TEOLOGIA SPECIALE

L’Apologetica ci ha condotto alle porte della Fede.
Abbiamo fatto un viaggio ideale su di un ponte che ci conduce, colla ragione, alle soglie della Fede. Questo ponte lo potremmo pensare come sostenuto da tre grandi pilastri:
il primo: DIO verso il quale l’uomo è tenuto al dovere della Religione.
Il secondo: GESÙ CRISTO che, mandato da Dio, ci ha portato la sua parola, perché onorassimo Dio secondo la Religione rivelata.
Il Terzo: la CHIESA, che da Gesù è stata lasciata depositaria e interprete infallibile di quanto Egli ci ha detto.
Tutto questo è stato dimostrato colla ragione. Con questo studio abbiamo incontrato i motivi di credibilità, cioè abbiamo detto: le verità rivelate sappiamo chi ce le presenta, e vediamo come sono atte ad essere credute, perché si presentano colle credenziali di segni certissimi che ci danno garanzia che veramente sono rivelate da Dio il quale non può ingannarsi né ingannare.
Ci ha portato i motivi di credentità, e cioè abbiamo detto: queste verità non solo sono credibili, non solo le possiamo credere, ma le dobbiamo credere perché è l’autorità stessa di Dio che ce le impone.
Ma sentire che dobbiamo crederle, non è ancora la Fede:
alle nostre disposizioni occorre una forza superiore, un aiuto soprannaturale di Dio per cui possiamo dire: IO CREDO.
Fìn qui era la nostra ragione che discuteva e provava: ora messa questa base ragionevole, è logico che si dia l’assenso anche a verità che la mente non sa spiegare, ma di cui ha piena sicurezza, perché è Dio che le dice.
Come già abbiamo spiegato in principio, potremo studiare le singole verità alla luce della Rivelazione, e con l’aiuto della ragione trarne le conseguenze. Per questo studieremo prima che cosa è la Fede: poi passeremo in rassegna le singole verità. Abbiamo messo in principio
la sequenza dei vari trattati, ma se volessimo ricapitolarli in una sintesi facile, potremmo dire che seguiremo la formula del Simbolo degli Apostoli, il CREDO.

TRATTATO PRIMO
LA FEDE

Cominciamo questo trattato con una introduzione sulle:

1- FONTI DELLA RIVELAZIONE, per spiegare dove stà il depo sito della Rivelazione, affidato da Gesù Cristo alla Chiesa.

Diremo poi:
2 - CHE COSA E’ LA FEDE
3 - L’OGGETTO DELLA FEDE
4 - L’ATTO DI FEDE
5 -
L’ABITO DELLA FEDE

CAPITOLO PRIMO
LE FONTI DELLA DIVINA RIVELAZIONE

Bisogna non confondere questo titolo col precedente somigliante: Le fonti storiche della Religione Cristiana. Là prendavamo alcuni libri sacri, specialmente i Vangeli, per esaminarli quali libri storici da cui vedevano la verità storica dell’origine del Cristianesimo.
Qui invece studieremo di nuovo anche quei libri, ma presentatici dalla Chiesa come libri divini. Inoltre dobbiamo sa- pere che non tutte le verità rivelate sono contenute in questi libri soltanto: c’è ancora un’altra fonte: la Tradizione.
Vedremo perciò che LE FONTI DELLA RIVELAZIONE DIVINA SONO LA SACRA SCRITTURA E LA TRADIZIONE.
Queste due fonti hanno come INTERPRETE INFALLIBILE la Chiesa col suo Magistero attraverso il Papa e i Vescovi; hanno come TESTIMONI DELLA FEDE i Padri e i Teologi; hanno come AUSILIARI la ragione umana, la filosofia e la
storia.

LA SACRA SCRITTURA

Dio ha parlato all’uomo, fino dal principio del mondo, quando scendeva nel Paradiso terrestre a conversare con Adamo. Ha parlato lungo i secoli per mezzo dei profeti: in ultimo inviando il suo Figlio divino: Gesù.
Questa parola veniva tramandata di generazione in generazione: ma molte cose Dio volle che fossero scritte. Questi libri vennero chiamati «BIBBIA» (che in greco significa: «libri»). Infatti essa è il libro per eccellenza, perché ha per autore Dio. E’ divisa in due grandi parti: L’Antico Testamento, cioè Patto, Alleanza data all’uomo colla promessa del Redentore, ripetuto lungo i secoli, prima della venuta di Gesù, e il Nuovo Testamento, nel quale si vede l’adempimento di questa alleanza, dopo la sua venuta.
La Bibbia contiene 73 libri: 46 1’ A.T. e 27 il N. T.; 1334 capitoli e 3S.559 versetti.

Il canone

Il CANONE o elenco dei libri sacri, è stato determinato dalla Chiesa stessa nel IV secolo, e fu definito nel Concilio di Firenze, e riconfermato nel Concilio di Trento e Vaticano I (D. B. 783, 1787).

ANTICO TESTAMENTO.

I libri dell’A. T. si possono dividere in tre categorie secondo la materia che trattano in prevalenza:

a) Libri storici: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomjo (che formano il Pentateuco di Mosè) Giosuè, Giudici, Ruth, Quattro dei Re, due dei Paralipomeni, Esdra, Neemia, Tobia, Giuditta, Ester, due dei Maccabei;

b) - Libri didattici e poetici: Giobbe, Salterio Davidico (150 salmi), Proverbi, Ecclesiaste, Cantico dei Cantici, Sapienza, Ecclesiastico;

c) - Libri profetici: Isaia, Geremia, Lamentazjonj di Geremia, Baruch, Ezechiele, Daniele, Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia.
I libri dell’A.T. furono scritti in ebraico, eccetto il libro della Sapienza e il II dei Maccabei, scritti in greco.

NUOVO TESTAMENTO,

a) Libri storici: I 4 Vangeli di Matteo, Marco, Luca, Giovanni, Atti degli Apostoli;

b) Libri didattici: 14 lettere di S. Paolo (ai Romani, 2 ai Corinti, Galati, Efesini, Filippesi, Colossesi, 2 ai Tessalonicesi, 2 a Timoteo, a Tito, a Filemone, agli Ebrei); 2 di Pietro, 3 di Giovanni, di Giacomo, di Giuda (dette Lettere Cattoliche).

c) Libro profetico: L’Apocalisse.
Il Nuovo Testamento fu scritto in Greco, eccetto il Vangelo di S. Matteo e la Lettera di S. Paolo agli Ebrei, che furono scritti in Aramaico, cioè nella lingua ebraica, che si parlava al tempo di Gesù (Alcuni invece asseriscono che il Vangelo di S. Matteo fu scritto in lingua Siro-cajdajca e tradotto in greco dall’Evangelista stesso o sotto la sua guida).
Moltissime furono le traduzioni antiche della Bibbia. Fra le più importanti quella in Greco detta «Alessandrina» o «dei settanta», — dal numero dei suoi traduttori — e quella Latina detta «Volgata» dovuta in massima parte a S. Girolamo, «Sommo dottore delle Scritture».
La «Volgata» quantunque non sia una traduzione perfetta, pure è dichiarata autentica dal Concilio di Trento, cioè sostanzialmente conforme all’originale e immune da ogni errore sulla fede e i costumi.

La divina ispirazione

LA DIVINA ISPIRAZIONE è un influsso soprannaturale col quale Dio muove l’uomo interiormente perché manifesti agli altri ciò che Egli vuole.
Questa manifestazione può essere fatta a voce, come è avvenuto nei Profeti, oppure in scritto, come è avvenuto negli Agiografi della Divina Scrittura.
Il Conc. Vaticano I, dopo aver dato l’elenco dei Libri Sacri, dice: «La Chiesa ritiene quei libri sacri e canonici, perché essendo stati scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, hanno per autore Dio e come tali sono stati consegnati alla Chiesa... e non perché elaborati con sola industria umana siano poi stati approvati dall’Autorità» (D. B. 1787).
Perciò L’AUTORE DEI LIBRI SACRI É DIO STESSO; gli Scrittori sacri ne sono lo strumento razionale e libero.
Sono in errore i Protestanti quando dicono che l’ispirazione è una mozione poetica naturale, oppure qualche cosa di divino che muove a buoni sentimenti, o una rivelazione dettata da Dio. Così pure sono in errore quegli autori cattolici (come ad esempio Bonfrère) che la dicono una semplice assistenza dello Spirito Santo, o come Haneberg, che considera la ispirazione come qualche cosa di conseguente che viene data per l’approvazione della Chiesa.
Leone XIII nella Enc. «Providentissimus» definì che «lo Spirito Santo prese gli uomini come strumenti per scrivere... per cui con virtù soprannaturale li eccitò e mosse a scrivere e li assisté mentre scrivevano, in modo che concepissero con mente retta e volessero scrivere fedelmente tutte quelle cose e quelle soltanto che Egli voleva che scrivessero e le esprimessero in modo adatto con infallibile verità: altrimenti Egli non sarebbe l’autore di tutta la Sacra Scrittura» (D. B. 1952).

L’ISPIRAZIONE perciò comporta:

a) per parte di Dio che illumini e muova lo Scrittore Sacro a scrivere «con infallibile verità» tutto e solo ciò che Dio comanda.

b) Per parte dell’agiografo:

1) l’intelletto che concepisce ciò che Dio vuole;

2) la volontà, che voglia scrivere quello che Dio vuole;

3) e le altre facoltà mosse dalla volontà. Di qui deriva che l’Agiografo è l’autore secondario in quanto che è strumento, ma razionale e libero, non uno strumento inanimato. Per capire meglio: una penna è uno strumento, ma non è razionale. Essa scrive ciò che vuole l’autore, ma di suo non ci mette altro che la capacità di strumento che eseguisce meccanicamente. Invece lo Scrittore sacro ci mette le sue facoltà umane. Perciò, pur scrivendo lo Scrittore tutto e unicamente quello che Dio vuole, si vede il suo stile, per es., ordinato e con mille particolarità in Luca, irruente e, al tempo stesso, dolce in Paolo.

IL FATTO DELLA DIVINA ISPIRAZIONE, lo troviamo riconosciuto:

a) - Nella stessa Scrittura. Il Vangelo ben 150 volte si appella all’Antico Testamento colle parole «come è stato scritto”. E Gesù dice: «Scrutate le Scritture esse testimoniano a mio favore» (Gv. 5, 39). «Non cadrà un solo apice della Legge» (Mt. 5, 18), ecc.
Più esplicitamente S. Paolo dice: «Ogni Scrittura, divinamente ispirata» (Tim. 3, 16) e S. Pietro afferma che: «I santi uomini di Dio hanno parlato ispirati dallo Spirito Santo» (2 Pt. 1, 21).

b) - Nella Tradizione: S. Teofilo di Antiochia: chiama gli Agiografi: «organi di Dio».
S. Ireneo: «Le Scritture sono perfette perché dettate dal Verbo di Dio e dal suo Spirito” (Adv. Haer. 2, 28).
S. Clemente di Alessandria: «Lo Spirito Santo, bocca del Signore ha detto quelle cose» (Protrecticus 9, 82).
S. Agostino con S. Gregorio Magno e S. Girolamo chiamano la Sacra Scrittura: «Lettera di Dio agli uomini» (Enarrat. 90, 11).

L’inerranza

LA SACRA SCRITTURA NON CONTIENE ERRORI. Essendo libro di Dio, la Sacra Scrittura non può contenere assolutamente nessun errore. Con parola tecnica questo fatto si chiama inerranza (cioè: non erra).
Questa inerranza, quantunque non definita solennemente dalla Chiesa, è un dogma di fede, perché insegnata dall’ordinario ed universale magistero della Chiesa.
Dice Leone XIII (Enc. Providentissimus): «E’ tanto falso che alcun errore possa esservi sotto la Divina Ispirazione, che non solo essa per sé stessa esclude ogni errore, ma l’esclude e lo respinge tanto assolutamente, quanto assolutamente Dio, Somma Verità, non può essere autore di alcun errore».
Questa inerranza compete ai testi originali. Le trascrizioni e versioni possono avere errori accidentali, come risulta dalle varianti di alcuni versetti. Per questo la Chiesa incoraggia gli studiosi alla ricerca per determinare sempre più esattamente ogni parola dei testi originali (Cfr. Enc. Divino Afflante Spiritu di Pio XII, 30 settembre 1943).
Abbiamo già detto che nel testo della «Volgata» approvato ufficialmente dalla Chiesa, non vi è nessun errore sostanziale.
Bisogna pure tener presente che inerranza non significa che la Sacra Scrittura porti ogni parola in senso letterario o proprio, o che sia un trattato scientifico. Perciò è necessario distinguere i diversi generi letterari: se è una narrazione storica o poetica o una parabola. La storia narra con esattezza gli avvenimenti: la parabola invece è una similitudine da cui si ricava un insegnamento morale. Così le cose scientifiche vi vengono narrate secondo le usanze e il modo comune di parlare del tempo. Ad esempio quando Giosuè ferma il sole, lo scrittore sacro parla nel modo con cui intendono in quel tempo, e non vuole fare un trattato di astronomia. Del resto anche oggi nel parlare comune si dice che il sole si leva e tramonta, mentre sappiamo che è la terra che gira. La Divina Rivelazione ha come scopo la salvezza eterna e non quella di determinare le leggi naturali.

L’INTERPRETAZIONE DELLA SCRITTURA è affidata alla Chiesa, cui sola spetta giudicare del vero senso. A lei Gesù l’ha affidata, perché è una parte del deposito della Divina Rivelazione.
L’interpretazione privata, come pretendono i Protestanti, porta a dare significati diversi. La verità è una sola: Dio non può aver detto che una cosa è e al tempo tesso che non è. Per conoscere con esattezza quello che Dio ha detto e in quale senso, è necessaria l’autorità infallibile della Chiesa.

LA TRADIZIONE

TRADIZIONE deriva dal verbo tradere: consegnare, trasmettere.
In Teologia non va intesa nel senso che molte volte viene dato a questa parola per indicare una leggenda, una opinione, ma nel senso di TRASMISSIONE ORALE DELLA DOTTRINA RIVELATA DA Dio.
I Protestanti riconoscono come unica fonte della Rivelazione la Sacra Scrittura e per giunta interpretata individualmente. La Chiesa Cattolica invece ci insegna che:

Le fonti della Rivelazione sono due: S. Scrittura e Tradizione.

È DI FEDE

perché non solo si trova in vari documenti ecclesiastici, ma è anche definito dal Concilio di Trento e da quello Vaticano I che ha ripreso le stesse parole: «La Rivelazione soprannaturale si trova nei libri scritti e nelle tradizioni non scritte, che ricevute dagli Apostoli dalla bocca dello stesso Cristo dettandole agli stessi Apostoli lo Spirito Santo come tramandate per mano giunsero a noi» (D. B. 783, 1787).

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA: Gesù non aveva detto agli Apostoli: Andate e scrivete, ma «Andate, insegnate” (Mt. 28, 19; Mc. 16, 15). Essi cominciarono la loro predicazione almeno 20 anni prima che fosse scritto il primo Vangelo che è quello di S. Matteo. I Vangeli, come le Lettere, furono scritti per qualche particolare occasione, come per confermare la predicazione nelle anime dei fedeli.
S. Giovanni nel Vangelo (21, 25) dice: «Molte altre cose furono fatte da Gesù, che se si fossero scritte ad una ad una il mondo intero non ne potrebbe contenere i libri». E nella Ia Lettera (12): «Avrei parecchie altre cose da scrivervi ma non ho voluto farlo con carta e inchiostro: perché spero di venire a voi e parlarvi a viva voce».
E S. Paolo a Timoteo (Il, 1, 16): «Tenete le Tradizioni che avete appreso sia col discorso che colla nostra lettera».

B) - DALLA TESTIMONIANZA DEI PADRI: S. Policarpo: «Lasciando le false dottrine ritorniamo alla dottrina tramandata a noi sin dal principio».
S. Ireneo: dopo aver detto che una è la fede della Chiesa in tutto il mondo conclude che: «La forza della tradizione è una e la stessa» (Adv. Haer. 1, 10).
E S. Epifanio: «E’ necessaria anche la tradizione, infatti non si può chiedere tutto alle Scritture» (Adv. Panarion, 61, 6).
Anche gli altri Padri e Scrittori sono concordi nello stesso senso.

C) - DALLE DECISIONI DEI PADRI E DEI CONCILI, ad esempio Papa Stefano nella controversia battesimale, e il Conc. di Nicea contro Ario, si riferiscono alla Tradizione.

L’organo della Tradizione

Le tradizioni umane, anche se in principio tramandate genuinamente, a poco a poco si deformano per le aggiunte varianti che man mano vi vengono apportate. Invece la Tradizione della parola rivelata viene conservata genuina e pura dall’organo cui Dio l’ha affidata, cioè la Chiesa Cattolica. Come per la Scrittura, così per la Tradizione essa è la custode e la interprete infallibile e la tramanda e la interpreta col suo magistero solenne e col suo magistero ordinario.

A) - col MAGISTERO SOLENNE, cioè

1) - colle definizioni «ex cathedra» del Sommo Pontefice,
2) - coi Concili Ecumenici, o anche particolari approvati dal Papa,
3) - coi Simboli e professioni di fede emessi e approvati dalla Chiesa come il Simbolo Apostolico, il Simbolo Nicéno-Costantinopolitano, il Simbolo Atanasiano, il giuramento contro i Modernisti, ecc.

B) - col MAGISTERO ORDINARIO che comprende

1) - la predicazione unanime dei Vescovi uniti col Papa.
2) - la pratica rituale-liturgica. La Chiesa non sarebbe infallibile, se permettesse in pratica universalmente nel culto a Dio una cosa contraria alla verità. Di qui è venuto il detto «Lex orandi, lex credendi» e cioè “la legge di pregare è legge di credere
3) - L’insegnamento comune dei Padri e dei Teologi, che quando sono Vescovi partecipano del Magistero autentico della Chiesa; ma quando non lo sono, e cioè sono
Dottori privati,

sono pure testimoni della Tradizione, in quanto attestano l’esistenza di quelle verità rivelate in seno alla Chiesa.
4) - Il senso comune dei fedeli. Come la Chiesa docente è infallibile nell’insegnare, così la Chiesa discente deve seguire questa dottrina, ché altrimenti sarebbe inutile il carisma della infallibilità. Questo consenso dei fedeli, però, deve essere unanime e manifesto e deve riguardare cose di fede e di costumi.
Questi due ultimi punti però, ricevono il loro valore, in quanto sono una attestazione che la Chiesa docente ha almeno tacitamente ammesso e approvato che universalmente si credesse così.

CAPITOLO SECONDO
CHE COSA E’ LA FEDE

IN SENSO ETIMOLOGICO fede significa persuasione, confidenza. In SENSO LARGO ogni assenso della mente.
In SENSO STRETTO teologicamente si può considerare:

1) - come ATTO;

2) - come ABITO.

1) - Come ATTO si può definire:
Assenso soprannaturale col quale l’intelletto sotto l’impero della volontà e l’influsso della grazia aderisce con fermezza alle verità rivelate per l’autorità di Dio rivelante.
La definizione ci presenta tutti gli elementi essenziali della fede. Essa è:

A) - atto che emana dall’INTELLETTO. Il conoscere e l’assentire è un atto della intelligenza e in questo si distingue dal senso religioso, come vorrebbero i Modernisti, il quale si fonda sulla immaginazione e la sensibilità piuttosto che su di un motivo razionale.

B) - SOTTO L’IMPERO DELLA VOLONTÀ. L’atto di fede non emana solo dall’intelletto, ma richiede un atto della volontà, perché non abbiamo l’intrinseca evidenza di una verità, come l’abbiamo in alcuni principi naturali. Per esempio ho l’intrinseca evidenza che il sole risplende e non posso negare che risplende; due e due fanno quattro, e la volontà non può modificare questa evidenza. Nella fede invece ho una ragione estrinseca: L’AUTORITÀ DI DIO RIVELANTE. Non essendo intrinsecamente evidente, l’intelligenza resta libera, e quindi ha il merito di aderire, se vuole, senza esserne costretta. Ecco perché è necessario l’influsso della volontà. In questo la fede differisce dalla visione beatifica, nella quale si percepisce chiaramente e immediatamente la verità;

C) - sotto L’INFLUSSO DELLA GRAZIA. L’atto di fede è SOPRANNATURALE; non bastano perciò le sole forze umane dell’intelletto e della volontà, ma occorre la grazia di Dio che illumini l’intelletto e muova la volontà, oltre la soprannaturalità della Rivelazione, fatta da Dio. In questo la fede differisce dalla scienza che aderisce a verità di ordine naturale.

D) - con FERMEZZA. L’adesione alla fede deve essere ferma, perché appunto ha come motivo l’autorità stessa di Dio rivelante, che non può ingannarsi né ingannare. In questo si distingue dalla opinione che manca di certezza.

E) - LE VERITÀ RIVELATE. Queste parole indicano l’oggetto materiale della fede.

F) - PER L’AUTORITÀ DI Dio RIVELANTE: è il motivo formale, la ragione per cui si crede. In questo differisce dalla fede storica, che oltre ad avere come oggetto verità di ordine naturale, si fonda sulla testimonianza degli uomini.

2) - Come ABITO la fede si può definire:
Virtù soprannaturale e teologica che dispone la mente ad assentire con fermezza a tutte le verità rivelate da Dio.
L’atto di per sé è transitorio, la virtù invece è
un abito permanente.

A) - SOPRANNATURALE cioè al di sopra delle forze e delle esigenze della natura; ed è tale perché:

a) il suo soggetto comprende misteri al di sopra della ragione;

b) il motivo è l’autorità di Dio che rivela, e perciò è un modo di conoscere che non ci è dovuto;

c) la sua origine viene da Dio che la infonde nell’anima;

d) il suo fine è il raggiungimento di Dio in modo soprannaturale.

B) - TEOLOGICA, perché ha come oggetto Dio.

c) - DISPONE LA MENTE, cioè l’intelletto e la volontà.

La definizione del Concilio Vaticano I

Quanto abbiamo spiegato corrisponde a ciò che ha definito il Concilio Vaticano I riguardo alla fede. Esso dice:

la fede “è una virtù soprannaturale, per la quale, colla aspirazione e aiuto della grazia di Dio crediamo essere vere le cose da Lui rivelate, non per l’intrinseca verità delle cose, veduta alla luce della ragione naturale, ma per l’autorità di Dio rivelante, il quale non può ingannarsi né ingannare». (D. B. 1789).

La descrizione di S. Paolo

Nella lettera agli Ebrei (11, 1) S. Paolo ce ne dà questa descrizione: «La fede è sostanza di cose sperate e convinzione di cose che non si vedono».

Questa descrizione significa che la Fede mette in noi un inizio della vita eterna, cioè è la vita eterna comunicata in noi come prova di quelle cose che non vediamo ancora. Senza averle ancora vedute, noi sappiamo per mezzo della fede che esistono. Oggi vediamo oscuramente «quasi in uno specchio o in un enigma» (I Cor. 13, 12); un giorno invece, «faccia a faccia» cioè con evidenza, «poiché vedremo Dio come è».

Divisioni della Fede

La Fede si divide in vari modi, secondo l’aspetto in cui viene considerata:

A) - Secondo l’OGGETTO essa è:

1) - FEDE DIVINA, quando si crede a una verità rivelata da Dio, ma non ancora proposta dalla Chiesa o col suo giudizio solenne, o coll’ordinario universale magistero, come, per esempio, prima delle solenni definizioni l’infallibilità del Sommo Pontefice e l’Assunzione di Maria SS. al Cielo. Così sembra di fede soltanto divina che Gesù fin dall’inizio della vita pubblica abbia attestato di essere Messia; che Gesù si sia meritato l’impassibilità dell’anima, la gloria del corpo e l’esaltazione del suo nome; che la fede sia assenso fermissimo; che il motivo della speranza sia l’aiuto divino.

2) - FEDE DIVINA-CATTOLICA quando alla Rivelazione divina si aggiunge la solenne definizione, o il magistero ordinario e universale della Chiesa, come le due verità accennate, dopo la loro definizione.

B) - Secondo il SOGGETTO in:

1) - VIVA O FORMATA, quando è congiunta alla carità, ossia alla grazia santificante.

2) - MORTA o INFORME quando è disgiunta da questa carità perché l’anima è in peccato.
«La fede senza le opere è morta» ha detto S. Giacomo (2, 17) ma anche «la fede in sé benché non operi per mezzo della carità, è dono di Dio e atto di Lui opera che riguarda la salvezza» (Conc. Vat. D. B. 1791).

C) Secondo il MODO è:

1) - ESPLICITA quando crediamo a una verità rivelata conoscendola distintamente. Per esempio se uno sa che nel Divin Verbo ci sono due nature e crede espressamente a questo;

2) - IMPLICITA quando crediamo a verità che non conosciamo singolarmente, ma che sono comprese in un’altra verità che crediamo esplicitamente. Per esempio: credendo alla autorità della Chiesa, crediamo anche a tutte le verità che Essa ci propone a credere anche se noi non le conosciamo distintamente.

Errori contro la Fede

C’incontriamo in errori che abbiamo già accennato nell’Apologetica; li elenchiamo di nuovo in quanto particolarmente si oppongono alla fede:

1 - I PROTESTANTI ANTICHI dicevano che la fede è una fiducia con la quale uno confida con certezza che gli siano imputati i meriti di Gesù Cristo.

2 - I PROTESTANTI LIBERALI la dicono un atto di fiducia e di amore con cui ci uniamo a Dio come Padre.

3 - I MODERNISTI la definiscono un senso religioso, sorto nella subcoscienza per il bisogno del divino e perciò i dogmi per loro non sono altro che una interpretazione dei fattori religiosi che la mente umana si procura con un faticoso sforzo. Quindi non una rivelazione divina, ma una creazione soggettiva di formule.

4 - I FIDEISTI E TRADIZIONALISTI dicono che il Fatto della Rivelazione non si può dimostrare con certezza e perciò va preso da una fede comune che ci proviene dalla Rivelazione primitiva e da antiche tradizioni.

5 - I SEMI-RAZIONALISTI prendono come motivo della fede, invece della autorità di Dio rivelante, una esigenza della ragione pratica, la quale ragione può dimostrare le verità della fede, compresi i misteri.
Nelle seguenti tesi vedremo che cosa ci insegna la dottrina cattolica contro questi errori. Per dimostrare efficacemente una tesi, è necessario prima di tutto aver ben chiari davanti, gli errori che si vogliono combattere per metterci nello stesso campo degli avversari. Questa preparazione a ciascuna tesi si chiama “stato della questione”. Data l’indole del nostro lavoro, per avere in breve una visione sintetica, abbiamo preferito di solito raggrupparli, lasciando allo studioso di applicarli a ogni singola tesi, dove tutto al più ne facciamo un semplice richiamo.

CAPITOLO TERZO
L’OGGETTO DELLA FEDE

L’oggetto della Fede è duplice: FORMALE E MATERIALE.

FORMALE: il motivo per cui si crede.

MATERIALE: ciò che si crede.

L’oggetto formale

L’OGGETTO FORMALE O MOTIVO della fede non deve confondersi coi motivi di credibilità, di cui abbiamo parlato nella Apologetica. Questi sono i segni della divina Rivelazione, per cui vediamo che una verità è credibile ed è da credersi. Ma fin qui non abbiamo ancora l’atto di fede. Sono motivi estrinseci, cioè al di fuori della fede. Il motivo della fede invece, è un elemento intrinseco e determina specificamente l’atto di fede.
Contro i Semirazionalisti che pongono come motivo di fede l’evidenza intrinseca acquistata con la ragione e i Modernisti che dicono motivo della fede la conformità di questa evidenza col senso religioso, portiamo la seguente:

TESI - Il motivo della fede è l’autorità di Dio rivelante che non può ingannarsi né ingannare.

É DI FEDE

dal Conc. Vaticano I: «Se alcuno avrà detto che la fede divina non si distingue dalla scienza naturale intorno a Dio e alle cose morali, e perciò che per la fede divina non si richiede che la verità rivelata sia creduta per l’autorità di Dio rivelante, sia scomunicato” (D. B. 1811). Ciò che è confermato ancora dalla definizione, che dalla fede dà lo stesso Concilio (p. 207) nella quale si dice che «crediamo essere vere le cose rivelate non per l’intrinseca verità delle cose, veduta alla luce naturale della ragione, ma per l’autorità di Dio stesso rivelante, il Quale non può ingannarsi né ingannare» (D. B. 1789).
Questa autorità di Dio, come motivo della fede, ci dà la più perfetta garanzia della verità. Anche nella semplice fede umana, la certezza intorno a un fatto, che ci viene riferito è tanto più grande, quanto maggiormente il testimone, che ce lo riferisce, è sapiente e verace: Sapiente nel senso che possa ben conoscere il fatto, che lo abbia veduto, che non ne sia rimasto in qualche modo, ingannato. Verace in quanto per la sua onestà e bontà non voglia ingannarmi con una menzogna, ma voglia dirmi la verità. Quanto più la sua autorità gode di queste due attribuzioni, tanto più posso esser certo di quanto mi racconta, perfino se io non arrivo -a capire come mai una data cosa sia svolta in quel modo. Per esempio: se un maestro spiega a uno scolaro che una data operazione o un dato problema danno quel risultato, il ragazzo ci crede, anche. se lui non sa risolverlo, e la sua fede alla parola del maestro è ragionevole perché sa che il maestro dice la verità e non vuole ingannarlo, e che ha la competenza per trovare la soluzione. Quanto più è grande la sapienza e la veracità di chi. parla, tanto più grande è la certezza di chi ascolta. Ma la Sapienza e la Veracità di Dio sono quanto di più assoluto vi possa essere, poi. ché Egli è infinitamente Sapiente e Verace. Dunque la fede che ha per motivo l’autorità di Dio, è la più sicura che ci posa essere. Questo ragionamento ci mostra già come la tesi è CORRISPONDENTE ALLA NOSTRA RAGIONE.
PROVA: Ma alla convenienza di questa tesi con la nostra ragione, aggiungeremo la prova desunta dalla Scrittura.
dalla
Tradizione.

A) - DALLA SCRITTURA. Gesù e gli Apostoli., insegnano la dottrina da credersi come rivelata da Dio. Disse Gesù a Nicodemo «In verità, in verità ti dico: parliamo di quello che sappiamo e attestiamo ciò che abbiamo veduto» (Gv. 3, 11). Queste parole ci mostrano la certezza infallibile con cui Gesù conosce quelle cose che ci insegna. Esse provengono da una Sapienza che non può sbagliarsi. E altrove «Chi mi ha mandato è verace, e le cose che ho udite da Lui, queste insegnò al mondo» (Gv. 8, 26). Queste parole indicano la veracità dell’insegnamento. Gesù afferma che è mandato dal Padre a -insegnare questa dottrina: «La mia dottrina non è mia, ma di Colui che mi ha mandato» «Gv. 7, 16). -
S. Paolo insiste nel predicare il Vangelo,- cui i fedeli debbono credere, non per la intrinseca evidenza di quello che dice, ma perché rivelato da Dio. «Vi rendo noto l’Evangelo, o fratelli.., però io non lo ho ricevuto da un - uomo, ma per la rivelazione di Gesù Cristo» (Gal 1, 11-12). Ed insiste ancora perché quella parola non è testimonianza umana, ma testimonianza di Dio: «Avendo ricevuto da noi la parola ascoltata di Dio l’avete ricevuta non come parola degli uomini, ma, come veramente è, parola di Dio» (1, Tess. 2, 13).
S. Giovanni nella Ia lettera (9-10), afferma la stessa cosa:
«Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è più grande; poiché è questa la testimonianza di Dio che è più grande, ché Egli ha testimoniato il suo Figlio... Chi non crede al Figlio, lo fa bugiardo poiché non crede alla testimonianza che Dio ha attestato del suo Figlio”. Osserviamo qui quali parole forti usa l’Apostolo, per far comprendere la veracità di Dio, che si manifestò per mezzo del suo Figlio.

B) - DALLA TRADIZIONE. Fra i Padri Greci, S. Teofilo di Antiochia, scrivendo ad un certo Autolico che non voleva credere alla RESURREZIONE dei morti, dopo avergli domandato: perché non crede, dice che il malato crede al medico e lo scolaro al maestro, e conclude: «E tu perché non vuoi credere a Dio dopo aver ricevuto da Lui tanti doni e pegni»?
Fra i Latini, S. Ambrogio, commentando S. Luca (c. 1, 4), dice: «Se non crediamo a Dio, a chi crediamo?». E S. Agostino (De Spiritu et littera 32, 55), dopo aver detto che la fede in genere si basa su di un testimonio, conclude che la fede cristiana si fonda sulla testimonianza di Dio. «La carità crede tutto, ma crede a Dio».
Così Cassiano (De Incarnatione 1, 4, 6) per provare il fatto della Incarnazione del Verbo afferma: «Dio ha detto questo, Dio ha parlato: la sua parola è per me somma ragione».

L’oggetto materiale della Fede

L’oggetto materiale primario della fede è Dio, come fine soprannaturale al Quale tendiamo. — Sono oggetto materiale anche molte altre cose in quanto sono ordinate a Dio (Cfr. S. Th., 2, 2, q. i a 1).
Dio principalmente si rivela in Cristo e per mezzo di Cristo. Perciò Cristo, Uomo-Dio, è, dopo Dio, l’oggetto principale della fede e la scala con la quale tendiamo a Lui: «Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo abbia voluto rivelare» (Mt. 11, 27).
Lucidamente il Billot nella sua Teologia riassume in tre parti l’oggetto materiale della fede:

1 - oggetto primario: Dio stesso;

2 - oggetto secondario: le verità intorno alla fede o ai costumi che servono per la nostra edificazione e santificazione;

3 - oggetto accidentale: ciò che accompagna la Rivelazione, senza che abbia direttamente una connessione con la cristiana edificazione. Per esempio la genealogia dei Patriarchi;. alcuni fatti storici narrati per inquadrare avvenimenti o personaggi senza che di per sé siano legati a verità religiose.

Rivelazione formale e virtuale

Abbiamo spiegato la differenza fra fede divina semplicemente e fede divino-cattolica. Finché la Chiesa non è intervenuta col suo magistero o solenne o ordinario e universale. a proporci una verità come rivelata, questa verità, contenuta nel deposito della Rivelazione, scritta o tramandata, resta oggetto di fede divina. Quando invece c’è una autentica definizione della Chiesa che ce la propone con magistero solenne oppure con insegnamento ordinario e universale, come contenuta sia nella Scrittura, sia nella Tradizione, diventa oggetto di fede divino-cattolica (Nelle qualificazioni poste a ciascuna tesi, quando diciamo: “E’ di fede» intendiamo dire di fede divino-cattolica).

Il Concilio Vaticano I (D. B. 1792) dice:
Per fede divina e cattolica si debbono credere tutte quelle cose, che sono contenute nella parola di Dio, scritta o tramandata e che dalla Chiesa, sia con solenne giudizio, sia con l’ordinario e universale magistero, ci vengono proposte a credere come divinamente rivelate.
Quando la Chiesa ha parlato e ci conferma che una data verità è contenuta nel deposito della Fede, abbiamo la completa certezza che questo è l’insegnamento di Dio.
Non ogni verità è stata rivelata nello stesso modo. Alcune sono state rivelate formalmente, altre virtualmente.
Una verità si chiama rivelata:

A) FORMALMENTE quando da per sé stessa, in forza dei suoi termini ci esprime il senso di ciò che vuoi dire; e può essere rivelata:

1 - formalmente in modo esplicito quando è espressa in termini propri ed equivalenti al suo significato. Per esempio: nelle parole «il Verbo era Dio», è rivelata formalmente in modo esplicito la Divinità del Verbo;

2 - formalmente . in modo implicito quando la verità è contenuta nella proposizione rivelata, come una parte nel tutto. Per esempio: nelle parole «Il Verbo di Dio si è fatto carne» è rivelato formalmente in modo esplicito, che il Verbo di Dio si è fatto uomo; ma vi è rivelato anche formalmente in modo implicito che ha un’anima e un corpo, perché è contenuto nell’idea di uomo il fatto che debba. essere composto di anima e di corpo. Così è rivelata pure implicitamente una verità di termini correlativi. Per esempio quando nella Trasfigurazione, la voce della nube rivela: «Questi è il mio Figlio diletto» rivela ancora che chi dice questo è il Padre. Da termini contradditori: Quando il salmo 13 chiama stolto colui che, dice «Non esiste Dio» implicitamente rivela che è sapienza riconoscere l’esistenza di Dio. Da termini comprensivi: quando è rivelato che tutti gli uomini risorgeranno è rivelato implicitamente che io risorgerò.
A volte da due premesse, rivelate esplicitamente, ne risulta una verità rivelata in modo implicito. Per esempio: quando e: rivelato che tutti gli Apostoli hanno il potere di rimettere i peccati e che Andrea è un Apostolo, è rivelato implicitamente òhe Andrea ha il potere di rimettere i peccati.
Tutte le verità rivelate formalmente, sia in modo esplicito che implicito, sono oggetto di fede almeno divina. Diciamo almeno, perché divengono oggetto di fede divino-cattolica, quando si avverano le condizioni suesposte.
Nell’elenco delle verità rivelate formalmente in modo implicito, dobbiamo studiare a parte un caso particolare, e cioè:
quando la proposizione è contenuta nell’universale in un modo contingente Per esempio: «Ogni Papa, eletto legittimamente e validamente, è infallibile. Pio XII è Papa: dunque è infallibile». Oppure :«In ogni Ostia, consacrata, è presente Gesù. Ma questa Ostia .è stata consacrata, dunque c’è Gesù». Le proposizioni: «Ogni Papa è infallibile, in ogni Ostia consacrata c’è Gesù», sono rivelate formalmente. La proposizione particolare «Pio XII è Papa; questa Ostia è stata consacrata» dipendono dal fatto contingente, cioè da un fatto che potrebbe essere o non, essère. Le conclusioni le dobbiamo credere per féde? Alcuni Teologi antichi lo negavano. Oggi comunemente rispondono che quando il fatto contingente è moralmente certo, cioè di una certèzza che escluda un dubbio prudente,
si debbono credere per fede.

E’ da considerare poi, che, quando per la proposizione contingente, si aggiunge il consenso universale di tutta la Chiesa, si può essere certi che questa proposizione è contenuta in quella rivelata da Dio perché, come abbiamo detto sopra, il consenso unanime della Chiesa è uno dei modi con cui la Chiesa ci mostra il suo infallibile magistero ordinario e universale. Nell’esempio citato, Dio ha rivelato esplicitamente che il Papa è infallibile. Il consenso unanime della Chiesa mi dice con certezza che in Pio XII si sono avverate le condizioni per cui sia uno dei Sommi Pontefici, successori di Pietro, cui Dio ha dato il dono della infallibilità. Perciò Dio rivelando in modo esplicito che il Papa è infallibile ha rivelato ancora in modo implicito che Pio XII è infallibile.

B) - VIRTUALMENTE. Una verità è virtualmente rivelata quando è la conclusione di due proposizioni di cui la prima è formalmente rivelata e la seconda è conosciuta con certezza benché non rivelata.

Si chiama anche: CONCLUSIONE TEOLOGICA.
E’ una conclusione, vale a dire non è contenuta implicitamente nella proposizione rivelata, ma viene ad avere una connessione con questa per il ragionamento certo con cui viene collegata la seconda proposizione.
La certezza della seconda proposizione può venire tanto per un motivo teologico, come da un motivo di sola ragione, sia filosofico che storico.
Perché la conclusione teologica sia teologicamente certa, è necessario che sia ammessa da tutte le scuole come intimamente connessa con la Rivelazione. In quelle questioni in cui è ammessa discussione perché la Chiesa non è ancora intervenuta con la sua decisione, e in cui i vari teologi seguono un sistema diverso, non si può avere una conclusione teologica.
Esempio di verità rivelata virtualmente: «La cognizione immediata di Dio è visione beatifica» (proposizione rivelata). «Ma l’anima umana in questa vita non ha visione beatifica» (proposizione razionale non contenuta nella prima, ma ad essa connessa). «Dunque l’anima umana in questa vita non ha la percezione immediata di Dio, ma soltanto mediata» (Conclusione teologica, cioè verità rivelata virtualmente. E’ contro l’asserzione degli Ontologisti).
Altre conclusioni teologiche: Cristo non mancò mai di grazia efficace; Cristo è impeccabile; Cristo anche come questo determinato uomo non può dirsi Figlio adottivo di Dio; ecc.

Le conclusioni teologiche si devono credere per fede?

C’è controversia tra le varie scuole teologiche. Alcuni teologi come Melchior Cano, Vasquez, ecc., affermano che si debbono credere per fede anche prima della definizione della Chiesa, perché chi nega una proposizione teologicamente certa deve per conseguenza negare il dogma. Infatti in esse la seconda proposizione razionale è evidente e certa, ché, altrimenti, come abbiamo detto, non si avrebbe conclusione teologica. La conclusione che segue dal ragionamento è logica; dunque se non si ammette questa conclusione non resta altro che negare la prima, la quale è la proposizione rivelata.
Altri, come il Suarez e il Lugo dicono che sono oggetto di fede solo dopo la definizione della Chiesa; prima no, perché, affermano, una verità per essere oggetto di fede deve credersi unicamente per la autorità di Dio rivelante, e, invece, nella conclusione teologica c’entra anche la proposizione dettata dalla ragione umana.
I Tornisti confutano le due opinioni suddette dicendo che anche quando una conclusione teologica venisse definita, resta oggetto solo di fede ecclesiastica (vedremo fra poco il significato di questa espressione), perché la Chiesa non è ispirata per farci nuove rivelazioni, ma è assistita dallo Spirito Santo per non errare nell’insegnarci una verità: perciò o la Chiesa dice che quella conclusione è contenuta nella Rivelazione, e in questo caso vuol dire che in realtà quella conclusione, creduta rivelata virtualmente, era stata invece rivelata formalmente in modo implicito; o la definisce come vera semplicemente, senza dirci che è contenuta nella Rivelazione, e allora diventa oggetto solo di fede ecclesiastica, e chi la negasse non si può chiamare eretico, ma solo eretico presunto.
Il Concilio Vaticano I, non ha voluto definire la questione. Perciò in pratica chi nega una conclusione teologica, afferma una sentenza erronea. Commette peccato grave ma non è eretico. Dopo la definizione della Chiesa, se non crede, cade nell’eresia o nell’eresia presunta a seconda che la definizione stabilisce che la proposizione era contenuta nella Rivelazione, o semplicemente che è vera, come abbiamo già spiegato.

IL DOGMA

CHE COSA E’. Secondo l’ETIMOLOGIA, DOGMA (dal greco dokeo insegno) può significare tanto una semplice opinione, come un decreto, una legge.
Secondo il significato cattolico, DOGMA significa:

«Una dottrina che dalla Chiesa è definita come contenuta nella divina Rivelazione e come tale proposta alla nostra fede» (S. CARTECHINI: Dall’opinione al Dogma, Ed. Civiltà Cattolica - Roma 1953. Nello stendere il presente capitolo, ci è Servito di guida questo ottimo lavoro).

Più brevemente potremmo dire: Una verità rivelata da Dio e propostaci dalla Chiesa.
Il dogma è sempre una DOTTRINA rivelata da Dio. Non importa se tale dottrina si possa conoscere anche al solo lume della ragione. Nella Rivelazione infatti, si possono trovare verità di tre ordini diversi:

a) - Verità di ordine naturale come l’esistenza di Dio, l’immortalità dell’anima.

b) - Verità storiche, cioè fatti storici, specialmente quelli che riguardano Gesù, come la sua nascita, la vita, la morte, la RESURREZIONE.

c) - Verità di ordine soprannaturale, che si possono conoscere solo perché Dio ce le ha rivelate, come i misteri propriamente detti. Ad esempio la Trinità di Dio, l’Incarnazione del Verbo.

RIVELAZIONE PUBBLICA. Un dogma non si poggia su di una rivelazione privata, che pure può essere vera, e anche riconosciuta dalla Chiesa, come ad esempio la rivelazione di Gesù sul Suo S. Cuore fatta a S. Margherita Alacoque, ma ci porta la parola di Dio, rivelata ufficialmente fin dai tempi dell’Antico Testamento che continua nel Nuovo e si chiude colla morte dell’Ultimo Apostolo.
Questa è la Rivelazione pubblica, cioè fatta per tutti, e lasciata da Dio in custodia alla Chiesa, mentre le Rivelazioni private sono fatte per la utilità particolare di una o alcune anime.
Che la Rivelazione sia pubblica ha molta importanza contro la teoria dei Protestanti e dei Modernisti i quali vorrebbero, che la Rivelazione fosse solo una intuizione soprannaturale privata o una semplice esperienza religiosa.

INTORNO ALLA FEDE O AI COSTUMI. Non ogni cosa rivelata è oggetto di dogma, come abbiamo spiegato, ma solo quelle verità che regolano la nostra condotta verso Dio e verso la nostra salvezza eterna nei credere e nell’agire. Il dogma perciò è una dottrina che riguarda la fede o i costumi.

PROPOSTA DALLA CHIESA ALLA NOSTRA FEDE. La verità del dogma non basta che si trovi nella Rivelazione divina, ma è necessario che la Chiesa ce la presenti come tale. Infatti il deposito della Rivelazione è stato affidato a Lei, ed essa ne è la interprete per dirci quale sia genuinamente la parola di Dio e in qual senso ce l’abbia rivelata.
Ciò che fa col suo magistero solenne e ordinario, come abbiamo detto.

Fede Ecclesiastica

Non ogni definizione della Chiesa è dogma di fede. Tra gli elementi essenziali del dogma c’è, come abbiamo visto, che quella verità è contenuta nella Rivelazione. Quando la Chiesa canonizza un Santo, quando stabilisce leggi liturgiche, quando definisce una conclusione teologica come semplicemente vera non dichiara che ciò è contenuto nella Rivelazione.
E’ certo che la Chiesa è infallibile anche nel dare queste definizioni: però definisce queste verità come vere, non come contenute nel deposito della Rivelazione. Per questo tali verità non costituiscono un dogma. Non bisogna infatti confondere la ispirazione che hanno avuto gli Scrittori Sacri nello scrivere i libri della divina Scrittura, con l’assistenza che ha la Chiesa quando propone qualche cosa a credere. Per questa assistenza dello Spirito Santo la Chiesa è infallibile, ma non viene a proporci una nuova Rivelazione, (la quale si chiude con la morte dell’ultimo apostolo). Essa ci propone queste verità come infallibilmente vere, non in quanto contenute nella Rivelazione, ma in quanto connesse alla Rivelazione.

Tale fede si suoi chiamare: FEDE ECCLESIASTICA, o anche: FEDE SEMPLICEMENTE CATTOLICA. Essa si definisce:
l’assenso dato, per l’infallibile autorità della Chiesa, a quelle verità che, quantunque non rivelate, sono annesse colla Rivelazione.

Qualificazioni Teologiche

Da quanto abbiamo detto si vede che diverse verità vengono proposte al nostro assenso con una origine diversa, perciò vengono qualificate o come rivelate divinamente senza una definizione esplicita della Chiesa (FEDE DIVINA), o come rivelate e proposteci dalla Chiesa in quanto tali (FEDE DIVINO-CATTOLICA), o come infallibilmente vere anche se non contenute nella Rivelazione (FEDE ECCLESIASTICA O SEMPLICEMENTE CATTOLICA).
Una qualificazione teologica successiva a queste si ha quando per consenso quasi unanime, una verità si ritiene rivelata e perciò si dice PROSSIMA ALLA FEDE.
Altre verità vengono proposte dai teologi, che a volte tutti sono concordi nella stessa interpretazione, a volte contrastanti. A chi non è a conoscenza della scienza teologica, tali opinioni diverse potrebbero portare un senso di incertezza e di smarrimento: chi, invece, considera questo fatto profondamente, vi ammira la sapienza della Chiesa, che nei punti in cui ancora non si è pronunciata nel suo magistero, lascia libero campo agli studiosi di indagare e approfondire. Così attraverso le indagini delle diverse scuole ha un elemento umano di prudenza e di studio, prima di pronunziare la sua parola infallibile per l’assistenza dello Spirito Santo. Quando però la Chiesa si pronunzia, anche senza usare il carisma della sua infallibilità, le sentenze dei teologi pur essendo in opposizione cadono, e quella verità viene ad appartenere alla DOTTRINA CATTOLICA, come vi appartengono tutte le dottrine anche non proposte formalmente e categoricamente come parola di Dio, ma tuttavia espressamente e autenticamente insegnate, come spesso avviene nelle Encicliche Papali.
Pio XII, nella Enciclica Humani generis, dichiara: «Che se poi i Sommi Pontefici nei loro atti emanano di proposito una sentenza in materia finora controversa, è evidente per tutti che tale questione, secondo la volontà e l’intenzione degli stessi Pontefici, non può più costituire oggetto di libera discussione per i teologi».
Abbiamo spiegato, parlando delle conclusioni teologiche, che cosa significa l’altra qualificazione: TEOLOGICAMENTE CERTA per le verità dedotte da una proposizione rivelata e da un’altra certa per un’altra fonte. Dalla negazione di queste ne seguirebbe la negazione di verità rivelate. Assai simile a questa, è la qualificazione DOTTRINA COMUNE, detta anche: MORALMENTE CERTA, che si ha quando tutte le scuole convengono nella stessa interpretazione di una sentenza (per esempio che l’integrità data all’uomo in principio sia un dono non dovuto).
Infine le qualificazioni: SICURA, il cui contrario non può essere insegnato, come ciò che è contenuto nei decreti dottrinali delle Congregazioni romane, (per esempio i decreti della Commissione biblica per la interpretazione del Genesi); PIÙ COMUNE O COMUNISSIMA, quando da quasi tutti si segue quella sentenza. Per esempio la remissione dei peccati per la stessa infusione della grazia; (notare che questa qualificazione è meno che quella comune, dove si ha l’adesione di tutti, mentre quella più comune ne ha di fronte una meno comune); PIÙ PROBABILE O PROBABILE, a seconda che vi siano solidi argomenti, che, pur non escludendo assolutamente il contrario, danno motivo sufficiente per aderirvi (sentenza probabile) o per preferirla all’opposta (sentenza più probabile).

Censure Teologiche

Alle qualificazioni teologiche si contrappongono LE NOTE O CENSURE TEOLOGICHE che esprimono il giudizio riguardo al grado in cui una negazione si trova di fronte alla verità.
Possono essere dottrinali, se espresse dalle scuole teologiche; giudiziarie se pronunziate dalla Autorità Ecclesiastica.

Diamo l’elenco delle principali censure:
ERETICA è quella proposizione che nega una verità di fede divino-cattolica; ed

ERETICA CONTRO LA FEDE ECCLESIASTICA, O PRESUNTA ERETICA, quella che nega una verità di fede semplicemente cattolica. Tenere questa proposizione, oltre ad essere peccato mortale direttamente contro la fede, fa incorrere anche nelle pene canoniche stabilite dalla Chiesa.
PROSSIMA ALL’ERESIA è la proposizione che non tutti, ma molti dottori, e con fondamento, dicono che è eretica. Per esempio, se uno dicesse che i bambini non hanno giustizia inerente, sarebbe prossimo all’eresia, perché molti teologi dicono che nel Concilio di Trento fu definita la giustizia come inerente universalmente per tutti, sebbene il decreto tratti esplicitamente solo della giustificazione degli adulti.
CHE SA DI ERESIA: è una proposizione equivoca, che si può intendere sia in un senso cattolico che eretico. Per esempio:
la fede giustifica. Se s’intende che basta da sola a giustificare è eretico.
ERRORE SULLA FEDE è la negazione di una verità di fede divina. E ‘peccato mortale.
ERRORE NELLA TEOLOGIA: la negazione di una conclusione teologica. Peccato mortale.
PROSSIMA ALL’ERRORE è la proposizione opposta a una verità prossima alla fede. Peccato mortale.
TEMERARIA è la proposizione che nega una verità di dottrina cattolica, (peccato mortale indirettamente contro la fede) o comune (può esser mortale per temerità) o sicura (mortale per disubbidienza).
Per le proposizioni contro le sentenze più comuni, comunissime, più probabili e probabili non vi è nessuna censura e nessun peccato.
Vi sono altre censure per il modo in cui sono espresse le proposizioni o per i cattivi effetti che producono: EQUIVOCA,
PRESUNTUOSA, SOSPETTA, OFFENSIVA DI PIE ORECCHIE, SCISMATICA, SEDIZIOSA, NON SICURA.

Le Rivelazioni private

La Rivelazione pubblica e ufficiale si chiude, come abbiamo detto, con la morte dell’ultimo Apostolo.
Molte volte però si sa di rivelazioni private, fatte a persone particolari e non a tutta la Chiesa. Esse sono fatte per utilità loro e di altri, benché indirettamente possano portare un bene a tutta la Chiesa.
Quale è l’autorità di tali rivelazioni private? - Si debbono credere? - Quale il contegno della Chiesa verso di esse?
Lo spiegheremo in breve.

ESISTONO RIVELAZIONI PRIVATE. Le troviamo narrate anche nella Sacra Scrittura. Per esempio: Noè, fu avvisato da Dio del diluvio e comandato di costruire l’arca (Gen. 6, 14 s.); Sara

fu ripresa perché non credette subito, che pure in età avanzata, avrebbe avuto un figlio (Gen. 18, 13); così pure Zaccaria ( Lc. 1, 20).
Anche in molte vite di Santi si legge che Dio ha loro parlato.
QUALI I SEGNI che Dio abbia parlato ad una persona privata?
Prima di tutto, per averne la morale certezza, è. necessario che la rivelazione sia accompagnata da miracoli. Inoltre è necessario:

a) - per parte della materia che non si opponga in niente a quanto è stato rivelato pubblicamente e perciò a quanto insegna la Chiesa intorno alla fede e ai costumi. Dice S. Paolo (Gal. 1, 8) «Ma quando anche noi o un angelo dal cielo vi annunziasse un Vangelo diverso, da quello che vi abbiamo annunziato, sia anatema». Deve perciò concordare anche coll’insegnamento comune dei Padri e dei Teologi: non deve indirizzare verso il male o impedire un bene migliore. Quando più assente rivelazioni private sono contraddittorie fra loro, è chiaro che non possono esser vere, almeno alcune.

b) - per parte degli effetti. Non può esser rivelazione di Dio una cosa che porti effetti cattivi, che spinga al male, che produca superbia e vanagloria in chi la riceve.

c) - per parte della persona.. Per eccezione Dio può aver rivelato qualche cosa anche a persone cattive perché si convertano. Ad esempio al Re Baldassar, apparvero delle dita che scrivevano sulla parete delle parole misteriose, spiegate poi da Daniele, che annunziavano la sua condanna (Dan. 5, 5 s.). Però ordinariamente la persona a cui vengano fatte rivelazioni deve essere molto virtuosa, e specialmente umile, obbediente, mortificata. Deve esser di mente equilibrata, e non facile alle suggestioni e impressioni nervose. Questo si riconoscerà anche dal fatto che non desidera le visioni; che non parla di sé, anzi soffre di dover manifestare pubblicamente le divine rivelazioni.
Quando la rivelazione è accompagnata da simili garanzie deve esser creduta da chi l’ha ricevuta e da coloro per i quali è stata fatta. Gli altri, a cui non è diretta, possono credere, purché abbiano le prove sufficienti. Diciamo così perché non sempre è facile avere le prove sufficienti, e in questo caso non c’è l’obbligo di credere. Quando invece ci sono abbiamo la certezza morale che tali cose sono state rivelate da Dio e in obbedienza alla sua autorità dobbiamo crederle.

I Teologi, eccetto i Salmaticesi, asseriscono comunemente che le rivelazioni private possono essere oggetto di fede divina, da credersi con la stessa virtù della fede con cui crediamo le verità rivelate pubblicamente. Ne portano per prova l’approvazione data da Dio a chi vi credette, o la disapprovazione a chi non vi credette, narrata nei brani della S. Scrittura che abbiamo citato.
Inoltre il Concilio di Trento dichiara che qualcuno può sapere per speciale rivelazione se sarà nel numero degli eletti, mentre gli altri non lo possono ritenere per fede (D. B. 805, 825).

QUALE IL CONTEGNO DELLA CHIESA? Lo indica Benedetto XIV nella sua opera: «La Canonizzazione dei Santi» parlando delle rivelazioni private della Beata Ildegarda, S. Brigida, S. Caterina da Siena, S. Teresa. Egli dice: «Si deve sapere che questa approvazione non è altro che una permissione, dopo maturo esame, perché possano venir pubblicate per conoscenza ed utilità dei fedeli: a queste rivelazioni approvate in tal modo, benché non si debba né possa dare l’assenso di fede cattolica, si deve tuttavia l’assenso. della fede umana, secondo le regole della prudenza, secondo la quale cioè, tali rivelazioni sono pro babil e pienamente credibili».
La Chiesa agisce sempre con la più grande prudenza e nel riconoscimento delle rivelazioni private, come in quelle citate e come in molte altre più recenti (S. Margherita Alacoque, Lourdes, Fatima), si ferma al giudizio della probabilità e pia credibilità.
Pio X, nell’Enciclica Pascendi, parlando di simili rivelazioni dice che non sono né approvate né condannate, ma semplicemente permesse, come da credersi piamente, per la sola fede umana, secondo quanto viene narrato e anche confermato da testimonianze e documentazioni. D’altra parte nessuna delle rivelazioni private può esser portata come argomento certo di qualche prova teologica. La Chiesa possiede già tutta la verità nel suo deposito della Fede.

COME CI SI PRESENTA IL DOGMA

In cielo ogni verità potremo conoscerla in modo intuitivo, vedendola in Dio, ma sulla terra l’uomo riceve la conoscenza nel suo intelletto attraverso i sensi. Per esempio: so che il sole splende. Anche per conoscere questa verità, pur così semplice ed immediata, è necessario che attraverso i sensi (vederlo, sentirne il calore, ecc.), io abbia conosciuto che cosa sia il sole e che mi sia formata una idea per sapere che cosa significa risplendere. Quando avrò queste due idee le metto in confronto e vedo che la seconda si applica alla prima.
Per esprimere poi queste idee e comunicarle agli altri, uso un segno che è come un’immagine dell’idea: la parola.
È logico che anche per esprimere una verità rivelata è necessaria la parola. La Chiesa quando ci propone una verità rivelata usa delle formule che ci dicono ciò che Dio ha rivelato.
I Modernisti dicevano che vanno intese come semplici simboli.
Come intendono, allora, i termini, ossia le parole di dette formule che interpretano il fatto religioso secondo i diversi tempi e che hanno solo un senso pratico per il modo di agire, negando che siano la norma estrinseca per credere? Contro costoro poniamo la seguente:

TESI - I dogmi cattolici sono verità da credersi e sono presentati per mezzo di formule dogmatiche che esprimono e determinano con termini scientifici la dottrina rivelata, come è in sé stessa, almeno analogicamente, non simbolicamente o solo praticamente: sono perciò norma estrinseca per credere.

É CERTO

SPIEGAZIONE. Il dogma è la verità, la formula è la proposizione con cui questa verità viene espressa.

CON TERMINI SCIENTIFICI. Ogni parola ha un significato determinato dall’uso, che nelle lingue vive può anche variare col passar del tempo. Per portare un esempio nella lingua italiana:
«oste», anticamente significava “nemico” dalla etimologia latina; oggi, se pure si usa poeticamente, nel linguaggio ordinario, ha tutt’altro significato. Per una determinazione più precisa la Chiesa nel formulare i dogmi usa dei termini prendendoli non dal semplice linguaggio popolare, ma da sistemi filosofici, e precisamente dalla FILOSOFIA PERENNE che i Padri e gli Scolastici sempre usarono come ancella nello studio delle verità divine. Così il concetto è ben precisato dalla elaborazione che quella filosofia ha fatto intorno a quel termine e la formula ne risulta più esatta e determinata, che se fosse stata usata una parola presa nel senso del linguaggio popolare. Così abbiamo con un significato ben preciso le parole: forma, materia, sostanza, essenza, persona, natura, ecc. L’Enciclica «Humani generis» dopo aver detto quanto la Chiesa apprezzi il valore della ragione umana “alla quale spetta il compito di dimostrare con certezza l’esistenza di Dio personale» e i fondamenti della stessa fede cristiana; di «porre inoltre rettamente in luce la legge che il Creatore ha impresso nelle anime degli uomini». Ed infine «il compito di raggiungere una conoscenza limitata, ma utilissima dei misteri», continua: «Ma questo compito potrà essere assolto convenientemente e con sicurezza, se la ragione sarà debitamente coltivata; se cioè, essa nutrita di quella sana filosofia che è come un patrimonio delle precedenti età cristiane e che possiede una più alta autorità, perché lo stesso magistero della Chiesa ha messo al confronto della stessa verità rivelata i suoi principi e le sue principali asserzioni, messe in luce e fissate lentamente attraverso i tempi, da uomini di grande ingegno».
«In questa filosofia vi sono certamente parecchie cose che non riguardano la fede e i costumi, né direttamente né indirettamente e che perciò, la Chiesa lascia alla libera discussione dei competenti in materia; ma non vi è la medesima libertà riguardo a parecchie altre specialmente riguardo ai principi e alle principali asserzioni di cui già parlammo».
Queste ultime frasi ci dicono che una tesi filosofica da cui vengono desunti i termini per esprimere un dogma potrebbe anche essere falsa, ma questo non porterebbe nessun danno alla verità del dogma, perché non è la tesi filosofica che il dogma esprime, ma una verità rivelata, coi termini scientifici della filosofia, i quali hanno un determinato significato, prescindendo dal valore della tesi filosofica.
Un esempio pratico ci farà capire meglio. Contro un errore di Pietro Olivi, li Conc. dì Vienna usò la parola «forma» per definire l’unione sostanziale dell’anima col corpo (D. B. 481). Supponiamo, per ipotesi, che un giorno la tesi scolastica sulla materia e la forma venisse dimostrata falsa: non sarebbe falso il dogma in cui viene usata questa parola: l’anima non è qualche cosa di estraneo alla materia, come quando l’Angelo Raffaele, mostrandosi a Tobia aveva assunto un corpo che non apparteneva alla sua personalità, ma veramente informa il corpo il quale non ha un’altra anima sensitiva che lo sostenga cosicché, separata l’anima spirituale dal corpo, questo rimane privo di vita. Prescindendo quindi dalla verità della dottrina aristotelica su materia e forma, resta sempre esatto in quale senso la Chiesa abbia usato la parola: «forma».

ALMENO ANALOGICAMENTE - Già in principio, parlando dei misteri, abbiamo spiegato che non si possono intendere in modo adeguato e univoco, ma analogico, cioè secondo una certa proporzione, che esclude però il senso equivoco. - Abbiamo aggiunto anche la parola «almeno» perché alcune verità espresse nei dogmi le possiamo capire in senso univoco, cioè in senso proprio, come quando vengono definiti fatti storici, per esempio: «Gesù è nato da Maria Vergine, ha patito, è morto, è risorto»; altre in senso metaforico: esempio «Siede alla destra del Padre», che significa: gode della stessa onnipotenza del Padre: «Tu sei Pietra», cioè fondamento.
Anche il Concilio Vaticano I (D. B. 1796) parla dei misteri di cui si può raggiungere una conoscenza limitata, ma fruttuosissima (e utilissima, come aggiunge l’Enc. Humani generis, già citata) «per quelle cose che di questi si conosce per analogia».

NON SIMBOLICAMENTE - Le cose divine rivelate, quantunque non tutte si possano intendere in senso proprio, pure non si riducono a un semplice simbolo, diverso dalla verità, ma c’è sempre una certa proporzione.

O SOLO PRATICAMENTE - Quantunque i dogmi portino in effetto anche a una condotta pratica di vita, pure prima di tutto, sono verità di ordine intellettuale che dobbiamo credere.

NORMA ESTRINSECA DI CREDERE - Se per credere è necessaria intrinsecamente l’autorità di Dio rivelante, estrinsecamente è necessario che ci sia determinata la formula che ci esprime con esattezza la verità rivelata da Dio.
S. Pio X, nella professione di fede (D. B. 2145) dice che dobbiamo professare come definito dalla Chiesa, che la fede «è un vero assenso dell’intelletto alla verità ricevuta estrinsecamente per mezzo dell’udito».

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA - Parlando del magistero della Chiesa abbiamo portato i numerosi testi che dimostrano come essa ha avuto da Dio la missione d’insegnare la verità da Lui rivelata. Essa perciò ha il compito di proporci questa verità nei vari suoi punti, insegnandoci con esattezza come debba essere intesa.

Gesù ha detto: «Nessuno conosce il Padre, se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo abbia voluto rivelare» (Mt. 11, 27; Lc. 10, 21-24).
Dunque il Figlio ci ha manifestato la verità, anzi, le singole:
verità da credere. «Egli ce lo ha narrato», dice in un altro punto 8. Giovanni (1, 28). Tutto ciò che Gesù ci ha insegnato, attraverso l’udito è giunto all’anima nostra come norma da credere.
Gli Apostoli sono i testimoni di questa rivelazione. Essi hanno l’incarico di predicarla in tutto il mondo, e la prima condizione per la salvezza è il credere a queste verità. «Chi avrà creduto... sarà salvo» (Mc. 16, 15-16).
Perciò quello che la Chiesa ci proporrà a credere, non sarà solo per effetto pratico, ma richiede prima di tutto l’assenso: della mente.
Non è simbolico, perché tutto l’insegnamento della Chiesa ci propone verità ben determinate di cui alcune si riferiscono a misteri, altre a fatti storici e insegnamenti.
Paolo Apostolo dichiara di insegnare quello che ha ricevuto dal Signore (1 Cor. 15, 1-8), e non solo dà precetti pratici, ma in ogni lettera per prima cosa esprime una parte di insegnamento dottrinale.

B) DALLA TRADIZIONE. Tutti i Padri dichiarano eretici coloro che non credono a quanto insegna la Chiesa. Non riportiamo i numerosi passi che potete vedere nelle tesi del trattato «La
Chiesa». Vedete come essi insistono nel richiedere l’adesione a tutte le verità insegnate dalla Chiesa docente.
La Chiesa nella sua prassi ci dimostra pure questo fatto. Essa non solo è stata sempre pronta a condannare coloro che deviavano dalla verità e a definire quale fosse la verità sia nel suo magistero ordinario, sia nei Concili, come nelle formule dei Simboli, ma fino dai primi tempi esigeva che i catecumeni fossero istruiti nella verità. Colla sua predicazione, poi, in ogni tempo, ha annunziato agli uomini, secondo il comando divino, le verità da credere.

L’IMMUTABILITA’ DEL DOGMA

Gli errori

Gli ANTICHI PROTESTANTI, prendendo la S. Scrittura come unica fonte della Rivelazione e non riconoscendo l’autorità

data da Gesù alla Chiesa, negarono ogni potere di formulare dei dogmi, tenendosi unicamente alle parole della S. Scrittura.
I M0NTANISTI, i MANICHEI, i FRATICELLI, gli ANABATTISTI, gli AVVENTISTI e altri Protestanti, pure in modi diversi, aspettarono una nuova effusione dello Spirito Santo che venisse a rivelare altre cose nuove. Altri Protestanti, ammettendo la ispirazione privata dicono che la Religione Cristiana si va arricchendo di nuove verità attraverso questa ispirazione.
I SEMIRAZIONALISTI con Gunther, dicono che col progresso della filosofia e delle scienze i dogmi possono giungere ad avere un significato diverso da quello che avevano quando furono definiti.
I MODERNISTI vanno ancora oltre, come più volte abbiamo parlato.
Contro questi errori, opposti fra loro, dobbiamo studiare il problema sotto un doppio aspetto:
1) - L’IMMUTABILITÀ NEL NUMERO delle verità rivelate.
2) - L’IMMUTABILITÀ NELLA SOSTANZA dei dogmi definiti.

Immutabilità nel numero delle verità rivelate

Abbiamo detto più volte che la Rivelazione è stata fatta da Adamo fino agli Apostoli.
Nel Paradiso terrestre Dio scendeva in forma visibile verso sera e si tratteneva a parlare con Adamo, passeggiando con Lui. In questi colloqui divini, Dio manifestava al nostro progenitore le verità che la semplice ragione umana non poteva conoscere. Certamente Dio gli rivelava almeno le verità fondamentali: cioè la sua esistenza, i suoi attributi, la vita divina nell’uomo nella giustizia originale in cui lo aveva costituito, il premio o il castigo eterno che avrebbe meritato colla sua fedeltà o infedeltà, la morte, cui sarebbe stato condannato, se avrebbe disobbedito.
Appena commesso il peccato, Dio gli fa conoscere anche le gravi conseguenze in cui era incorso e insieme gli promette il Redentore, che sarebbe nato dalla Donna, che avrebbe schiacciato il capo al serpente.
Più tardi, come ci narra la S. Scrittura, Dio parla ai Patriarchi ed ai Profeti insegnando altre verità da credere, precetti da osservare, riti da compiere per tributargli un culto a Lui gradito. In particolare a Mosè, dà i Comandamenti, che fino dal principio aveva impresso nel cuore dell’uomo e gli dà ancora molte altre prescrizioni per il popolo che si era conservato fedele a Lui e dal quale doveva nascere il Messia. Continuano in seguito altri Profeti, che ricevono le rivelazioni del Signore e le manifestano al popolo. Infine viene Gesù, che non distrugge, ma perfeziona l’Antica Legge e svela i misteri più sublimi. Salendo al Cielo, lascia ancora gli Apostoli come testimoni, non solo della sua vita, ma del suo insegnamento. Ad essi non solo dà l’assistenza del suo Spirito Divino come avrebbe continuato per tutti i secoli con la Chiesa, ma ancora l’ispirazione per cui avrebbero potuto annunziare nuove verità. Per esempio: il fatto della Assunzione di Maria Vergine al cielo, se già implicitamente era contenuto nel protoevangelo «Essa schiaccerà la tua testa», e nelle parole dell’Angelo: «piena di grazia», pure gli Apostoli, cui Dio lo aveva rivelato, lo insegnano ai fedeli.
Così è chiara la Rivelazione fatta dagli Apostoli di altre verità nelle Lettere e nella Apocalisse, come le Profezie, la ispirazione dei libri degli Apostoli, ecc.
Perciò contro qualche teologo, come il Palmieri, che dice non esser stata fatta la Rivelazione di nessun’altra verità dopo la Pentecoste, è dottrina comune la Rivelazione di altre verità fino alla morte degli Apostoli.
La Divina Rivelazione si chiude colla morte dell’ultimo Apostolo, che, esattamente, fu S. Giovanni.
In questo periodo di tempo perciò (cioè da Adamo fino alla morte dell’ultimo Apostolo), Dio ha fatto la Rivelazione pubblica. Durante tutto questo periodo il numero delle verità rivelate andava aumentando e solo in questo senso si può parlare di «accrescimento di dogmi». Col passar del tempo Dio rivelava nuove verità. (È chiaro che qui la parola dogma non è detta nel significato tecnico, ma nel significato di verità rivelata).
Così sapientemente il Signore preparava a poco a poco l’uomo alla conoscenza dei misteri più alti. Per esempio: il mistero della SS. Trinità, che non era conosciuto, ma semplicemente adombrato nell’Antico Testamento, viene chiaramente svelato da N. S. Gesù Cristo.
Contro gli eretici di cui abbiamo parlato sopra, che ammettono la Rivelazione di altre verità, dopo il periodo apostolico, dimostriamo la seguente:

TESI - La Rivelazione pubblica fatta da Dio è completa coll’età apostolica in modo tale, che non si debbano aspettare nuove rivelazioni pubbliche e tanto meno un nuove ordinamento della religione.

É DI FEDE

per l’insegnamento universale della Chiesa, benché in questo punto non ci sia una esplicita definizione.

SPIEGAZIONE - Essendo chiara la enunciazione della Tesi per le spiegazioni precedenti, basta fermarci sulle parole: NUOVO ORDINAMENTO DELLA RELIGIONE.
Un ordinamento nuovo, (o come si dice con parola tecnica «una nuova economia», è avvenuto quando Gesù è venuto sulla terra. Infatti, pur non togliendo l’antica Legge, l’ha perfezionata, abrogando leggi rituali ed elevando quello che anticamente era fatto solo in figura di annunzio. Per esempio:
i sacrifici degli animali erano solo figura del Sacrificio dell’Agnello senza macchia; e dove c’è la realtà non occorre più la figura. Così la istituzione dei Sacramenti, la costituzione della sua Chiesa, il precetto dell’amore, insieme agli insegnamenti più sublimi.
Alcuni di questi eretici starebbero aspettando invece, una nuova economia, come per esempio l’incarnazione dello Spirito Santo.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA: Gesù dichiara apertamente agli Apostoli che a quanto ha rivelato loro si aggiungerà l’azione dello Spirito Santo, che insegnerà loro ogni verità e riporterà alla loro memoria quello che Egli stesso ha già insegnato:
«Molte cose ho ancora da dirvi; ma non le potete capire adesso. Quando però verrà quello Spirito di verità, vi insegnerà ogni verità» (Gv. 16, 12-13). «Egli vi insegnerà ogni cosa, vi rammenterà tutto quello che vi ho detto» (Gv. 14, 16).
La promessa è fatta personalmente agli Apostoli e perciò dopo la loro morte non sarà fatta nessun’altra Rivelazione pubblica. Essi dovranno insegnare fedelmente “utto quello che Gesù avrà insegnato loro» (Mt. 28, 20). Ciò che osservano con tanta fedeltà, e Paolo comanda a Timoteo di conservare fedelmente il «deposito della fede» (I Tim. 4, 20), evitando ogni novità. Questo deposito deve essere conservato intatto senza aggiunte né soppressioni, come lo hanno lasciato gli Apostoli. Questo deposito deve restare intatto fino alla fine del mondo, senza che debba venire una nuova economia un nuovo ordinamento. Nella lettera agli Ebrei (8, 7-15 e 12, 27-28), parla della abrogazione dell’Antico Testamento per dar luogo al Nuovo, che ci ha dato un «regno immobile» che cioè durerà per sempre.
Nella stessa lettera (8, li s.) dice che il Sacerdozio della Nuova Legge «è sempiterno». Il Sacerdozio è parte essenziale della Religione: dire che questo Sacerdozio rimane per sempre, significa che non ci dovrà essere nessun nuovo ordinamento.

B) - DALLA TRADIZIONE: S. Vincenzo di Lirino (Commonitiones 22) commentando le parole «deposito della fede» dette da Paolo a Timoteo, si domanda: «Quale deposito?» e risponde insistendo su ciò che è della pubblica Rivelazione data da Gesù e dagli Apostoli.
S. Clemente Romano nella I Lettera ai Corinti, spiega che «la regola della nostra tradizione» ci è stata data dagli Apostoli, mandati da Gesù, mandato da Dio.
Più esplicitamente S. Ignazio (op. c. 3, 26) dice: «Studiate di con formarvi alle dottrine del Signore e degli Apostoli». Lo stesso pensiero si riscontra in tutti gli altri Padri e Scrittori:
così i Concili, così i Papi, che come S. Stefano decreta contro i Ribattezzanti: «Niente si innovi, se non quanto ci è stato tramandato».
Il Concilio Vaticano I dichiara espressamente (D. B. 212):
«Lo Spirito Santo non è stato promesso ai successori di Pietro affinché, colla sua Rivelazione manifestassero una nuova dottrina, ma affinché colla sua assistenza la rivelazione trasmessa dagli Apostoli, ossia il deposito della fede, custodissero santamente ed esponessero fedelmente».

L’immutabilità nella sostanza dei dogmi definiti

Contro gli altri errori, enunciati poco sopra, e in particolare contro Gunther e i Modernisti, enunciamo la seguente:

TESI - Il dogma è sostanzialmente immutabile e il progresso dei dogmi consiste solo in una più vasta e chiara spiegazione della dottrina nel solo senso in cui l’ha intesa la Chiesa.

É DI FEDE

la prima e la terza parte della tesi dal Concilio Vaticano I (D. B. 1818);

É CERTO

per la seconda che cioè il progresso consiste solo in una spiegazione più vasta e più chiara della dottrina, dallo stesso Concilio, (D. B. 1809). Esso dice: «Se alcuno avrà detto che può avvenire che ai dogmi proposti dalla Chiesa, talvolta secondo il progresso della scienza si debba attribuire un altro significato da quello che ha inteso ed intende la Chiesa, sia scomunicato».
E riguardo alla seconda parte: «Cresca e progredisca molto e intensamente l’intelligenza, la scienza, la sapienza tanto dei singoli che di tutti, tanto di un solo uomo, che di tutta la Chiesa col passar delle età e dei secoli; ma nel suo stesso genere, vale a dire, nello stesso dogma, nello stesso senso, nello stesso giudizio».

PROVA della 1a parte.

A) - NELLA SCRITTURA troviamo che S. Paolo (Gal. 1) dice:
«Quand’anche noi, o un Angelo del Cielo vi annunziasse un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia anatema».
Questa proposizione dichiara come non vi può essere cambiamento che contraddica a ciò che è l’annunzio di verità propostoci dalla Chiesa. L’insegnamento delle verità rivelate da Dio rimane in eterno. Passeranno il Cielo e la terra, ma non passeranno le parole del Signore. «Il Cielo e la terra passeranno; ma le mie parole non passeranno» (Mt. 24, 35).

B) - LA RAGIONE lo conferma. li dogma essendo una verità, come più volte abbiamo ripetuto, non può essere e non essere. La verità è una sola, e nel dire che col passar del tempo viene ad avere significato diverso, sarebbe negare la veracità di Dio che ha manifestato e consegnato alla Chiesa tali verità.
La stessa verità umana, quando è veramente acquisita con certezza, non può ricevere mutamenti: tanto meno la verità che ci è stata rivelata da Dio. Dice in proposito l’Enc. «Humani generis»: Poiché la verità ed ogni sua manifestazione filosofica non può essere soggetta a quotidiani mutamenti, specialmente trattandosi dei principi per sé noti alla ragione umana e di quelle asserzioni che poggiano tanto sulla sapienza dei secoli quanto nel consenso e sul fondamento anche della Rivelazione divina qualsiasi verità la mente umana con sincera ricerca ha potuto scoprire, non può essere in contrasto con la verità acquistata».

2a e 3 parte - Può esserci un progresso nei dogmi?

Messa ben salda la nozione della immutabilità sostanziale del dogma, possiamo ben parlare di un progresso, non nella sua SOSTANZA, ma nella sua CONOSCENZA. Non è relativa la verità, la quale resta immutabile, ma è perfettamente la sua conoscenza. Molte verità rivelate sono contenute nelle loro fonti in modo implicito, come abbiamo veduto, e perciò oscuro. La Chiesa stessa, colle sue definizioni viene a farcele conoscere più chiaramente. Per esempio, nel Vangelo Gesù dice: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv. 10, 30). Il Conc. di Nicea (325) definisce contro Ano che «Il Verbo è consostanziale al Padre, cioè della stessa sostanza». Il concetto è uguale, ma nella Scrittura sono usati termini diversi. Il Concilio colla parola nuova nello stesso concetto lo spiega più chiaramente con questo termine scientifico, ma la verità non cambia. La stessa Chiesa può domani con una nuova definizione chiarire e completare un concetto che oggi non ha chiarito in una determinata definizione. La ragione è che colla assistenza dello Spirito Santo la Chiesa nel dare una definizione non esaurisce tutto quanto può dirci intorno a quelle verità, ma solo è assistita in modo che quanto dice non abbia nulla di errato. Per portare un esempio recente, nella definizione del dogma della Assunzione della B. V. al Cielo il Papa ha definito che «dopo questa vita mortale, Maria è stata Assunta ai Cielo in anima e corpo», ma non ha definito se sia stata soggetta alla morte o no.
Se un giorno la Chiesa definisce questo punto, non vuoi dire che sia mutato il dogma della Assunzione.
Inoltre alcune delle verità rivelate possono restare oscurate per qualche tempo, ma non in modo generale e universale, né possono restare oscurate quelle definite. Pio VI (D. B. 1501) condannò la proposizione del Sinodo di Pistoia che dice: «in questi ultimi secoli si è diffuso nelle verità dì maggiore importanza, riguardanti la Religione e che sono base della Fede e della dottrina morale di Gesù Cristo, un generale oscuramento».
Da questo oscuramento particolare ne consegue un progresso quando la Chiesa ha parlato. Solo in questo senso si può parlare di progresso o evoluzione del dogma: progresso ed evoluzione soggettiva nella conoscenza e non oggettiva nella sostanza, che resta sempre la medesima. Per richiamarci a un esempio già portato parlando dei misteri, diremo che la verità è come un diamante prezioso appena trovato nella miniera: è coperto di carbone e di scorie: man mano che viene lavorato presenta le sue sfaccettature e il suo splendore. Sempre più se ne vede la bellezza, ma il suo valore sostanziale c’era anche prima: soltanto non appariva al nostro occhio. Così anche nel progresso per la nostra conoscenza il dogma resta sempre lo stesso e non gli si deve dare nessun altro senso di quello che gli ha dato e gli da la Chiesa.

CAPITOLO QUARTO
L’ATTO DI FEDE

Abbiamo dato la definizione dell’atto di fede. Ora analizziamolo più profondamente. Abbiamo visto che per preparano occorre la Rivelazione coi motivi di credibilità e di credentità che ci danno la certezza che Dio ha parlato e perciò dobbiamo credere a quello che ha detto. Ma a questo punto non abbiamo ancora emesso l’atto di fede.
Dalla definizione data da S. Tomaso e che abbiamo sopra riportato
«Credere è un atto dell’intelletto che dà assenso alla verità divina sotto il comando della volontà, mossa da Dio per mezzo della grazia», rileviamo che per credere sono necessari questi tre elementi:

LA GRAZIA, L’INTELLIGENZA, LA VOLONTA'.

Su questi tre elementi fermiamo il nostro studio.

La grazia nell’atto di fede

Nessuno può emettere l’atto di fede colle sue sole facoltà e forze umane. La fede è un dono di Dio, e come tale non solo richiede il dono soprannaturale della Rivelazione, ma anche l’aiuto di Dio per aderire a quanto ha rivelato.
I Pelagiani, che incontreremo e studieremo più dettagliatamente nel Trattato della Grazia, dicevano che l’uomo può compiere atti adeguati alla sua salvezza eterna colle sole sue forze, senza l’aiuto della grazia. Riprese questo errore, già condannato dal secondo Conc. di Orange e dal Conc. di Trento, Hermes, che diceva che la cognizione di fede nasce necessariamente dall’intelletto e dalla volontà colle sole forze umane.
I Semipelagiani pur ammettendo la necessità della grazia per le opere meritorie della salvezza eterna, dicevano che «l’inizio della fede, e prima di tutto almeno il pio affetto di credere», (cioè la volontà vera di credere colla quale ci prepariamo alla fede), si compie senza l’influsso della grazia.
Contro questi errori dimostriamo la seguente:

TESI - L’atto di fede emesso dall’intelletto sotto il comando della volontà, si ha colla grazia di Dio che previene ed accompagna questo atto colla sua illuminazione e ispirazione; anzi questa grazia si ii chiede anche per l’inizio della fede e per lo stesso pio affetto di credere.

É DI FEDE

riguardo alla ispirazione.

É CERTO

riguardo alla illuminazione, dai Concili di Orange, di Trento e Vaticano I qui citati.

SPIEGAZIONE - GRAZIA DI DIO CHE PREVIENE. L’aiuto soprannaturale della grazia non basta nell’atto stesso della fede, ma occorre anche in antecedenza.
Per emettere speculativamente il giudizio di credibilità di per sé non si richiede la grazia interna (quella esterna è già data dal fatto della Rivelazione e dei segni che l’accompagnano).
Osservando i segni uno ha un motivo di ordine naturale bastante a dimostrare la credibilità.
Anche per il giudizio speculativo dei motivi di credentità di per sé in modo assoluto non si richiede la grazia interna. E’ dottrina comune. Infatti conosciuti i segni che comprovano la credibilità e l’autorità di Dio che rivela, con la sola ragione ne deriva la conseguenza che dobbiamo credere quello che ha rivelato Dio, verità somma.
Tanto per il giudizio di credibilità, che per quello di credentità, abbiamo messo la frase «per sé», perché in via di fatto niente proibisce, che anche per questi Dio abbia dato una grazia interna, che aiuti la ragione. Dove però necessariamente ci deve esser la grazia soprannaturale è sul giudizio pratico di credentità che comandi l’assenso della volontà; quello che abbiamo chiamato: «pio affetto di credere». Infatti questo atto di volontà per credere è congiunto in modo immediato all’atto di fede e deve perciò sgorgare dallo stesso principio soprannaturale. Perciò è necessaria la grazia. E’ dottrina certa.
A maggior ragione si richiede la grazia per emettere l’atto di fede. Ciò è di fede. Infatti questo è un atto assolutamente soprannaturale. Questa grazia rimuove il buio e l’errore dall’intelligenza, e le cattive inclinazioni della volontà, come dice il Conc. Il di Orange: «Corregge la nostra volontà dalla infedeltà alla fede, dalla empietà alla pietà». (Questa grazia che rimuove gli ostacoli alla debolezza della natura umana, i Teologi la chiamano grazia medicinale).
Ma questa grazia è ancora elevante: cioè innalza a un ordine superiore che non ci è dovuto, ci avvia a farci partecipi della vita divina, che si ha sulla terra quando alla fede è unita la carità e che è l’inizio quaggiù di quella vita divina che continuéremo nel cielo.
ACCOMPAGNA - Emesso l’atto di fede per conservarla ed accrescerla è ancora necessaria la grazia di Dio che accompagna e aiuta.
ILLUMINAZIONE - Perché l’intelligenza sia illuminata in modo salutare, (cioè si indirizzi verso la salvezza) è necessaria la grazia.
ISPIRAZIONE - Questa si riferisce alla volontà perché in modo salutare scelga e dia il suo assenso.

PROVA - A) - DALLA SCRITTURA. Nel trattato della grazia proveremo che ogni atto che conduce alla salvezza eterna, non può essere emesso senza la grazia. In particolare qui portiamo alcuni brani che dimostrano questa necessità riguardo alla fede.

1) - Gesù, parlando della fede agli Ebrei che non volevano credere, dice: «Nessuno può venire a me, se il Padre che mi ha mandato non lo attrae... ci sono alcuni tra voi che non credono... per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli sia dato dal Padre mio» (Gv. 6, 44, 65, 66). In questo capitolo di S. Giovanni, Gesù prima di parlare della fede in generale, per portare gli ascoltatori alla fede della promessa che egli fa della istituzione della Eucaristia, ha dato loro un segno con la moltiplicazione dei pani. C’è stato tutto il cammino per giungere alla fede: dal motivo di credentità col miracolo, a quello della credibilità, mostrando che Egli era «mandato dal Padre». Eppure non credono. Gesù ne dice la ragione: è necessario che loro sia dato dal Padre; è necessario che siano attratti a Lui da Lui. Dunque è necessaria la grazia per poter giungere alla fede.

2) - S. Paolo afferma frequentemente che la fede è un dono di Dio; è dono dato gratuitamente: «Siete stati salvati con la grazia per la fede; e questo non da voi, poiché è dono di Dio» (Ef. 5). L’uomo da sé non è capace nemmeno a pensare quello che gli serve per la vita eterna: «Non perché siamo capaci di pensare qualche cosa da noi come venisse proprio da noi, ma la nostra capacità viene da Dio» (2 Cor. 3, 5). Non basta nemmeno l’aiuto esterno della predicazione, se non c’è l’aiuto interno della grazia di Dio: «Né chi pianta, né chi innaffia è qualche cosa; ma è Dio che fa crescere» (1 Cor. 3, 7).
Tutti questi passi mostrano come senza la grazia di Dio non può esserci l’atto di fede.

B) - DALLA TRADIZIONE:

1) - Fra i Padri, S. Giovanni Crisostomo dice: «La fede non è nostro dono, ma dono di Dio» (Homilia in Ephes. 4, 2). S. Agostino, commentando il brano di S. Paolo, qui riportato, dice: «Come nessuno è capace da sé a cominciare o compiere qualunque opera buona... così nessuno è capace a cominciare o a completare la fede, la nostra capacità viene da Dio» (De Praedestinatione Sanctorum. 5).

2) - Più esplicitamente i Concilii determinano la cosa. Il Conc. II di Orange (529), tenuto contro i Semipelagiani e confermato da Papa Bonifacio II dice: «Se alcuno avrà detto che come l’aumento così l’inizio della fede e lo stesso affetto di credere col quale crediamo in Lui che giustifica l’empio e giungiamo alla rigenerazione del S. Battesimo, è in noi non per il dono della grazia, cioè per d’ispirazione dello Spirito Santo che corregge la nostra volontà dalla infedeltà alla fede, dalla empietà alla pietà, si dimostra avversario dei dogmi apostolici» (D. B. 178). Aggiunge poi che non si può pensare e scegliere ciò che è necessario alla salvezza, cioè assentire al Vangelo «senza la illuminazione e la ispirazione dello Spirito Santo».
Lo stesso pensiero viene più tardi confermato dal Conc. di Trento: «Se alcuno avrà detto che senza la preveniente ispirazione dello Spirito Santo e il suo aiuto l’uomo può credere come è necessario, perché egli riceva la grazia della giustificazione, sia scomunicato» (D. B. 813).
Infine contro l’errore di Hermes, il Conc. Vaticano I ha dichiarato che la fede è un dono soprannaturale anche quando non opera per mezzo della carità. Perciò è un dono di Dio e nessuno può dare il suo assenso alla predicazione evangelica «come è necessario per conseguire la salvezza senza l’illuminazione e l’ispirazione dello Spirito Santo» (D. B. 1791).

L’intelligenza nell’atto di fede

Alcuni Protestanti giudicano l’atto di fede che chiamano anche «fiducia» un atto della volontà soltanto. Lo stesso i Modernisti, giudicandolo come una tendenza, un senso religioso che proviene dalla subcoscienza, lo considerano pure qualche cosa della volontà.
Contro costoro dimostriamo la seguente:

TESI - La fede un atto che propriamente scaturisce dall’intelligenza, essendo un assenso alle verità rivelate.

ALMENO PROSSIMO ALLA FEDE

dal Conc. Vaticano I e specialmente dalla costituzione di S. Pio X, qui citata, anzi da questa alcuni Teologi la considerano senz’altro di fede.
SPIEGAZIONE - Scaturisce dall’intelligenza. La verità è oggetto proprio dell’intelligenza; è un atto del conoscere. Oggetto della fede sono le verità rivelate da Dio, dunque sono oggetto dell’intelligenza.

PROVA: A) - NELLA SCRITTURA molte volte si parla della fede come un ossequio della intelligenza. Alla promessa dell’Eucarestia, quando Gesù interroga gli Apostoli, Pietro risponde: «Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio» (Gv. 6, 70). Il suo atto di fede è un atto di conoscenza. Così prima della RESURREZIONE di Lazzaro, Marta annunziando la sua fede nella RESURREZIONE finale dice: «Lo so bene che risusciterà nell’ultimo giorno» (Gv. 11, 24). Ancora S. Giovanni (17, 3) dice chiaramente: «È questa la vita eterna che conoscano te, vero Dio e Colui che hai mandato, Gesù Cristo».
S. Paolo nella II Cor. (10, 5) dice: «...e assoggettiamo qui ogni intelletto all’obbedienza di Cristo». Anzi, descrivendo la fede, dice, che: «adesso conosco parzialmente...», ma nella vita eterna «conoscerò come io sono conosciuto».

B) - NELLA TRADIZIONE:

1) - I PADRI esprimono chiaramente questo concetto. S. Giovanni Crisostomo dice: «La fede è opera dell’intelligenza, e perciò colla fede intendiamo» (In Haebreos). E S. Cirillo di Gerusalemme: «La fede è l’occhio che illumina la coscienza e genera l’intelligenza” (Catech. 5, 4). S. Agostino: «Ognuno che crede, pensa; e credendo pensa e pensando crede» (Op. cit. 5). Più chiaramente ancora S. Tomaso: «Credere è in modo immediato un atto dell’intelligenza, perché oggetto di questo atto è la verità, ciò che propriamente appartiene alla intelligenza» (S. Th. 2, 2, q. 4.a 2, 3).

2) - I CONCILII. Il Vaticano I, come già vedemmo, definisce la fede una virtù.., per la quale crediamo esser vere le verità rivelate. Dichiara pure che a «Dio rivelante dobbiamo porgere colla fede, l’ossequio dell’intelligenza e della volontà».
Nella professione di fede, prescritta da S. Pio X il 1 Settembre 1910, è scritto: «Certissimamente tengo e sinceramente professo che la fede non è un cieco senso della religione, che erompe dalle latebre della subcoscienza, ma un vero assenso dell’intelligenza alla verità ricevuta esternamente dall’udito».
Alle parole della Scrittura e della Tradizione di cui abbiamo portato solo alcune citazioni si rivela che la fede è un assenso della intelligenza. Ma specialmente in questo ultimo testo di S. Pio X la Chiesa ci insegna chiaramente che ciò lo dobbiamo tenere certissimamente e professare sinceramente:
espressione che significa come questa verità se non è stata esplicitamente definita è per lo meno
prossima alla fede.

La volontà nell’atto di fede

Nel concorso dell’uomo per emettere l’atto di fede, oltre la sua intelligenza, occorre pure la sua volontà. Fra gli errori, che hanno negato questo punto, ce ne sono due completamente opposti: quello dei Fideisti che negano il valore dei motivi di credibilità, li stimano insufficienti a dar la certezza che Dio abbia parlato e dicono che questa certezza viene soltanto dopo che si è emesso l’atto di fede col comando della volontà; e quello dei Semi-razionalisti, che escludono ogni concorso della volontà e quindi di libertà, riducendolo a un solo atto di conoscenza. Contro costoro ecco la seguente:

TESI - L’atto di fede, quantunque emesso dall’intelletto, viene fatto sotto il comando della volontà libera e ben disposta.

É DI FEDE

dal Concilio di Trento e Vaticano I.
Il Conc. di Trento infatti dice che gli uomini «si dispongono alla stessa giustizia quando mossi e aiutati dalla divina grazia, concependo la fede dall’udito si muovono liberamente verso Dio». CD. B. 798).
E il Conc. Vaticano I dichiara contro Hermes che l’atto di fede è «un’opera pertinente alla salvezza colla quale l’uomo dà a Dio stesso una libera obbedienza, acconsentendo e cooperando alla grazia di Lui, alla quale potrebbe por resistenza» (D. B. 1791). Ne dà poi la definizione con queste parole:
«Se alcuno avrà detto che l’assenso alla fede cristiana non è libero, ma si produce per necessità con argomenti umani, sia scomunicato» (D. B. 1814).

SPIEGAZIONE - Si è detto nella tesi: «VOLONTÀ LIBERA». Oggetto proprio della volontà è il bene. Una cosa conosciuta come bene in modo intrinsecamente evidente la volontà non può non volerla, quindi non resta più libera.
I beati del Cielo non possono non amare Dio, perché vedono che è il Sommo Bene. Nella fede invece, l’evidenza della credibilità è estrinseca. Non ci dà l’intrinseca evidenza di Dio, ma solo la certezza morale che esclude ogni dubbio prudente. Perciò l’intelletto non resta perfettamente quietato e può essere assalito da dubbi, siano pure imprudenti, per allontanare i quali è necessario l’esercizio della volontà. I misteri, per esempio, della SS. Trinità, dell’Incarnazione, anche colla evidenza della credibilità rimangono intrinsecamente oscuri. Perciò resta alla volontà di accettare o di por resistenza: essa resta libera nella scelta e non è costretta a dover credere.

BEN DISPOSTA - Perché la volontà dia il suo influsso nell’atto di fede è necessario che sia ben disposta, cioè in un atteggiamento di rettitudine che voglia escludere gli ostacoli che si oppongono al raggiungimento della verità e del bene; deve fuggire la leggerezza per cui l’uomo facilmente è distratto dalle cose del senso e dimentica le eterne; deve allontanare tutto quanto sa di sensualità, di superbia e di attaccamento alla terra. L’esperienza pratica ci dice che molti uomini non aderiscono alla fede perché presi dalle loro passioni.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Gesù ha messo come prima condizione alla salvezza la Fede. «Chi crederà sarà salvo, chi non crederà sarà condannato» (Mc. 16, 16). Ciò suppone il concorso della volontà dell’uomo che liberamente può accettare o respingere la fede. Perché possa credere è necessaria fra le altre condizioni, la sua buona volontà. S. Giovanni in più punti riporta la parola di Gesù che afferma come i Giudei non credono perché “non sono da Dio»; «non cercano la sua gloria»; «hanno per padre il diavolo» (Gv. 5, 31; 7, 16; 8, 42 s.). «Amano di più le tenebre che la luce» (3, 19). Tutte queste frasi indicano la necessità delle buone disposizioni della volontà per credere, e al tempo stesso come questi uomini siano rimasti liberi di scegliere quelle cattive opere senza esser costretti a venire alla fede. Però questa libertà dà loro una terribile responsabilità: «Chi crede in Lui, non viene giudicato, ma chi non crede è già giudicato» (Gv. 3, 18).
S. Paolo loda la fede di Abramo, libera e generosa, che perciò gli viene imputata a merito di giustizia (Rom. 4, 1-5).

B) - DALLA TRADIZIONE. Abbiamo visto sopra il pensiero della Chiesa nei Concilii.
Ma fino da principio i Padri insistono in questo concetto.
S. Ireneo dice che Dio lascia liberi gli uomini, non solo nelle opere, ma anche nella fede. E S. Agostino: «Che cosa è il crèdere se non l’acconsentire che è vero ciò che è detto? e il consenso è di colui che lo vuole.., non può credere se non colui che vuole» (Stromata 1 e 2).
CONCLUSIONE - Da quanto si è detto abbiamo visto che i principii che producono prossimamente l’atto di fede investono tutte le facoltà dell’uomo: intelletto e volontà; e richiedono pure l’aiuto di Dio, che colla sua grazia che previene, aiuta e accompagna, illumina la intelligenza, e ispira la volontà perché l’uomo possa emettere l’atto di fede.

Alcune proprietà dell’atto di fede

Da quanto abbiamo detto risulta che l’atto di fede è ragionevole e soprannaturale, è libero e meritorio, è oscuro, è certo, è doveroso.
Riesamineremo qui tutte insieme queste proprietà, soffermandoci solo su quei punti che ancora non abbiamo sviluppato.

RAGIONEVOLE. La via alla fede è preparata da argomenti razionali, come abbiamo visto nell’Apologetica. L’assenso alla fede non è un moto cieco dell’anima. Chi giunge all’atto di fede non agisce irrazionalmente, ma ne pone i fondamenti col più profondo e retto raziocinio, per quella luce che Dio ha dato alla ragione umana. Parlando dei miracoli e delle profezie portammo la dichiarazione del Conc. Vaticano I: «Affinché l’ossequio della nostra fede sia secondo ragione, agli interni aiuti dello Spirito Santo, Dio volle unire argomenti della sua Rivelazione» (D. B. 1790).

La Chiesa per sé stessa, e cioè per le note che la contraddistinguono è un grande perpetuo motivo di credibilità. Si capisce che ogni uomo afferra questi motivi razionali secondo la capacità della sua intelligenza. Così una persona di studio può percorrere la via verso la fede scientificamente, seguendo quel percorso che traccia l’Apologetica. Un fanciullo, una persona incolta si baseranno sulla autorità dei genitori, o del Sacerdote, o di altra persona competente degna della loro stima. Anche questa via è per la loro capacità una via razionale, dato che non potendo esaminare più profondamente, hanno sufficiente garanzia della onestà e serietà di chi loro insegna. In casi straordinari, Dio può intervenire con fatti miracolosi, come fece con Saulo sulla via di Damasco.
Tra fede e ragione non vi può essere contraddizione essendo Dio autore e dell’una e dell’altra. Quando appaiono dei contrasti ciò significa che ciò che si afferma come di fede non è tale, o ciò che la ragione giudica come una conclusione, è solo una ipotesi o una cosa incerta. Una conclusione veramente certa della scienza non potrà mai essere in contrasto con ciò che certamente è di fede.

SOPRANNATURALE. Questo punto lo abbiamo già illustrato ampiamente. Lo riprendiamo qui, per risolvere una obiezione. Infatti ci potrebbero opporre: Siccome l’autorità di Dio e il fatto della Rivelazione non li vediamo con immediatezza diretta, ma ci sono mostrati con argomenti razionali, in ultimo la fede si risolve in argomenti umani.
Rispondiamo: Il giudizio razionale di credibilità, è una condizione che antecede la fede, ma il motivo per cui crediamo è solo la
autorità di Dio rivelante.

LIBERO E MERITORIO - Parlando della volontà nell’atto di fede, abbiamo dimostrato che essa non è costretta a questo atto, ma è libera. La conclusione di questa libertà è che l’atto di fede sia meritorio. Infatti potendo accettare o rifiutare la fede, la volontà acquista il merito della sua adesione libera. E’ un ossequio che dà a Dio liberamente e perciò è meritorio.

OSCURO - L’atto di fede è oscuro perché «adesso vediamo in uno specchio e nel mistero» (1 Cor. 13, 12). «La fede è argomento delle cose che non si vedono» (Ebr. 11, 1). Infatti il motivo della fede, non è la intrinseca evidenza della verità, ma l’autorità di Dio. Non vediamo perciò direttamente le verità rivelate, ma le vediamo per la parola di Dio. Notiamo che è oscura la fede, ma non i motivi della fede.

CERTO - Pure nella sua oscurità, l’atto di fede esclude ogni dubbio deliberato, in quanto si appoggia sull’autorità di Dio rivelante e perciò ha una certezza superiore a qualunque cognizione naturale.
«I sensi qualche volta ci possono ingannare. (Il bastone immerso nell’acqua sembra spezzato): interviene la ragione e corregge. Ma in questioni difficili anche la ragione può sbagliare: interviene la fede e porta la luce di Dio, che essenzialmente infallibile e verace, non può ingannarsi né ingannare» (CARLO CARBONE: Le verità della fede. A. V. E. - Roma, 1949).

DOVEROSO - Dio ci ha lasciati liberi di credere, ma il dovere dell’uomo ragionevole è quello di assoggettare la sua mente e tutto il suo essere, a Dio, Essere Supremo e suo Creatore. Dice il Conc. Vaticano I (1. c.): «Poiché l’uomo totalmente dipende da Dio, come dal suo Creatore e Signore e la ragione creata è completamente soggetta all’Increata Verità, siamo tenuti a prestare colla fede a Dio che si rivela un pieno ossequio della mente e della volontà».
Gesù, come abbiamo detto, ha fatto della fede una condizione essenziale per la nostra salvezza.

CAPITOLO QUINTO
L’ABITO DELLA FEDE

Quando, colla grazia di Dio, l’anima ha raggiunto l’atto di fede, che di per sé, in quanto atto, sarebbe transitorio, per l’aiuto con cui Dio l’accompagna, esso rimane nell’anima e successivamente si ripete sia riguardo a tutte le verità rivelate da Dio complessivamente, sia riguardo a singole verità esplicitamente. Ciò accade a meno che l’uomo volontariamente non voglia respingere da sé la fede che ha ricevuto. Se non la respinge, l’anima non solo compie atti di fede, ma è in uno stato permanente di fede, e cioè possiede l’abito della fede.
Quando è che viene infuso nell’anima l’abito della fede?
Rispondiamo con la seguente:

TESI - La virtù della fede viene infusa nell’anima insieme colla grazia abituale e le altre virtù nel momento stesso della giustificazione.

È CERTO

dal Conc. di Trento che ha dichiarato così come fra poco esporremo.

SPIEGAZIONE - GRAZIA ABITUALE la grazia che inerisce all’anima facendoci figli adottivi di Dio. Con questa l’anima viene santificata e comincia sulla terra quella vita divina, che sarà completa nel cielo.
MOMENTO DELLA GIUSTIFICAZIONE. L’anima diventa giusta, cioè cara a Dio, ricevendo questa sua vita divina. Riceve la giustificazione nel Battesimo in cui viene cancellato il peccato originale ed eventualmente gli altri peccati; la riceve di nuovo nella Confessione o col pentimento perfetto, quando ha perduto la giustificazione per il peccato mortale. (Notate, come vedremo fra poco, che non ogni peccato mortale toglie la fede, ma solo il peccato contro questa virtù).
LE ALTRE VIRTÙ: con la fede, nella giustificazione vengono infuse nell’anima le altre virtù a cominciare dalle altre due teologali: speranza e carità. Vengono pure infusi i Doni dello Spirito Santo. Però la fede come dichiara il Conc. di Trento (D. B. 800) è «il fondamento e la radice di tutta la giustificazione»; perciò di per sé la prima di tutte le virtù. Infatti come posso avere la speranza o l’amore verso Dio, se non credo?
Diciamo «per sé» perché «accidentalmente» (Usiamo questa parola opposta alla parola “per sé» che incontreremo molte volte per tradurre la frase tecnica «per accidens» che ha un significato tutto suo, difficile a tradursi esattamente. Potremmo anche dire: occasionalmente, per eccezione, incidentalmente, ecc.), qualche altra virtù potrebbe essere antecedente in ordine di tempo, come l’umiltà o la fortezza, per essere ben disposti a ricevere la fede e a superare gli ostacoli per giungervi, oppure prima in ordine dì dignità, come la carità, che è la regina delle virtù.

PROVA - Il Conc. di Trento (1. c) dichiara: «l’uomo, per mezzo di Gesù Cristo, in cui è inserito, nella stessa giustificazione, colla remissione dei peccati, riceve tutte queste cose:
la fede, la speranza e la carità».
E’ chiaro dunque il pensiero della Chiesa e vediamo in primo luogo enumerata la fede.
Dopo queste dichiarazioni è unanime il consenso dei teologi nell’affermare questa dottrina come certa, anzi alcuni, come il Veda, il Suarez, il Ripalda, la dicono persino
di fede.

GLI UOMINI E LA FEDE

Esaminiamo ora l’abito della fede che possono avere gli uomini, sia in questa vita che nell’altra.
IN QUESTA VITA. Ci sono degli infedeli, cioè coloro che non hanno la fede. Certamente, se mai hanno creduto non hanno l’abito della fede. Tra i fedeli ci sono i giusti e questi senz’altro, hanno la fede. Ma ci sono anche dei peccatori: può esserci la fede insieme al peccato?
La risposta l’abbiamo già avuta quando in principio abbiamo parlato della fede formata e fede informe, ossia fede viva o morta. Ma per essere più esatti, portiamo le parole del Conc. di Trento (D. B. 806): «Se alcuno avrà detto, che perduta per il peccato la grazia, si perde per sempre anche la fede, o che la fede che rimane, non è vera fede, benché non sia viva, sia scomunicato».
Questa definizione è contro i Protestanti i quali dicono che è la sola fede che giustifica, per cui, secondo loro, persa la carità ossia la giustificazione è persa anche la fede.
Dunque, secondo il Concilio, L’ABITO DELLA FEDE PUÒ RIMANERE ANCHE NEI PECCATORI. Esso non si perde necessariamente anche perdendo la carità e la grazia abituale. Del resto possiamo dimostrare questo anche dalla S. Scrittura. S. Paolo (1 Cor. 113, 2): «Se avessi tutta la fede sì da smuovere i monti, ma non avessi la carità, sono un nulla». Questa frase mostra chiaramente che ci può essere ancora la fede, quando non c’è più la carità. E S. Giacomo (2, 14): «Che gioverà, o miei fratelli, se uno dice di avere la fede, ma non ha le opere?». È una fede morta perché senza le opere (ivi 26), ma pure informe la fede resta.

Quando è allora che viene distrutto l’abito della fede?

Solamente quando viene commesso il PECCATO FORMALE CONTRO LA FEDE, cioè quando uno nega volontariamente e sapendolo anche una sola delle verità rivelate da Dio, o ne accetta volontariamente il dubbio. Se uno per esempio dicesse:
«Non credo che l’inferno sia eterno» e sa che Dio ha rivelato così e la Chiesa espressamente ce lo propone a credere, pure nega o dubita volontariamente, costui non ha più l’abito della fede. Sempre il Conc. di Trento (D. B. 808), dichiara che «per la infedeltà (cioè la negazione della fede) sì perde la fede».
S. Paolo (1 Tim. 1, 19) ha questa espressione: «Alcuni ripudiandola naufragarono nella fede: fra questi è Imeneo e Alessandro». Dunque l’Apostolo, che aveva detto come ci può essere la fede senza la carità, dice ancora che col ripudiarla si perde, si fa naufragio nella fede.
Abbiamo detto peccato formale, perché se uno negasse un punto di fede solo materialmente, cioè con una ignoranza invincibile per la quale non sa che è un punto di fede, secondo la sentenza unanime dei Teologi, non ha perso l’abito della fede.

IN PARADISO - Gli Angeli e i Beati nel Paradiso, non emettono l’atto di fede, almeno per quanto vedono chiaramente in Dio.

É CERTO

Già in principio del libro abbiamo riportato il pensiero di San Tomaso che perfino su questa terra una stessa cosa, sotto il medesimo aspetto, non può essere oggetto di fede e di scienza nello stesso tempo. Se una cosa la vedo, non ho bisogno di credere che esiste perché me lo dice un testimone. Così nel cielo la fede sarà trasformata in visione beatifica. Abbiamo poco sopra riportato le parole di San Paolo: «Ora vediamo come in uno specchio e nel mistero: allora faccia a faccia». E ancora: «Perché perfettamente conosciamo, e imperfettamente profetiamo, ma quando sarà venuta la perfezione, ciò che è imperfetto dovrà sparire» (1 Cor. 13, 9-10). La perfezione sarà la visione beatifica e dovrà sparire la necessità di credere per questa stessa visione.

NEL PURGATORIO - Le anime nel Purgatorio hanno ancora l’abito della fede e possono ometterne atti benché non meritori.

Esse non posseggono ancora la visione di Dio e d’altra parte sono in stato di grazia; quindi coll’abito della fede. Però, anche emettendo atti di fede, non possono meritare ulteriormente perché il tempo di meritare cessa con la fine della vita terrena.

NELL’INFERNO - I demoni e i dannati non possono emettere un atto di fede propriamente detto, cioè un atto soprannaturale.

L’atto e l’abito di fede si hanno sotto l’influsso della grazia, che i demoni e i dannati certamente non posseggono. Perciò, come dice S. Giacomo (2, 19), credono e tremano. Credono, ma non per fede, sebbene come costretti a sapere che è così per l’evidenza dei motivi di credibilità e perciò non hanno una vera e propria fede.

IO CREDO

Al termine di questo trattato confidiamo che la logica arida del ragionamento non abbia lasciato freddo il cuore. Solo che abbiamo riflettuto un po’ su quanto abbiamo studiato e la grazia di Dio certamente ci ha portato a ripetere ancora una volta con gioia: IO CREDO. Credo, perché Dio ha parlato: si è degnato di rivelarmi la verità sulle cose più alte e sublimi e mi ha confermato la sua Rivelazione con i segni certissimi. Credo, perché la parola di Dio mi viene presentata infallibilmente dalla Chiesa, che Gesù mi ha lasciato come guida e maestra.
Più che approfondisco i miei studi e più vedo la mia fede più bella e ne ringrazio il Signore che me ne ha fatto dono, senza mio merito. Vorrei che tutti gli uomini, da coloro che giacciono nelle tenebre del paganesimo, a coloro che si sono separati dalla vera Chiesa, o comunque respingono la fede, potessero ripetere con me, questo atto gioioso di fede.
Io CREDO: con questa parola si iniziano i Simboli, a cominciare da quello apostolico che ho recitato fin da bambino, ora so bene ciò che significa questa parola: essa dice la mia adesione sicura e completa senza nessuna ombra di incertezza a quanto Dio ha rivelato e la Chiesa mi propone a credere.
Ma nel «Credo» dopo questo atto di assenso, seguono altre frasi che compendiano esplicitamente le singole verità.
Che cosa vogliono dire? - I trattati che seguono, ci spiegheranno il loro significato.