pure sono Tornisti mitigati altri che pur seguendo il Tomismo rigido, differiscono da questo in quanto, invece di ammettere una predestinazione fisica, ammettono una premozione fisica o morale, ossia un influsso della grazia che spinge efficacemente ad operare il bene.

Conclusione

Fra le varie sentenze, ciascuno può seguire quella che preferisce non essendosi pronunciata la Chiesa in favore di una piuttosto che di un’altra.
A noi in particolare piace il Tomismo mitigato, in quanto ci sembra che spieghi meglio la Grazia di Dio, che suscita lo sforzo umano. In Dio non c’è un prima e un poi. Questo è solo nella nostra ragione. Ogni bene viene da Dio, e, dandolo all’uomo vede come vi, corrisponderà. Colla sua Grazia, vede tutti

insieme i meriti o i demeriti, ed è certo che rende a tutti possibile l’osservanza dei suoi comandamenti. In questa visione completa Egli stabilisce i suoi eterni decreti.
Adoriamo dunque con umiltà i disegni imperscrutabili di Dio, nella certezza della sua infinita bontà e giustizia.
La nostra salvezza è nelle sue mani, ma la sua condanna verrà solo se avrà visto la nostra incorrispondenza. Egli, se faremo quanto sta in noi non mancherà della sua grazia. Adoperiamoci perciò, - concludiamo con l’Apostolo - affinchè «per mezzo delle buone opere facciamo certa la nostra vocazione ed elezione» (2 Pt. 1, 10).

Quanti i predestinati

Una ansiosa ricerca umana, ci porterebbe a questa domanda. La Chiesa nella sua Liturgia prega: «O Dio, cui solo è noto il numero degli eletti da collocare nella suprema felicità»; ciò nonostante i Teologi cercano di indagare. Quantunque S. Tomaso (De ventate q. 6 ad 3) tenga che «siano meno coloro che si salvano dei reprobi», e come lui comunemente giudicano i Teologi riguardo a tutto il genere umano, pure si pensa comunemente che fra i cattolici, sia maggiore il numero degli eletti, per la sovrabbondanza degli aiuti della grazia, che la Misericordia di Dio ha messo a loro disposizione.
Per i Protestanti e gli Scismatici, alcuni tengono che sia maggiore il numero dei reprobi, quantunque una sentenza più probabile giudichi l’opposto, in quanto molti sono in buona fede, molti muoiono bambini dopo il Battesimo, e, fra gli Scismatici c’è anche la Confessione.
Più difficile la cosa si fa tra i Giudei e i Maomettani, che pure, credono in un solo Dio rimuneratore, e più ancora fra i Pagani ai quali però Dio dà le grazie perchè si possano salvare.
Questo pensiero di tanti uomini nel pericolo di perdizione, deve accendere nel nostro animo uno spirito missionario infuocato, pensando che la loro salvezza può dipendere dalle nostre preghiere, opere buone e dal nostro apostolato.
D’altra parte vorremmo aprire il nostro cuore ad una immensa fiducia per un maggior numero di eletti che di reprobi, pensando che Dio «alla Cui misericordia non vi è numero» vuol tutti salvi e che nella presente economia della sua Provvidenza ha voluto lasciare Maria Madre e Regina di tutti gli uomini. Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio.
Gesù è morto per tutti gli uomini e per quanto possiamo pensare non possiamo arrivare a comprendere quanto sia grande, insieme colla giustizia, il suo amore infinito. Vedremo solo nell’altra vita quello che Dio ha fatto, le grazie che ha dato perchè i cattivi tornassero a penitenza; la pazienza, la longanimità nell’attenderli e nel chiamarli, per cui vedremo che la loro dannazione si deve attribuire unicamente alla loro malizia e cattiva volontà.

Segni di predestinazione

Benchè nessuno, senza una speciale rivelazione, possa essere certo della propria salvezza (Conc. Trento D. B. 826), tuttavia ci vengono dati dei segni speciali con cui possiamo bene sperare. Essi sono:

1) UNA COSCIENZA TIMORATA che vuole la morte piuttosto che il peccato.

2) LA PAZIENZA E LA MORTIFICAZIONE, tutto sopportando per amor di Dio.

3) L’AMORE DEI NEMICI, LA MISERICORDIA VERSO I POVERI.
«Beati i misericordiosi perchè avranno misericordia» (Mt. 6, 1). Nel giorno del giudizio, Gesù inviterà i buoni al paradiso, perché hanno compiuto opere di misericordia: «ebbi fame, e mi deste da mangiare, ecc» (Mt. 25, 34 s.).

4) L’UMILTÀ. «Dio dà le grazie agli umili» (1, Pt. 5,5).

5) LO ZELO per la salvezza delle anime. «Chi avrà fatto convertire un peccatore... coprirà la moltitudine dei peccati» (Gen. 5,20).
Hanno detto i Santi: «Hai salvato un’anima, hai predestinato la tua» (S. Giacomo 5,20).

6) LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ E A MARIA SS.MA.
Dice Pio XII nella Enc. «Haurietis aquas» (19 maggio 1956):
«Non vi può esser dunque alcun dubbio, che, supplicato da tanto avvocato e con sì veemente amore, il Padre Celeste... profonderà incessantemente su tutti gli uomini le sue grazie divine».
Per la divozione alla Madonna, hanno detto i Santi: «Non potrà mai dannarsi un vero divoto di Maria».

7) LA S. COMUNIONE: «Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue ha la vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv. 6, 55).

8) LA PREGHIERA CUI GESÙ HA PROMESSO L’ESAUDIMENTO (Gv. 14, 13).

9) LA MEDITAZIONE. «Ricordati le tue cose ultime e non peccherai in eterno» (Eccl. 7,40).

LA BEATITUDINE DI DIO

LA BEATITUDINE, se si considera nelle creature si può definire con Boezio (De consolatione philos. 3): «STATO PERFETTO NELLA AGGREGAZIONE DI TUTTI I BENI».
Ma in Dio non c’è aggregazione o composizione, per cui S. Tomaso (S. Th. 1 q. 26 a. 1) la definisce «IL BENE PERFETTO DELLA NATURA INTELLETTUALE».
Quindi secondo S. Tomaso, la beatitudine è essenzialmente nell’atto dell’intelletto. Scoto invece la pone nell’atto della volontà ossia dell’amore; S. Bonaventura nell’atto dell’intelletto e della volontà. In qualunque modo si interpretino queste sentenze si deve però dire che la beatitudine si trova prima nella cognizione e secondariamente nella volontà, perchè niente è voluto che non sia conosciuto.
Il Conc. Vaticano I (D. B. 1782) dichiara che «DIO È IN SÉ E PER SÈ BEATISSIMO».
Infatti Dio è Somma Intelligenza, Sommo Bene, Somma Perfezione. Quindi conosce perfettamente Se stesso infinita Verità e fruisce perfettamente di Se stesso, infinita Bontà. Dunque è sommamente Beato.
Dio partecipa a noi la sua Beatitudine. Oggetto del nostro intelletto è la Verità e della nostra volontà è il Bene. Dio è Somma Verità e Sommo Bene e perciò Lui solo può saziare a pieno il nostro intelletto e la nostra volontà. Dio, dunque, è la nostra suprema beatitudine. 1 chiaro che questa beatitudine o perfetta felicità, essendoci partecipata viene ricevuta da ciascuno in gradi differenti, secondo il lume di gloria, mentre Dio la possiede infinitamente.
Dobbiamo concludere che dobbiamo cercare unicamente Dio, come la nostra suprema beatitudine, che solo può appagare pienamente tutte le nostre aspirazioni. Le cose create ci debbono servire solo in quanto ci conducono a Lui. Quando queste ci sono di ostacolo, perchè ingannati dai sensi cerchiamo in loro, così limitate, la nostra felicità, ricordiamoci della celebre frase di S. Agostino nelle Confessioni: «Signore, ci hai fatti per Te, ed è inquieto il nostro cuore, finchè in Te non riposi».