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L’Apologetica ci ha condotto alle porte della Fede.
Abbiamo fatto un viaggio ideale su di un ponte che ci conduce, colla
ragione, alle soglie della Fede. Questo ponte lo potremmo pensare come
sostenuto da tre grandi pilastri:
il primo: DIO verso il quale l’uomo è tenuto al dovere della
Religione.
Il secondo: GESÙ CRISTO che, mandato da Dio, ci ha portato la sua
parola, perché onorassimo Dio secondo la Religione rivelata.
Il Terzo: la CHIESA, che da Gesù è stata lasciata depositaria e
interprete infallibile di quanto Egli ci ha detto.
Tutto questo è stato dimostrato colla ragione. Con questo studio
abbiamo incontrato i motivi di credibilità, cioè abbiamo detto:
le verità rivelate sappiamo chi ce le presenta, e vediamo come sono atte
ad essere credute, perché si presentano colle credenziali di segni
certissimi che ci danno garanzia che veramente sono rivelate da Dio il
quale non può ingannarsi né ingannare.
Ci ha portato i motivi di credentità, e cioè abbiamo detto:
queste verità non solo sono credibili, non solo le possiamo credere, ma
le dobbiamo credere perché è l’autorità stessa di Dio che ce le impone.
Ma sentire che dobbiamo crederle, non è ancora la Fede:
alle nostre disposizioni occorre una forza superiore, un aiuto
soprannaturale di Dio per cui possiamo dire: IO CREDO.
Fìn qui era la nostra ragione che discuteva e provava: ora messa questa
base ragionevole, è logico che si dia l’assenso anche a verità che la
mente non sa spiegare, ma di cui ha piena sicurezza, perché è Dio che le
dice.
Come già abbiamo spiegato in principio, potremo studiare le singole
verità alla luce della Rivelazione, e con l’aiuto della ragione trarne
le conseguenze. Per questo studieremo prima che cosa è la Fede: poi
passeremo in rassegna le singole verità. Abbiamo messo in principio
la sequenza dei vari trattati, ma se volessimo ricapitolarli in una
sintesi facile, potremmo dire che seguiremo la formula del Simbolo
degli Apostoli, il CREDO.
TRATTATO PRIMO
LA FEDE
Cominciamo questo trattato con una introduzione sulle:
1- FONTI DELLA RIVELAZIONE, per spiegare dove stà il depo sito
della Rivelazione, affidato da Gesù Cristo alla Chiesa.
Diremo poi:
2 - CHE COSA E’ LA FEDE
3 - L’OGGETTO DELLA FEDE
4 - L’ATTO DI FEDE
5 - L’ABITO DELLA FEDE
CAPITOLO PRIMO
LE FONTI DELLA DIVINA
RIVELAZIONE
Bisogna non confondere questo titolo col precedente somigliante: Le
fonti storiche della Religione Cristiana. Là prendavamo alcuni libri
sacri, specialmente i Vangeli, per esaminarli quali libri storici da cui
vedevano la verità storica dell’origine del Cristianesimo.
Qui invece studieremo di nuovo anche quei libri, ma presentatici dalla
Chiesa come libri divini. Inoltre dobbiamo sa- pere che non tutte le
verità rivelate sono contenute in questi libri soltanto: c’è ancora
un’altra fonte: la Tradizione.
Vedremo perciò che LE FONTI DELLA RIVELAZIONE DIVINA SONO LA SACRA
SCRITTURA E LA TRADIZIONE.
Queste due fonti hanno come INTERPRETE INFALLIBILE la Chiesa col
suo Magistero attraverso il Papa e i Vescovi; hanno come
TESTIMONI DELLA FEDE i Padri e i Teologi; hanno come
AUSILIARI la ragione umana, la filosofia e la
storia.
LA SACRA SCRITTURA
Dio ha parlato all’uomo, fino dal principio del mondo, quando scendeva
nel Paradiso terrestre a conversare con Adamo. Ha parlato lungo i
secoli per mezzo dei profeti: in ultimo inviando il suo Figlio divino:
Gesù.
Questa parola veniva tramandata di generazione in generazione: ma molte
cose Dio volle che fossero scritte. Questi libri vennero chiamati «BIBBIA»
(che in greco significa: «libri»). Infatti essa è il libro per
eccellenza, perché ha per autore Dio. E’ divisa in due grandi parti:
L’Antico Testamento, cioè Patto, Alleanza data all’uomo
colla promessa del Redentore, ripetuto lungo i secoli, prima della
venuta di Gesù, e il Nuovo Testamento, nel quale si vede
l’adempimento di questa alleanza, dopo la sua venuta.
La Bibbia contiene 73 libri: 46 1’ A.T. e 27 il N. T.; 1334 capitoli e
3S.559 versetti.
Il canone
Il CANONE o elenco dei libri sacri, è stato determinato dalla
Chiesa stessa nel IV secolo, e fu definito nel Concilio di Firenze,
e riconfermato nel Concilio di Trento e Vaticano I (D. B.
783, 1787).
ANTICO TESTAMENTO.
I libri dell’A. T. si possono dividere in tre categorie secondo la
materia che trattano in prevalenza:
a) Libri storici: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomjo
(che formano il Pentateuco di Mosè) Giosuè, Giudici, Ruth, Quattro dei
Re, due dei Paralipomeni, Esdra, Neemia, Tobia, Giuditta, Ester, due dei
Maccabei;
b) - Libri didattici e poetici: Giobbe, Salterio Davidico (150
salmi), Proverbi, Ecclesiaste, Cantico dei Cantici, Sapienza,
Ecclesiastico;
c) - Libri profetici: Isaia, Geremia, Lamentazjonj di Geremia,
Baruch, Ezechiele, Daniele, Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea,
Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia.
I libri dell’A.T. furono scritti in ebraico, eccetto il libro della
Sapienza e il II dei Maccabei, scritti in greco.
NUOVO TESTAMENTO,
a) Libri storici:
I 4
Vangeli di Matteo, Marco, Luca, Giovanni, Atti degli Apostoli;
b) Libri didattici: 14 lettere di S. Paolo (ai Romani, 2 ai
Corinti, Galati, Efesini, Filippesi, Colossesi, 2 ai Tessalonicesi, 2 a
Timoteo, a Tito, a Filemone, agli Ebrei); 2 di Pietro, 3 di Giovanni, di
Giacomo, di Giuda (dette Lettere Cattoliche).
c) Libro profetico: L’Apocalisse.
Il Nuovo Testamento fu scritto in Greco, eccetto il Vangelo di S. Matteo
e la Lettera di S. Paolo agli Ebrei, che furono scritti in Aramaico,
cioè nella lingua ebraica, che si parlava al tempo di Gesù (Alcuni
invece asseriscono che il Vangelo di S. Matteo fu scritto in lingua
Siro-cajdajca e tradotto in greco dall’Evangelista stesso o sotto la sua
guida).
Moltissime furono le traduzioni antiche della Bibbia. Fra le più
importanti quella in Greco detta «Alessandrina» o «dei
settanta», — dal numero dei suoi traduttori — e quella Latina detta
«Volgata» dovuta in massima parte a S. Girolamo, «Sommo
dottore delle Scritture».
La «Volgata» quantunque non sia una traduzione perfetta, pure è
dichiarata autentica dal Concilio di Trento, cioè sostanzialmente
conforme all’originale e immune da ogni errore sulla fede e i costumi.
La divina ispirazione
LA DIVINA ISPIRAZIONE è un influsso soprannaturale col quale Dio
muove l’uomo interiormente perché manifesti agli altri ciò che Egli
vuole.
Questa manifestazione può essere fatta a voce, come è avvenuto nei
Profeti, oppure in scritto, come è avvenuto negli Agiografi
della Divina Scrittura.
Il Conc. Vaticano I, dopo aver dato l’elenco dei Libri Sacri,
dice: «La Chiesa ritiene quei libri sacri e canonici, perché essendo
stati scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, hanno per autore
Dio e come tali sono stati consegnati alla Chiesa... e non perché
elaborati con sola industria umana siano poi stati approvati
dall’Autorità» (D. B. 1787).
Perciò L’AUTORE DEI LIBRI SACRI É DIO STESSO; gli Scrittori
sacri ne sono lo strumento razionale e libero.
Sono in errore i Protestanti quando dicono che l’ispirazione
è una mozione poetica naturale, oppure qualche cosa di divino che muove
a buoni sentimenti, o una rivelazione dettata da Dio. Così pure sono in
errore quegli autori cattolici (come ad esempio Bonfrère) che la
dicono una semplice assistenza dello Spirito Santo, o come Haneberg,
che considera la ispirazione come qualche cosa di conseguente che
viene data per l’approvazione della Chiesa.
Leone XIII nella Enc. «Providentissimus» definì che «lo Spirito Santo
prese gli uomini come strumenti per scrivere... per cui con virtù
soprannaturale li eccitò e mosse a scrivere e li assisté mentre
scrivevano, in modo che concepissero con mente retta e volessero
scrivere fedelmente tutte quelle cose e quelle soltanto che Egli voleva
che scrivessero e le esprimessero in modo adatto con infallibile verità:
altrimenti Egli non sarebbe l’autore di tutta la Sacra Scrittura»
(D. B. 1952).
L’ISPIRAZIONE perciò comporta:
a) per parte di Dio che illumini e muova lo Scrittore Sacro a
scrivere «con infallibile verità» tutto e solo ciò che Dio
comanda.
b) Per parte dell’agiografo:
1) l’intelletto che concepisce ciò che Dio vuole;
2) la volontà, che voglia scrivere quello che Dio vuole;
3) e le altre facoltà mosse dalla volontà. Di qui deriva che
l’Agiografo è l’autore secondario in quanto che è strumento,
ma razionale e libero, non uno strumento inanimato. Per capire
meglio: una penna è uno strumento, ma non è razionale. Essa
scrive ciò che vuole l’autore, ma di suo non ci mette altro che la
capacità di strumento che eseguisce meccanicamente. Invece lo Scrittore
sacro ci mette le sue facoltà umane. Perciò, pur scrivendo lo Scrittore
tutto e unicamente quello che Dio vuole, si vede il suo stile, per es.,
ordinato e con mille particolarità in Luca, irruente e, al tempo stesso,
dolce in Paolo.
IL FATTO DELLA DIVINA
ISPIRAZIONE,
lo troviamo riconosciuto:
a) - Nella stessa Scrittura. Il Vangelo ben 150 volte si appella
all’Antico Testamento colle parole «come è stato scritto”. E Gesù
dice: «Scrutate le Scritture esse testimoniano a mio favore» (Gv.
5, 39). «Non cadrà un solo apice della Legge» (Mt. 5, 18), ecc.
Più esplicitamente S. Paolo dice: «Ogni Scrittura, divinamente
ispirata» (Tim. 3, 16) e S. Pietro afferma che: «I santi
uomini di Dio hanno parlato ispirati dallo Spirito Santo» (2 Pt. 1,
21).
b) - Nella Tradizione: S. Teofilo di Antiochia: chiama gli
Agiografi: «organi di Dio».
S. Ireneo: «Le Scritture sono perfette perché dettate dal
Verbo di Dio e dal suo Spirito” (Adv. Haer. 2, 28).
S. Clemente di Alessandria: «Lo Spirito Santo, bocca del
Signore ha detto quelle cose» (Protrecticus 9, 82).
S. Agostino con S. Gregorio Magno e S. Girolamo chiamano la Sacra
Scrittura: «Lettera di Dio agli uomini» (Enarrat. 90, 11).
L’inerranza
LA SACRA SCRITTURA NON CONTIENE ERRORI. Essendo libro di Dio, la Sacra
Scrittura non può contenere assolutamente nessun errore. Con parola
tecnica questo fatto si chiama inerranza (cioè: non erra).
Questa inerranza, quantunque non definita solennemente dalla Chiesa,
è un dogma di fede, perché insegnata dall’ordinario ed universale
magistero della Chiesa.
Dice Leone XIII (Enc. Providentissimus): «E’ tanto falso che
alcun errore possa esservi sotto la Divina Ispirazione, che non solo
essa per sé stessa esclude ogni errore, ma l’esclude e lo respinge tanto
assolutamente, quanto assolutamente Dio, Somma Verità, non può essere
autore di alcun errore».
Questa inerranza compete ai testi originali. Le trascrizioni e versioni
possono avere errori accidentali, come risulta dalle varianti di alcuni
versetti. Per questo la Chiesa incoraggia gli studiosi alla ricerca per
determinare sempre più esattamente ogni parola dei testi originali (Cfr.
Enc. Divino Afflante Spiritu di Pio XII, 30 settembre 1943).
Abbiamo già detto che nel testo della «Volgata» approvato ufficialmente
dalla Chiesa, non vi è nessun errore sostanziale.
Bisogna pure tener presente che inerranza non significa che la Sacra
Scrittura porti ogni parola in senso letterario o proprio,
o che sia un trattato scientifico. Perciò è necessario
distinguere i diversi generi letterari: se è una narrazione
storica o poetica o una parabola. La storia narra con esattezza gli
avvenimenti: la parabola invece è una similitudine da cui si ricava un
insegnamento morale. Così le cose scientifiche vi vengono narrate
secondo le usanze e il modo comune di parlare del tempo. Ad esempio
quando Giosuè ferma il sole, lo scrittore sacro parla nel modo con cui
intendono in quel tempo, e non vuole fare un trattato di astronomia. Del
resto anche oggi nel parlare comune si dice che il sole si leva e
tramonta, mentre sappiamo che è la terra che gira. La Divina Rivelazione
ha come scopo la salvezza eterna e non quella di determinare le leggi
naturali.
L’INTERPRETAZIONE DELLA SCRITTURA è affidata alla Chiesa, cui sola
spetta giudicare del vero senso. A lei Gesù l’ha affidata, perché è una
parte del deposito della Divina Rivelazione.
L’interpretazione privata, come pretendono i Protestanti, porta a dare
significati diversi. La verità è una sola: Dio non può aver detto che
una cosa è e al tempo tesso che non è. Per conoscere con esattezza
quello che Dio ha detto e in quale senso, è necessaria l’autorità
infallibile della Chiesa.
LA TRADIZIONE
TRADIZIONE deriva dal verbo tradere: consegnare, trasmettere.
In Teologia non va intesa nel senso che molte volte viene dato a
questa parola per indicare una leggenda, una opinione, ma nel senso di
TRASMISSIONE ORALE DELLA DOTTRINA RIVELATA DA Dio.
I Protestanti riconoscono come unica fonte della Rivelazione la Sacra
Scrittura e per giunta interpretata individualmente. La Chiesa Cattolica
invece ci insegna che:
Le fonti della
Rivelazione sono due: S. Scrittura e Tradizione.
È DI FEDE
perché non solo si trova in vari documenti ecclesiastici, ma è anche
definito dal Concilio di Trento e da quello Vaticano I che
ha ripreso le stesse parole: «La Rivelazione soprannaturale si trova
nei libri scritti e nelle tradizioni non scritte, che — ricevute
dagli Apostoli dalla bocca dello stesso Cristo dettandole agli stessi
Apostoli lo Spirito Santo — come tramandate per mano giunsero a
noi» (D. B. 783, 1787).
PROVA: A) - DALLA SCRITTURA: Gesù non aveva detto agli
Apostoli: Andate e scrivete, ma «Andate, insegnate” (Mt.
28, 19; Mc. 16, 15). Essi cominciarono la loro predicazione almeno 20
anni prima che fosse scritto il primo Vangelo che è quello di S. Matteo.
I Vangeli, come le Lettere, furono scritti per qualche particolare
occasione, come per confermare la predicazione nelle anime dei fedeli.
S. Giovanni nel Vangelo (21, 25) dice: «Molte altre cose
furono fatte da Gesù, che se si fossero scritte ad una ad una il mondo
intero non ne potrebbe contenere i libri». E nella Ia Lettera (12):
«Avrei parecchie altre cose da scrivervi ma non ho voluto farlo con
carta e inchiostro: perché spero di venire a voi e parlarvi a viva voce».
E S. Paolo a Timoteo (Il, 1, 16): «Tenete le Tradizioni che
avete appreso sia col discorso che colla nostra lettera».
B) - DALLA TESTIMONIANZA DEI PADRI: S. Policarpo: «Lasciando
le false dottrine ritorniamo alla dottrina tramandata a noi sin dal
principio».
S. Ireneo: dopo aver detto che una è la fede della Chiesa in
tutto il mondo conclude che: «La forza della tradizione è una e la
stessa» (Adv. Haer. 1, 10).
E S. Epifanio: «E’ necessaria anche la tradizione, infatti non
si può chiedere tutto alle Scritture» (Adv. Panarion, 61, 6).
Anche gli altri Padri e Scrittori sono concordi nello stesso senso.
C) - DALLE DECISIONI DEI PADRI E DEI CONCILI, ad esempio Papa
Stefano nella controversia battesimale, e il Conc. di Nicea
contro Ario, si riferiscono alla Tradizione.
L’organo della
Tradizione
Le tradizioni umane, anche se in principio tramandate genuinamente, a
poco a poco si deformano per le aggiunte varianti che man mano vi
vengono apportate. Invece la Tradizione della parola rivelata viene
conservata genuina e pura dall’organo cui Dio l’ha affidata, cioè la
Chiesa Cattolica. Come per la Scrittura, così per la Tradizione essa
è la custode e la interprete infallibile e la tramanda e la
interpreta col suo magistero solenne e col suo
magistero
ordinario.
A) - col MAGISTERO SOLENNE, cioè
1) - colle definizioni «ex cathedra» del Sommo Pontefice,
2) - coi Concili Ecumenici, o anche particolari approvati dal Papa,
3) - coi Simboli e professioni di fede emessi e approvati dalla Chiesa
come il Simbolo Apostolico, il Simbolo Nicéno-Costantinopolitano, il
Simbolo Atanasiano, il giuramento contro i Modernisti, ecc.
B) - col MAGISTERO ORDINARIO che comprende
1) - la predicazione unanime dei Vescovi uniti col Papa.
2) - la pratica rituale-liturgica. La Chiesa non sarebbe
infallibile, se permettesse in pratica universalmente nel culto a Dio
una cosa contraria alla verità. Di qui è venuto il detto «Lex
orandi, lex credendi» e cioè “la legge di pregare è legge di
credere
3) - L’insegnamento comune dei Padri e dei Teologi, che
quando sono Vescovi partecipano del Magistero autentico della
Chiesa; ma quando non lo sono, e cioè sono Dottori privati,
sono pure testimoni della Tradizione, in quanto attestano l’esistenza di
quelle verità rivelate in seno alla Chiesa.
4) - Il senso comune dei fedeli. Come la Chiesa docente è
infallibile nell’insegnare, così la Chiesa discente deve seguire questa
dottrina, ché altrimenti sarebbe inutile il carisma della infallibilità.
Questo consenso dei fedeli, però, deve essere unanime e manifesto e deve
riguardare cose di fede e di costumi.
Questi due ultimi punti però, ricevono il loro valore, in quanto sono
una attestazione che la Chiesa docente ha almeno tacitamente ammesso e
approvato che universalmente si credesse così.
CAPITOLO SECONDO
CHE COSA E’ LA FEDE
IN SENSO ETIMOLOGICO fede significa persuasione, confidenza. In
SENSO LARGO ogni assenso della mente.
In SENSO STRETTO teologicamente si può considerare:
1) - come ATTO;
2) - come ABITO.
1) - Come ATTO si può definire:
Assenso soprannaturale col quale l’intelletto sotto l’impero della
volontà e l’influsso della grazia aderisce con fermezza alle verità
rivelate per l’autorità di Dio rivelante.
La definizione ci presenta tutti gli elementi essenziali della fede.
Essa è:
A) - atto che emana dall’INTELLETTO. Il conoscere e l’assentire è un
atto della intelligenza e in questo si distingue dal senso religioso,
come vorrebbero i Modernisti, il quale si fonda sulla immaginazione
e la sensibilità piuttosto che su di un motivo razionale.
B) - SOTTO L’IMPERO DELLA VOLONTÀ. L’atto di fede non emana solo
dall’intelletto, ma richiede un atto della volontà, perché non abbiamo
l’intrinseca evidenza di una verità, come l’abbiamo in alcuni principi
naturali. Per esempio ho l’intrinseca evidenza che il sole risplende e
non posso negare che risplende; due e due fanno quattro, e la volontà
non può modificare questa evidenza. Nella fede invece ho una ragione
estrinseca: L’AUTORITÀ DI DIO RIVELANTE. Non essendo intrinsecamente
evidente, l’intelligenza resta libera, e quindi ha il merito di aderire,
se vuole, senza esserne costretta. Ecco perché è necessario l’influsso
della volontà. In questo la fede differisce dalla visione beatifica,
nella quale si percepisce chiaramente e immediatamente la verità;
C) - sotto L’INFLUSSO DELLA GRAZIA. L’atto di fede è SOPRANNATURALE; non
bastano perciò le sole forze umane dell’intelletto e della volontà, ma
occorre la grazia di Dio che illumini l’intelletto e muova la volontà,
oltre la soprannaturalità della Rivelazione, fatta da Dio. In questo la
fede differisce dalla scienza che aderisce a verità di ordine
naturale.
D) - con FERMEZZA. L’adesione alla fede deve essere ferma, perché
appunto ha come motivo l’autorità stessa di Dio rivelante, che non può
ingannarsi né ingannare. In questo si distingue dalla opinione
che manca di certezza.
E) - LE VERITÀ RIVELATE. Queste parole indicano l’oggetto materiale
della fede.
F) - PER L’AUTORITÀ DI Dio RIVELANTE: è il motivo formale, la ragione
per cui si crede. In questo differisce dalla fede storica, che
oltre ad avere come oggetto verità di ordine naturale, si fonda sulla
testimonianza degli uomini.
2) - Come ABITO la fede si può definire:
Virtù soprannaturale e teologica che dispone la mente ad assentire con
fermezza a tutte le verità rivelate da Dio.
L’atto di per sé è transitorio, la virtù invece è
un abito
permanente.
A) - SOPRANNATURALE cioè al di sopra delle forze e delle esigenze della
natura; ed è tale perché:
a) il suo soggetto comprende misteri al di sopra della ragione;
b) il motivo è l’autorità di Dio che rivela, e perciò è un modo
di conoscere che non ci è dovuto;
c) la sua origine viene da Dio che la infonde nell’anima;
d) il suo fine è il raggiungimento di Dio in modo soprannaturale.
B) - TEOLOGICA, perché ha come oggetto Dio.
c) - DISPONE LA MENTE, cioè l’intelletto e la volontà.
La definizione del
Concilio Vaticano I
Quanto abbiamo spiegato corrisponde a ciò che ha definito il Concilio
Vaticano I riguardo alla fede. Esso dice:
la fede “è una virtù soprannaturale, per la quale, colla aspirazione e
aiuto della grazia di Dio crediamo essere vere le cose da Lui rivelate,
non per l’intrinseca verità delle cose, veduta alla luce della ragione
naturale, ma per l’autorità di Dio rivelante, il quale non può
ingannarsi né ingannare». (D. B. 1789).
La descrizione di S.
Paolo
Nella lettera agli Ebrei (11, 1) S. Paolo ce ne dà questa descrizione: «La
fede è sostanza di cose sperate e convinzione di cose che non si
vedono».
Questa descrizione significa che la Fede mette in noi un inizio della
vita eterna, cioè è la vita eterna comunicata in noi come prova di
quelle cose che non vediamo ancora. Senza averle ancora vedute, noi
sappiamo per mezzo della fede che esistono. Oggi vediamo oscuramente
«quasi in uno specchio o in un enigma» (I Cor. 13, 12); un giorno
invece, «faccia a faccia» cioè con evidenza,
«poiché vedremo
Dio come è».
Divisioni della Fede
La Fede si divide in vari modi, secondo l’aspetto in cui viene
considerata:
A) - Secondo l’OGGETTO essa è:
1) - FEDE DIVINA, quando si crede a una verità rivelata da Dio, ma non
ancora proposta dalla Chiesa o col suo giudizio solenne, o
coll’ordinario universale magistero, come, per esempio, prima delle
solenni definizioni l’infallibilità del Sommo Pontefice e l’Assunzione
di Maria SS. al Cielo. Così sembra di fede soltanto divina che Gesù fin
dall’inizio della vita pubblica abbia attestato di essere Messia; che
Gesù si sia meritato l’impassibilità dell’anima, la gloria del corpo e
l’esaltazione del suo nome; che la fede sia assenso fermissimo; che il
motivo della speranza sia l’aiuto divino.
2) - FEDE DIVINA-CATTOLICA quando alla Rivelazione divina si aggiunge la
solenne definizione, o il magistero ordinario e universale della Chiesa,
come le due verità accennate, dopo la loro definizione.
B) - Secondo il SOGGETTO in:
1) - VIVA O FORMATA, quando è congiunta alla carità, ossia alla grazia
santificante.
2) - MORTA o INFORME quando è disgiunta da questa carità perché l’anima
è in peccato.
«La fede senza le opere è morta» ha detto S. Giacomo (2, 17) ma
anche «la fede in sé benché non operi per mezzo della carità, è dono
di Dio e atto di Lui opera che riguarda la salvezza» (Conc. Vat. D.
B. 1791).
C) Secondo il MODO è:
1) - ESPLICITA quando crediamo a una verità rivelata conoscendola
distintamente. Per esempio se uno sa che nel Divin Verbo ci sono due
nature e crede espressamente a questo;
2) - IMPLICITA quando crediamo a verità che non conosciamo
singolarmente, ma che sono comprese in un’altra verità che crediamo
esplicitamente. Per esempio: credendo alla autorità della Chiesa,
crediamo anche a tutte le verità che Essa ci propone a credere anche se
noi non le conosciamo distintamente.
Errori contro la Fede
C’incontriamo in errori che abbiamo già accennato nell’Apologetica; li
elenchiamo di nuovo in quanto particolarmente si oppongono alla fede:
1 - I PROTESTANTI ANTICHI dicevano che la fede è una fiducia con
la quale uno confida con certezza che gli siano imputati i meriti di
Gesù Cristo.
2 - I PROTESTANTI LIBERALI la dicono
un atto di fiducia e di amore
con cui ci uniamo a Dio come Padre.
3 - I MODERNISTI la definiscono un senso religioso, sorto nella
subcoscienza per il bisogno del divino e perciò i dogmi per loro non
sono altro che una interpretazione dei fattori religiosi che la mente
umana si procura con un faticoso sforzo. Quindi non una rivelazione
divina, ma una creazione soggettiva di formule.
4 - I FIDEISTI E TRADIZIONALISTI dicono che il Fatto della Rivelazione
non si può dimostrare con certezza e perciò va preso da una fede
comune che ci proviene dalla Rivelazione primitiva e da antiche
tradizioni.
5 - I SEMI-RAZIONALISTI prendono come motivo della fede, invece della
autorità di Dio rivelante, una esigenza della ragione pratica, la quale
ragione può dimostrare le verità della fede, compresi i misteri.
Nelle seguenti tesi vedremo che cosa ci insegna la dottrina cattolica
contro questi errori. Per dimostrare efficacemente una tesi, è
necessario prima di tutto aver ben chiari davanti, gli errori che si
vogliono combattere per metterci nello stesso campo degli avversari.
Questa preparazione a ciascuna tesi si chiama “stato della questione”.
Data l’indole del nostro lavoro, per avere in breve una visione
sintetica, abbiamo preferito di solito raggrupparli, lasciando allo
studioso di applicarli a ogni singola tesi, dove tutto al più ne
facciamo un semplice richiamo.
CAPITOLO TERZO
L’OGGETTO DELLA FEDE
L’oggetto della Fede è duplice: FORMALE E MATERIALE.
FORMALE:
il motivo per cui si crede.
MATERIALE:
ciò che si crede.
L’oggetto formale
L’OGGETTO FORMALE O MOTIVO della fede non deve confondersi coi motivi
di credibilità, di cui abbiamo parlato nella Apologetica. Questi
sono i segni della divina Rivelazione, per cui vediamo che una verità è
credibile ed è da credersi. Ma fin qui non abbiamo ancora l’atto di
fede. Sono motivi estrinseci, cioè al di fuori della fede. Il motivo
della fede invece, è un elemento intrinseco e determina
specificamente l’atto di fede.
Contro i Semirazionalisti che pongono come motivo di fede
l’evidenza intrinseca acquistata con la ragione e i Modernisti
che dicono motivo della fede la conformità di questa evidenza col senso
religioso, portiamo la seguente:
TESI - Il motivo della fede è l’autorità di Dio rivelante che non può
ingannarsi né ingannare.
É DI FEDE
dal Conc. Vaticano I: «Se alcuno avrà detto che la fede divina
non si distingue dalla scienza naturale intorno a Dio e alle cose
morali, e perciò che per la fede divina non si richiede che la verità
rivelata sia creduta per l’autorità di Dio rivelante, sia scomunicato”
(D. B. 1811). Ciò che è confermato ancora dalla definizione, che dalla
fede dà lo stesso Concilio (p. 207) nella quale si dice che «crediamo
essere vere le cose rivelate non per l’intrinseca verità delle cose,
veduta alla luce naturale della ragione, ma per l’autorità di Dio
stesso rivelante, il Quale non può ingannarsi né ingannare» (D. B.
1789).
Questa autorità di Dio, come motivo della fede, ci dà la più perfetta
garanzia della verità. Anche nella semplice fede umana, la certezza
intorno a un fatto, che ci viene riferito è tanto più grande, quanto
maggiormente il testimone, che ce lo riferisce, è sapiente e verace:
Sapiente nel senso che possa ben conoscere il fatto, che lo abbia
veduto, che non ne sia rimasto in qualche modo, ingannato. Verace
in quanto per la sua onestà e bontà non voglia ingannarmi con una
menzogna, ma voglia dirmi la verità. Quanto più la sua autorità gode di
queste due attribuzioni, tanto più posso esser certo di quanto mi
racconta, perfino se io non arrivo -a capire come mai una data cosa sia
svolta in quel modo. Per esempio: se un maestro spiega a uno scolaro che
una data operazione o un dato problema danno quel risultato, il ragazzo
ci crede, anche. se lui non sa risolverlo, e la sua fede alla parola del
maestro è ragionevole perché sa che il maestro dice la verità e
non vuole ingannarlo, e che ha la competenza per trovare la soluzione.
Quanto più è grande la sapienza e la veracità di chi. parla, tanto più
grande è la certezza di chi ascolta. Ma la Sapienza e la Veracità di Dio
sono quanto di più assoluto vi possa essere, poi. ché Egli è
infinitamente Sapiente e Verace. Dunque la fede che ha per motivo
l’autorità di Dio, è la più sicura che ci posa essere. Questo
ragionamento ci mostra già come la tesi è CORRISPONDENTE ALLA NOSTRA
RAGIONE.
PROVA: Ma alla convenienza di questa tesi con la nostra ragione,
aggiungeremo la prova desunta dalla Scrittura.
dalla Tradizione.
A) - DALLA SCRITTURA. Gesù e gli Apostoli., insegnano la dottrina
da credersi come rivelata da Dio. Disse Gesù a Nicodemo «In verità,
in verità ti dico: parliamo di quello che sappiamo e attestiamo ciò che
abbiamo veduto» (Gv. 3, 11). Queste parole ci mostrano la certezza
infallibile con cui Gesù conosce quelle cose che ci insegna. Esse
provengono da una Sapienza che non può sbagliarsi. E altrove «Chi
mi ha mandato è verace, e le cose che ho udite da Lui, queste insegnò al
mondo» (Gv. 8, 26). Queste parole indicano la veracità
dell’insegnamento. Gesù afferma che è mandato dal Padre a -insegnare
questa dottrina: «La mia dottrina non è mia, ma di Colui che
mi ha mandato» «Gv. 7, 16). -
S. Paolo insiste nel predicare il Vangelo,- cui i fedeli debbono
credere, non per la intrinseca evidenza di quello che dice, ma perché
rivelato da Dio. «Vi rendo noto l’Evangelo, o fratelli.., però io non
lo ho ricevuto da un - uomo, ma per la rivelazione di Gesù Cristo»
(Gal 1, 11-12). Ed insiste ancora perché quella parola non è
testimonianza umana, ma testimonianza di Dio: «Avendo ricevuto da noi
la parola ascoltata di Dio l’avete ricevuta non come parola degli
uomini, ma, come veramente è, parola di Dio» (1, Tess. 2, 13).
S. Giovanni nella Ia lettera (9-10), afferma la stessa cosa:
«Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio
è più grande; poiché è questa la testimonianza di Dio che è più grande,
ché Egli ha testimoniato il suo Figlio... Chi non crede al Figlio, lo fa
bugiardo poiché non crede alla testimonianza che Dio ha attestato del
suo Figlio”. Osserviamo qui quali parole forti usa l’Apostolo, per
far comprendere la veracità di Dio, che si manifestò per mezzo del suo
Figlio.
B) - DALLA TRADIZIONE. Fra i Padri Greci, S. Teofilo di
Antiochia, scrivendo ad un certo Autolico che non voleva credere
alla RESURREZIONE dei morti, dopo avergli domandato: perché non crede,
dice che il malato crede al medico e lo scolaro al maestro, e conclude:
«E tu perché non vuoi credere a Dio dopo aver ricevuto da Lui tanti
doni e pegni»?
Fra i Latini, S. Ambrogio, commentando S. Luca (c. 1, 4),
dice: «Se non crediamo a Dio, a chi crediamo?». E S. Agostino
(De Spiritu et littera 32, 55), dopo aver detto che la fede in
genere si basa su di un testimonio, conclude che la fede cristiana si
fonda sulla testimonianza di Dio. «La carità crede tutto, ma crede a
Dio».
Così Cassiano (De Incarnatione 1, 4, 6) per provare il
fatto della Incarnazione del Verbo afferma: «Dio ha detto questo, Dio
ha parlato: la sua parola è per me somma ragione».
L’oggetto materiale
della Fede
L’oggetto materiale
primario della fede è Dio,
come fine soprannaturale al Quale tendiamo. — Sono oggetto
materiale anche molte altre cose in quanto sono ordinate a Dio (Cfr. S.
Th., 2, 2, q. i a 1).
Dio principalmente si rivela in Cristo e per mezzo di Cristo. Perciò
Cristo, Uomo-Dio, è, dopo Dio, l’oggetto principale della fede e la
scala con la quale tendiamo a Lui: «Nessuno conosce il Padre se non
il Figlio e colui al quale il Figlio lo abbia voluto rivelare» (Mt.
11, 27).
Lucidamente il Billot nella sua Teologia riassume in tre parti
l’oggetto materiale della fede:
1 - oggetto primario: Dio stesso;
2 - oggetto secondario: le verità intorno alla fede o ai costumi
che servono per la nostra edificazione e santificazione;
3 - oggetto accidentale: ciò che accompagna la Rivelazione, senza
che abbia direttamente una connessione con la cristiana edificazione.
Per esempio la genealogia dei Patriarchi;. alcuni fatti storici narrati
per inquadrare avvenimenti o personaggi senza che di per sé siano legati
a verità religiose.
Rivelazione formale e
virtuale
Abbiamo spiegato la differenza fra fede divina semplicemente e fede
divino-cattolica. Finché la Chiesa non è intervenuta col suo magistero o
solenne o ordinario e universale. a proporci una verità come
rivelata, questa verità, contenuta nel deposito della Rivelazione,
scritta o tramandata, resta oggetto di fede divina. Quando invece
c’è una autentica definizione della Chiesa che ce la propone con
magistero solenne oppure con insegnamento ordinario e universale, come
contenuta sia nella Scrittura, sia nella Tradizione, diventa oggetto di
fede divino-cattolica (Nelle qualificazioni poste a ciascuna
tesi, quando diciamo: “E’ di fede» intendiamo dire di fede
divino-cattolica).
Il Concilio Vaticano I (D. B. 1792) dice:
Per fede divina e cattolica si debbono credere tutte quelle cose, che
sono contenute nella parola di Dio, scritta o tramandata e che dalla
Chiesa, sia con solenne giudizio, sia con l’ordinario e universale
magistero, ci vengono proposte a credere come divinamente rivelate.
Quando la Chiesa ha parlato e ci conferma che una data verità è
contenuta nel deposito della Fede, abbiamo la completa certezza che
questo è l’insegnamento di Dio.
Non ogni verità è stata rivelata nello stesso modo. Alcune sono state
rivelate formalmente, altre virtualmente.
Una verità si chiama rivelata:
A) FORMALMENTE quando da per sé stessa, in forza dei suoi termini
ci esprime il senso di ciò che vuoi dire; e può essere rivelata:
1 - formalmente in modo esplicito quando è espressa in termini
propri ed equivalenti al suo significato. Per esempio: nelle parole «il
Verbo era Dio», è rivelata formalmente in modo esplicito la Divinità
del Verbo;
2 - formalmente . in modo implicito quando la verità è
contenuta nella proposizione rivelata, come una parte nel tutto. Per
esempio: nelle parole «Il Verbo di Dio si è fatto carne» è
rivelato formalmente in modo esplicito, che il Verbo di Dio si è fatto
uomo; ma vi è rivelato anche formalmente in modo implicito che ha
un’anima e un corpo, perché è contenuto nell’idea di uomo il fatto che
debba. essere composto di anima e di corpo. Così è rivelata pure
implicitamente una verità di termini correlativi. Per esempio
quando nella Trasfigurazione, la voce della nube rivela: «Questi è il
mio Figlio diletto» rivela ancora che chi dice questo è il Padre. Da
termini contradditori: Quando il salmo 13 chiama stolto colui
che, dice «Non esiste Dio» implicitamente rivela che è sapienza
riconoscere l’esistenza di Dio. Da termini comprensivi: quando è
rivelato che tutti gli uomini risorgeranno è rivelato implicitamente che
io risorgerò.
A volte da due premesse, rivelate esplicitamente, ne risulta una verità
rivelata in modo implicito. Per esempio: quando e: rivelato che tutti
gli Apostoli hanno il potere di rimettere i peccati e che Andrea è un
Apostolo, è rivelato implicitamente òhe Andrea ha il potere di rimettere
i peccati.
Tutte le verità rivelate formalmente, sia in modo esplicito che
implicito, sono oggetto di fede almeno divina. Diciamo almeno,
perché divengono oggetto di fede divino-cattolica, quando si avverano le
condizioni suesposte.
Nell’elenco delle verità rivelate formalmente in modo implicito,
dobbiamo studiare a parte un caso particolare, e cioè:
quando la proposizione è contenuta nell’universale in un modo
contingente Per esempio: «Ogni Papa, eletto legittimamente e
validamente, è infallibile. Pio XII è Papa: dunque è infallibile».
Oppure :«In ogni Ostia, consacrata, è presente Gesù. Ma questa Ostia .è
stata consacrata, dunque c’è Gesù». Le proposizioni: «Ogni Papa è
infallibile, in ogni Ostia consacrata c’è Gesù», sono rivelate
formalmente. La proposizione particolare «Pio XII è Papa; questa Ostia è
stata consacrata» dipendono dal fatto contingente, cioè da un fatto che
potrebbe essere o non, essère. Le conclusioni le dobbiamo credere per
féde? Alcuni Teologi antichi lo negavano. Oggi comunemente rispondono
che quando il fatto contingente è moralmente certo, cioè di una certèzza
che escluda un dubbio prudente, si debbono credere per fede.
E’ da considerare poi, che, quando per la proposizione contingente, si
aggiunge il consenso universale di tutta la Chiesa, si può essere certi
che questa proposizione è contenuta in quella rivelata da Dio perché,
come abbiamo detto sopra, il consenso unanime della Chiesa è uno dei
modi con cui la Chiesa ci mostra il suo infallibile magistero ordinario
e universale. Nell’esempio citato, Dio ha rivelato esplicitamente che il
Papa è infallibile. Il consenso unanime della Chiesa mi dice con
certezza che in Pio XII si sono avverate le condizioni per cui sia uno
dei Sommi Pontefici, successori di Pietro, cui Dio ha dato il dono della
infallibilità. Perciò Dio rivelando in modo esplicito che il Papa
è infallibile ha rivelato ancora in modo implicito che Pio XII è
infallibile.
B) - VIRTUALMENTE. Una verità è virtualmente rivelata quando è
la conclusione di due proposizioni di cui la prima è formalmente
rivelata e la seconda è conosciuta con certezza benché non rivelata.
Si chiama anche: CONCLUSIONE TEOLOGICA.
E’ una conclusione, vale a dire non è contenuta
implicitamente nella proposizione rivelata, ma viene ad avere una
connessione con questa per il ragionamento certo con cui viene collegata
la seconda proposizione.
La certezza della seconda proposizione può venire tanto per un motivo
teologico, come da un motivo di sola ragione, sia filosofico che
storico.
Perché la conclusione teologica sia teologicamente certa, è necessario
che sia ammessa da tutte le scuole come intimamente connessa con la
Rivelazione. In quelle questioni in cui è ammessa discussione perché la
Chiesa non è ancora intervenuta con la sua decisione, e in cui i vari
teologi seguono un sistema diverso, non si può avere una conclusione
teologica.
Esempio di verità rivelata virtualmente: «La cognizione immediata di Dio
è visione beatifica» (proposizione rivelata). «Ma l’anima umana
in questa vita non ha visione beatifica» (proposizione razionale
non contenuta nella prima, ma ad essa connessa). «Dunque l’anima umana
in questa vita non ha la percezione immediata di Dio, ma soltanto
mediata» (Conclusione teologica, cioè verità rivelata
virtualmente. E’ contro l’asserzione degli Ontologisti).
Altre conclusioni teologiche: Cristo non mancò mai di grazia
efficace; Cristo è impeccabile; Cristo anche come questo determinato
uomo non può dirsi Figlio adottivo di Dio; ecc.
Le conclusioni
teologiche si devono credere per fede?
C’è controversia tra le varie scuole teologiche. Alcuni teologi come
Melchior Cano, Vasquez, ecc., affermano che si debbono credere per
fede anche prima della definizione della Chiesa, perché chi nega una
proposizione teologicamente certa deve per conseguenza negare il dogma.
Infatti in esse la seconda proposizione razionale è evidente e certa,
ché, altrimenti, come abbiamo detto, non si avrebbe conclusione
teologica. La conclusione che segue dal ragionamento è logica; dunque se
non si ammette questa conclusione non resta altro che negare la prima,
la quale è la proposizione rivelata.
Altri, come il Suarez e il Lugo dicono che sono oggetto di fede
solo dopo la definizione della Chiesa; prima no, perché, affermano, una
verità per essere oggetto di fede deve credersi unicamente per la
autorità di Dio rivelante, e, invece, nella conclusione teologica
c’entra anche la proposizione dettata dalla ragione umana.
I Tornisti confutano le due opinioni suddette dicendo che anche
quando una conclusione teologica venisse definita, resta oggetto solo di
fede ecclesiastica (vedremo fra poco il significato di questa
espressione), perché la Chiesa non è ispirata per farci nuove
rivelazioni, ma è assistita dallo Spirito Santo per non errare
nell’insegnarci una verità: perciò o la Chiesa dice che quella
conclusione è contenuta nella Rivelazione, e in questo caso vuol dire
che in realtà quella conclusione, creduta rivelata virtualmente,
era stata invece rivelata formalmente in modo implicito; o la
definisce come vera semplicemente, senza dirci che è contenuta
nella Rivelazione, e allora diventa oggetto solo di fede
ecclesiastica, e chi la negasse non si può chiamare eretico, ma solo
eretico presunto.
Il Concilio Vaticano I, non ha voluto definire la questione.
Perciò in pratica chi nega una conclusione teologica, afferma una
sentenza erronea. Commette peccato grave ma non è eretico. Dopo
la definizione della Chiesa, se non crede, cade nell’eresia o
nell’eresia presunta a seconda che la definizione stabilisce che
la proposizione era contenuta nella Rivelazione, o semplicemente che è
vera, come abbiamo già spiegato.
IL DOGMA
CHE COSA E’. Secondo l’ETIMOLOGIA, DOGMA (dal greco dokeo
insegno) può significare tanto una semplice opinione, come un
decreto, una legge.
Secondo il significato cattolico, DOGMA significa:
«Una dottrina che
dalla Chiesa è definita come contenuta nella divina Rivelazione e come
tale proposta alla nostra fede»
(S. CARTECHINI: Dall’opinione al Dogma, Ed.
Civiltà Cattolica - Roma 1953. Nello stendere il presente capitolo, ci è
Servito di guida questo ottimo lavoro).
Più brevemente potremmo dire: Una verità rivelata da Dio e propostaci dalla Chiesa.
Il dogma è sempre una DOTTRINA rivelata da Dio. Non importa se tale
dottrina si possa conoscere anche al solo lume della ragione. Nella
Rivelazione infatti, si possono trovare verità di tre ordini diversi:
a) - Verità di ordine naturale come l’esistenza di Dio,
l’immortalità dell’anima.
b) - Verità storiche, cioè fatti storici, specialmente quelli che
riguardano Gesù, come la sua nascita, la vita, la morte, la
RESURREZIONE.
c) - Verità di ordine soprannaturale, che si possono conoscere
solo perché Dio ce le ha rivelate, come i misteri propriamente detti. Ad
esempio la Trinità di Dio, l’Incarnazione del Verbo.
RIVELAZIONE PUBBLICA.
Un dogma non si poggia su di una rivelazione privata, che pure può
essere vera, e anche riconosciuta dalla Chiesa, come ad esempio la
rivelazione di Gesù sul Suo S. Cuore fatta a S. Margherita Alacoque, ma
ci porta la parola di Dio, rivelata ufficialmente fin dai tempi
dell’Antico Testamento che continua nel Nuovo e si chiude colla morte
dell’Ultimo Apostolo.
Questa è la Rivelazione pubblica, cioè fatta per tutti, e lasciata da
Dio in custodia alla Chiesa, mentre le Rivelazioni private sono fatte
per la utilità particolare di una o alcune anime.
Che la Rivelazione sia pubblica ha molta importanza contro la teoria dei
Protestanti e dei Modernisti i quali vorrebbero, che la Rivelazione
fosse solo una intuizione soprannaturale privata o una semplice
esperienza religiosa.
INTORNO ALLA FEDE O
AI COSTUMI.
Non ogni cosa rivelata è oggetto di dogma, come abbiamo spiegato, ma
solo quelle verità che regolano la nostra condotta verso Dio e verso la
nostra salvezza eterna nei credere e nell’agire. Il dogma perciò è una
dottrina che riguarda la fede o i costumi.
PROPOSTA DALLA CHIESA
ALLA NOSTRA FEDE.
La verità del dogma
non basta che si trovi nella Rivelazione divina, ma è necessario che la
Chiesa ce la presenti come tale. Infatti il deposito della Rivelazione è
stato affidato a Lei, ed essa ne è la interprete per dirci quale sia
genuinamente la parola di Dio e in qual senso ce l’abbia rivelata.
Ciò che fa col suo magistero solenne e ordinario, come abbiamo detto.
Fede Ecclesiastica
Non ogni definizione della Chiesa è dogma di fede. Tra gli elementi
essenziali del dogma c’è, come abbiamo visto, che quella verità è
contenuta nella Rivelazione. Quando la Chiesa canonizza un Santo, quando
stabilisce leggi liturgiche, quando definisce una conclusione teologica
come semplicemente vera non dichiara che ciò è contenuto nella
Rivelazione.
E’ certo che la Chiesa è infallibile anche nel dare queste definizioni:
però definisce queste verità come vere, non come contenute nel
deposito della Rivelazione. Per questo tali verità non costituiscono un
dogma. Non bisogna infatti confondere la ispirazione che hanno
avuto gli Scrittori Sacri nello scrivere i libri della divina Scrittura,
con l’assistenza che ha la Chiesa quando propone qualche cosa a
credere. Per questa assistenza dello Spirito Santo la Chiesa è
infallibile, ma non viene a proporci una nuova Rivelazione, (la quale si
chiude con la morte dell’ultimo apostolo). Essa ci propone queste verità
come infallibilmente vere, non in quanto contenute nella
Rivelazione, ma in quanto connesse alla Rivelazione.
Tale fede si suoi chiamare: FEDE ECCLESIASTICA, o anche: FEDE
SEMPLICEMENTE CATTOLICA. Essa si definisce:
l’assenso dato, per l’infallibile autorità della Chiesa, a quelle
verità che, quantunque non rivelate, sono annesse colla Rivelazione.
Qualificazioni
Teologiche
Da quanto abbiamo detto si vede che diverse verità vengono proposte al
nostro assenso con una origine diversa, perciò vengono qualificate o
come rivelate divinamente senza una definizione esplicita della Chiesa
(FEDE DIVINA), o come rivelate e proposteci dalla Chiesa
in quanto tali (FEDE DIVINO-CATTOLICA), o come infallibilmente
vere anche se non contenute nella Rivelazione (FEDE ECCLESIASTICA O
SEMPLICEMENTE CATTOLICA).
Una qualificazione teologica successiva a queste si ha quando per
consenso quasi unanime, una verità si ritiene rivelata e perciò si dice
PROSSIMA ALLA FEDE.
Altre verità vengono proposte dai teologi, che a volte tutti sono
concordi nella stessa interpretazione, a volte contrastanti. A chi non è
a conoscenza della scienza teologica, tali opinioni diverse potrebbero
portare un senso di incertezza e di smarrimento: chi, invece, considera
questo fatto profondamente, vi ammira la sapienza della Chiesa, che nei
punti in cui ancora non si è pronunciata nel suo magistero, lascia
libero campo agli studiosi di indagare e approfondire. Così attraverso
le indagini delle diverse scuole ha un elemento umano di prudenza e di
studio, prima di pronunziare la sua parola infallibile per l’assistenza
dello Spirito Santo. Quando però la Chiesa si pronunzia, anche senza
usare il carisma della sua infallibilità, le sentenze dei teologi pur
essendo in opposizione cadono, e quella verità viene ad appartenere alla
DOTTRINA CATTOLICA, come vi appartengono tutte le dottrine anche
non proposte formalmente e categoricamente come parola di Dio, ma
tuttavia espressamente e autenticamente insegnate, come spesso avviene
nelle Encicliche Papali.
Pio XII, nella Enciclica Humani generis, dichiara: «Che
se poi i Sommi Pontefici nei loro atti emanano di proposito una sentenza
in materia finora controversa, è evidente per tutti che tale questione,
secondo la volontà e l’intenzione degli stessi Pontefici, non può più
costituire oggetto di libera discussione per i teologi».
Abbiamo spiegato, parlando delle conclusioni teologiche, che
cosa significa l’altra qualificazione: TEOLOGICAMENTE CERTA per
le verità dedotte da una proposizione rivelata e da un’altra certa per
un’altra fonte. Dalla negazione di queste ne seguirebbe la negazione di
verità rivelate. Assai simile a questa, è la qualificazione DOTTRINA
COMUNE, detta anche: MORALMENTE CERTA, che si ha
quando tutte le scuole convengono nella stessa interpretazione di una
sentenza (per esempio che l’integrità data all’uomo in principio sia un
dono non dovuto).
Infine le qualificazioni: SICURA, il cui contrario non può essere
insegnato, come ciò che è contenuto nei decreti dottrinali delle
Congregazioni romane, (per esempio i decreti della Commissione biblica
per la interpretazione del Genesi); PIÙ COMUNE O COMUNISSIMA,
quando da quasi tutti si segue quella sentenza. Per esempio la
remissione dei peccati per la stessa infusione della grazia; (notare che
questa qualificazione è meno che quella comune, dove si ha
l’adesione di tutti, mentre quella più comune ne ha di
fronte una meno comune); PIÙ PROBABILE O PROBABILE, a
seconda che vi siano solidi argomenti, che, pur non escludendo
assolutamente il contrario, danno motivo sufficiente per aderirvi
(sentenza probabile) o per preferirla all’opposta (sentenza più
probabile).
Censure Teologiche
Alle qualificazioni teologiche si contrappongono LE NOTE O CENSURE
TEOLOGICHE che esprimono il giudizio riguardo al grado in cui una
negazione si trova di fronte alla verità.
Possono essere dottrinali, se espresse dalle scuole teologiche;
giudiziarie se pronunziate dalla Autorità Ecclesiastica.
Diamo l’elenco delle principali censure:
ERETICA è quella proposizione che nega una verità di fede
divino-cattolica; ed
ERETICA CONTRO LA
FEDE ECCLESIASTICA, O PRESUNTA ERETICA,
quella che nega una
verità di fede semplicemente cattolica. Tenere questa proposizione,
oltre ad essere peccato mortale direttamente contro la fede, fa
incorrere anche nelle pene canoniche stabilite dalla Chiesa.
PROSSIMA ALL’ERESIA è la proposizione che non tutti, ma molti
dottori, e con fondamento, dicono che è eretica. Per esempio, se uno
dicesse che i bambini non hanno giustizia inerente, sarebbe prossimo
all’eresia, perché molti teologi dicono che nel Concilio di Trento fu
definita la giustizia come inerente universalmente per tutti, sebbene il
decreto tratti esplicitamente solo della giustificazione degli adulti.
CHE SA DI ERESIA: è una proposizione equivoca, che si può
intendere sia in un senso cattolico che eretico. Per esempio:
la fede giustifica. Se s’intende che basta da sola a giustificare è
eretico.
ERRORE SULLA FEDE è la negazione di una verità di fede divina. E
‘peccato mortale.
ERRORE NELLA TEOLOGIA: la negazione di una conclusione teologica.
Peccato mortale.
PROSSIMA ALL’ERRORE è la proposizione opposta a una verità
prossima alla fede. Peccato mortale.
TEMERARIA è la proposizione che nega una verità di dottrina
cattolica, (peccato mortale indirettamente contro la fede) o comune (può
esser mortale per temerità) o sicura (mortale per disubbidienza).
Per le proposizioni contro le sentenze più comuni, comunissime, più
probabili e probabili non vi è nessuna censura e nessun peccato.
Vi sono altre censure per il modo in cui sono espresse le
proposizioni o per i cattivi effetti che producono: EQUIVOCA,
PRESUNTUOSA, SOSPETTA, OFFENSIVA DI PIE ORECCHIE, SCISMATICA, SEDIZIOSA,
NON SICURA.
Le Rivelazioni
private
La Rivelazione pubblica e ufficiale si chiude, come abbiamo detto, con
la morte dell’ultimo Apostolo.
Molte volte però si sa di rivelazioni private, fatte a persone
particolari e non a tutta la Chiesa. Esse sono fatte per utilità loro e
di altri, benché indirettamente possano portare un bene a tutta la
Chiesa.
Quale è l’autorità di tali rivelazioni private? - Si debbono credere? -
Quale il contegno della Chiesa verso di esse?
Lo spiegheremo in breve.
ESISTONO RIVELAZIONI
PRIVATE.
Le troviamo narrate anche nella Sacra Scrittura. Per esempio: Noè, fu
avvisato da Dio del diluvio e comandato di costruire l’arca (Gen. 6, 14
s.); Sara
fu ripresa perché non credette subito, che pure in età avanzata, avrebbe
avuto un figlio (Gen. 18, 13); così pure Zaccaria ( Lc. 1, 20).
Anche in molte vite di Santi si legge che Dio ha loro parlato.
QUALI I SEGNI che Dio abbia parlato ad una persona privata?
Prima di tutto, per averne la morale certezza, è. necessario che la
rivelazione sia accompagnata da miracoli. Inoltre è necessario:
a) - per parte della materia che non si opponga in niente a
quanto è stato rivelato pubblicamente e perciò a quanto insegna la
Chiesa intorno alla fede e ai costumi. Dice S. Paolo (Gal. 1, 8) «Ma
quando anche noi o un angelo dal cielo vi annunziasse un Vangelo
diverso, da quello che vi abbiamo annunziato, sia anatema». Deve
perciò concordare anche coll’insegnamento comune dei Padri e dei
Teologi: non deve indirizzare verso il male o impedire un bene migliore.
Quando più assente rivelazioni private sono contraddittorie fra loro, è
chiaro che non possono esser vere, almeno alcune.
b) - per parte degli effetti. Non può esser rivelazione di Dio
una cosa che porti effetti cattivi, che spinga al male, che produca
superbia e vanagloria in chi la riceve.
c) - per parte della persona.. Per eccezione Dio può aver
rivelato qualche cosa anche a persone cattive perché si convertano. Ad
esempio al Re Baldassar, apparvero delle dita che scrivevano sulla
parete delle parole misteriose, spiegate poi da Daniele, che
annunziavano la sua condanna (Dan. 5, 5 s.). Però ordinariamente la
persona a cui vengano fatte rivelazioni deve essere molto virtuosa, e
specialmente umile, obbediente, mortificata. Deve esser di mente
equilibrata, e non facile alle suggestioni e impressioni nervose. Questo
si riconoscerà anche dal fatto che non desidera le visioni; che non
parla di sé, anzi soffre di dover manifestare pubblicamente le divine
rivelazioni.
Quando la rivelazione è accompagnata da simili garanzie deve esser
creduta da chi l’ha ricevuta e da coloro per i quali è stata fatta.
Gli altri, a cui non è diretta, possono credere, purché abbiano le prove
sufficienti. Diciamo così perché non sempre è facile avere le prove
sufficienti, e in questo caso non c’è l’obbligo di credere. Quando
invece ci sono abbiamo la certezza morale che tali cose sono state
rivelate da Dio e in obbedienza alla sua autorità dobbiamo crederle.
I Teologi, eccetto i Salmaticesi, asseriscono comunemente che le
rivelazioni private possono essere oggetto di fede divina, da
credersi con la stessa virtù della fede con cui crediamo le verità
rivelate pubblicamente. Ne portano per prova l’approvazione data da
Dio a chi vi credette, o la disapprovazione a chi non vi credette,
narrata nei brani della S. Scrittura che abbiamo citato.
Inoltre il Concilio di Trento dichiara che qualcuno può sapere
per speciale rivelazione se sarà nel numero degli eletti, mentre
gli altri non lo possono ritenere per fede (D. B. 805, 825).
QUALE IL CONTEGNO
DELLA CHIESA?
Lo indica Benedetto XIV nella sua opera: «La Canonizzazione
dei Santi» parlando delle rivelazioni private della Beata Ildegarda,
S. Brigida, S. Caterina da Siena, S. Teresa. Egli dice: «Si deve sapere
che questa approvazione non è altro che una permissione, dopo
maturo esame, perché possano venir pubblicate per conoscenza ed utilità
dei fedeli: a queste rivelazioni approvate in tal modo, benché non si
debba né possa dare l’assenso di fede cattolica, si deve tuttavia
l’assenso. della fede umana, secondo le regole della prudenza, secondo
la quale cioè, tali rivelazioni sono pro babil e pienamente credibili».
La Chiesa agisce sempre con la più grande prudenza e nel riconoscimento
delle rivelazioni private, come in quelle citate e come in molte altre
più recenti (S. Margherita Alacoque, Lourdes, Fatima), si ferma al
giudizio della probabilità e pia credibilità.
Pio X, nell’Enciclica Pascendi, parlando di simili rivelazioni
dice che non sono né approvate né condannate, ma semplicemente
permesse, come da credersi piamente, per la sola fede umana, secondo
quanto viene narrato e anche confermato da testimonianze e
documentazioni. D’altra parte nessuna delle rivelazioni private può
esser portata come argomento certo di qualche prova teologica. La Chiesa
possiede già tutta la verità nel suo deposito della Fede.
COME CI SI PRESENTA
IL DOGMA
In cielo ogni verità potremo conoscerla in modo intuitivo, vedendola in
Dio, ma sulla terra l’uomo riceve la conoscenza nel suo intelletto
attraverso i sensi. Per esempio: so che il sole splende. Anche per
conoscere questa verità, pur così semplice ed immediata, è necessario
che attraverso i sensi (vederlo, sentirne il calore, ecc.), io abbia
conosciuto che cosa sia il sole e che mi sia formata una idea per sapere
che cosa significa risplendere. Quando avrò queste due idee le metto in
confronto e vedo che la seconda si applica alla prima.
Per esprimere poi queste idee e comunicarle agli altri, uso un segno che
è come un’immagine dell’idea: la parola.
È logico che anche per esprimere una verità rivelata è necessaria la
parola. La Chiesa quando ci propone una verità rivelata usa delle
formule che ci dicono ciò che Dio ha rivelato.
I Modernisti dicevano che vanno intese come semplici simboli.
Come intendono, allora, i termini, ossia le parole di dette formule che
interpretano il fatto religioso secondo i diversi tempi e che hanno solo
un senso pratico per il modo di agire, negando che siano la norma
estrinseca per credere? Contro costoro poniamo la seguente:
TESI
- I dogmi
cattolici sono verità da credersi e sono presentati per mezzo di formule
dogmatiche che esprimono e determinano con termini scientifici la
dottrina rivelata, come è in sé stessa, almeno analogicamente, non
simbolicamente o solo praticamente: sono perciò norma estrinseca
per credere.
É CERTO
SPIEGAZIONE. Il dogma è la verità, la formula è la
proposizione con cui questa verità viene espressa.
CON TERMINI
SCIENTIFICI.
Ogni parola ha un
significato determinato dall’uso, che nelle lingue vive può anche
variare col passar del tempo. Per portare un esempio nella lingua
italiana:
«oste», anticamente significava “nemico” dalla etimologia latina; oggi,
se pure si usa poeticamente, nel linguaggio ordinario, ha tutt’altro
significato. Per una determinazione più precisa la Chiesa nel formulare
i dogmi usa dei termini prendendoli non dal semplice linguaggio
popolare, ma da sistemi filosofici, e precisamente dalla FILOSOFIA
PERENNE che i Padri e gli Scolastici sempre usarono come ancella
nello studio delle verità divine. Così il concetto è ben precisato dalla
elaborazione che quella filosofia ha fatto intorno a quel termine e la
formula ne risulta più esatta e determinata, che se fosse stata usata
una parola presa nel senso del linguaggio popolare. Così abbiamo con un
significato ben preciso le parole: forma, materia, sostanza, essenza,
persona, natura, ecc. L’Enciclica «Humani generis» dopo aver
detto quanto la Chiesa apprezzi il valore della ragione umana “alla
quale spetta il compito di dimostrare con certezza l’esistenza di Dio
personale» e i fondamenti della stessa fede cristiana; di «porre inoltre
rettamente in luce la legge che il Creatore ha impresso nelle anime
degli uomini». Ed infine «il compito di raggiungere una conoscenza
limitata, ma utilissima dei misteri», continua: «Ma questo compito
potrà essere assolto convenientemente e con sicurezza, se la ragione
sarà debitamente coltivata; se cioè, essa nutrita di quella sana
filosofia che è come un patrimonio delle precedenti età cristiane e che
possiede una più alta autorità, perché lo stesso magistero della Chiesa
ha messo al confronto della stessa verità rivelata i suoi principi e le
sue principali asserzioni, messe in luce e fissate lentamente attraverso
i tempi, da uomini di grande ingegno».
…«In questa filosofia vi sono certamente parecchie cose che non
riguardano la fede e i costumi, né direttamente né indirettamente e che
perciò, la Chiesa lascia alla libera discussione dei competenti in
materia; ma non vi è la medesima libertà riguardo a parecchie altre
specialmente riguardo ai principi e alle principali asserzioni di cui
già parlammo».
Queste ultime frasi ci dicono che una tesi filosofica da cui vengono
desunti i termini per esprimere un dogma potrebbe anche essere falsa, ma
questo non porterebbe nessun danno alla verità del dogma, perché non è
la tesi filosofica che il dogma esprime, ma una verità rivelata, coi
termini scientifici della filosofia, i quali hanno un determinato
significato, prescindendo dal valore della tesi filosofica.
Un esempio pratico ci farà capire meglio. Contro un errore di Pietro
Olivi, li Conc. dì Vienna usò la parola «forma» per
definire l’unione sostanziale dell’anima col corpo (D. B. 481).
Supponiamo, per ipotesi, che un giorno la tesi scolastica sulla materia
e la forma venisse dimostrata falsa: non sarebbe falso il dogma in cui
viene usata questa parola: l’anima non è qualche cosa di estraneo alla
materia, come quando l’Angelo Raffaele, mostrandosi a Tobia aveva
assunto un corpo che non apparteneva alla sua personalità, ma veramente
informa il corpo il quale non ha un’altra anima sensitiva che lo
sostenga cosicché, separata l’anima spirituale dal corpo, questo rimane
privo di vita. Prescindendo quindi dalla verità della dottrina
aristotelica su materia e forma, resta sempre esatto in quale senso la
Chiesa abbia usato la parola: «forma».
ALMENO ANALOGICAMENTE
- Già in
principio, parlando dei misteri, abbiamo spiegato che non si possono
intendere in modo adeguato e univoco, ma analogico, cioè secondo
una certa proporzione, che esclude però il senso equivoco. -
Abbiamo aggiunto anche la parola «almeno» perché alcune
verità espresse nei dogmi le possiamo capire in senso univoco,
cioè in senso proprio, come quando vengono definiti fatti storici,
per esempio: «Gesù è nato da Maria Vergine, ha patito, è morto, è
risorto»; altre in senso metaforico: esempio «Siede alla
destra del Padre», che significa: gode della stessa onnipotenza
del Padre: «Tu sei Pietra», cioè fondamento.
Anche il Concilio Vaticano I (D. B. 1796) parla dei misteri di cui si
può raggiungere una conoscenza limitata, ma fruttuosissima (e
utilissima, come aggiunge l’Enc. Humani generis, già citata)
«per quelle cose che di questi si conosce per analogia».
NON SIMBOLICAMENTE
- Le cose
divine rivelate, quantunque non tutte si possano intendere in senso
proprio, pure non si riducono a un semplice simbolo, diverso dalla
verità, ma c’è sempre una certa proporzione.
O SOLO PRATICAMENTE
- Quantunque i dogmi portino in effetto anche a una
condotta pratica di vita, pure prima di tutto, sono verità di ordine
intellettuale che dobbiamo credere.
NORMA ESTRINSECA DI
CREDERE -
Se per credere è necessaria intrinsecamente l’autorità di Dio rivelante,
estrinsecamente è necessario che ci sia determinata la formula che ci
esprime con esattezza la verità rivelata da Dio.
S. Pio X, nella professione di fede (D. B. 2145) dice che
dobbiamo professare come definito dalla Chiesa, che la fede «è
un vero assenso dell’intelletto alla verità ricevuta estrinsecamente
per mezzo dell’udito».
PROVA: A) - DALLA SCRITTURA - Parlando del magistero della Chiesa
abbiamo portato i numerosi testi che dimostrano come essa ha avuto da
Dio la missione d’insegnare la verità da Lui rivelata. Essa perciò ha il
compito di proporci questa verità nei vari suoi punti, insegnandoci con
esattezza come debba essere intesa.
Gesù ha detto: «Nessuno conosce il Padre, se non il Figlio e colui al
quale il Figlio lo abbia voluto rivelare» (Mt. 11, 27; Lc. 10,
21-24).
Dunque il Figlio ci ha manifestato la verità, anzi, le singole:
verità da credere. «Egli ce lo ha narrato», dice in un altro
punto 8. Giovanni (1, 28). Tutto ciò che Gesù ci ha insegnato,
attraverso l’udito è giunto all’anima nostra come norma da
credere.
Gli Apostoli sono i testimoni di questa rivelazione. Essi hanno
l’incarico di predicarla in tutto il mondo, e la prima condizione per la
salvezza è il credere a queste verità. «Chi avrà creduto... sarà
salvo» (Mc. 16, 15-16).
Perciò quello che la Chiesa ci proporrà a credere, non sarà solo per
effetto pratico, ma richiede prima di tutto l’assenso: della mente.
Non è simbolico, perché tutto l’insegnamento della Chiesa ci propone
verità ben determinate di cui alcune si riferiscono a misteri, altre a
fatti storici e insegnamenti.
Paolo Apostolo dichiara di insegnare quello che ha ricevuto dal
Signore (1 Cor. 15, 1-8), e non solo dà precetti pratici, ma in ogni
lettera per prima cosa esprime una parte di insegnamento dottrinale.
B) DALLA TRADIZIONE. Tutti i Padri dichiarano eretici
coloro che non credono a quanto insegna la Chiesa. Non riportiamo i
numerosi passi che potete vedere nelle tesi del trattato «La
Chiesa». Vedete come essi insistono nel richiedere l’adesione a tutte le
verità insegnate dalla Chiesa docente.
La Chiesa nella sua prassi ci dimostra pure questo fatto. Essa
non solo è stata sempre pronta a condannare coloro che deviavano dalla
verità e a definire quale fosse la verità sia nel suo magistero
ordinario, sia nei Concili, come nelle formule dei Simboli, ma fino dai
primi tempi esigeva che i catecumeni fossero istruiti nella verità.
Colla sua predicazione, poi, in ogni tempo, ha annunziato agli uomini,
secondo il comando divino, le verità da credere.
L’IMMUTABILITA’ DEL
DOGMA
Gli errori
Gli ANTICHI
PROTESTANTI, prendendo la S.
Scrittura come unica fonte della Rivelazione e non riconoscendo
l’autorità
data da Gesù alla Chiesa, negarono ogni potere di formulare dei dogmi,
tenendosi unicamente alle parole della S. Scrittura.
I M0NTANISTI, i MANICHEI, i FRATICELLI, gli
ANABATTISTI, gli AVVENTISTI e altri Protestanti, pure in modi
diversi, aspettarono una nuova effusione dello Spirito Santo che venisse
a rivelare altre cose nuove. Altri Protestanti, ammettendo la
ispirazione privata dicono che la Religione Cristiana si va arricchendo
di nuove verità attraverso questa ispirazione.
I SEMIRAZIONALISTI con Gunther, dicono che col progresso
della filosofia e delle scienze i dogmi possono giungere ad avere un
significato diverso da quello che avevano quando furono definiti.
I MODERNISTI vanno ancora oltre, come più volte abbiamo parlato.
Contro questi errori, opposti fra loro, dobbiamo studiare il problema
sotto un doppio aspetto:
1) - L’IMMUTABILITÀ NEL NUMERO delle verità rivelate.
2) - L’IMMUTABILITÀ NELLA SOSTANZA dei dogmi definiti.
Immutabilità nel
numero delle verità rivelate
Abbiamo detto più volte che la Rivelazione è stata fatta da Adamo
fino agli Apostoli.
Nel Paradiso terrestre Dio scendeva in forma visibile verso sera e si
tratteneva a parlare con Adamo, passeggiando con Lui. In questi colloqui
divini, Dio manifestava al nostro progenitore le verità che la semplice
ragione umana non poteva conoscere. Certamente Dio gli rivelava almeno
le verità fondamentali: cioè la sua esistenza, i suoi attributi, la vita
divina nell’uomo nella giustizia originale in cui lo aveva costituito,
il premio o il castigo eterno che avrebbe meritato colla sua fedeltà o
infedeltà, la morte, cui sarebbe stato condannato, se avrebbe
disobbedito.
Appena commesso il peccato, Dio gli fa conoscere anche le gravi
conseguenze in cui era incorso e insieme gli promette il Redentore, che
sarebbe nato dalla Donna, che avrebbe schiacciato il capo al serpente.
Più tardi, come ci narra la S. Scrittura, Dio parla ai Patriarchi ed ai
Profeti insegnando altre verità da credere, precetti da osservare, riti
da compiere per tributargli un culto a Lui gradito. In particolare a
Mosè, dà i Comandamenti, che fino dal principio aveva impresso nel cuore
dell’uomo e gli dà ancora molte altre prescrizioni per il popolo che si
era conservato fedele a Lui e dal quale doveva nascere il Messia.
Continuano in seguito altri Profeti, che ricevono le rivelazioni del
Signore e le manifestano al popolo. Infine viene Gesù, che non
distrugge, ma perfeziona l’Antica Legge e svela i misteri più sublimi.
Salendo al Cielo, lascia ancora gli Apostoli come testimoni, non solo
della sua vita, ma del suo insegnamento. Ad essi non solo dà
l’assistenza del suo Spirito Divino come avrebbe continuato per
tutti i secoli con la Chiesa, ma ancora l’ispirazione per cui
avrebbero potuto annunziare nuove verità. Per esempio: il fatto della
Assunzione di Maria Vergine al cielo, se già implicitamente era
contenuto nel protoevangelo «Essa schiaccerà la tua testa», e
nelle parole dell’Angelo: «piena di grazia», pure gli Apostoli,
cui Dio lo aveva rivelato, lo insegnano ai fedeli.
Così è chiara la Rivelazione fatta dagli Apostoli di altre verità nelle
Lettere e nella Apocalisse, come le Profezie, la ispirazione dei libri
degli Apostoli, ecc.
Perciò contro qualche teologo, come il Palmieri, che dice non
esser stata fatta la Rivelazione di nessun’altra verità dopo la
Pentecoste, è dottrina comune la Rivelazione di altre verità fino alla
morte degli Apostoli.
La Divina Rivelazione si chiude colla morte dell’ultimo Apostolo, che,
esattamente, fu S. Giovanni.
In questo periodo di tempo perciò (cioè da Adamo fino alla morte
dell’ultimo Apostolo), Dio ha fatto la Rivelazione pubblica. Durante
tutto questo periodo il numero delle verità rivelate andava aumentando e
solo in questo senso si può parlare di «accrescimento di dogmi».
Col passar del tempo Dio rivelava nuove verità. (È chiaro che qui la
parola dogma non è detta nel significato tecnico, ma nel
significato di verità rivelata).
Così sapientemente il Signore preparava a poco a poco l’uomo alla
conoscenza dei misteri più alti. Per esempio: il mistero della SS.
Trinità, che non era conosciuto, ma semplicemente adombrato nell’Antico
Testamento, viene chiaramente svelato da N. S. Gesù Cristo.
Contro gli eretici di cui abbiamo parlato sopra, che ammettono la
Rivelazione di altre verità, dopo il periodo apostolico, dimostriamo la
seguente:
TESI
-
La Rivelazione
pubblica fatta da Dio è completa coll’età apostolica in modo tale, che
non si debbano aspettare nuove rivelazioni pubbliche e tanto meno un
nuove ordinamento della religione.
É DI FEDE
per l’insegnamento universale della Chiesa, benché in questo punto non
ci sia una esplicita definizione.
SPIEGAZIONE - Essendo chiara la enunciazione della Tesi per le
spiegazioni precedenti, basta fermarci sulle parole: NUOVO ORDINAMENTO
DELLA RELIGIONE.
Un ordinamento nuovo, (o come si dice con parola tecnica «una nuova
economia», è avvenuto quando Gesù è venuto sulla terra. Infatti, pur
non togliendo l’antica Legge, l’ha perfezionata, abrogando leggi rituali
ed elevando quello che anticamente era fatto solo in figura di annunzio.
Per esempio:
i sacrifici degli animali erano solo figura del Sacrificio dell’Agnello
senza macchia; e dove c’è la realtà non occorre più la figura. Così la
istituzione dei Sacramenti, la costituzione della sua Chiesa, il
precetto dell’amore, insieme agli insegnamenti più sublimi.
Alcuni di questi eretici starebbero aspettando invece, una nuova
economia, come per esempio l’incarnazione dello Spirito Santo.
PROVA: A) - DALLA SCRITTURA: Gesù dichiara apertamente agli
Apostoli che a quanto ha rivelato loro si aggiungerà l’azione dello
Spirito Santo, che insegnerà loro ogni verità e riporterà alla loro
memoria quello che Egli stesso ha già insegnato:
«Molte cose ho ancora da dirvi; ma non le potete capire adesso.
Quando però verrà quello Spirito di verità, vi insegnerà ogni verità»
(Gv. 16, 12-13). «Egli vi insegnerà ogni cosa, vi rammenterà
tutto quello che vi ho detto» (Gv. 14, 16).
La promessa è fatta personalmente agli Apostoli e perciò dopo la loro
morte non sarà fatta nessun’altra Rivelazione pubblica. Essi dovranno
insegnare fedelmente “utto quello che Gesù avrà insegnato loro»
(Mt. 28, 20). Ciò che osservano con tanta fedeltà, e Paolo
comanda a Timoteo di conservare fedelmente il «deposito della
fede» (I Tim. 4, 20), evitando ogni novità. Questo
deposito deve essere conservato intatto senza aggiunte né soppressioni,
come lo hanno lasciato gli Apostoli. Questo deposito deve restare
intatto fino alla fine del mondo, senza che debba venire una nuova
economia un nuovo ordinamento. Nella lettera agli Ebrei (8, 7-15 e 12,
27-28), parla della abrogazione dell’Antico Testamento per dar luogo al
Nuovo, che ci ha dato un «regno immobile» che cioè durerà per
sempre.
Nella stessa lettera (8, li s.) dice che il Sacerdozio della Nuova Legge
«è sempiterno». Il Sacerdozio è parte essenziale della Religione:
dire che questo Sacerdozio rimane per sempre, significa che non ci dovrà
essere nessun nuovo ordinamento.
B) - DALLA TRADIZIONE: S. Vincenzo di Lirino
(Commonitiones 22) commentando le parole «deposito della fede»
dette da Paolo a Timoteo, si domanda: «Quale deposito?» e
risponde insistendo su ciò che è della pubblica Rivelazione data da Gesù
e dagli Apostoli.
S. Clemente Romano nella I Lettera ai Corinti, spiega che «la
regola della nostra tradizione» ci è stata data dagli Apostoli,
mandati da Gesù, mandato da Dio.
Più esplicitamente S. Ignazio (op. c. 3, 26) dice: «Studiate
di con formarvi alle dottrine del Signore e degli Apostoli». Lo
stesso pensiero si riscontra in tutti gli altri Padri e Scrittori:
così i Concili, così i Papi, che come S. Stefano decreta contro i
Ribattezzanti: «Niente si innovi, se non quanto ci è stato tramandato».
Il Concilio Vaticano I dichiara espressamente (D. B. 212):
«Lo Spirito Santo non è stato promesso ai successori di Pietro
affinché, colla sua Rivelazione manifestassero una nuova dottrina, ma
affinché colla sua assistenza la rivelazione trasmessa dagli Apostoli,
ossia il deposito della fede, custodissero santamente ed esponessero
fedelmente».
L’immutabilità nella sostanza dei dogmi definiti
Contro gli altri errori, enunciati poco sopra, e in particolare contro
Gunther e i Modernisti, enunciamo la seguente:
TESI
-
Il dogma è
sostanzialmente immutabile e il progresso dei dogmi consiste solo in una
più vasta e chiara spiegazione della dottrina nel solo senso in cui l’ha
intesa la Chiesa.
É DI FEDE
la prima e la terza parte della tesi dal Concilio Vaticano I (D.
B. 1818);
É CERTO
per la seconda che cioè il progresso consiste solo in una spiegazione
più vasta e più chiara della dottrina, dallo stesso Concilio, (D. B.
1809). Esso dice: «Se alcuno avrà detto che può avvenire che ai
dogmi proposti dalla Chiesa, talvolta secondo il progresso della scienza
si debba attribuire un altro significato da quello che ha inteso ed
intende la Chiesa, sia scomunicato».
E riguardo alla seconda parte: «Cresca e progredisca molto e
intensamente l’intelligenza, la scienza, la sapienza tanto dei singoli
che di tutti, tanto di un solo uomo, che di tutta la Chiesa col passar
delle età e dei secoli; ma nel suo stesso genere, vale a dire, nello
stesso dogma, nello stesso senso, nello stesso giudizio».
PROVA
della 1a parte.
A) - NELLA SCRITTURA troviamo che S. Paolo (Gal. 1) dice:
«Quand’anche noi, o un Angelo del Cielo vi annunziasse un Vangelo
diverso da quello che vi abbiamo annunziato, sia anatema».
Questa proposizione dichiara come non vi può essere cambiamento che
contraddica a ciò che è l’annunzio di verità propostoci dalla Chiesa.
L’insegnamento delle verità rivelate da Dio rimane in eterno. Passeranno
il Cielo e la terra, ma non passeranno le parole del Signore. «Il
Cielo e la terra passeranno; ma le mie parole non passeranno» (Mt.
24, 35).
B)
- LA RAGIONE
lo conferma. li dogma essendo una verità, come più volte abbiamo
ripetuto, non può essere e non essere. La verità è una sola, e nel dire
che col passar del tempo viene ad avere significato diverso, sarebbe
negare la veracità di Dio che ha manifestato e consegnato alla Chiesa
tali verità.
La stessa verità umana, quando è veramente acquisita con certezza, non
può ricevere mutamenti: tanto meno la verità che ci è stata rivelata da
Dio. Dice in proposito l’Enc. «Humani generis»: Poiché la
verità ed ogni sua manifestazione filosofica non può essere soggetta a
quotidiani mutamenti, specialmente trattandosi dei principi per sé noti
alla ragione umana e di quelle asserzioni che poggiano tanto sulla
sapienza dei secoli quanto nel consenso e sul fondamento anche della
Rivelazione divina qualsiasi verità la mente umana con sincera ricerca
ha potuto scoprire, non può essere in contrasto con la verità acquistata».
2a e 3 parte - Può esserci un progresso nei dogmi?
Messa ben salda la nozione della immutabilità sostanziale del dogma,
possiamo ben parlare di un progresso, non nella sua SOSTANZA, ma
nella sua CONOSCENZA. Non è relativa la verità, la quale resta
immutabile, ma è perfettamente la sua conoscenza. Molte verità
rivelate sono contenute nelle loro fonti in modo implicito, come abbiamo
veduto, e perciò oscuro. La Chiesa stessa, colle sue definizioni viene a
farcele conoscere più chiaramente. Per esempio, nel Vangelo Gesù dice: «Io
e il Padre siamo una cosa sola» (Gv. 10, 30). Il Conc. di Nicea
(325) definisce contro Ano che «Il Verbo è consostanziale al
Padre, cioè della stessa sostanza». Il concetto è uguale, ma
nella Scrittura sono usati termini diversi. Il Concilio colla parola
nuova nello stesso concetto lo spiega più chiaramente con questo termine
scientifico, ma la verità non cambia. La stessa Chiesa può domani
con una nuova definizione chiarire e completare un concetto che oggi non
ha chiarito in una determinata definizione. La ragione è che colla
assistenza dello Spirito Santo la Chiesa nel dare una definizione non
esaurisce tutto quanto può dirci intorno a quelle verità, ma solo è
assistita in modo che quanto dice non abbia nulla di errato. Per portare
un esempio recente, nella definizione del dogma della Assunzione della
B. V. al Cielo il Papa ha definito che «dopo questa vita mortale, Maria
è stata Assunta ai Cielo in anima e corpo», ma non ha definito se sia
stata soggetta alla morte o no.
Se un giorno la Chiesa definisce questo punto, non vuoi dire che sia
mutato il dogma della Assunzione.
Inoltre alcune delle verità rivelate possono restare oscurate per
qualche tempo, ma non in modo generale e universale, né possono
restare oscurate quelle definite. Pio VI (D. B. 1501) condannò la
proposizione del Sinodo di Pistoia che dice: «in questi ultimi secoli si
è diffuso nelle verità dì maggiore importanza, riguardanti la Religione
e che sono base della Fede e della dottrina morale di Gesù Cristo, un
generale oscuramento».
Da questo oscuramento particolare ne consegue un progresso quando la
Chiesa ha parlato. Solo in questo senso si può parlare di progresso o
evoluzione del dogma: progresso
ed evoluzione soggettiva nella conoscenza e non oggettiva nella
sostanza, che resta sempre la medesima. Per richiamarci a un esempio già
portato parlando dei misteri, diremo che la verità è come un diamante
prezioso appena trovato nella miniera: è coperto di carbone e di scorie:
man mano che viene lavorato presenta le sue sfaccettature e il suo
splendore. Sempre più se ne vede la bellezza, ma il suo valore
sostanziale c’era anche prima: soltanto non appariva al nostro occhio.
Così anche nel progresso per la nostra conoscenza il dogma resta sempre
lo stesso e non gli si deve dare nessun altro senso di quello che gli ha
dato e gli da la Chiesa.
CAPITOLO QUARTO
L’ATTO DI FEDE
Abbiamo dato la definizione dell’atto di fede. Ora analizziamolo
più profondamente. Abbiamo visto che per preparano occorre la
Rivelazione coi motivi di credibilità e di credentità che ci danno la
certezza che Dio ha parlato e perciò dobbiamo credere a quello che ha
detto. Ma a questo punto non abbiamo ancora emesso l’atto di fede.
Dalla definizione data da S. Tomaso e che abbiamo sopra riportato
«Credere è un atto dell’intelletto che dà assenso alla verità divina
sotto il comando della volontà, mossa da Dio per mezzo della grazia»,
rileviamo che per credere sono necessari questi tre elementi:
LA GRAZIA,
L’INTELLIGENZA, LA VOLONTA'.
Su questi tre elementi fermiamo il nostro studio.
La grazia nell’atto
di fede
Nessuno può emettere l’atto di fede colle sue sole facoltà e forze
umane. La fede è un dono di Dio, e come tale non solo richiede il dono
soprannaturale della Rivelazione, ma anche l’aiuto di Dio per aderire a
quanto ha rivelato.
I Pelagiani, che incontreremo e studieremo più dettagliatamente
nel Trattato della Grazia, dicevano che l’uomo può compiere atti
adeguati alla sua salvezza eterna colle sole sue forze, senza l’aiuto
della grazia. Riprese questo errore, già condannato dal secondo Conc.
di Orange e dal Conc. di Trento, Hermes, che diceva che la
cognizione di fede nasce necessariamente dall’intelletto e dalla volontà
colle sole forze umane.
I Semipelagiani pur ammettendo la necessità della grazia per le
opere meritorie della salvezza eterna, dicevano che «l’inizio della
fede, e prima di tutto almeno il pio affetto di credere»,
(cioè la volontà vera di credere colla quale ci prepariamo alla fede),
si compie senza l’influsso della grazia.
Contro questi errori dimostriamo la seguente:
TESI
-
L’atto di fede
emesso dall’intelletto sotto il comando della volontà, si ha colla
grazia di Dio che previene ed accompagna questo atto colla sua
illuminazione e ispirazione; anzi questa grazia si ii chiede anche per
l’inizio della fede e per lo stesso pio affetto di credere.
É DI FEDE
riguardo alla ispirazione.
É CERTO
riguardo alla illuminazione, dai Concili di Orange, di
Trento e Vaticano I qui citati.
SPIEGAZIONE - GRAZIA DI DIO CHE PREVIENE. L’aiuto soprannaturale della
grazia non basta nell’atto stesso della fede, ma occorre anche in
antecedenza.
Per emettere speculativamente il giudizio di credibilità di per
sé non si richiede la grazia interna (quella esterna è già data dal
fatto della Rivelazione e dei segni che l’accompagnano).
Osservando i segni uno ha un motivo di ordine naturale bastante a
dimostrare la credibilità.
Anche per il giudizio speculativo dei motivi di credentità
di per sé in modo assoluto non si richiede la grazia interna. E’
dottrina comune. Infatti conosciuti i segni che comprovano la
credibilità e l’autorità di Dio che rivela, con la sola ragione ne
deriva la conseguenza che dobbiamo credere quello che ha rivelato Dio,
verità somma.
Tanto per il giudizio di credibilità, che per quello di credentità,
abbiamo messo la frase «per sé», perché in via di fatto niente
proibisce, che anche per questi Dio abbia dato una grazia interna, che
aiuti la ragione. Dove però necessariamente ci deve esser la grazia
soprannaturale è sul giudizio pratico di credentità che comandi
l’assenso della volontà; quello che abbiamo chiamato: «pio
affetto di credere». Infatti questo atto di volontà per credere è
congiunto in modo immediato all’atto di fede e deve perciò sgorgare
dallo stesso principio soprannaturale. Perciò è necessaria la grazia.
E’ dottrina certa.
A maggior ragione si richiede la grazia per emettere l’atto di
fede. Ciò è di fede. Infatti questo è un atto assolutamente
soprannaturale. Questa grazia rimuove il buio e l’errore
dall’intelligenza, e le cattive inclinazioni della volontà, come
dice il Conc. Il di Orange: «Corregge la nostra volontà dalla
infedeltà alla fede, dalla empietà alla pietà». (Questa grazia che
rimuove gli ostacoli alla debolezza della natura umana, i Teologi la
chiamano grazia medicinale).
Ma questa grazia è ancora elevante: cioè innalza a un ordine
superiore che non ci è dovuto, ci avvia a farci partecipi della vita
divina, che si ha sulla terra quando alla fede è unita la carità e che è
l’inizio quaggiù di quella vita divina che continuéremo nel cielo.
ACCOMPAGNA - Emesso l’atto di fede per conservarla ed accrescerla
è ancora necessaria la grazia di Dio che accompagna e aiuta.
ILLUMINAZIONE - Perché l’intelligenza sia illuminata in modo
salutare, (cioè si indirizzi verso la salvezza) è necessaria la grazia.
ISPIRAZIONE - Questa si riferisce alla volontà perché in modo
salutare scelga e dia il suo assenso.
PROVA - A) - DALLA SCRITTURA. Nel trattato della grazia
proveremo che ogni atto che conduce alla salvezza eterna, non può essere
emesso senza la grazia. In particolare qui portiamo alcuni brani che
dimostrano questa necessità riguardo alla fede.
1) - Gesù, parlando della fede agli Ebrei che non volevano credere,
dice: «Nessuno può venire a me, se il Padre che mi ha mandato non lo
attrae... ci sono alcuni tra voi che non credono... per questo vi ho
detto che nessuno può venire a me, se non gli sia dato dal Padre mio»
(Gv. 6, 44, 65, 66). In questo capitolo di S. Giovanni, Gesù prima di
parlare della fede in generale, per portare gli ascoltatori alla fede
della promessa che egli fa della istituzione della Eucaristia, ha dato
loro un segno con la moltiplicazione dei pani. C’è stato tutto il
cammino per giungere alla fede: dal motivo di credentità col miracolo, a
quello della credibilità, mostrando che Egli era «mandato dal Padre».
Eppure non credono. Gesù ne dice la ragione: è necessario che loro
sia dato dal Padre; è necessario che siano attratti a Lui da Lui.
Dunque è necessaria la grazia per poter giungere alla fede.
2) - S. Paolo afferma frequentemente che la fede è un dono di Dio; è
dono dato gratuitamente: «Siete stati salvati con la grazia per la
fede; e questo non da voi, poiché è dono di Dio» (Ef. 5). L’uomo da
sé non è capace nemmeno a pensare quello che gli serve per la vita
eterna: «Non perché siamo capaci di pensare qualche cosa da noi come
venisse proprio da noi, ma la nostra capacità viene da Dio» (2 Cor.
3, 5). Non basta nemmeno l’aiuto esterno della predicazione, se non c’è
l’aiuto interno della grazia di Dio: «Né chi pianta, né chi innaffia è
qualche cosa; ma è Dio che fa crescere» (1 Cor. 3, 7).
Tutti questi passi mostrano come senza la grazia di Dio non può esserci
l’atto di fede.
B) - DALLA TRADIZIONE:
1) - Fra i Padri, S. Giovanni Crisostomo dice: «La fede non è
nostro dono, ma dono di Dio» (Homilia in Ephes. 4, 2). S.
Agostino, commentando il brano di S. Paolo, qui riportato, dice: «Come
nessuno è capace da sé a cominciare o compiere qualunque opera buona...
così nessuno è capace a cominciare o a completare la fede, la nostra
capacità viene da Dio» (De Praedestinatione Sanctorum. 5).
2) - Più esplicitamente i Concilii determinano la cosa. Il
Conc. II di Orange (529), tenuto contro i Semipelagiani e
confermato da Papa Bonifacio II dice: «Se alcuno avrà detto che come
l’aumento così l’inizio della fede e lo stesso affetto di credere col
quale crediamo in Lui che giustifica l’empio e giungiamo alla
rigenerazione del S. Battesimo, è in noi non per il dono della grazia,
cioè per d’ispirazione dello Spirito Santo che corregge la nostra
volontà dalla infedeltà alla fede, dalla empietà alla pietà, si dimostra
avversario dei dogmi apostolici» (D. B. 178). Aggiunge poi che non
si può pensare e scegliere ciò che è necessario alla salvezza, cioè
assentire al Vangelo «senza la illuminazione e la ispirazione dello
Spirito Santo».
Lo stesso pensiero viene più tardi confermato dal Conc. di Trento:
«Se alcuno avrà detto che senza la preveniente ispirazione dello
Spirito Santo e il suo aiuto l’uomo può credere come è necessario,
perché egli riceva la grazia della giustificazione, sia scomunicato»
(D. B. 813).
Infine contro l’errore di Hermes, il Conc. Vaticano I ha
dichiarato che la fede è un dono soprannaturale anche quando non opera
per mezzo della carità. Perciò è un dono di Dio e nessuno può dare il
suo assenso alla predicazione evangelica «come è necessario per
conseguire la salvezza senza l’illuminazione e l’ispirazione dello
Spirito Santo» (D. B. 1791).
L’intelligenza
nell’atto di fede
Alcuni Protestanti giudicano l’atto di fede che chiamano
anche «fiducia» un atto della volontà soltanto. Lo stesso i
Modernisti, giudicandolo come una tendenza, un senso religioso
che proviene dalla subcoscienza, lo considerano pure qualche cosa della
volontà.
Contro costoro dimostriamo la seguente:
TESI - La fede un atto che propriamente scaturisce dall’intelligenza,
essendo un assenso alle verità rivelate.
ALMENO PROSSIMO
ALLA FEDE
dal Conc. Vaticano I e specialmente dalla costituzione di S. Pio
X, qui citata, anzi da questa alcuni Teologi la considerano senz’altro
di fede.
SPIEGAZIONE - Scaturisce dall’intelligenza. La verità è
oggetto proprio dell’intelligenza; è un atto del conoscere. Oggetto
della fede sono le verità rivelate da Dio, dunque sono oggetto
dell’intelligenza.
PROVA: A) - NELLA SCRITTURA molte volte si parla della fede come
un ossequio della intelligenza. Alla promessa dell’Eucarestia, quando
Gesù interroga gli Apostoli, Pietro risponde: «Noi abbiamo creduto e
conosciuto che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio» (Gv. 6, 70). Il
suo atto di fede è un atto di conoscenza. Così prima della
RESURREZIONE di Lazzaro, Marta annunziando la sua fede nella
RESURREZIONE finale dice: «Lo so bene che risusciterà nell’ultimo
giorno» (Gv. 11, 24). Ancora S. Giovanni (17, 3) dice
chiaramente: «È questa la vita eterna che conoscano te, vero Dio e
Colui che hai mandato, Gesù Cristo».
S. Paolo nella II Cor. (10, 5) dice: «...e assoggettiamo qui
ogni intelletto all’obbedienza di Cristo». Anzi, descrivendo la
fede, dice, che: «adesso conosco parzialmente...», ma nella vita
eterna «conoscerò come io sono conosciuto».
B) - NELLA TRADIZIONE:
1) - I PADRI esprimono chiaramente questo concetto. S.
Giovanni Crisostomo dice: «La fede è opera dell’intelligenza, e
perciò colla fede intendiamo» (In Haebreos). E S. Cirillo di
Gerusalemme: «La fede è l’occhio che illumina la coscienza e genera
l’intelligenza” (Catech. 5, 4). S. Agostino: «Ognuno che
crede, pensa; e credendo pensa e pensando crede» (Op. cit. 5). Più
chiaramente ancora S. Tomaso: «Credere è in modo immediato un
atto dell’intelligenza, perché oggetto di questo atto è la verità, ciò
che propriamente appartiene alla intelligenza» (S. Th. 2, 2, q. 4.a
2, 3).
2) - I CONCILII. Il Vaticano I, come già vedemmo,
definisce la fede una virtù.., per la quale crediamo esser vere
le verità rivelate. Dichiara pure che a «Dio rivelante dobbiamo
porgere colla fede, l’ossequio dell’intelligenza e della volontà».
Nella professione di fede, prescritta da S. Pio X il 1
Settembre 1910, è scritto: «Certissimamente tengo e sinceramente
professo che la fede non è un cieco senso della religione, che erompe
dalle latebre della subcoscienza, ma un vero assenso dell’intelligenza
alla verità ricevuta esternamente dall’udito».
Alle parole della Scrittura e della Tradizione di cui abbiamo
portato solo alcune citazioni si rivela che la fede è un assenso della
intelligenza. Ma specialmente in questo ultimo testo di S. Pio X la
Chiesa ci insegna chiaramente che ciò lo dobbiamo tenere
certissimamente e professare sinceramente:
espressione che significa come questa verità se non è stata
esplicitamente definita è per lo meno prossima alla fede.
La volontà nell’atto
di fede
Nel concorso dell’uomo per emettere l’atto di fede, oltre la sua
intelligenza, occorre pure la sua volontà. Fra gli errori, che
hanno negato questo punto, ce ne sono due completamente opposti: quello
dei Fideisti che negano il valore dei motivi di credibilità, li
stimano insufficienti a dar la certezza che Dio abbia parlato e dicono
che questa certezza viene soltanto dopo che si è emesso l’atto di fede
col comando della volontà; e quello dei Semi-razionalisti, che
escludono ogni concorso della volontà e quindi di libertà, riducendolo a
un solo atto di conoscenza. Contro costoro ecco la seguente:
TESI - L’atto di fede, quantunque emesso dall’intelletto, viene fatto sotto
il comando della volontà libera e ben disposta.
É DI FEDE
dal Concilio di Trento e Vaticano I.
Il Conc. di Trento infatti dice che gli uomini «si dispongono
alla stessa giustizia quando mossi e aiutati dalla divina grazia,
concependo la fede dall’udito si muovono liberamente verso Dio».
CD. B. 798).
E il Conc. Vaticano I dichiara contro Hermes che l’atto di
fede è «un’opera pertinente alla salvezza colla quale l’uomo dà a Dio
stesso una libera obbedienza, acconsentendo e cooperando alla grazia di
Lui, alla quale potrebbe por resistenza» (D. B. 1791). Ne dà poi la
definizione con queste parole:
«Se alcuno avrà detto che l’assenso alla fede cristiana non è libero,
ma si produce per necessità con argomenti umani, sia scomunicato»
(D. B. 1814).
SPIEGAZIONE - Si è detto nella tesi: «VOLONTÀ LIBERA». Oggetto
proprio della volontà è il bene. Una cosa conosciuta come bene in modo
intrinsecamente evidente la volontà non può non volerla, quindi non
resta più libera.
I beati del Cielo non possono non amare Dio, perché vedono che è il
Sommo Bene. Nella fede invece, l’evidenza della credibilità è
estrinseca. Non ci dà l’intrinseca evidenza di Dio, ma solo la certezza
morale che esclude ogni dubbio prudente. Perciò l’intelletto non resta
perfettamente quietato e può essere assalito da dubbi, siano pure
imprudenti, per allontanare i quali è necessario l’esercizio della
volontà. I misteri, per esempio, della SS. Trinità, dell’Incarnazione,
anche colla evidenza della credibilità rimangono intrinsecamente oscuri.
Perciò resta alla volontà di accettare o di por resistenza: essa resta
libera nella scelta e non è costretta a dover credere.
BEN DISPOSTA
- Perché la
volontà dia il suo influsso nell’atto di fede è necessario che sia ben
disposta, cioè in un atteggiamento di rettitudine che voglia escludere
gli ostacoli che si oppongono al raggiungimento della verità e del bene;
deve fuggire la leggerezza per cui l’uomo facilmente è distratto dalle
cose del senso e dimentica le eterne; deve allontanare tutto quanto sa
di sensualità, di superbia e di attaccamento alla terra. L’esperienza
pratica ci dice che molti uomini non aderiscono alla fede perché presi
dalle loro passioni.
PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Gesù ha messo come prima condizione
alla salvezza la Fede. «Chi crederà sarà salvo, chi non crederà sarà
condannato» (Mc. 16, 16). Ciò suppone il concorso della volontà
dell’uomo che liberamente può accettare o respingere la fede. Perché
possa credere è necessaria fra le altre condizioni, la sua buona
volontà. S. Giovanni in più punti riporta la parola di Gesù che
afferma come i Giudei non credono perché “non sono da Dio»; «non
cercano la sua gloria»; «hanno per padre il diavolo»
(Gv. 5, 31; 7, 16; 8, 42 s.). «Amano di più le tenebre che la luce»
(3, 19). Tutte queste frasi indicano la necessità delle buone
disposizioni della volontà per credere, e al tempo stesso come questi
uomini siano rimasti liberi di scegliere quelle cattive opere senza
esser costretti a venire alla fede. Però questa libertà dà loro una
terribile responsabilità: «Chi crede in Lui, non viene giudicato, ma
chi non crede è già giudicato» (Gv. 3, 18).
S. Paolo loda la fede di Abramo, libera e generosa, che perciò
gli viene imputata a merito di giustizia (Rom. 4, 1-5).
B) - DALLA TRADIZIONE. Abbiamo visto sopra il pensiero della
Chiesa nei Concilii.
Ma fino da principio i Padri insistono in questo concetto.
S. Ireneo dice che Dio lascia liberi gli uomini, non solo nelle
opere, ma anche nella fede. E S. Agostino: «Che cosa è il
crèdere se non l’acconsentire che è vero ciò che è detto? e il consenso
è di colui che lo vuole.., non può credere se non colui che vuole»
(Stromata 1 e 2).
CONCLUSIONE - Da quanto si è detto abbiamo visto che i principii che
producono prossimamente l’atto di fede investono tutte le facoltà
dell’uomo: intelletto e volontà; e richiedono pure l’aiuto di
Dio, che colla sua grazia che previene, aiuta e accompagna, illumina
la intelligenza, e ispira la volontà perché l’uomo possa emettere l’atto
di fede.
Alcune proprietà
dell’atto di fede
Da quanto abbiamo detto risulta che l’atto di fede è ragionevole e
soprannaturale, è libero e meritorio, è oscuro, è certo, è
doveroso.
Riesamineremo qui tutte insieme queste proprietà, soffermandoci solo
su quei punti che ancora non abbiamo sviluppato.
RAGIONEVOLE.
La via alla fede
è preparata da argomenti razionali, come abbiamo visto
nell’Apologetica. L’assenso alla fede non è un moto cieco dell’anima.
Chi giunge all’atto di fede non agisce irrazionalmente, ma ne pone i
fondamenti col più profondo e retto raziocinio, per quella luce che Dio
ha dato alla ragione umana. Parlando dei miracoli e delle profezie
portammo la dichiarazione del Conc. Vaticano I: «Affinché
l’ossequio della nostra fede sia secondo ragione, agli interni aiuti
dello Spirito Santo, Dio volle unire argomenti della sua Rivelazione»
(D. B. 1790).
La Chiesa per sé stessa, e cioè per le note che la contraddistinguono è
un grande perpetuo motivo di credibilità. Si capisce che ogni uomo
afferra questi motivi razionali secondo la capacità della sua
intelligenza. Così una persona di studio può percorrere la via
verso la fede scientificamente, seguendo quel percorso che traccia
l’Apologetica. Un fanciullo, una persona incolta si
baseranno sulla autorità dei genitori, o del Sacerdote, o di
altra persona competente degna della loro stima. Anche questa via è per
la loro capacità una via razionale, dato che non potendo esaminare più
profondamente, hanno sufficiente garanzia della onestà e serietà di chi
loro insegna. In casi straordinari, Dio può intervenire con fatti
miracolosi, come fece con Saulo sulla via di Damasco.
Tra fede e ragione non vi può essere contraddizione essendo Dio autore e
dell’una e dell’altra. Quando appaiono dei contrasti ciò significa che
ciò che si afferma come di fede non è tale, o ciò che la ragione giudica
come una conclusione, è solo una ipotesi o una cosa incerta. Una
conclusione veramente certa della scienza non potrà mai essere in
contrasto con ciò che certamente è di fede.
SOPRANNATURALE.
Questo
punto lo abbiamo già illustrato ampiamente. Lo riprendiamo qui, per
risolvere una obiezione. Infatti ci potrebbero opporre: Siccome
l’autorità di Dio e il fatto della Rivelazione non li vediamo con
immediatezza diretta, ma ci sono mostrati con argomenti razionali, in
ultimo la fede si risolve in argomenti umani.
Rispondiamo: Il giudizio razionale di credibilità, è una
condizione che antecede la fede, ma il motivo per cui
crediamo è solo la autorità di Dio rivelante.
LIBERO E MERITORIO
- Parlando
della volontà nell’atto di fede, abbiamo dimostrato che essa non è
costretta a questo atto, ma è libera. La conclusione di
questa libertà è che l’atto di fede sia meritorio. Infatti
potendo accettare o rifiutare la fede, la volontà acquista il merito
della sua adesione libera. E’ un ossequio che dà a Dio liberamente e
perciò è meritorio.
OSCURO
- L’atto di fede è
oscuro perché «adesso vediamo in uno specchio e nel mistero»
(1 Cor. 13, 12). «La fede è argomento delle cose che non si vedono»
(Ebr. 11, 1). Infatti il motivo della fede, non è la intrinseca
evidenza della verità, ma l’autorità di Dio. Non vediamo perciò
direttamente le verità rivelate, ma le vediamo per la parola di Dio.
Notiamo che è oscura la fede, ma non i motivi della fede.
CERTO
- Pure nella sua
oscurità, l’atto di fede esclude ogni dubbio deliberato, in quanto si
appoggia sull’autorità di Dio rivelante e perciò ha una certezza
superiore a qualunque cognizione naturale.
«I sensi qualche volta ci possono ingannare. (Il bastone immerso
nell’acqua sembra spezzato): interviene la ragione e corregge. Ma in
questioni difficili anche la ragione può sbagliare: interviene la fede e
porta la luce di Dio, che essenzialmente infallibile e verace, non può
ingannarsi né ingannare» (CARLO CARBONE: Le verità della fede. A.
V. E. - Roma, 1949).
DOVEROSO
- Dio ci ha lasciati
liberi di credere, ma il dovere dell’uomo ragionevole è quello di
assoggettare la sua mente e tutto il suo essere, a Dio, Essere Supremo e
suo Creatore. Dice il Conc. Vaticano I (1. c.): «Poiché l’uomo
totalmente dipende da Dio, come dal suo Creatore e Signore e la ragione
creata è completamente soggetta all’Increata Verità, siamo tenuti a
prestare colla fede a Dio che si rivela un pieno ossequio della mente e
della volontà».
Gesù, come abbiamo detto, ha fatto della fede una condizione essenziale
per la nostra salvezza.
CAPITOLO QUINTO
L’ABITO DELLA FEDE
Quando, colla grazia di Dio, l’anima ha raggiunto l’atto di fede, che di
per sé, in quanto atto, sarebbe transitorio, per l’aiuto con cui Dio
l’accompagna, esso rimane nell’anima e successivamente si ripete sia
riguardo a tutte le verità rivelate da Dio complessivamente, sia
riguardo a singole verità esplicitamente. Ciò accade a meno che l’uomo
volontariamente non voglia respingere da sé la fede che ha ricevuto. Se
non la respinge, l’anima non solo compie atti di fede, ma è in uno stato
permanente di fede, e cioè possiede l’abito della fede.
Quando è che viene infuso nell’anima l’abito della fede?
Rispondiamo con la seguente:
TESI - La virtù della fede viene infusa nell’anima insieme colla grazia
abituale e le altre virtù nel momento stesso della giustificazione.
È CERTO
dal Conc. di Trento che ha dichiarato così come fra poco
esporremo.
SPIEGAZIONE - GRAZIA ABITUALE la grazia che inerisce all’anima
facendoci figli adottivi di Dio. Con questa l’anima viene santificata e
comincia sulla terra quella vita divina, che sarà completa nel cielo.
MOMENTO DELLA GIUSTIFICAZIONE. L’anima diventa giusta,
cioè cara a Dio, ricevendo questa sua vita divina. Riceve la
giustificazione nel Battesimo in cui viene cancellato il peccato
originale ed eventualmente gli altri peccati; la riceve di nuovo nella
Confessione o col pentimento perfetto, quando ha perduto la
giustificazione per il peccato mortale. (Notate, come vedremo fra poco,
che non ogni peccato mortale toglie la fede, ma solo il peccato contro
questa virtù).
LE ALTRE VIRTÙ: con la fede, nella giustificazione vengono infuse
nell’anima le altre virtù a cominciare dalle altre due teologali:
speranza e carità. Vengono pure infusi i Doni dello Spirito
Santo. Però la fede come dichiara il Conc. di Trento (D. B.
800) è «il fondamento e la radice di tutta la giustificazione»;
perciò di per sé la prima di tutte le virtù. Infatti come
posso avere la speranza o l’amore verso Dio, se non credo?
Diciamo «per sé» perché «accidentalmente» (Usiamo questa
parola opposta alla parola “per sé» che incontreremo molte volte
per tradurre la frase tecnica «per accidens» che ha un
significato tutto suo, difficile a tradursi esattamente. Potremmo anche
dire: occasionalmente, per eccezione, incidentalmente, ecc.),
qualche altra virtù potrebbe essere antecedente in ordine di tempo, come
l’umiltà o la fortezza, per essere ben disposti a ricevere la fede e a
superare gli ostacoli per giungervi, oppure prima in ordine dì dignità,
come la carità, che è la regina delle virtù.
PROVA - Il Conc. di Trento (1. c) dichiara: «l’uomo, per mezzo di
Gesù Cristo, in cui è inserito, nella stessa giustificazione, colla
remissione dei peccati, riceve tutte queste cose:
la fede, la speranza e la carità».
E’ chiaro dunque il pensiero della Chiesa e vediamo in primo luogo
enumerata la fede.
Dopo queste dichiarazioni è unanime il consenso dei teologi
nell’affermare questa dottrina come certa, anzi alcuni, come il Veda,
il Suarez, il Ripalda, la dicono persino
di fede.
GLI UOMINI E LA FEDE
Esaminiamo ora l’abito della fede che possono avere gli uomini, sia in
questa vita che nell’altra.
IN QUESTA VITA. Ci sono degli infedeli, cioè coloro che non hanno
la fede. Certamente, se mai hanno creduto non hanno l’abito della fede.
Tra i fedeli ci sono i giusti e questi senz’altro, hanno la fede.
Ma ci sono anche dei peccatori: può esserci la fede insieme al
peccato?
La risposta l’abbiamo già avuta quando in principio abbiamo parlato
della fede formata e fede informe, ossia fede viva
o morta. Ma per essere più esatti, portiamo le parole del
Conc. di Trento (D. B. 806): «Se alcuno avrà detto, che perduta
per il peccato la grazia, si perde per sempre anche la fede, o che la
fede che rimane, non è vera fede, benché non sia viva, sia scomunicato».
Questa definizione è contro i Protestanti i quali dicono che è la
sola fede che giustifica, per cui, secondo loro, persa la carità ossia
la giustificazione è persa anche la fede.
Dunque, secondo il Concilio, L’ABITO DELLA FEDE PUÒ RIMANERE
ANCHE NEI PECCATORI. Esso non si perde necessariamente anche
perdendo la carità e la grazia abituale. Del resto possiamo dimostrare
questo anche dalla S. Scrittura. S. Paolo (1 Cor. 113, 2): «Se
avessi tutta la fede sì da smuovere i monti, ma non avessi la carità,
sono un nulla». Questa frase mostra chiaramente che ci può essere
ancora la fede, quando non c’è più la carità. E S. Giacomo (2,
14): «Che gioverà, o miei fratelli, se uno dice di avere la fede, ma
non ha le opere?». È una fede morta perché senza le opere
(ivi 26), ma pure informe la fede resta.
Quando è allora che
viene distrutto l’abito della fede?
Solamente quando viene commesso il PECCATO FORMALE CONTRO LA FEDE,
cioè quando uno nega volontariamente e sapendolo anche una sola
delle verità rivelate da Dio, o ne accetta volontariamente il dubbio. Se
uno per esempio dicesse:
«Non credo che l’inferno sia eterno» e sa che Dio ha rivelato così e la
Chiesa espressamente ce lo propone a credere, pure nega o dubita
volontariamente, costui non ha più l’abito della fede. Sempre il
Conc. di Trento (D. B. 808), dichiara che «per la infedeltà
(cioè la negazione della fede) sì perde la fede».
S. Paolo (1 Tim. 1, 19) ha questa espressione: «Alcuni
ripudiandola naufragarono nella fede: fra questi è Imeneo e Alessandro».
Dunque l’Apostolo, che aveva detto come ci può essere la fede senza la
carità, dice ancora che col ripudiarla si perde, si fa naufragio nella
fede.
Abbiamo detto peccato formale, perché se uno negasse un punto di
fede solo materialmente, cioè con una ignoranza invincibile per
la quale non sa che è un punto di fede, secondo la sentenza unanime dei
Teologi, non ha perso l’abito della fede.
IN PARADISO
-
Gli Angeli e
i Beati nel Paradiso, non emettono l’atto di fede, almeno per quanto
vedono chiaramente in Dio.
É CERTO
Già in principio del libro abbiamo riportato il pensiero di San Tomaso
che perfino su questa terra una stessa cosa, sotto il medesimo aspetto,
non può essere oggetto di fede e di scienza nello stesso tempo. Se una
cosa la vedo, non ho bisogno di credere che esiste perché me lo dice un
testimone. Così nel cielo la fede sarà trasformata in visione beatifica.
Abbiamo poco sopra riportato le parole di San Paolo: «Ora vediamo
come in uno specchio e nel mistero: allora faccia a faccia». E
ancora: «Perché perfettamente conosciamo, e imperfettamente profetiamo, ma quando sarà venuta la perfezione, ciò che è imperfetto dovrà
sparire» (1 Cor. 13, 9-10). La perfezione sarà la visione beatifica
e dovrà sparire la necessità di credere per questa stessa visione.
NEL PURGATORIO
-
Le anime nel
Purgatorio hanno ancora l’abito della fede e possono ometterne atti
benché non meritori.
Esse non posseggono ancora la visione di Dio e d’altra parte sono in
stato di grazia; quindi coll’abito della fede. Però, anche emettendo
atti di fede, non possono meritare ulteriormente perché il tempo di
meritare cessa con la fine della vita terrena.
NELL’INFERNO
-
I demoni e i
dannati non possono emettere un atto di fede propriamente detto, cioè un
atto soprannaturale.
L’atto e l’abito di fede si hanno sotto l’influsso della grazia, che i
demoni e i dannati certamente non posseggono. Perciò, come dice S.
Giacomo (2, 19), credono e tremano. Credono, ma non per fede,
sebbene come costretti a sapere che è così per l’evidenza dei motivi di
credibilità e perciò non hanno una vera e propria fede.
IO CREDO
Al termine di questo trattato confidiamo che la logica arida del
ragionamento non abbia lasciato freddo il cuore. Solo che abbiamo
riflettuto un po’ su quanto abbiamo studiato e la grazia di Dio
certamente ci ha portato a ripetere ancora una volta con gioia: IO
CREDO. Credo, perché Dio ha parlato: si è degnato di rivelarmi la verità
sulle cose più alte e sublimi e mi ha confermato la sua Rivelazione con
i segni certissimi. Credo, perché la parola di Dio mi viene presentata
infallibilmente dalla Chiesa, che Gesù mi ha lasciato come guida e
maestra.
Più che approfondisco i miei studi e più vedo la mia fede più bella e ne
ringrazio il Signore che me ne ha fatto dono, senza mio merito. Vorrei
che tutti gli uomini, da coloro che giacciono nelle tenebre del
paganesimo, a coloro che si sono separati dalla vera Chiesa, o comunque
respingono la fede, potessero ripetere con me, questo atto gioioso di
fede.
Io CREDO: con questa parola si iniziano i Simboli, a cominciare da
quello apostolico che ho recitato fin da bambino, ora so bene ciò che
significa questa parola: essa dice la mia adesione sicura e completa
senza nessuna ombra di incertezza a quanto Dio ha rivelato e la Chiesa
mi propone a credere.
Ma nel «Credo» dopo questo atto di assenso, seguono altre frasi
che compendiano esplicitamente le singole verità.
Che cosa vogliono dire? - I trattati che seguono, ci spiegheranno il
loro significato.
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