SACRAMENTI

SEZIONE SECONDA
IL SACRIFICIO EUCARISTICO

Nell’Eucaristia Gesù non solo è presente in mezzo a noi, ma si offre in Sacrificio al Divin Padre con una offerta di valore infinito.
Vediamo ora di questo Sacrificio:

1 - L’ESISTENZA

2 - L’ESSENZA

3 - GLI EFFETTI

CAPITOLO PRIMO
L’ESISTENZA DEL SACRIFICIO EUCARISTICO

GLI ERRORI: LUTERO interpretando a modo suo la Scrittura, nega il Sacrificio della Messa, perchè nelle parole della consacrazione trova la parola «testamento» e la considera ingiuriosa al Sacrificio della Croce.
ZUINGLI0 nega che la Messa sia il Sacrificio, perchè secondo lui il Sacrificio consiste nella effusione del sangue che nella Messa non c’è.
Gli ANGLICANI dopo Edoardo VI dicono che è una finzione e una dannosa impostura.
Contro questi errori, la seguente:

TESI - La Messa è il vero sacrificio della nuova legge.

È DI FEDE

dal Conc. di Trento (D. B. 948): «Se alcuno dirà che nella Messa non si offre a Dio un vero e proprio Sacrificio, o che non è altro che darci a mangiare il corpo di Cristo, sia scomunicato».

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA.

1) NELL’ANTICO TESTAMENTO è annunziato da Malachia (1,10-11) e il Conc. di Trento (Sess, 22,1) riferisce esplicitamente questa profezia alla Messa: «Non accetterò il dono dalla vostra mano... Dall’oriente fino all’occidente è grande il mio nome fra le genti, e in ogni luogo viene sacrificata e offerta al mio nome una oblazione monda».
Da queste parole si rileva che non sarà più il Sacrificio del popolo ebraico dove si immolavano animali offerti dalle mani degli uomini, ma un nuovo Sacrificio in cui il Sacerdote principale non è un semplice uomo, ma l’Uomo-Dio, «Sacerdote in eterno, secondo l’ordine di Melchisedech» (Sal. 109,4) che offrì «pane e vino» (Gen. 14,18).
Non si offrirà in mezzo al solo popolo giudaico, nè fra i soli pagani e nemmeno solo sulla croce, ma in ogni luogo dall’oriente
all’occidente.

2) NELLE PAROLE DELLA CONSACRAZIONE è detto che il corpo «è dato per voi» e «il calice.., che è sparso per voi», e ancora «Questo calice è il nuovo testamento del mio sangue» (Lc. 22, 19, 20; Mt. 26, 28) dice che «il sangue del nuovo testamento... è sparso per voi e per molti in remissione dei peccati». Tutte queste frasi confermano che nell’ultima Cena, Gesù ha offerto un Sacrificio, infatti dare il corpo, spargere il sangue per gli uomini, per la remissione dei peccati, spargere il calice, indicano l’offerta di espiazione, di riparazione, di impetrazione, di merito che è appunto il Sacrificio.
Se è il nuovo testamento, cioè la nuova alleanza, questa viene suggellata col Sacrificio.
E quel Sacrificio non doveva essere offerto solo una volta, ma Gesù comandò agli Apostoli consacrati Sacerdoti: «Fate questo in memoria di me» (Lc. 22, 19; 1 Cor. 11, 25).
Dunque il Sacrificio vero e proprio sarebbe stato offerto ancora.

3) LA DOTTRINA DI S. PAOLO non si ferma alle parole della consacrazione. Come avveramento della profezia messianica chiama Gesù «Sacerdote eterno secondo l’ordine di Melchisedech» (Ebr. 7, 17).
Parla dell’«altare» (ivi 13, 10) distinto da quello della Croce.
Chiama «mensa dei demoni» le are dei pagani e i cristiani non possono essere partecipi «della mensa di Dio e della mensa dei demoni».
Coloro che «mangiano le vittime, sono partecipi dell’altare» ed essi partecipano bevendo «il calice di benedizione» che è «il sangue di Cristo» (1 Cor. 10-20).
E’ chiaro che parla del Sacrificio Eucaristico, cui partecipano i Cristiani.

B) - DALLA TRADIZIONE. I Padri ne parlano così esplicitamente che gli stessi Lutero e Calvino vi riscontrano «l’uso antico del sacrificio della Messa».
La Didachè (c. 14) S. Giustino (Dial. Triph. 41-70) e S. Ireneo (Adv. Haer. 4, 7) riconoscono nel Sacrificio della Messa l’avveramento della profezia di Malachia.
S. Cipriano (nella Epistola ad Caecilium) ci dà il primo tratto quasi completo sulla Messa.
Tertulliano parla di «Altare di Dio» e «partecipazione al sacrificio» distinguendolo dalle altre preghiere e dalla semplice presenza nella Chiesa (De Orat. 19), e altrove dichiara: «Cristo di nuovo verrà immolato» (De pudicitia 9).
S. Cirillo di Gerusalemme: «Offriamo Cristo immolato per i nostri peccati» (Cat. Myst. 5, 10).
S. Ambrogio afferma che «Cristo è offerto sulla terra, anzi Egli stesso offre sè stesso e si immola in noi» (In ps. 38, 26).
S. Giovanni Crisostomo (Hom. 17 in Haer. 3) dopo aver detto che «offriamo ora quella stessa vittima immolata sulla Croce», dice «che la vittima è una, non molte».
S. Agostino fra le numerosissime affermazioni su questo argomento, nè ha una che dice: «La carne e il sangue di questo Sacrificio, prima della venuta di Cristo era promesso con vittime di somiglianza, nella passione di Cristo veniva effettuato realmente, dopo l’Ascensione di Cristo viene celebrato col Sacramento della memoria».

C) - LE LITURGIE dalla più antica epoca riportano la Messa come vero e proprio sacrificio colla oblazione e l’immolazione e il ricordo della Passione di Cristo.

CAPITOLO SECONDO
L’ESSENZA DEL SACRIFICIO EUCARISTICO

L’interpretazione che i Padri e gli Scolastici avevano dato sull’essenza del Sacrificio della Messa raccogliendo i dati della Rivelazione, la troviamo sintetizzata nel Conc. di Trento. Riportiamo, perciò i punti fondamentali da esso indicati, per vedere poi, quale, tra le sentenze dei Teologi vi risponda meglio riguardo ai punti ancora lasciati al loro studio.

I - La Vittima immolata è la medesima del Calvario, che là si immola versando il sangue, mentre sull’altare si immola incruentemente.
«In questo divino Sacrificio, che si svolge nella Messa, si contiene e si immola incruentemente quello stesso Cristo, che sull’altare della croce offrì sè stesso cruentemente una sola volta... Una sola volta infatti medesima è la Vittima» (D. B. 940).

II - Medesimo è il Sacerdote principale.
mentre è secondario il sacerdote che ne fa le veci.
«È il medesimo che ora si offre col ministero dei sacerdoti» (ivi, D. B. 940).

III - L’immolazione Eucaristica rappresenta e rievoca incruentemente l’immolazione cruenta della croce.
Gesù nell’ultima cena lasciò un Sacrificio «col quale fosse rappresentato quello da compiere una sola volta sulla Croce, e la sua memoria rimanesse fino alla fine del mondo» (D. B. 938).

IV - Questa immolazione è sacramentale in quanto si offre sotto i segni visibili del pane e del vino.
«Sè stesso da immolarsi sotto i segni sensibili». «Offrì a Dio Padre il suo corpo ed il suo sangue sotto le specie del pane e del vino e agli Apostoli.., ai loro successori nel sacerdozio, comandò che l’offrissero sotto i simboli delle stesse specie» (D. B. 9398).

SISTEMI CONTROVERSI
Interpretando quanto la Chiesa aveva detto, i Teologi hanno cercato di precisare in che consista l’essenza della Messa. I loro sistemi si possono ridurre principalmente a tre:

I - L’IMMOLAZIONE FISICA NELLA COMUNIONE. Nel fervore di combattere le teorie protestanti che ponevano erroneamente l’essenza del Sacrificio in una immolazione fisica che tocchi direttamente la vittima, alcuni Teologi spiegarono l’essenza della Messa con la teoria della immolazione fisica. Così il Soto, S. Roberto Bellarmino, S. Alfonso de Liguori, il Suarez pensarono che nella Consacrazione la vittima viene offerta e nella Comunione distrutta. Il Lugo e il Franzelin dissero che nella Consacrazione la vittima già si immola essendo messa in uno «stato declinante» quasi come in un «annientamento» ma che pure la Comunione appartiene alla sostanza del Sacrificio «poiché per essa la Vittima ancora si consuma e si distrugge di più».
Queste teorie ci sembra che poggino sul falso presupposto che nella Consacrazione o nella Comunione venga toccato il Corpo di Cristo o distrutto qualche cosa che gli appartiene.
Inoltre il Conc. di Trento parla di «immolazione sotto segni sensibili» (D. B. 938) non di una distruzione fisica.
Recentemente altri lasciando il concetto di immolazione fisica, hanno insistito sull’idea di Sacrificio-Comunione Citiamo solo Stolz (De Sacramentis, Friburgo 1942) secondo cui la Messa è un Sacrificio, in quanto che il fedele nel Corpo Mistico con la Comunione si impossessa di Gesù, sempre unito a Dio facendo suo questo atto di unione si congiunge a Dio. Qui sarebbe il sacrificio.
Questo concetto ci sembra che non risponda in quanto che, se fosse così, tutti i sacrifici dovrebbero avere la Comunione; ciò che non si avvera, per esempio, nel Sacrificio del Calvario. Inoltre in questo caso si dovrebbe dire di più Sacrificio dei fedeli, che Sacrificio di Gesù.

II - L’OBLAZIONE. Tale interpretazione, elaborata nei primi decenni del secolo si riallaccia alla Scuola del Berulle e dell’Olier i quali pensarono che l’essenza del Sacrificio in genere consistesse nell’offerta. Essa ha come principali autori il De la Taille e il Lepin. (M. DE LA TAILLE: Mysterium fidei e de augustissimo Eucharestiae Sacrificio atque Sacramento, Parigi 1931; M. LEPIN, L’idée du Sacrifice de la Messe, Parigi 1926).
Il De la Taille si ferma sul valore della oblazione esterna per cui l’elemento essenziale del Sacrificio sarebbe l’oblazione esterna e rituale (sacrificio rituale), mentre l’immolazione, la quale può procedere o seguire l’offerta, sarebbe un elemento accessorio, necessario nella ipotesi che sia da riparare il peccato, e la consumazione, cioè l’accettazione sensibile per parte di Dio, sarebbe l’elemento complementare.
La Messa sarebbe così l’oblazione liturgica fatta attualmente dalla Chiesa della immolazione fatta una volta da Gesù sulla Croce, immolazione che continuerebbe solo passivamente.
Ne deriva che la Cena e la Croce sarebbero numericamente un solo Sacrificio, ciò che ci sembra contraddire apertamente al Conc. di Trento (D. B. 940) che nella Cena e nella Croce vede due Sacrifici completi e distinti.
Il Lepin insiste invece sulla oblazione interna con la quale Gesù offrì irrevocabilmente sè stesso al Padre fino al momento della Incarnazione (sacrificio personale). L’immolazione cruenta sarebbe stata solo una condizione richiesta da Dio, ma non essenziale al Sacrificio. La Messa perciò non sarebbe altro che l’oblazione rituale dell’offerta interiore del Cristo.
Anche qui si ricade nel considerare uno solo il Sacrificio del Calvario e quello della Messa. Inoltre se il Sacrificio consiste essenzialmente l’oblazione interiore del Cristo, perchè non è Sacrificio la conservazione della SS. Eucaristia o l’Azione liturgica del Venerdì santo?

III - L’IMMOLAZIONE SACRAMENTALE. Riallacciandosi al pensiero dei Padri e all’antica Scolastica, il Billot (L. BILLOT: De Sacramentis, 7.a edizione, Roma 1932.) ebbe il merito di ripresentare questa interpretazione, che in seguito fu sempre più perfezionata da vari autori (Citiamo solo: A. VONIER: A Kei to the Doctrine of the Eucarist, Londra 1925, nella traduzione francese 1943; A. TANQUERY: Sinopsis Theologiae Dogmaticae, E. 1949; R. GARRIGOU LAGRANGE: L’amore di Dio e la Croce di Gesù, Torino 1936; M. CORDOVANI: Il Santi/icatore, Roma 1939; A. PIOLANTI, De Sacramentis, Torino 1949; e il Mistero Eucaristico, Firenze 1955). Egli dice che essendo sotto le specie del pane in forza delle parole solo il corpo, e sotto le specie del vino solo il sangue, nell’Eucaristia si verifica sotto i segni del Sacramento una separazione del corpo e del sangue una immolazione mistica presente che evoca la morte di Gesù, rappresentandone al vivo la morte cruenta.
Il Vonier aggiunge che per questa separazione sacramentale la Chiesa realizza e prolunga l’essenza del Sacrificio del Calvario.
Questo pensiero, oltre a concordare con quanto è stato dichiarato dal Conc. di Trento, ha una sua conferma nella Enc. «Mediator Dei» (Pio XII 20 Nov. 1947): «Sull’altare non è possibile l’effusione del sangue, ma la divina Sapienza ha trovato il modo mirabile di rendere manifesto il Sacrificio del nostro Redentore con SEGNI ESTERNI CHE SONO SIMBOLO DELLA MORTE. Poichè per mezzo della transustanziazione del pane nel corpo, e del vino nel sangue di Cristo, come si ha realmente presente il suo corpo, così si ha il suo sangue; le specie eucaristiche, sotto le quali è presente, simboleggiano la cruenta separazione del corpo e del sangue. Così il memoriale della sua morte reale sul Calvario SI RIPETE IN OGNI SACRIFICIO DELL’ALTARE, perchè per mezzo di simboli distinti, si significa e dimostra che Gesù Cristo è in stato di vittima... E si deve ancor più notare che IL SACRIFICIO EUCARISTICO CONSISTE ESSENZIALMENTE NELLA IMMOLAZIONE INCRUENTA DELLA VITTIMA DIVINA CHE È MISTICAMENTE MANIFESTATA DALLA SEPARAZIONE DELLE SACRE SPECIE E DALLA LORO OBLAZIONE FATTA ALL’ETERNO PADRE».
Anche da questo passo, oltre che dal Tridentino, si rileva che il Sacramento della Messa pur essendo intimamente collegato al Sacrificio della Croce (identica la Vittima, identico il Sacerdote principale, identici i fini per cui si offre alla SS. Trinità) è DISTINTO da questo nella specie e nel numero. Distinto, ma senza moltiplicarsi. (Ecco come commenta A, PIOLANTI: Il Mistero Eucaristico: «Per l’intima solidarietà che vige tra il Capo e le membra del Corpo Mistico, era necessario che il sacrificio della Croce, rimanendo uno e assoluto, passasse nella trama quotidiana della vita della Chiesa, si rendesse coestensivo a tutti i tempi e a tutti i luoghi senza moltiplicarsi. Moltiplicando i segni non si moltiplica la realtà significata; sull’altare si moltiplicano le immolazioni mistiche, ma poiché queste hanno un carattere essenzialmente rappresentativo dell’immolazione del Calvario, non moltiplicano la realtà cui si riferiscono. Così nella Messa si hanno le identiche realtà del Calvario; vi è contenuta la stessa vittima e lo stesso Sacerdote del Calvario; vi circola l’offerta che è una e immutabile, come la continuazione cristallizzata del Calvario; nella sfera esterna e rinnovata, in signo, in sacramento, ma non moltiplicata, la stessa morte della Croce»).
Infatti consistendo essenzialmente nella immolazione offerta al Padre, sul Calvario avevamo una immolazione cruenta, sull’altare una immolazione mistica e incruenta nei segni separati del corpo e del sangue.
Là era direttamente il Sommo Sacerdote Gesù che si offriva, qui si serve pure del ministero dei Sacerdoti. Dunque vi è distinzione di specie.
Il memoriale della morte reale sul Calvario «si ripete in ogni Sacrificio dell’altare». Dunque in ogni Messa c’è una nuova immolazione sacramentale e perciò vi è una distinzione di numero.
Anche
Pio XI nell’Enc. «Miserentissimus Redemptor» (8 maggio 1928) dice: «Cristo Sacerdote offrì sè stesso vittima per i peccati e in perpetuo si offre».
Perciò se è vero, come affermano i sostenitori della teoria della oblazione che Cristo fece già la sua offerta perpetua e irrevocabile fino dal momento della Incarnazione, ciò non toglie che Colui che è «sempre vivente a interpellare per noi» (Ebr. 7,25) abbia compiuto il Sacrificio con la morte di Croce e offra in perpetuo al Padre la sua oblazione immolandosi di nuovo sotto le specie eucaristiche.
Dunque la Messa non è soltanto un ricordo della Morte del Signore, come vorrebbero alcuni Protestanti, ma vera e propria oblazione offerta in perpetuo al Divin Padre.
(Una acuta sintesi in parte originale, ma sempre riducibile alla teoria della Immolazione sacramentale, è quella di G. ANICHINI (op. cit.). Essa può compendiarsi nei punti seguenti:

1) - Il Sacrificio della croce non è rituale, ma personale, e perciò abbraccia tutta la vita di Gesù nel senso che essa fin dal primo istante dell’Incarnazione è unificata e orientata verso il Calvario da un atto di religione e di offerta interiore, di cui parla S. Paolo (in Eb. 10, 5 s. e in Fil. 2 ls).

2) - Sul Calvario questo Sacrificio cessa come meritorio e redentorio, ma non cessa, appunto perché personale, come atto di religione perfetta.

3) - Nella Eucaristia questo sacrificio personale di Cristo - che contiene in sé tutta la nostra Redenzione - viene presenziato, - ma non rinnovato né moltiplicato - perché ad esso possa associarsi il sacrificio unico del Capo e dei membri, il Sacrificio del Corpo Mistico.
L’Eucaristia non modifica affatto la realtà sacrificale di Cristo, niente di realmente nuovo vi aggiunge, ma soltanto lo simboleggia e lo presenzia e vi innesta il sacrificio della Chiesa, sotto lo stesso segno simbolico.
Perciò l’unica distinzione che c’è fra il sacrificio dell’altare e quello del Calvario è quella che passa fra il segno e la realtà significata e contenuta; di realmente nuovo all’altare abbiamo soltanto l’attuale partecipazione dei fedeli, che sul Calvario era soltanto potenziale.

IL SACRIFICIO EUCARISTICO E LA CHIESA

Gesù sulla Croce, quantunque «portasse tutti noi, Egli che portava i nostri peccati» (S. Cipriano, Ep. 63, 13), si è immolato senza la nostra cooperazione (Redenzione oggettiva); nella Messa invece, volendo associare alla sua adorazione quella di tutti i membri del suo Corpo Mistico, si offre e si immola con essi (Redenzione soggettiva). In altre parole possiamo dire che la Messa è il Sacrificio del Cristo totale, cioè del Capo e di tutte le membra mistiche. Di qui le seguenti proposizioni:

Tutta la Chiesa offre con Cristo ed è vittima misticamente immolato con Cristo nel Sacrificio della Messa.

Questo pensiero ripetuto dai Padri, si rileva già dalle parole del Conc, di Trento: «Istituì una nuova Pasqua per immolare sè stesso sotto segni visibili dalla Chiesa per mezzo dei sacerdoti» (D. B. 938).

Tutta la Chiesa offre con Cristo il Sacrificio dello Messa.

Nelle parole del Concilio è da notare che la traduzione non troppo elegante fatta da noi così volutamente per non tradire il senso delle parole latine, dice che è Gesù stesso che si immola per mezzo dei Sacerdoti, perchè i fedeli partecipando al Sacrificio eucaristico, offrono uniti al Sacerdote e al Cristo, ma non celebrano, cioè non sono loro a compiere l’immolazione (Cfr. Enc. Mediator Dei).
In questo modo partecipano attivamente al Sacrificio, perchè nel Battesimo hanno ricevuto col carattere un inizio di partecipazione al Sacerdozio che però è essenzialmente distinto dal Sacerdozio gerarchico. Per non creare confusioni, i Teologi lo chiamano Sacerdozio comune o mistico o anche potestà del culto. In questo senso S. Pietro chiama i Cristiani «Sacerdozio regale» (1 Pet. 2,9) e da queste parole Pio XI nella Enc. «Miserentissimus Redemptor» ne deduce che «tutto il popolo cristiano.., deve offrire per i peccati tanto per sè che per tutto il genere umano».
Sempre con tale significato nel Canone della Messa, al «ti offriamo o Signore il calice» il Sacerdote prega: «Ti offriamo o ti offrono questo sacrificio, ecc.».
I Padri hanno ripetuto spesso questo concetto. S. Giustino «siamo vero genere sacerdotale di Dio, come Dio stesso attesta, quando dice (Mal. 1,10) che gli saranno offerti in ogni luogo fra le genti sacrifici grati e puri. Da nessuno però Dio accetta il sacrificio, se non per mezzo dei suoi Sacerdoti» (Dial. cum Triph. 116).
S. Agostino ripete lo stesso pensiero e dice che Gesù ha voluto essere «Sacrificio della Chiesa che essendo il Corpo dello stesso Capo, impara a offrire sé stessa per mezzo di Lui» (De civ. Dei 10,20).

Tutta la Chiesa è vittima misticamente immolata con Cristo.

Pio XI nella Enc. cit. dice che nel «Sacrificio eucaristico l’immolazione dei ministri e fedeli si deve congiungere in modo che essi stessi si mostrino ostie viventi e sante» E Pio XII nella «Mystici Corporis» dice: «Il Divin Redentore non solo offre sè stesso al Padre Celeste come Capo della Chiesa, ma in sè stesso (offre) pure le sue membra mistiche in quanto... le include tutte nel suo Cuore amatissimo».
Fra le varie espressioni che nella Messa vengono dette in questo senso, ricordiamo solo che all’«Orate fratres» il Sacerdote chiama la Messa «mio e vostro sacrificio».
Fra i Padri S. Agostino dice: «Volle che noi stessi fossimo suo sacrificio» (Sei-mo 227).
E S. Gregorio Magno: «Noi che celebriamo i misteri della passione del Signore, dobbiamo imitare ciò che trattiamo. Allora perciò Cristo veramente sarà ostia a Dio quando avremo fatto ostie noi stessi» (Dial. 4,59).
Per concludere, lasciando a ciascuno di prendere le sue decisioni pratiche di diventare «un’ostia santa a Dio piacente» offrendo i suoi patimenti, azioni, preghiere, la sua vita in unione al Sacrificio eucaristico, portiamo una frase della preghiera di S. Alberto Magno (De Sacrif. Missae 3,1,13): «Ti è offerto, il Corpo mistico, che è nel vero Corpo, come in segno».

CAPITOLO TERZO
GLI EFFETTI DEL SACRIFICIO EUCARISTICO

TESI - Il Sacrificio della Messa non è solo di adorazione e ringraziamento, ma ancora impetratorio e propiziatorio per i vivi e i defunti.

E’ DI FEDE

dal Conc. di Trento (D. B. 950). «Se alcuno dirà che il Sacrificio della Messa è soltanto di lode e di ringraziamento, o una nuda commemorazione del Sacrificio compiuto sulla Croce, e non propiziatorio; o che giova a colui solo che lo riceve, nè si debba offrire per i vivi e defunti, per i peccati, le pene, le soddisfazioni e le altre necessità, sia scomunicato».
SPIEGAZIONE: Questi quattro effetti del Sacrificio Eucaristico, corrispondono ai quattro fini della Religione e della Redenzione.
I primi due e cioè l’adorazione (sacrificio intrinseco) e il ringraziamento (eucaristico) sono relativi a Dio cui Gesù nell’Eucaristia dà una infinita lode e ringraziamento.
I secondi due e cioè la propiziazione e l’impetrazione sono relativi all’uomo.
Infatti per la immolazione di Gesù, Dio viene reso propizio, cioè placato dei peccati, di cui elargisce il perdono, e come dà questo beneficio più grande, più ancora è disposto a concedere le altre grazie per la impetrazione che offre per noi Gesù.
Perciò nella parola «propiziatorio» usata dal Concilio, è compreso pure l’effetto «impetratorio», che del resto viene meglio determinato dalle parole che seguono. Questa propiziazione poi non si limita al solo sacerdote o ai fedeli viventi, ma ancora ai defunti che sono nella Chiesa purgante.

PROVA: A) - DALLA CONNESSIONE DEL SACRIFICIO DELLA MESSA CON QUELLO DELLA CROCE. Nella tesi precedente abbiamo veduto, insieme alle differenze, l’identità sostanziale della Messa col Sacrificio della Croce. Se identica è la Vittima, il Sacerdote, identici sono pure i fini, per cui il Tridentino dichiara: «i frutti di questa oblazione cruenta si ricevono abbondantissimamente per mezzo di questa» (la Messa).

B) - LA SCRITTURA dichiara espressamente il valore propiziatorio: «Questo è il mio sangue, che viene sparso per molti in REMISSIONE DEI PECCATI».
Gesù pronunciava queste parole proprio nella istituzione del Sacramento eucaristico.

C) - I PADRI. S. Cirillo di Gerusalemme (Cat. Myst. 5,8) in una frase mostra il valore propiziatorio per la remissione dei peccati e impetratorio per la pace: «Su quella ostia di propiziazione scongiuriamo Dio per la pace comune della Chiesa».
S. Agostino (Quaest. in Lev. 57) fa un confronto coi Sacrifici dell’Antico Testamento, figura della Messa: «In quei Sacrifici del V. T. era significato questo solo (Sacrificio) nel quale avviene la vera remissione dei peccati».

D) - TUTTA LA LITURGIA della Messa è piena di espressioni che esprimono l’adorazione, il ringraziamento, la propiziazione e l’impetrazione: «offrono questo Sacrificio di lode.., per la redenzione delle loro anime». Anche in tutte le orazioni del giorno o si ringrazia o si loda il Signore, o si chiedono grazie, o si invoca l’eterno riposo per i defunti.

Come si producono questi effetti

La Messa produce i suoi effetti in due modi:

1) ex opere operato;

2) ex opere operantis.

1) EX OPERE OPERATO, cioè come spiegammo di per sè indipendentemente dall’opera di chi vi partecipa. Non però nell’identico modo come avviene nei, Sacramenti, i quali agiscono come causa strumentale. Qui invece gli effetti sono prodotti dalla dignità della cosa offerta e dell’offerente principale.
Dice il Conc. di Trento (D. B. 939) che «questa monda oblazione è tale che non può venire inquinata da nessuna indegnità o malizia degli offerenti».

2) EX OPERE OPERANTIS sono quei frutti che provengono per il merito, del Sacerdote celebrante o dei fedeli.
In conseguenza:

a) L’effetto Latreutico ed eucaristico si ottiene ex opere operato infallibilmente e immediatamente mediante il Cristo.

Infatti essendo questi due fini relativi a Dio hanno per parte del Cristo il completo adempimento con una perfettissima adorazione e ringraziamento di valore infinito.
Per parte loro IL SACERDOTE E I FEDELI possono unire al Sacrificio la loro adorazione e ringraziamento ex opere operantis, quindi più o meno grande, secondo le loro disposizioni.

b) L’effetto propiziatorio ex opere operato si ottiene in modo diverso.
Esso si ottiene INFALLIBILMENTE e IMMEDIATAMENTE per parte di Cristo come placazione della divina Giustizia.
Si ottiene pure INFALLIBILMENTE e IMMEDIATAMENTE, almeno in parte secondo il beneplacito divino e le disposizioni di colui per cui si offre, la remissione della pena temporale dovuta ai peccati.
Invece si ottiene MEDIATAMENTE e NON INFALLIBILMENTE, quatunque «ex opere operato» riguardo ai peccati, sia mortali che veniali.
Mediatamente perchè gli aiuti della grazia che ci provengono dalla Messa dispongono al pentimento dei peccati, ma per toglierli «ex opere operato» è necessaria la Confessione o un altro Sacramento dei vivi, che per accidens diventa dei morti per chi ha il peccato mortale, nei casi spiegati; «ex opere operantis» è necessaria la carità perfetta.
Non infallibilmente perchè nonostante che il peccatore nella Messa riceva le grazie per far penitenza tuttavia può rifiutarle.

c) L’effetto impetratorio si ottiene ex opere operato, ma per modo di impetrazione, quindi non infallibilmente.
Così, secondo una sentenza comune.
Infatti il Conc. di Trento oltre a dichiarare che si offre per i peccati, aggiunge che si offre pure «per le altre necessità». Quindi Gesù invoca il Padre per queste necessità spirituali e anche temporali che siano ordinate alla salvezza eterna. Per parte di Gesù la preghiera viene certo esaudita, però sono necessarie per parte dell’uomo alcune condizioni che a volte possono mancare e rende così la impetrazione inesaudita.
Da quanto abbiamo detto si vede che oltre la parte «ex opere operato», per ogni effetto, vi è un’altra parte «ex opere operantis» con cui può essere aumentato il frutto dal celebrante e dai presenti al Sacrificio, e dalle preghiere di tutta la Chiesa.

d) Gli effetti della Messa sono di valore infinito per parte della vittima e del principale offerente che è Gesù; sono invece limitati nella loro applicazione.
Infatti se ogni azione di Gesù, Verbo Incarnato ha un valore infinito, è chiaro che l’applicazione è finita, non solo per la limitatezza della creatura, ma ancora per le disposizioni con cui riceve il frutto.
Dalla Messa derivano tre frutti:

1 - Un frutto generale che si estende a giovamento di tutta la Chiesa Militante e Purgante.

2 - Un frutto speciale che và a coloro per cui si offre.

3 - Un frutto specialissimo che va al Sacerdote che la celebra.

SEZIONE TERZA
L’EUCARISTIA COME SACRAMENTO

Come per gli altri Sacramenti studieremo:

1 – L’ESISTENZA;

2 - GLI EFFETTI COSTITUTIVI;

3 - GLI EFFETTI DEL SACRAMENTO EUCARISTICO.

CAPITOLO PRIMO
ESISTENZA DEL SACRAMENTO DELLA EUCARISTIA

TESI - L’Eucaristia è un vero e proprio sacramento istituito da Gesù Cristo.

E’ DI FEDE

dal Conc. di Trento che lo enumera tra i Sacramenti (D. B. 844) e ripete in particolare (D. B. 875) che Gesù «istituì questo Sacramento» e «volle che questo Sacramento fosse ricevuto cibo spirituale delle anime».

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Già parlando della presenza reale abbiamo veduto che fu istituito da Gesù. Egli infatti comandò: «Fate questo in memoria di me» (Lc. 29,19; 1 Cor. 11,25).
È un segno sensibile: infatti sotto le specie del pane e del del vino si indica la grazia che produce come nutrimento delle anime. (Quantunque le specie sacramentali siano due, il Sacramento è unico, e mentre per la completezza del Sacrificio, che come dicemmo ha la immolazione rappresentata dalla differenza delle specie, sono necessarie tutte e due, per ricevere il Sacramento è sufficiente riceverne una sola, nella quale è presente per intero Gesù.
Efficace della grazia. Gesù disse: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv. 6,58).

B) - LA TRADIZIONE concordemente in ogni tempo ha sempre presentato questo Sacramento come il centro della vita cristiana, cui si riferiscono gli altri Sacramenti. Esso non solo ci dona la grazia, ma l’Autore della grazia.

C) - UNA RAGIONE DI CONVENIENZA. Come l’uomo nella vita naturale ha bisogno del cibo per la sua conservazione e accrescimento, così è necessario un cibo per la vita soprannaturale.

CAPITOLO SECONDO
IL RITO DEL SACRAMENTO EUCARISTICO

MATERIA REMOTA sono il pane ed il vino; MATERIA PROSSIMA sono il pane e il vino consacrati.
Per la validità è necessario che il pane sia di grano di frumento e perché sia vero si deve cuocere la farina mista ad acqua. Quindi sarebbe invalida la consacrazione fatta su di una massa di pasta non cotta, o su di un impasto, pur cotto, di farina e latte o altra materia.
Nella Chiesa Latina si usa pane azimo, in quella Greca, pane fermentato.
Il vino deve essere di uva di vite.
Nel vino vengono infuse alcune gocce d’acqua per un significato simbolico spiegato nella preghiera liturgica, ma debbono essere tanto poche da non alterare la sostanza del vino.

LA FORMA sono le parole di Cristo: «Questo è il mio corpo - questo è il mio sangue».
Dichiara il Conc. di Firenze: «La forma di questo Sacramento sono le parole del Salvatore, con le quali fece questo Sacramento» (D. B. 698).
Le altre parole che accompagnano la consacrazione, debbono essere pronunziate dal Sacerdote sotto obbligo grave; non sono però la parte essenziale della forma.
IL MINISTRO che fa il Sacramento della Eucaristia è il solo Sacerdote, come definisce il Conc. Laterano IV (D. B. 430): «Questo Sacramento nessuno lo può fare, se non il Sacerdote, che sia stato ordinato con valido rito». Infatti nella Scrittura troviamo che Gesù dà agli Apostoli, consacrati Sacerdoti e ai loro successori questo potere: «Fate questo in memoria di me» (Lc. 29,19 ! 1 Cor. 11,25).

MINISTRO STRAORDINARIO DELLA DISPENSAZIONE dell’Eucaristia è il Diacono, il quale può distribuirla solo per grave causa, come può essere l’assenza del Sacerdote o un grandissimo numero di fedeli da comunicare, quando non vi siano sufficienti Sacerdoti.
In caso specialissimo, come in pericolo di morte, quando non vi è nessun Sacerdote o Diacono, la S. Comunione può essere data da un fedele. Questo pure la Chiesa permette in caso di persecuzione.

LA S. COMUNIONE PUO’ ESSERE DISTRIBUITA solo agli uomini battezzati ancora nello stato di via.
Ai soli battezzati, perché il Battesimo è la porta della Chiesa e dei Sacramenti. La Chiesa stabilisce che i bambini hanno l’obbligo di ricevere la Comunione, appena siano giunti «all’uso sufficiente di ragione».
È quindi riprovevole l’uso di ammettere alla Comunione più tardi, privando l’anima di questo cibo divino.
È fatto obbligo grave di fare la S. Comunione almeno una volta all’anno per Pasqua, ma è molto utile comunicarsi assai più spesso.
Nello stato di via. Abbiamo messo queste parole perchè la Chiesa ha riprovato l’uso sorto in qualche luogo, di porre una particola consacrata nella bocca dei defunti.

PERCHÈ SIA RICEVUTO IL SACRAMENTO l’Ostia consacrata deve discendere nello stomaco, in modo di vero cibo. Non si deve perciò far disciogliere in bocca.

CAPITOLO TERZO
GLI EFFETTI DELLA COMUNIONE

La SS. Eucaristia produce mirabili effetti nell’anima e nel corpo. Li veniamo enumerando e spiegando in varie proposizioni.

I - La S. Comunione ci incorpora a Cristo in una più intima unione.
Ricevendo Gesù sacramentalmente la nostra unione con Lui si rende più intima in modo speciale, come insegna il Conc. Laterano IV (D. B. 430) e il Conc. di Firenze (D. B. 698) basandosi sulle parole di S. Giovanni (6,57): «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui». L’unione è tanto intima, che secondo la parola dei Padri, ci porta «non più a vivere in noi, ma a vivere in Cristo».
Dice S. Cirillo di Gerusalemme (In ba. 6): «Chi per la partecipazione della mia carne mi riceve, vivrà in sé stesso, ma tutto trasformato in me» S. Agostino (Conf. 7, 10) ha questo pensiero: Mentre il cibo materiale si trasforma in noi, perché ciò che è più forte assimila ciò che è più debole, nella Comunione è Cristo che ci assimila a sè. Questa più intima unione avviene per mezzo della carità abituale e attuale, in cui consiste l’effetto primario della Comunione. Dice S. Tomaso (S. Th. q. 79 a. 1) «Per questo Sacramento non solo viene conferito l’abito della grazia e della virtù, ma anche (la carità) viene eccitata in atto».

ACCRESCE IN NOI LA GRAZIA SANTIFICANTE. Abbiamo già detto che l’Eucaristia è un Sacramento dei vivi e perciò non cancella per sè il peccato mortale (Conc. di Trento, Sess. 30 c. 5) eccetto che per accidens come spiegammo, ma dà un aumento di grazia in chi già la possiede.

DÀ LA GRAZIA SACRAMENTALE con diritto a grazie attuali che il Signore darà a suo tempo in modo che questo cibo divino veramente nutra e fortifichi. Perciò:
- L’Eucaristia ci nutre spiritualmente.
vale a dire produce nella nostra anima quegli effetti che il cibo materiale produce nel corpo. Lo afferma il Conc. di Firenze: «Ogni effetto che il cibo e la bevanda materiale producono riguardo alla vita del corpo, questo Sacramento lo opera riguardo alla vita dell’anima, sostentando, aumentando, riparando, e dilettando».

a) SOSTENTANDO per mezzo della carità come abbiamo detto e ancora perché:
PRESERVA DAI PECCATI MORTALI. Non perchè ci renda impeccabili, ma perchè «con queste grazie ci è più facile vincere le tentazioni e conservarci in grazia di Dio». (Conc. di Trento D. 13. 975). Infatti l’Eucaristia rintuzza e diminuisce il fomite della concupiscenza e sbaraglia gli assalti del demonio secondo il detto di S. Giov. Cris. (Hom. 46 in Joa. 3) «Ritorniamo da quella mensa come leoni spiranti fuoco, resi terribili al diavolo» (Cfr. S. Th. 3, q. a. 6).

b) AUMENTANDO. Lo abbiamo già detto parlando della grazia che conferisce all’anima nostra per la quale ci uniamo sempre più intimamente a Dio.

c) RIPARANDO. Per il fervore della carità che accende nell’anima.

L’EUCARISTIA LIBERA DALLE COLPE VENIALI.
Il Conc. di Trento (D. B. 875) chiama la Comunione «antidoto col quale siamo liberati dalle colpe quotidiane».
Questo effetto si produce dunque attraverso gli atti di carità, cui la Comunione eccita. Per la remissione di questi peccati veniali però è necessario che non si conservi verso di essi nessun affetto o attaccamento. È necessario quindi che ne siamo pentiti.

RIMETTE LA PENA TEMPORALE dovuta ai peccati, in tutto o in parte, secondo la misura del fervore nell’atto della carità.
Nella Confessione, mentre viene cancellata la colpa, la pena eterna dovuta ai peccati mortali viene ridotta a pena temporale, a meno che non vi sia stato un atto di pentimento così perfetto da togliere pure questa. Così i peccati veniali che non ci impediscono di accostarci alla Comunione, hanno un debito di pena da scontarsi in questa o nell’altra via. Con la Comunione questa pena temporale viene rimessa in tutto o in parte.
d) DILETTANDO. Come nel prendere cibo si prova diletto, così l’anima viene allietata da questo «Pane del cielo che ha in sè ogni diletto» (Liturgia) nella gioia di unirci a Cristo.

III - Ci unisce maggiormente ai nostri fratelli nel Corpo mistico.
Il Sacramento dell’amore non solo accresce la nostra carità verso Dio, ma ancora verso il prossimo. Dice S. Paolo: «Un solo pane, un solo corpo siamo molti che partecipano di questo unico pane» (1 Cor. 10, 17). E S. Agostino (In ba. 26, 13):
«O Sacramento di pietà, o segno di unità, o vincolo di carità».

IV - Ci dà diritto alla gloria dell’anima e del corpo.
come insegna il Conc. di Trento (D. 13. 875) chiamandolo:
«Pegno della gloria futura e della perpetua felicità».
Oltre alla gloria e alla felicità dell’anima, l’Eucaristia conferisce pure la gloria e la felicità del corpo, che si è nutrito delle carni divine: «Lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv. 6,55).
Riguardo al corpo abbiamo già detto dell’aiuto che riceve da questo contatto divino nel frenare le sue concupiscenze, ma, dalla maggiore santificazione portata dalla Eucaristia nell’anima, se ne deduce una RESURREZIONE più gloriosa anche per il corpo.

PARTE QUINTA
LA PENITENZA

Per rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo, Gesù Cristo ha istituito il Sacramento della Penitenza o Confessione.
La Penitenza è perciò, oltre che una virtù, un Sacramento. Si dice pure Confessione perchè il penitente per la remissione accusa, ossia confessa i propri peccati.
Dividiamo questa parte in tre capitoli, più un quarto, come appendice, studiando:

1 - L’ESISTENZA.

2 - GLI ELEMENTI COSTITUTIVI.

3 - GLI EFFETTI DELLA PENITENZA.

4 - LE INDULGENZE.

Errori

I MONTANISTI (a. 173) sostennero che la Chiesa poteva rimettere solo alcuni peccati; altri invece (come l’apostasia, l’adulterio, l’omicidio) dissero che erano irremissibili. Soltanto Dio li poteva perdonare, ma la Chiesa non aveva per essi alcuna potestà.
I NOVAZIANI (a. 251) seguirono la stessa teoria, ma aumentando l’elenco dei peccati irremissibili.
I PROTESTANTI partendo dalla errata spiegazione sulla remissione dei peccati e che cioè rimaneva la natura corrotta e soltanto venivano imputati i meriti di Cristo per la giustificazione, interpretarono le parole di Gesù: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi li riterrete saranno ritenuti» (Gv. 20, 22 33) come da applicarsi al Battesimo in cui avviene la remissione, o meglio secondo loro, la non imputazione dei peccati; CALVINO le intende come la facoltà di dichiarare che i peccati sono stati rimessi.
Gli ANGLICANI le intendono come una remissione delle pene ecclesiastiche.
I MODERNISTI E I PROTESTANTI LIBERALI arrivarono a negare la istituzione fatta da Cristo, ma dissero che era stata la Chiesa a istituire la Penitenza con un lento procedimento attraverso i secoli, mentre nei primi secoli non sarebbe esistita affatto la Confessione.

CAPITOLO PRIMO
ESISTENZA DEL SACRAMENTO DELLA PENITENZA

Contro gli errori esposti, portiamo la seguente:

TESI - Gesù Cristo ha istituito il Sacramento della penitenza, dando con esso alla Chiesa la potestà giudiziaria di rimettere qualunque peccato.

E’ DI FEDE

non solo dalla definizione data dal Tridentino che enumera la Penitenza fra i Sacramenti (D. B. 844), ma ancora dalle altre definizioni che porteremo in questa tesi.

SPIEGAZIONE. Il potere che la Chiesa ha ricevuto da Gesù Cristo di rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo in chi ha le dovute disposizioni, è chiamato dai Teologi, «POTESTÀ DELLE CHIAVI» dalla frase detta da Gesù a S. Pietro.
Questa potestà è di carattere «giudiziario» cioè viene emessa come un giudizio con sentenza di assoluzione.
Si distingue dalla potestà con carattere di grazia che viene data senza che vi sia un giudizio o una sentenza, come avviene nel Battesimo, dove il peccato originale e gli eventuali peccati attuali vengono cancellati con procedimento di grazia senza che siano sottoposti a giudizio.
Per questo nella Confessione perchè il Sacerdote possa compiere l’ufficio di Giudice è necessario che gli siano sottoposti i peccati, perchè possa decidere la sentenza di «legare» o di «sciogliere».

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. «Disse dunque loro di nuovo: Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, così io mando voi. Avendo detto queste cose alitò loro: Ricevete lo Spirito Santo: coloro cui li rimetterete saranno rimessi i peccati, a coloro cui li riterrete, saranno ritenuti» (Gv. 20 , 21-23).
Dal TESTO si rileva che Gesù non dice che potranno fare una dichiarazione che i peccati siano stati rimessi, ma tratta di una vera e propria remissione che essi possono dare o non dare, come realmente l’aveva data lui quando al paralitico aveva detto: «Confida, o figlio, ti sono rimessi i tuoi peccati», e alla Maddalena: «Le sono rimessi i molti peccati perchè molto ha amato» (Lc. 7,47). Nella frase non c’è nessun cenno che limiti il senso ad una semplice dichiarazione.
Inoltre il CONTESTO conferma questa interpretazione. Infatti conferisce agli Apostoli lo stesso potere che a Lui è stato dato dal Padre: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi».
Perciò alla GERARCHIA DELLA CHIESA è stato dato questo potere di rimettere i peccati per continuare nei secoli l’opera di salvezza delle anime, per cui il Redentore è sceso in terra. La «potestà delle chiavi» continuerà quindi nei successori fino alla fine del mondo.
Con queste parole Gesù si riferisce esattamente alla REMISSIONE DI QUEI PECCATI e non al BATTESIMO o alla PREDICAZIONE, di cui avrebbe dato esplicito il comando più tardi nel giorno della Ascensione.
Questa potestà non è limitata solo ad alcune colpe, ma si estende a tutti i peccati, come già fanno chiaramente intendere le parole riportate e come più esplicitamente ancora si esprime S. Matteo (18, 18): «QUALUNQUE COSA avrete legata in terra, sarà legata anche in cielo e QUALUNQUE COSA avrete sciolto sulla terra, sarà sciolta anche in cielo».
Non c’è dunque limitazione nel numero e nella Specie delle colpe da assolvere. Il passo di S. Matteo, (12, 31-32), dove è detto che la bestemmia contro lo Spirito Santo non viene rimessa nè in questo mondo nè nell’altro, e così altri testi simili, vanno intesi, nel senso non che la Chiesa non abbia la potestà di rimettere questi peccati, ma nel senso che di fatto non verranno rimessi per l’ostinazione che vi pone il peccatore non pentendosene e rimanendo perciò nel male fino alla impenitenza finale.
Dai brani riportati è provata pure la POTESTÀ GIUDIZIARIA della Chiesa sui peccati. Infatti se Gesù dice: «a chi li rimetterete... a chi li riterrete», ciò non significa che il Ministro della Penitenza potrà dare o non dare a capriccio l’assoluzione, ma dovrà usare del suo potere giudicando il peccatore. Di qui la necessità che gli siano sottoposti i peccati con la confessione.

B) - DAI PADRI. Contro i Montanisti e i Novaziani, fino dai primi secoli si alza esplicita la voce dei Padri a rivendicare la «potestà delle chiavi» data da Cristo alla Chiesa.
Paciano (Ep. 1, 6) scrive: «Dici che solo Dio li può rimettere. È vero ma anche ciò che per mezzo dei suoi Sacerdoti, è potestà sua».
Simile pensiero viene rivendicato da S. Ambrogio (De paen. 1, 2, 67).
I Padri insistono pure nel rilevare che questo potere è stato dato ai Sacerdoti e non ai semplici fedeli.
S. Giovanni Crisostomo (De Sacerd. 3, 5) afferma che ai Sacerdoti «che vivono sulla terra e ivi abitano è stato commesso di dispensare le cose che sono nei cieli e hanno ricevuto questo potere che Dio non ha dato né agli Angeli né agli Arcangeli»; e dopo aver detto che questo potere di legare è un vincolo che giunge fino alle anime conclude che «Dio ratifica la loro sentenza».

RIGUARDO ALLA ESTENSIONE del «potere delle chiavi» la Chiesa ha avuto sempre chiara la coscienza che si estendeva a tutti quanti i peccati. La testimonianza del Conc. di Nicea al principio del sec. IV, che fra poco porteremo, riguardo alla remissione di tutti i peccati, e quelle dei Ss. Cornelio e Cipriano a metà del III che affermano la remissione dei peccati concessa agli adulteri e agli omicidi, non sono una innovazione nella disciplina ecclesiastica, come vorrebbero i Protestanti e i Modernisti, ma piuttosto un richiamo a quella che è la dottrina apostolica.
Alcuni autori cattolici asseriscono che nei primi due secoli la Chiesa, pur con la consapevolezza di poter rimettere tutti i peccati, tuttavia di fatto non assolveva coloro che avevano commesso certi peccati più gravi. (Così Funk, Battifol, Vacandard ecc.), Studi più approfonditi oggi, (Hurter, Galtier Boyer, Piolanti, ecc.) dimostrano che pure di fatto la Chiesa assolveva tutti i peccati. Solo in alcune Chiese particolari era invalsa disciplina più rigida, riprovata poi dal Conc. di Nicea.
Come già nel I secolo gli Apostoli tenessero questa norma lo rileviamo dalla stessa S. Scrittura. A tutti i peccatori o concedono o promettono il perdono, purchè tornino a penitenza; anche per i peccati più gravi: vedi, ad esempio, il caso di Simon Mago (Atti 8,22-24); degli apostati e fornicatori (Ap. 2,21- 23); del peccatore di Corinto (2 Cor. 2,5); ecc.
Nel II secolo Ermas, fratello di S. Pio I, scrisse un libro dal titolo «Il Pastore» che è tutta una esortazione ai peccatori alla penitenza. In esso è espresso ripetutamente il pensiero che qualunque peccato può essere rimesso per mezzo della Chiesa. Pure insieme a brani di difficile interpretazione questo concetto è manifestato tanto esplicitamente, che più tardi, Tertulliano, divenuto Montanista, tenterà di relegare fra gli apocrifi questo libro.
Nel III secolo troviamo confermata questa dottrina dallo stesso Tertulliano e in due modi differenti: prima come Cattolico, poi come Montanista. E ci spieghiamo sotto quale aspetto differente. Come Cattolico scrisse il «De Paenitentia» in cui espressamente dice che «a tutti i delitti, commessi con la carne o con lo spirito, con l’azione o con la volontà» è promesso «il perdono per mezzo della penitenza» (4, 1-2).
Enumera in particolare alcuni peccati, gravissimi e di tutti assicura la remissione per mezzo del ministero della Chiesa, chiamando la Penitenza un «secondo Battesimo», una «seconda tavola di salvezza» e dicendo: «Se credi che il cielo sia ancora chiuso ricordati che il Signore ha lasciato le sue chiavi a Pietro e per lui, alla Chiesa». (Scorpiace 10).
Come Montanista ha scritto un altro lavoro, il «De pudicitia». Anche qui indirettamente ed anzi proprio per combatterla, ci dice quale fosse la dottrina e la pratica della Chiesa. Parlando di un certo Pontefice Massimo che è «Vescovo dei Vescovi» (In quel tempo questo titolo non si usava riservano al Sommo Pontefice, ma poteva venir dato anche a un Primate. Più probabilmente Tertulliano l’ha usato in questo senso per un Vescovo di Cartagine), contraddicendo a quanto aveva asserito nel «De Paenitentia», si scaglia contro una sua frase, che diceva così:
«Io rimetto a coloro che ne fanno penitenza i delitti di adulterio e di fornicazione».
Nello stesso secolo S. Ippolito prete romano, che prima si era separato dalla Chiesa e poi vi aveva fatto ritorno subendo il martirio, nell’opera «Filosofumena» pure in mezzo ad errori, afferma la pratica della Chiesa di rimettere anche i peccati di omicidio e di infanticidio.
S. Cipriano difende il ritorno alla Chiesa dei Lapsi, cioè di coloro che di fronte al martirio avevano apostatato. Questa era la pratica costante delle Chiese sia Romana che Orientali, pratica che non viene infirmata da qualche eccezione locale di rigore usato specialmente verso coloro che erano caduti nella apostasia una seconda volta.

C) I DOCUMENTI DELLA CHIESA. Il Conc. di Nicea comanda di riammettere alla comunione con la Chiesa «i caduti nella persecuzione» e «tutti quelli che la chiedevano» (D. B. 55,27), senza fare eccezione per nessun peccato.
Il Conc. di Trento definendo la Penitenza «un vero e proprio Sacramento, istituito da Gesù Cristo», precisa che è «per i fedeli, quante volte dopo il Battesimo cadono nei peccati per riconciliarli con Dio» (D. B. 911). Definisce pure che le parole di Gesù «A chi rimetterete i peccati, ecc.» debbono essere intese riguardo alla potestà di rimettere o di ritenere i peccati nel Sacramento della Penitenza, «come sempre fin da principio ha inteso la Chiesa» (D. B. 915) e dalla potestà di predicare il Vangelo (D. B. 913); che solo il Sacerdote e non i fedeli hanno il potere di assolvere dai peccati (D. B. 920).
S. Pio X ripete l’insegnamento nel decreto «Lamentabili» contro i Modernisti.

CAPITOLO SECONDO
GLI ELEMENTI COSTITUTIVI DELLA PENITENZA

LA MATERIA del Sacramento della Penitenza sono i tre atti del penitente e cioè la CONTRIZIONE, la CONFESSIONE, e la SODDISFAZIONE. Per esattezza dobbiamo chiamarli col Conc. di Trento (D. B. 699) «QUASI MATERIA», perchè non hanno la ragione di materia nello stesso modo che l’acqua nel Battesimo o il Crisma nella Cresima, in quanto che non sono una cosa, ma una azione con cui si fa il Sacramento.
Mentre secondo gli Scotisti questi atti del penitente vengono considerati come condizioni necessarie agli effetti del Sacramento, secondo la sentenza più comune dei Tomisti vengono considerati come materia che insieme alla forma (l’assoluzione data dal Sacerdote) ci danno il segno sensibile del Sacramento.
Studiamo questi atti separatamente:

LA CONTRIZIONE

Il Conc. di Trento (D. B. 897) la definisce: la contrizione è:

«Dolore dell’animo e detestazione del peccato commesso col proposito di non peccare mai più».

DOLORE DELL’ANIMO indica un dispiacere interno, quindi un atto della volontà che detesta il peccato commesso. In altre parole, l’uomo nella contrizione dice: ho fatto il male, vorrei non aver commesso il peccato. Non si richiede perciò un dolore sensibile, tanto meno che si esterni con lacrime.
Il vero dolore contiene il PROPOSITO, cioè la volontà decisa e ferma di non voler ricadere nel peccato. Infatti, se uno è davvero pentito di una cosa, non vuol ritornarci di nuovo.
La contrizione deve essere:

1) interna, cioè deve procedere dalla volontà;

2) soprannaturale, cioè deve essere emessa con la grazia di Dio e per motivi soprannaturali. Non sarebbe dolore salutare se uno si pentisse, per esempio perchè da quel peccato gli vengono dei danni materiali;

3) universale, si deve estendere cioè a tutti i peccati mortali, perchè se uno fosse pentito di molti peccati, ma restasse attaccato ad uno, non gliene verrebbe rimesso nessuno restando egli sempre in stato di ribellione a Dio; 4) somma nel suo apprezzamento e cioè ci deve fare preferire Dio a qualunque cosa.
Su questo punto S. Tomaso (S. Th. Suppl. q. 3 a 1 ad 4) avverte che è pericoloso per la debolezza umana formarsi delle immaginazioni su gravi mali e perciò si debbono evitare affidandoci alla divina misericordia; come per esempio se uno si mettesse a confrontare se di fronte ad un terribile martirio fosse pronto a subirlo oppure preferisse rinunziare a Dio.
ERRORI: Sono pullulati diversi errori riguardo alla contrizione. WICLEFF disse che col dolore perfetto la confessione è superflua e inutile; LUTERO che la contrizione è semplicemente una nuova vita, escludendo il pentimento del passato e affermando che la contrizione imperfetta sorta per timore rende l’uomo ipocrita e maggiormente peccatore; i GIANSENISTI pure giudicarono come una viziosa cupidità la contrizione imperfetta.
Contro costoro poniamo la seguente:

TESI - Per la remissione dei peccati è necessaria la contrizione, la quale se è fatta con carità perfetta contiene il voto del Sacramento e giustifica prima di riceverlo; se è imperfetta giustifica solo ricevendo il Sacramento della Penitenza.

SPIEGAZIONE. Quasi tutte le proposizioni enunziate nella tesi sono di fede definita come preciseremo tra breve.
La contrizione perfetta e quella imperfetta sono relative alla carità perfetta e imperfetta di cui abbiamo già parlato poichè il pentimento muove dall’amore verso Dio.
Abbiamo detto che la contrizione sorta con carità perfetta include il voto della Confessione, poichè Dio nella nuova legge l’ha comandata positivamente per rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo e perciò non avrebbe carità perfetta chi escludesse di fare quello che vuole Dio da lui.
È da notare che anche la Contrizione imperfetta o attrizione procede da motivi soprannaturali, pur inferiori alla carità, come il dispiacere della perdita di Dio e della felicità eterna, la bruttezza dell’anima in peccato, ecc.
È celebre la controversia sorta fra due scuole, quella dei Contrizionisti e quella degli Attrizionisti. Era giunta a tale vivacità che arrivarono a darsi degli eretici gli uni agli altri. Dovette intervenire il S. Officio nel 1667 per ordine di Alessandro VII, proibendo di darsi queste censure reciproche, finchè la S. Sede non avesse definito la cosa.
I CONTRIZIONISTI fra cui Berti, Pallavicini, Bossuet, Billuart, ecc., pur esprimendosi con sfumature diverse, dissero che era necessario alla contrizione imperfetta sorta per timore dell’inferno, un qualche atto di amore di Dio.
Gli ATTRIZIONISTI dissero che non era necessario. Già nel decreto citato, questa dottrina viene chiamata più comune. Ad essa aderirono S. Tomaso, S. Bonaventura, Scoto, e moltissimi altri.
Se per la sottigliezza del ragionamento vengono fatte le distinzioni delle due scuole per stabilire con esattezza quale debba essere l’attrizione sufficiente alla giustificazione, in pratica ci sembra che gli stessi motivi della contrizione imperfetta indirizzino verso l’amore di Dio. Infatti se uno si pente del peccato per il timore dell’inferno e non vuol cadervi, di fatto cercando la sua salvezza eterna, cerca Dio, cui si unisce di nuovo con la carità per mezzo del Sacramento della Penitenza.
Il Conc. di Trento (D. B. 798), dice che i peccatori: «si dispongono con la fede, il timore, la speranza, e cominciano ad amare Dio come fonte di ogni giustizia».

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Fino dall’Antico Testamento si richiedeva al peccatore il pentimento dei peccati commessi e non solo una vita nuova: I Salmi (fra cui principalmente il 5, 6 e 50) esprimono il pentimento per le iniquità commesse. Geremia (31, 19) si dice «confuso e arrossito per l’obbrobrio della sua adolescenza».
Alle parole degli antichi patriarchi e profeti, nel Nuovo Testamento si aggiunge il Battista che invita a far degni frutti di penitenza per sfuggire l’ira divina. (Mt. 3,8) e Gesù stesso dice: «Se non farete penitenza tutti egualmente, perirete» (Lc. 13,5). E quando rimette i peccati lo fa di fronte ai peccatori pentiti: la peccatrice lava con le sue lacrime i piedi di Gesù, Pietro piange amaramente, il ladrone in croce si riconosce meritevole della punizione.
Per la remissione dei peccati con la carità perfetta: «Se qualcuno mi ama osserverà le mie parole, e il Padre mìo lo amerà e noi verremo a lui e faremo in lui dimora» (Gv. 14,23). Dunque il perfetto amore verso Dio cancella i peccati infondendo nell’anima la grazia, ma per essere tale occorre «osservare le sue parole». Chi escludesse di confessarsi non le osserverebbe. (Cfr. anche Gv. 14,21; 3,9; 4,7; 13,17; Lc. 10, 27,28).
Che l’attrizione non sia una «ipocrisia» o una «viziosa cupidità» è dimostrato da tutta la predicazione dei Profeti, di Gesù, degli Apostoli che richiamano alla penitenza ricordando le pene eterne che aspettano i peccatori impenitenti.
Il Salmo 110, 10 insegna che «il timore di Dio è l’inizio della sapienza» anche se la «pienezza della legge è l’amore» (1 Gv.). (Questo timore è il timore servile, perché il timore filiale cioè l’attendere a non dispiacere al Padre in niente e a piacere in tutto è altissima perfezione, tanto che lo vediamo profetizzato fra i doni dello Spirito Santo di cui sarebbe stato ricolmo il Messia).

B) - DAI PADRI. Il «Pastore di Ermas» (4,2) dice che il peccatore pentendosi «fa umile la sua anima e la tormenta per i precedenti peccati».
Senza dilungarci in altre citazioni, rimandiamo a quelle portate nella tesi della istituzione del Sacramento.

C) - DAI CONCILII e specialmente dal Conc. di Trento. Abbiamo riportato in principio di questo articolo la definizione della contrizione «dolore dell’anima» per i peccati commessi.
Che la CONTRIZIONE È NECESSARIA PER LA REMISSIONE DEI PECCATI è di fede: «Se alcuno negherà che è richiesta la contrizione per l’integra e perfetta remissione dei peccati, sia scomunicato» (D. B. 914).
Che la CONTRIZIONE FATTA CON CARITÀ PERFETTA (e quindi col voto del Sacramento) GIUSTIFICA PRIMA DI RICEVERE REALMENTE IL SACRAMENTO DELLA PENITENZA è prossimo alla fede. Ciò che è detto nella sess. 14 c. 4 (D. B. 898).
Così pure è definito che L’ATTRIZIONE SORTA DAL TIMORE PUÒ ESSERE UN ATTO MORALMENTE BUONO. «Se alcuno dirà che il timore dell’inferno per il quale ci rifugiamo alla misericordia di Dio dolendoci dei peccati o ci asteniamo dal peccato è un peccato o che ci fa peccatori maggiori, sia scomunicato» (D. B. 818). E ancora: «Se alcuno dirà che la contrizione che si prepara con l’esame, la meditazione, e la detestazione dei peccati, con cui uno ripensa ai suoi anni nell’amarezza della sua anima, pesando la gravità, la moltitudine, la turpitudine, la perdita dell’eterna beatitudine, e l’essere incorso nella dannazione eterna col proposito di una vita migliore, non è un vero e utile dolore e non prepara alla grazia, ma fa l’uomo ipocrita e maggiormente peccatore; infine (chi dirà) che essa è un dolore forzato e non libero e volontario sia scomunicato» (D. B. 915).
Nello stesso senso furono condannate molte proposizioni Gianseniste.

LA CONFESSIONE DEI PECCATI

La Confessione è l’accusa volontaria e segreta dei propri peccati commessi dopo il Battesimo, fatta al Sacerdote Confessore per riceverne l’assoluzione.
Da questa definizione si rileva che la Penitenza, pur svolgendosi a modo di giudizio non viene imposta forzatamente come nei tribunali umani dove il reo anche contro sua volontà viene interrogato dai giudici, ma il penitente volontariamente accusa le proprie colpe per ottenere il perdono. Questa accusa viene fatta in segreto e il Sacerdote non può svelare nemmeno il più piccolo peccato.
Si dice: DEI PROPRI PECCATI, perchè non si confessano i peccati degli altri, ma quelli che il penitente ha commesso personalmente. Perciò si tratta solo dei peccati COMMESSI DOPO IL BATTESIMO. Con questa parola non si intende che in ogni Confessione debbano ripetersi tutti questi peccati, poichè quelli accusati nelle Confessioni fatte con le dovute disposizioni sono cancellati e non c’è l’obbligo di sottoporli nuovamente all’autorità delle chiavi, ma ogni volta si accusano i peccati mortali commessi dopo l’ultima confessione ben fatta. È cosa lodevole confessare pure i peccati veniali, e così pure qualche volta può venire di nuovo accusato qualche peccato mortale già confessato bene, ma questi non costituiscono materia necessaria per la Confessione, bensì materia sufficiente.
L’accusa dei peccati viene fatta al SACERDOTE che ha la legittima potestà di confessare (come vedremo tra poco parlando del ministro) e non come semplice narrazione fatta per dar notizia o come sfogo dell’animo o anche soltanto per ricevere qualche consiglio, ma unita alla contrizione col preciso scopo di OTTENERE L’ASSOLUZIONE dei peccati.

TESI - La Confessione distinta e intera dei peccati al Sacerdote è necessaria per diritto divino.

E’ DI FEDE

dal Conc. di Trento (D. B. 916 e 917): «Se alcuno negherà che la Confessione sacramentale sia istituita o sia necessaria alla salvezza per diritto divino, sia scomunicato». «Se alcuno dirà che nel Sacramento della Penitenza non è necessario per diritto divino per le remissione dei peccati confessare tutti e singoli i peccati mortali.., e le circostanze che mutano la specie del peccato, sia scomunicato».

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Le parole con cui Gesù istituì questo Sacramento (Gv. 20,21-23) esprimono la necessità della accusa dei peccati. Infatti al ministro Gesù dà il potere di rimettere o ritenere. Ciò non può essere fatto a capriccio, ma secondo le condizioni dell’anima disposta o meno, con colpe più o meno gravi e numerose, in modo che il ministro possa giudicare convenientemente delle disposizioni per l’assoluzione e imporre la relativa penitenza o soddisfazione.
Tutto ciò è impossibile senza l’accusa distinta e intera dei singoli peccati.
Alcuni brani della Scrittura poi, ricordano l’uso della Confessione presso i primi Cristiani. S. Giacomo (5,16) dice: «Confessate l’uno all’altro i vostri peccati». S. Giovanni (1 Gv. 1,9): «Se confessiamo i nostri peccati, è fedele e giusto per perdonarci i nostri peccati, e purificarci da ogni iniquità».
Così pure gli Atti (19,18) ci parlano di coloro che venivano a «confessare le opere loro».

B) - DALLA TRADIZIONE. Gli avversari attaccano contro questo punto per le poche documentazioni che si riscontrano nei primi secoli della Chiesa. Ma oltre alle attestazioni che la S. Scrittura stessa ci dà riguardo ai primi tempi è logico che i fedeli non si sarebbero assoggettati a questa umiliazione dell’accusa dei peccati, se Gesù stesso non lo avesse comandato. Avrebbero potuto obbiettare: «in questi primi secoli i peccati sono stati rimessi senza accusarli. Perchè oggi li dobbiamo accusare, se Gesù non lo ha imposto?» È da notare poi che l’obbligo della Confessione per rimettere i peccati non si estende solo ai fedeli, ma ai Sacerdoti e agli stessi legislatori della Chiesa: il Papa e i Vescovi. Se fosse la Chiesa a mettere questo obbligo, non se lo sarebbero imposto per loro.
Questo semplice ragionamento ci fa vedere subito come l’obbligo dell’accusa non può essere stato imposto da altri che da Dio e giustamente il Conc. di Trento (D. B. 899) afferma che la Chiesa ha sempre inteso così.
D’altra parte anche per i primi secoli non mancano testimonianze esplicite e se non sono così frequenti come per altri punti della dottrina cattolica è perchè i fedeli erano pronti alla Confessione dei peccati mortali quando vi fossero caduti. (l’uso di confessare i peccati veniali venne più tardi, per ricevere l’aiuto del Sacramento non solo quando fosse necessario, ma ancora quando vi fosse materia sufficiente). La Confessione perciò era meno frequente e più rara quindi l’occasione di parlarne.
La Didaché (4, 14) dice: «Nella Chiesa confesserai i tuoi peccati e non andrai all’orazione con coscienza cattiva. Radunandovi la domenica spezzate il pane e rendete le grazie dopo che avete confessato i vostri peccati, perché sia mondo il vostro sacrificio».
S. Ireneo (Ad. Haer. 1,13,7) racconta di donne cadute di cui alcune fanno manifestamente la loro Confessione.
Origene ha moltissimi passi in cui chiaramente racconta l’uso della Confessione. Ne riportiamo uno: (Hom. 2 in Lev. 4) «È ancora dura e laboriosa la remissione dei peccati per mezzo della Penitenza, quando il peccatore non arrossisce di indicare il suo peccato al Sacerdote del Signore».
S. Basilio (Regula Brevis 110) «È necessario confessare i peccati a coloro ai quali è stata affidata la dispensazione dei misteri di Dio».

LA SODDISFAZIONE SACRAMENTALE

Si dicono soddisfazione sacramentale o semplicemente Penitenza le preghiere e opere buone imposte dal Confessore, per ottenere «ex opere operato» la remissione della pena temporale dovuta ai peccati.
L’accettazione della Soddisfazione fa parte della essenza del Sacramento, perchè la Contrizione comprende il «proposito di confessarsi e di soddisfare» (S. Th. 3, q. 2 ad 1). Ricevuta l’assoluzione con questa disposizione essa resta come parte integrante del Sacramento, per cui c’è l’obbligo grave di eseguirla se è stata data per peccati mortali. In caso di non esecuzione si commette un nuovo peccato, ma l’assoluzione resta valida. La Soddisfazione, quando il Confessore non ha determinato il tempo, può essere fatta tanto prima che dopo l’assoluzione, come ha dichiarato la Chiesa contro alcune proposizioni di Giansenisti (anticamente c’era la consuetudine di fare la penitenza prima dell’assoluzione), (D. B. 728; 136-08; 1437; 1535), come prima o dopo la Comunione, poichè, la colpa dei peccati era già rimessa con l’assoluzione. Però

Nella Confessione, rimessa la colpa, non sempre è rimessa tutta la pena temporale.

E’ DI FEDE

definita dal Conc. di Trento (D. B. 840): «Se alcuno dirà che dopo ricevuta la grazia della giustificazione a ciascun peccatore penitente è così rimessa la colpa che dica che il reato della pena eterna viene così cancellato da non rimanere nessun reato di pena temporale da scontarsi o in questo mondo o nel futuro in Purgatorio prima che possa essere aperto l’ingresso ai regni dei cieli, sia scomunicato».
La Scrittura stessa ci fa vedere questa verità: in Adamo, che perdonato il peccato dovette subire gravissime pene (Sap. 10,2); in Mosè che perdonato il peccato di diffidenza, pure non potè entrare nella terra promessa (Num. 20,12); in David che pur perdonato ebbe in pena la morte del figlio (2 Re 12,13).
Con l’orazione, col digiuno, con le opere buone l’uomo può scontare anche in questo mondo la pena temporale dovuta ai peccati. Dal passo del Tridentino citato vediamo che è di fede che può avere questa remissione ed è teologicamente certo che questa soddisfazione la può meritare «de condigno», come si rileva da alcune proposizioni di Baio condannate (D. B. 1059, 1077).
Per concludere la spiegazione della definizione data, portiamo la seguente proposizione:

E’ diritto e dovere del Ministro della Penitenza di imporre una conveniente soddisfazione.

E’ DI FEDE

definita dal Conc. di Trento (D. B. 925) che condanna i Protestanti: «Se alcuno dirà che le chiavi sono state date alla Chiesa solo per sciogliere e non per legare e perciò i Sacerdoti quando impongono ai penitenti delle pene agiscono contro il fine delle chiavi e contro la istituzione di Cristo, sia scomunicato».
Come si vede il Concilio fonda la sua dichiarazione sulla parola stessa di Cristo che dà il potere di sciogliere e di legare.
La Penitenza imposta dal Confessore oltre al valore «ex opere operantis» di ogni opera buona, ha il suo valore «ex opere operato» come parte del Sacramento.

L’ASSOLUZIONE

LA FORMA del Sacramento della Penitenza sono le parole che pronuncia il Ministro nell’atto di dare l’assoluzione e cioè:
«Io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo».
Di queste, le parole «ti assolvo» sono le essenziali. Secondo S. Tomaso (S. Th. 3, q. 84, a 3, ad 5) esse significano: «Ti imparto il sacramento della assoluzione» vale a dire: per il potere ricevuto da Dio ti sciolgo dai peccati per la grazia che ti imparto con questo Sacramento.
La formula non è deprecativa e cioè non consiste in una preghiera che si rivolge a Dio perchè vengano rimessi i peccati, ma una formula indicativa che significa quanto per mezzo del Sacramento viene prodotto nell’anima.
Per la validità è necessario che sia pronunciata con la voce e che la persona sia presente. Sarebbe invalida perciò l’assoluzione data per telefono o per televisione.

IL MINISTRO del Sacramento della Penitenza è il Sacerdote, il quale, oltre la potestà di ordine, ricevuta nella consacrazione sacerdotale, deve avere la potestà di giurisdizione conferitagli dalla Chiesa.
Infatti essendo un giudizio può essere esercitato solo verso dei sudditi sui quali si ha la giurisdizione (Cfr. Trid. D .B. 903).
Oltre che dalle definizioni del Concilio già esaminate, abbiamo pure visto dalla Tradizione che questo ministero è stato sempre esercitato soltanto dai Sacerdoti.

CAPITOLO TERZO
GLI EFFETTI DELLA PENITENZA

DÀ O ACCRESCE LA GRAZIA SANTIFICANTE.
Per chi è in peccato mortale il Sacramento della Penitenza, ricevuto con le dovute disposizioni dà la grazia santificante per la quale viene rimessa la colpa, come abbiamo già dimostrato. Per chi è in peccato veniale, e perciò possiede la grazia prima, aumenta questa grazia.
TOGLIE LA PENA ETERNA DOVUTA AI PECCATI MORTALI, TRASMUTANDOLA IN PENA TEMPORALE.

Infatti tolta la colpa, chi è costituito nella amicizia di Dio, ha diritto alla sua eredità nel cielo. Dice S. Paolo (Rom. 8, 1); «Non c’è niente di dannazione per coloro che sono in Cristo Gesù».
Però come abbiamo detto, a meno che il dolore sia così perfetto e intenso da cancellare anche ogni debito di pena, resta a scontare una pena temporale in questa o nell’altra vita.
DÀ LA GRAZIA SACRAMENTALE che nella Penitenza, con la RESURREZIONE dal peccato, riporta nell’anima la grazia del Battesimo per ottenere gli aiuti per vivere cristianamente, con l’aumento della virtù della penitenza con la quale sempre meglio detestiamo il peccato e vogliamo vivere nella grazia. Inoltre, secondo il Conc. di Trento, «a volte le persone pie che ricevono questo Sacramento con divozione di solito conseguono pace e serenità di coscienza unita a un’intensa consolazione dello spirito» (D. B. 896).
FA RIVIVERE I MERITI. Per il peccato mortale tutto ciò che c’era di merito nell’anima restava impedito e non poteva avere nessuna ricompensa eterna. Con la Confessione questi meriti rivivono di nuovo nell’anima. Spieghiamo meglio con un esempio: Un uomo fino a cinquant’anni è vissuto sempre in grazia di Dio. Se muore, in Paradiso riceverà un grado di gloria relativo ai meriti acquistati in tutti questi anni. Cade in peccato mortale e ci resta per un anno. Se muore in questo tempo va all’inferno e a nulla gli servono tutti i meriti acquistati antecedentemente. Supponiamo invece, che dopo un anno si confessi e muoia a 60 anni, senza aver fatto più peccati mortali:
I meriti di cui sarà premiato non saranno solo quelli degli ultimi 9 anni, ma anche quelli che aveva fino a 50 anni, perchè con la Confessione rivivono di nuovo nell’anima.

CAPITOLO QUARTO
LE INDULGENZE

Oltre che con il Sacramento della Penitenza, la Chiesa rimette la pena temporale per mezzo delle Indulgenze.
L’INDULGENZA è la remissione della pena temporale applicando i meriti del tesoro della Chiesa che sono i meriti di Gesù Cristo, cui sono uniti i meriti della Vergine SS. e dei Santi.
Ai vivi battezzati vengono applicati per modo di assoluzione, alle anime del Purgatorio per modo di suffragio.
Trattandosi di remissione di pena temporale, le Indulgenze non possono venire applicate a chi è in peccato mortale. Il Codice di Diritto Canonico (Can. 925) precisa perciò che per l’acquisto delle Indulgenze i fedeli devono trovarsi nello stato di grazia almeno alla conclusione delle opere prescritte.

La Chiesa ha ricevuto da Gesù Cristo il potere di concedere le Indulgenze.

E’ DI FEDE

definita contro i Protestanti dal Conc. di Trento (D. B. 989); «essendo stato concesso da Cristo alla Chiesa la potestà di conferire le indulgenze ed essendole stata data divinamente questa potestà (e qui il Concilio cita i passi relativi del Vangelo: (Mt. 16, 19; Gv. 20, 23) essa l’ha usata fino dagli antichissimi tempi». Continua poi condannando chi ritiene le indulgenze inutili o nega alla Chiesa il potere di concederle.
Il richiamo fatto al Vangelo ci mostra come proprio con quelle parole Gesù diede alla Chiesa tale facoltà. Infatti dicendo: «Qualunque cosa avrai sciolto, ecc.» (Mt. 1.c.) e: «A chi rimetterete i peccati, ecc.» (Gv. l.c.) non viene posta qualche limitazione al potere concesso alla Chiesa. A lei dunque è stato affidato il tesoro di meriti di Gesù, cui, come abbiamo detto, si aggiungono tutti quelli delle membra vive del suo Corpo Mistico, e può applicare questi meriti fino al completo scioglimento di ogni debito di pena temporale.
Le indulgenze vengono concesse ai vivi PER MODO DI ASSOLUZIONE. Perciò quando il fedele ha compiuto esattamente tutte le condizioni prescritte, certamente lucra l’indulgenza. Su di lui, la Chiesa ha potestà diretta. Deve essere battezzato, poichè le indulgenze si concedono ai membri della Chiesa; in stato di grazia e avere l’intenzione almeno generale di acquistare l’Indulgenza. Le opere solite prescritte per l’indulgenza Plenaria, quando non c’è una determinazione speciale, sono, oltre l’opera indicata per l’Indulgenza, la Confessione entro gli otto giorni, prima o dopo l’opera prescritta, la Comunione dalla vigilia a tutta l’ottava seguente, la visita a una Chiesa pregando secondo l’intenzione del Sommo Pontefice, il che si fa con orazioni vocali per lo spazio approssimativo di tempo in cui si reciterebbero cinque Pater, Ave, Gloria. (Alcuni Teologi ammettono perfino il tempo di tre Pater, Ave, Gloria).
Salvo che per le Indulgenze giubilari, non è prescritta la Confessione entro quel tempo per chi si confessa due volte al mese e così pure non è prescritto affatto il tempo della Confessione per chi fa la Comunione quasi quotidianamente (almeno cinque volte per settimana (Can. 931). Abbiamo sottolineato questa ultima frase, perchè frequentemente abbiamo incontrato gente che l’ha fraintesa, unendola alla condizione della confessione bimensile, mentre uno che fa la Comunione quotidiana (quantunque sia ottima cosa che si confessi frequentemente) anche fossero tre mesi che non si è confessato, non ha l’obbligo della Confessione per lucrare le Indulgenze.
L’Indulgenza plenaria, poste le debite condizioni, rimette tutta intera la pena temporale. È da notare che chi la lucra, oltre che essere in grazia di Dio non deve porvi ostacolo con l’attaccamento a qualche peccato veniale, chè altrimenti non la acquisterebbe completamente.
Le Indulgenze parziali non corrispondono ad una diminuzione di Purgatorio di sette anni, cento giorni, ecc come sembrerebbe indicare la frase con cui vengono concesse. Queste espressioni si riferiscono agli antichi canoni penitenziali, e uno che per esempio lucra cento giorni di Indulgenza, riceve una remissione corrispondente a quella che riceveva un antico peccatore con tal periodo di penitenza.
Le Indulgenze per i defunti vengono concesse PER MODO DI SUFFRAGIO. La Chiesa ha sul Purgatorio un potere indiretto. Una Indulgenza plenaria per un’anima purgante ha di per sé il valore di liberarla da tutto il tempo del Purgatorio. Però Dio la applica secondo la sua bontà e sapienza per cui non sappiamo se invece di darla tutta a quell’anima, la darà invece in parte a lei e in parte ad altre. Per questo è utile cercare di lucrare per un’anima anche più Indulgenze plenarie.
Tutte le Indulgenze concesse dal Sommo Pontefice possono applicarsi alle anime del Purgatorio se non è stabilito espressamente altrimenti. (Can. 930).
Anche per lucrare l’Indulgenza plenaria alle anime purganti è necessario lo stato di grazia in chi compie l’opera prescritta. Questo secondo la sentenza comune. Non mancano però Teologi gravissimi, come il Suarez e il Billuart che dicono che quando il fedele compie le opere prescritte l’indulgenza è valida anche se non è in stato di grazia, facendo la parte di strumento, pur indegno per applicare i beni della Chiesa.
C’è controversia fra i Teologi se le Indulgenze siano ricevute da qualunque anima del Purgatorio, oppure se solo da quelle che hanno ricevuto il Battesimo di acqua. A noi piace aderire alla sentenza di coloro che le dicono applicabili a tutte, poichè, anche se non hanno impresso il carattere del Battesimo anche quelle anime appartengono indubbiamente al Corpo Mistico di Cristo e sono in luogo di salvezza per i meriti di Lui. Come hanno ricevuto questi, perchè non potrebbero ricevere quelli che Dio fa loro applicare per mezzo della Chiesa?
Le Indulgenze non si possono lucrare per gli altri viventi.
Concludiamo con un pensiero di S. Tomaso (Supp. q. 25 a. 2): «Quantunque le Indulgenze valgano molto per la remissione della pena (e per questo dobbiamo essere diligentissimi nel lucrarle) pure le altre opere satisfattorie sono più meritorie di fronte al premio essenziale, che è migliore all’infinito della remissione della pena temporale».

PARTE SESTA
LA UNZIONE DEGLI INFERMI

La Unzione degli Infermi, detta pure «Olio Santo» è un Sacramento istituito da Gesù Cristo che per mezzo della unzione con l’olio benedetto e le preghiere del Sacerdote conferisce al cristiano malato in pericolo di vita la salute dell’anima, e, se è utile spiritualmente, anche la salute del corpo.
Come per gli altri Sacramenti, dopo aver esposto brevemente gli errori, parleremo della:

1 - ISTITUZIONE,

2 - GLI ELEMENTI COSTITUTIVI,

3 - GLI EFFETTI.

Errori

I VALDESI, i seguaci di WICLEFF e di Huss pur non togliendolo dal numero dei Sacramenti gli diedero poca importanza.
LUTERO negando la lettera di S. Giacomo negò pure che la Unzione degli Infermi sia un Sacramento, e la disse solo simile ai Sacramenti e che non si doveva amministrare ai moribondi.
CALVINO dice che da principio fu uno dei carismi, ma che oggi non è più utile e che anzi è una ipocrisia da istrioni.
I PROTESTANTI MODERNI quasi tutti, eccetto alcuni ANGLICANI che la considerano un Sacramento, la intendono come un Carisma per sanare i mali del corpo, che nei primi secoli era dato a molti.
I PROTESTANTI LIBERALI E I MODERNISTI la dicono una evoluzione dei riti Giudaici, i quali si servivano dell’olio per medicare le ferite.

CAPITOLO PRIMO
ISTITUZIONE

TESI - Il Sacramento degli infermi un vero sacramento istituito da Gesù Cristo e promulgato da S. Giacomo.

E’ DI FEDE

dal Conc. di Trento (D. B. 926): «Se alcuno dirà che l’Estrema Unzione non è veramente e propriamente un Sacramento istituito da Cristo nostro Signore e promulgato dal B. Giacomo Apostolo, ma solo un rito accettato dai Padri o una finzione umana, sia scomunicato».
PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Già S. Marco accenna qualche cosa dicendo che gli Apostoli, mandati da Gesù fra il popolo d’Israele «uscendo predicavano che facessero penitenza; e scacciavano molti demoni e ungevano con l’olio molti malati e li sanavano» (Mc. 6, 12-13).
Più esplicitamente S. Giacomo promulga quanto Gesù aveva istituito: «È infermo qualcuno fra Voi? induca i preti della Chiesa che preghino sopra di lui, ungendolo con l’olio nel nome del Signore: e l’orazione della fede salverà l’infermo e il Signore lo allevierà, e se sarà nei peccati gli saranno rimessi». (Gc. 5, 14-15).
Queste parole indicano il segno sensibile del Sacramento:
l’orazione e l’unzione. Esso produrrà la grazia: «Gli saranno rimessi i peccati» e porterà anche sollievo al corpo.
Questa efficacia non poteva venir data dall’Apostolo, per cui il suo comando di chiamare il Sacerdote per la Unzione degli Infermi, presuppone necessariamente la istituzione fatta da Gesù.

B) - DALLA TRADIZIONE. Nei primi secoli ci sono poche attestazioni ma ben si spiegano sia con la disciplina dell’arcano e perchè c’era occasione poche volte di parlarne, mentre urgevano punti della dottrina cattolica contrastanti dagli eretici. Però anche queste attestazioni sono sufficienti per dirci quale era la credenza nei primi secoli su questo argomento.
Nei primi tre secoli S. Afraate Siro parla dell’uso dell’olio per gli infermi come di un Sacramento penitenziale. Eusebio di Cesarea dice che «gli unti con quell’unzione non saranno ancora soggetti alla morte, ma partecipi della immortalità e della vita eterna».
Origene (Hom. 2 in Lev. 4) enumerando i modi di rimettere i peccati ricorda pure la richiesta della medicina spirituale, in cui «si adempie anche quello che S. Giacomo dice: È infermo qualcuno fra voi? Ecc.”.
Dal IV secolo le attestazioni si fanno più esplicite.
Già S. Giovanni Crisostomo (De Sac. 1, 3, 6) rivendica ai Sacerdoti il potere di rimettere i peccati citando la parole di Gesù in cui dà il potere di rimettere e di sciogliere; poi conclude: «Non soltanto quando ci rigenerano ma anche dopo la rigenerazione possono condonare i peccati commessi. Poichè: è l’infermo, ecc.» e qui riporta il testo di S. Giacomo.
Ciò ci fa vedere come egli parla di un Sacramento distinto dalla Penitenza.
Ma chiaramente ha portato nuova conferma la scoperta fatta non molti anni fa dell’«Eucologio di S. Serapione» contenente una orazione usata nel dare l’Olio Santo. In essa è ricordato non solo che porta sollievo al corpo, ma ancora é «rimedio contro i demoni, è buona grazia, remissione dei peccati.., salute e integrità dell’anima».
Anche prima che si conoscesse questo documento, se ne conosceva un altro veramente decisivo al principio del secolo V. Il Papa Innocenzo I interrogato dal Vescovo Decenzio di Gubbio, risponde come di una cosa comunemente ammessa che non si doveva amministrare ai penitenti non ancora assolti, poichè è un Sacramento, che la sua materia era l’olio benedetto, ministro il Vescovo (cui competeva benedire l’olio) o il Sacerdote, soggetto il cristiano infermo.
Da questo momento la Tradizione si manifesta sempre più largamente nelle parole dei Padri, come nei libri liturgici e nella parola di vari Concili.

CAPITOLO SECONDO
GLI ELEMENTI COSTITUTIVI DELLA UNZIONE DEGLI INFERMI

MATERIA REMOTA di questo Sacramento è L’OLIO DI OLIVA BENEDETTO DAL VESCOVO.
È già determinato nella Scrittura: «UNGENDO CON L’OLIO».
il Conc. di Firenze precisa che «la materia è l’olio di oliva». Il Conc. di Trento (D. B. 700, e 908) e il Codice di Diritto Canonico (can. 937) dichiarano che deve essere benedetto dal Vescovo. Ciò viene fatto nela funzione del Giovedì Santo. Un semplice sacerdote non può benedirlo se non per delega del Romano Pontefice.
La benedizione deve essere quella speciale in ordine alla Unzione degli Infermi e non è lecito usare l’olio degli anni precedenti. Usando, in caso di necessità l’olio dei Catecumeni o il Sacro Crisma, si ha materia dubbia.

MATERIA PROSSIMA è l’unzione che si fa con l’olio benedetto.
Secondo la disciplina vigente della Chiesa latina si fa ungendo in forma di croce gli occhi, le orecchie, le narici, la bocca, le mani, e i piedi. In caso di estrema urgenza si unge con un segno di croce sulla fronte.

LA FORMA, sono le parole che il sacerdote pronunzia ungendo i vari sensi e cioè: «Per questa santa unzione e la sua pietosissima misericordia, ti perdoni il Signore tutto quanto hai peccato con la vista, con l’udito, ecc.”.

IL MINISTRO è ogni e solo il Sacerdote. Così ha definito il Conc. di Trento (D. B. 929). Ministro ordinario e cioè fuori del caso di necessità, è il Parroco cui incombe il dovere di amministrarlo da sè o per mezzo di altro sacerdote, alle anime a lui affidate.
Il Rito Latino stabilisce che il Sacramento venga amministrato da un Sacerdote. Sarebbe valido però anche amministrato contemporaneamente da più sacerdoti come si usa in alcune Chiese Orientali.
Le parole dell’Apostolo: «Chiami i Sacerdoti» non devono essere interpretate come una necessità di avere più Sacerdoti, ma sono dette come si direbbe: Chi è malato ricorra ai medici.

CAPITOLO TERZO
GLI EFFETTI DELLA UNZIONE AGLI INFERMI

LA GRAZIA SANTIFICANTE. Come abbiamo detto parlando dei Sacramenti in genere, essendo questo un Sacramento dei vivi, aumenta la grazia santificante. Deve essere ricevuto in grazia di Dio, altrimenti si commette sacrilegio. Però come intenzione secondaria (Intenzione secondaria e non semplicemente per accidens come per altri Sacramenti. Questa intenzione è espressa nelle parole di S. Giacomo: «e se è nei peccati, gli saranno rimessi». Il Concilio di Trento condanna chi nega che l’Estrema Unzione rimette i peccati (D. B. 927) e afferma che se ci sono dei delitti da espiare li asterge (D. B. 909). Chiamandoli delitti mostra che non si tratta solo di peccati veniali) può divenire un Sacramento dei morti, CANCELLANDO IL PECCATO MORTALE in chi non avesse la possibilità di confessarli. È comunemente ammesso. Così in un ammalato privo della conoscenza e che abitualmente abbia l’attrizione, cancella i peccati mortali. In questo caso è più utile del Sacramento della Penitenza, data la natura di questo Sacramento che di per sé richiederebbe l’accusa dei peccati.
CANCELLA I PECCATI VENIALI purchè non vi si opponga ostacolo.
RIMETTE LA PENA TEMPORALE rimasta dai peccati passati confessati; anche in questo caso in parte più o meno larga, secondo le disposizioni di chi lo riceve.
DA’ LA GRAZIA SACRAMENTALE, che secondo l’indole di questo Sacramento è quasi un complemento di tutta la cura spirituale dell’anima per prepararla alla partecipazione della gloria.
I Teologi dicono che dà una GRAZIA CONFORTANTE in quanto libera da quella tristezza ed ansietà che spesso accompagnano la malattia grave, e impediscono di attendere alle cose dell’anima che così resta alleviata e confortata, e portata alla fiducia nella divina misericordia.
TALVOLTA RIDONA LA SALUTE DEL CORPO E SEMPRE GLI DÀ SOLLIEVO. Il Conc. di Firenze e di Trento affermano che dà questa sanità in quanto è conveniente per la salute dell’anima: «Solo a questa condizione si può avere la guarigione ed è logico e sapiente che sia così, poichè ogni Sacramento è istituito per il bene, e non per il danno delle anime».
Inoltre la Unzione degli Infermi non dà la sanità del corpo in modo miracoloso, ma aiutando e sollevando le forze naturali. Per questo deve essere ricevuto in tempo opportuno. Infatti FRA LE CONDIZIONI PER RICEVERLO oltre il Battesimo, l’uso di ragione, e, ordinariamente lo stato di grazia, non vi è che l’ammalato sia in stato così grave da essere sicura o quasi la morte, ma basta che sia «infermo pericolosamente», come spiega il Conc. di Trento. Queste parole non escludono la speranza e la possibilità della guarigione.
Per poter amministrare l’Olio Santo è necessario che il pericolo di vita sia intrinseco, cioè nella persona stessa per malattia o per ferite, e non estrinseco, come per chi si recasse in battaglia o fosse condannato a morte.

PARTE SETTIMA
IL SACRAMENTO DELL’ORDINE

Col sacrificio è intimamente connesso il Sacerdozio e Gesù istituì questo, come Sacramento. Si chiama: SACRAMENTO DELL’ORDINE o Ordine Sacro.
ORDINE in genere significa disposizione di cose superiori e inferiori connesse fra loro. Opportunamente perciò questa parola è stata usata per indicare il Sacerdozio che nella Sacra Gerarchia, divisa in diversi gradi è ordinario a consacrare l’Eucaristia, il Cristo fisico, per far vivere in essa tutto il Corpo Mistico, quasi ordinamento di tutte le membra al Capo.
ORDINE SACRO perciò è il Sacramento istituito da Gesù Cristo nel quale viene data la potestà di consacrare l’Eucaristia e di esercitare gli altri poteri affidati alla Chiesa.
Gesù, vivente in mezzo a noi nell’Eucaristia, ha voluto rimanere pure coll’esercizio del suo potere Sacerdotale. Egli, Principale e Sommo Sacerdote coll’ordine Sacro rende partecipi i suoi ministri del suo stesso Sacerdozio.

Errori

I PROTESTANTI, eccetto i RITUALISTI negano il Sacramento dell’Ordine.
I VECCHI PROTESTANTI dicevano che tutti i cristiani sono Sacerdoti e solo per ragioni di convenienza pacifica ne venivano scelti alcuni e colla imposizione delle mani, venivano incaricati di assolvere gli uffici ecclesiastici.
I PRESBITERIANI E I BATTISTI moderni negano la distinzione fra Vescovi e Preti, affidando a questi ultimi il compito della predicazione e di reggere le Chiese, però senza nessun carattere sacerdotale.
GLI ANGLICANI affermano che l’ordinazione può essere fatta validamente solo dai Vescovi, ma negano che essa conferisca qualsiasi grazia.
I LIBERALI E I MODERNISTI dicono che la Gerarchia è stata istituita non da Gesù, ma dalla Chiesa, la quale fra gli anziani ha scelto uno che diriga tutti, il Vescovo.
Risponderemo a questi errori nella trattazione, dividendola in:

1 - ISTITUZIONE DEL SACRAMENTO DELL’ORDINE;

2 - GLI ELEMENTI COSTITUTIVI;

3 - GLI EFFETTI.

CAPITOLO PRIMO
L’ISTITUZIONE DIVINA DELL’ORDINE

L’Ordine Sacro è un vero e proprio Sacramento istituito da Gesù Cristo.

E DI FEDE

dal Conc. di Trento (D. B. 961): «Se alcuno dirà che l’Ordine ossia la sacra Ordinazione non è veramente e propriamente un Sacramento ma una finzione umana... o soltanto un rito per eleggere i ministri della parola di Dio e dei Sacramenti sia scomunicato».

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Gesù nei tre anni di vita apostolica aveva scelto i Dodici e portandoli con sè li aveva ammaestrati e preparati per essere suoi continuatori, Sacerdoti della «Nuova Legge», «...Calice del nuovo Testamento» (Lc. 22,30; 1 Cor. 11,25). Era compiuto il tempo dei Sacrifici figurativi e con essi il Sacerdozio di Aronne. Gesù istituisce il Sacerdozio per il nuovo Sacrificio. Infatti, celebrandolo Egli per la prima volta, dà agli Apostoli il comando di ripeterlo nei secoli: «Fate questo in memoria di me» (Lc. 22,19); 1 Cor. 11, 24-25). Insieme alla potestà di OFFRIRE IL SACRIFICIO, Gesù dà loro il potere di RIMETTERE I PECCATI: «Ricevete lo Spirito Santo, a chi rimetterete i peccati saranno rimessi...» (Gv. 20,22) e il POTERE DI AMMAESTRARE tutte le genti e di SANTIFICARLE coi Sacramenti, nell’osservanza dei suoi Comandamenti. Gesù li fa così partecipi del suo potere: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque, ammaestrate tutte le genti battezzandole... insegnando loro a osservare tutte le cose che vi ho comandato» (Mt. 28, 18-19).
S. Paolo chiaramente parla di «Ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio» (i Cor. 4, 1); e ancora «Ci ha fatto Ministri idonei del Nuovo Testamento»; «Ha posto in noi il ministero di riconciliazione.., facciamo funzione di legazione nelle veci di Cristo» (2 Cor. 5, 18-20).
Gli Apostoli eseguono il comando di Gesù, trasmettendo il Sacramento col segno visibile della imposizione delle mani, più volte ricordato a coloro che essi hanno consacrato Vescovi, Sacerdoti o Diaconi. E col segno è ricordata la grazia da esso prodotta.
In molti passi degli Atti e delle Lettere di S. Paolo si trovano simili frasi, di cui ne riportiamo una: «Non trascurare la grazia che è in te che ti è stata data... con l’imposizione delle mani del presbiterato. Ti ammonisco perchè tu risusciti la grazia di Dio che è in te per la imposizione delle mie mani» (1 Tim. 4, 14; 2 Tim. 1, 6-7).

B) - DALLA TRADIZIONE. Sempre i Padri distinguono l’ordine sacerdotale dai laici. La «Didaché» (14-15) parla di Vescovi e di Diaconi dedicati al ministero dell’insegnamento.
S. Clemente Romano (1 Cor. 1, 5) dice che solo i Vescovi e i Sacerdoti possono offrire il Sacrificio e che si deve loro onore e obbedienza, perché costituiti tali dagli Apostoli e questi da Gesù e Gesù da Dio.
S. Ignazio (ad Magnes. 4, 1) dice: «Il ministero di Gesù Cristo è affidato... al Vescovo, che presiede in luogo di Dio, ai preti in luogo del senato apostolico, e ai diaconi».
Dal IV sec. in poi i Padri insistono sulla grazia che viene conferita nel Sacerdozio: S. Gregorio di Nissa (Orat. in Bapt. Ch.) dice che per questa grazia della consacrazione il Sacerdote è segregato dalla comunità del popolo.
S. Innocenzo I (Ep. 24) dichiara che nell’ordinazione viene data la pienezza dello Spirito Santo.
Abbiamo veduto altre affermazioni dei Padri riguardo ai Sacerdoti spiegando gli altri Sacramenti, specialmente la Penitenza e l’Eucaristia.

I gradi dell’Ordine

Il Sacramento dell’Ordine viene conferito per gradi, che nella Chiesa latina sono sette. Si dividono così in Ordini minori e Ordini maggiori.
ORDINI MINORI sono quattro:

1) OSTIARIATO che dà il potere di aprire e chiudere le porte della Chiesa, per significare che l’Ostiario deve tenere lontani da essa gli infedeli;

2) LETTORATO che dà il potere di leggere in Chiesa le lezioni sacre;

3) ESORCISTATO che dà il potere di scacciare i demoni;

4) ACCOLITATO che dà il potere di servire la Messa.

Comunemente è ammesso che questi Ordini sono come una divisione del Diaconato.
C’è discussione fra i Teologi se questi Ordini minori, come pure il Suddiaconato (che nella Chiesa Greca è fra gli Ordini minori) conferiscono la grazia Sacramentale dell’Ordine. Alcuni lo negano, considerandoli come un rito istituito dalla Chiesa in preparazione all’Ordine; altri come S. Tomaso lo affermano giudicandoli di istituzione divina nella loro sorgente, cioè nel Diaconato e secondo costoro, cui ci piace aderire, Cristo ha dato alla Chiesa il potere di suddividere il Diaconato in vari Ordini minori e perciò anche questi conferiscono la grazia.
Sembra che questa sentenza risponda meglio alle dichiarazioni del Conc. di Firenze e di Trento che li chiamiamo Ordini che producono «effetti di grazia, perchè uno sia idoneo ministro».
ORDINI MAGGIORI sono tre:

1) SUDDIACONATO che avvicina ancora di più al Sacrificio Eucaristico servendo il Sacerdote nella Messa solenne. Con esso, nella Chiesa latina, viene assunto l’impegno di perfetta e perpetua castità e l’obbligo della recita dell’Ufficio divino.

2) DIACONATO. Con esso viene data la potestà per la predicazione, e come ministro straordinario, per il Battesimo e la distribuzione della SS. Eucaristia.

Il Diaconato Sacramento.

È CERTO

Il Conc. di Trento (D. B. 964) definisce che «per la sacra Ordinazione viene dato lo Spirito Santo e che perciò i Vescovi non dicono inutilmente «Ricevi lo Spirito Santo». Queste parole si trovano anche nell’Ordinazione dei Diaconi.

LA SCRITTURA in più punti parla della consacrazione dei Diaconi, cui venivano imposte le mani, e veniva dato il compito di battezzare e predicare (Cfr. Atti 6,1-7; Fu. 1,1; Tim. 3,8).
Così pure i PADRI li ricordano tra i ministri e ricordano principalmente l’ufficio dell’amministrazione dell’Eucaristia.

3) IL SACERDOZIO che comprende i semplici PRETI col potere di consacrare l’Eucaristia, di assolvere e predicare, quando ne abbiano la debita giurisdizione e i VESCOVI che hanno la pienezza del Sacerdozio col potere di trasmetterlo, quindi il potere di ordinare e di confermare, oltre che di consacrare e assolvere.

E’ DI FEDE (Conc. di Trento D. B. 966) che

Cristo ha istituito il Sacerdozio diviso nei tre gradi: Episcopato, Presbiterato, Diaconato.

È anche di FEDE che
l’Episcopato e il Presbiterato sono Sacramento e che i Vescovi sono superiori ai Preti.
«Se alcuno dirà che nella Chiesa Cattolica non c’è gerarchia istituita per ordinazione divina, che consta di Vescovi, Preti e Ministri, sia scomunicato» (Conc. di Trento D. B. 966).
Se alcuno dirà che i Vescovi non sono superiori ai Preti, o che non hanno il potere di confermare e di ordinare, o che quello che hanno è comune coi preti... sia scomunicato» (Ivi, D. B. 967).
C’è controversia fra i Teologi se il carattere episcopale abbia solo le caratteristiche di questo grado (potere di ordinare e di confermare) oppure se comprenda pure la semplice potestà presbiterale (potere di consacrare e assolvere) in modo che se uno non ancora Prete, venisse consacrato Vescovo, resti con questa unica ordinazione, consacrato Prete o Vescovo.
Alcuni lo concedono; i più invece lo negano, per cui questi sarebbe consacrato Vescovo invalidamente e portano come ragioni la pratica della Chiesa che non permette che uno sia consacrato Vescovo prima che Prete.
La Chiesa non ha voluto dirimere la controversia.

CAPITOLO SECONDO
GLI ELEMENTI COSTITUTIVI DELL’ORDINE

LA MATERIA dell’Ordine Sacro è la IMPOSIZIONE DELLE MANI.
Pio XII in un fondamentale documento, la Costituzione «Sacramentum Ordinis» (30 Nov. 1947) per risolvere le difficoltà sorte fra i Teologi che dicevano materia anche la consegna degli strumenti relativi a ciascun Ordine, dichiara, (senza smentire ciò che che si era fatto in passato nella Chiesa latina), quale sia la materia e la forma «almeno in avvenire».
Con la sua autorità apostolica determina che «Materia unica dei sacri Ordini del Diaconato, del Presbiterato e dell’Episcopato, è l’imposizione delle mani».
Precisa pure che nel Presbiterato, imponendosi le mani più volte, la materia è nella prima imposizione che viene fatta in silenzio.

LA FORMA. La stessa Costituzione determina la forma che per il DIACONATO è la seguente: «Manda in lui, ti preghiamo, o Signore, lo Spirito Santo, col quale sia irrobustito col dono della tua grazia settiforme nell’eseguire fedelmente l’opera del tuo ministero». Per il PRESBITERATO: «Dà, ti preghiamo, Padre Onnipotente in questo tuo servo la dignità del Presbiterato, rinnova nelle sue viscere lo spirito di santità, affinchè accetto a te o Dio, ottenga il dono di merito favorevole, e insinui la castigatezza dei costumi coll’esempio del suo modo di vivere».
- Per L’EPISCOPATO: «Compi nel tuo Sacerdote la somma del tuo ministero e fornito cogli ornamenti di tutta la glorificazione santificalo con la rugiada del celeste unguento».
Da tutti i documenti risulta che costantemente nella Chiesa l’Ordinazione veniva conferita con l’imposizione delle mani insieme ad una orazione. La consegna degli strumenti fu aggiunta più tardi dalla Chiesa per l’autorità ricevuta da Gesù Cristo, per il rito latino, ed oggi come abbiamo visto è stata di nuovo dichiarata non necessaria per la validità. (Nella Scrittura troviamo indicato questo segno sensibile: Gli Atti (14, 23) parlano di una Ordinazione presbiterale fatta da Paolo e Barnaba: «Avendoli costituiti (il verbo greco include la parola: colle mani) preti per le singole Chiese e avendo pregato». Per la Ordinazione Episcopale vedi 1 Tim. 1-, 14 2 Tim. 1,; 6).

IL MINISTRO: Ministro ordinario del Sacramento dell’Ordine è solo il Vescovo.

E’ DI FEDE

dal Conc. di Firenze (Decreto agli Armeni): «Ministro ordinario di questo Sacramento è il Vescovo»; e dal Conc. di Trento (D. B. 9673): «Se alcuno dirà che i Vescovi non hanno la potestà di confermare e ordinare, o che quella che hanno è loro comune coi Preti.., sia scomunicato». Così pure afferma il Can. 951.
Nella Scrittura abbiamo visto che tanto i Diaconi che i Preti, come i Vescovi venivano ordinati dagli Apostoli.
Così i Padri quando parlano di ordinazione indicano sempre i Vescovi. Per tutti basti citare S. Girolamo, il quale, pur esaltando in pieno il potere dei semplici Preti, nota questa differenza: «Che cosa fa il Vescovo che non faccia pure il Prete, eccetto la Ordinazione?” (Ep. 146, in Ev).
Il Vescovo, dunque ha la potestà di ordinare i Ministri inferiori, i Preti e altri Vescovi. Per la liceità (non la validità) di consacrare questi ultimi gli è però necessaria la facoltà della S. Sede, perchè è il Papa che nomina i, Vescovi.

Nemmeno per delega del Sommo Pontefice i Preti possono essere Ministri straordinari dell’Episcopato e del Presbiterato.

E’ DOTTRINA COMUNE

Possono invece, con tale delega, essere Ministri straordinari del Suddiaconato e degli Ordini Minori.

Alcuni Canonisti e Teologi credettero che tale facoltà potesse essere data anche per il DIACONATO richiamandosi alla Bolla «Exposcit» (1489) in cui Innocenzo VIII avrebbe dato tale potere all’Abate generale dei Cistercensi.
Oggi però è quasi certa la non autenticità di quella Bolla, sia perchè l’originale non si trova negli Archivi Vaticani nè in quelli Cistercensi, sia perchè in quell’epoca si verificarono molte falsificazioni di documenti, come anche perchè il frasario riportato non corrisponderebbe a quanto era in uso in quei tempi. La questione non è risolta definitivamente, ma però sta il fatto che la Chiesa oggi non concede tale potere, e allo stesso Abate generale Leone XIII diede la facoltà di conferire gli Ordini Minori e la Tonsura. Così è concesso dal Codice di Diritto Canonico ad altri Abati e ai Cardinali, che non siano Vescovi (Can 239, n. 22 e 964, n. 1).
Una difficoltà per il PRESBITERATO viene portata dalla Bolla «Sacrae Religionis» di Bonifacio IX (1400) in cui era detto che all’Abate dei Canonici di S. Osita a Londra era concesso «di conferire» persino il Presbiterato ai propri sudditi.
Se fosse dato a queste parole il senso che l’Abate potesse conferire personalmente il Sacro Ordine, si andrebbe contro la dottrina comune e perciò i Teologi lo intesero come la facoltà di far ordinare per mezzo di un Vescovo con decisione dell’Abate, senza che più fosse necessaria l’autorizzazione del Vescovo di Londra, cui, fino a quel tempo, spettava ogni decisione. A prova di questa interpretazione sta il fatto che il Vescovo Roberto di Londra faceva ricorso al S. Padre, che con la Bolla «Apostolicae Sedis» (1403) revocava il privilegio concesso. Ora non avrebbe avuto ragione di ricorrere come se vi fosse usurpazione dei suoi poteri, se l’Abate personalmente avesse ordinato i suoi sudditi ma invece il Vescovo ricorre perché i Canonici venivano ordinati da altri Vescovi. Infatti dalla storia del monastero di S. Osita non risulta che mai nessun Sacerdote fosse ordinato dall’Abate nemmeno nei tre anni in cui fu in vigore la Bolla. Dunque quelle parole indicavano che l’Abate aveva il potere non di consacrare i Sacerdoti, ma solo di decidere perchè fossero consacrati da qualsiasi Vescovo, senza bisogno di interpellare il Vescovo di Londra.

CAPITOLO TERZO
EFFETTI DEL SACRAMENTO DELL’ORDINE

ACCRESCE LA GRAZIA SANTIFICANTE, essendo Sacramento dei vivi e la dà in modo abbondante relativamente all’altissima dignità del Sacerdozio.
Di questa grazia oltre il Conc. di Trento ne parlano i vari passi scritturali che abbiamo riportato «grazia... per l’imposizione delle mani» (2 Tim. 1,6; 1 Tim. 4,14).
Così pure le parole della forma nel Pontificale, esprimono lo stesso concetto: «dono della grazia... spirito di santità... ornamenti di tutta la glorificazione santificato...».
Questa grazia è abbondante in relazione dei doni e dei doveri del Sacerdote.
DA’ LA GRAZIA SACRAMENTALE col diritto alle grazie attuali per poter compiere degnamente i gravi obblighi inerenti al suo grado.
IMPRIME IL CARATTERE di Ministro di Dio. Secondo la comune sentenza questo carattere è la stessa potestà dell’Ordine che viene impressa nell’anima in forma indelebile.
Esso è la partecipazione al Sacerdozio di Cristo e per il carattere il Sacerdote riceve la potestà sul Corpo fisico e sul Corpo mistico di Cristo.
Sul Corpo fisico potendo offrire, consacrare, amministrare il Corpo e il Sangue di Nostro Signore.
Sul Corpo mistico col potere di santificare le membra, incorporandole al Capo divino Gesù Cristo, e prepararle a ricevere la divina Eucaristia.
Il carattere, mentre, come abbiamo visto, c’è controversia se sia impresso nel Suddiaconato e negli Ordini minori, viene certamente impresso nel Diaconato, Presbiterato ed Episcopato, essendo questi tre gradi certamente Sacramento, anzi per gli ultimi due è di fede.
L’Episcopato quantunque sia distinto dal Presbiterato, di solito non viene considerato come un Ordine distinto dal Presbiterato, ma piuttosto come una sua estensione e completamento.
Alcuni però, come il Bellarmino e il Maldonato li considerano come due Ordini distinti.

PARTE OTTAVA
IL MATRIMONIO

Il Matrimonio è il Sacramento istituito da Gesù Cristo per la propagazione del genere umano.
Prima di essere stato elevato alla dignità di Sacramento per i Cristiani, esisteva già come contratto indissolubile istituito da Dio fino dal principio del genere umano.
Ne tratteremo dividendolo in:

1- LA ISTITUZIONE;

2 - GLI ELEMENTI COSTITUTIVI;

3 - I FINI E LE PROPRIETA’ E GLI EFFETTI.

Come di solito cominceremo con l’esaminare gli

Errori

LUTERO, gli ANABATTISTI e i MORMONI scusano o difendono la poligamia. Il primo ammette pure il divorzio quando vi sono delle ragioni che egli enumera in sei casi.
I GRECI SCISMATICI ammettono il divorzio quando vi sia stato adulterio.
I MONTANISTI, i MANICHEI e gli ALBIGESI negarono l’onestà del Matrimonio e alcuni lo dissero perfino istituito dal diavolo.
I PROTESTANTI e i MODERNISTI negarono che sia un Sacramento.
I GALLICANI e i REGALISTI riponevano l’essenza del Matrimonio nel contratto naturale, cui veniva aggiunto come un ordinamento esteriore il Sacramento mediante la benedizione del Sacerdote. Perciò riservavano all’autorità civile dei principi come competente nelle cause semplicemente naturali, il potere di stabilire gli impedimenti e di trattare le cause matrimoniali.

CAPITOLO PRIMO
L’ISTITUZIONE DEL MATRIMONIO

TESI - Il Matrimonio tra battezzati è un vero e proprio Sacramento: quindi fra i cristiani non può esserci un valido contratto matrimoniale, senza che vi sia al tempo stesso Sacramento.

E’ DI FEDE

la prima parte.

E’ PROSSIMA ALLA FEDE

la seconda parte della tesi.
Il Conc. di Trento (D. B. 971) dice: «Se alcuno dirà che il Matrimonio non è veramente e propriamente uno dei sette Sacramenti della legge Evangelica, istituito da Cristo Signore, ma trovato dagli uomini nella Chiesa, e che non conferisce la grazia, sia scomunicato».
Lo stesso pensiero è dato dal Conc. Laterano II, dal Decreto agli Armeni, da Innocenzo II e nella condanna dei Modernisti
Che la seconda parte è prossima alla fede è stato dichiarato dalla S. Rota (cfr. Acta Apostolicae Sedis 1919, 933) che si richiama a vari documenti ecclesiastici fra cui il Codice di Diritto Canonico, can. 1012. Successivamente ciò viene riconfermato dall’Enc. «Casti connubii» di Pio XI (1930).

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. S. Paolo in un celebre passo confronta l’unione dell’uomo e della donna all’unione di Cristo con la Chiesa: «Uomini, amate le vostre spose come anche Cristo amò la Chiesa... Lascerà l’uomo suo padre e sua madre e si unirà alla sua sposa e saranno due in una carne sola. Questo Sacramento è grande e io lo dico in Cristo e nella Chiesa» (Ef. 5, 25-32).
La parola «Sacramento» con cui traduciamo dal latino, ha come corrispondente nel testo greco la parola «mistero». Per questo alcuni Teologi non riconoscono al testo in se stesso una piena e chiara dimostrazione. Tutti però ammettono che almeno adombra e insinua l’istituzione del Sacramento. D’altra parte anche dicendolo mistero, il significato sostanziale della parola Sacramento non cambia. Ogni Sacramento è cosa misteriosa e divina, che attraverso segni sensibili produce la grazia. La unione dei coniugi, che S. Paolo ci ricorda come istituita da Dio, come contratto indissolubile fino dal principio della umanità, da Gesù Cristo è santificata ed innalzata a somiglianza dell’amore che Egli ha per la sua Chiesa. E quindi «mistero grande in Cristo e nella Chiesa» come non era nell’Antico Testamento, perché Gesù l’ha adornata della grazia.
Ogni suo seguace perciò ricevendo il Matrimonio non contrae un semplice contratto, ma per il fatto stesso del contratto viene a ricevere la grazia che è data dal Sacramento.

B) - DAI PADRI - Che dalle parole di S. Paolo si riveli la istituzione del Sacramento si vede ancor meglio se si considera l’interpretazione che ad esse hanno dato i Padri.
Origene (in Mat. 14, 16) ad esempio dice: «Poiché l’autore dell’unione è Dio perciò vi è la grazia in coloro che sono stati congiunti da Dio... Paolo non ignorando questo afferma che il Matrimonio conforme al Verbo di Dio è grazia».
Anche gli altri Padri, commentando o no queste parole, affermano che il Matrimonio è un Sacramento istituito da Gesù Cristo.
S. Ignazio (Ad. Polycarp. 2,2) dice «che le nozze siano secondo il Signore».
S. Ambrogio (Ep. 42, 3) dice: «E noi non neghiamo che il Matrimonio sia stato santificato da Gesù Cristo».
S. Agostino (De nuptiis et concup. 1, 10) raccomanda ai coniugati «il Sacramento delle nozze» attribuendo il Sacramento alla indissolubilità; ma altrove precisa meglio il suo pensiero dicendo che «il bene delle nozze.., è ancora nella santità del Sacramento» (De bono coniugali 24, 31).

IL TEMPO DELLA ISTITUZIONE. Alcuni credono che sia stato istituito alla nozze di Cana; altri quando Gesù abroga la legge del ripudio permessa da Mosè e altri infine dicono che Gesù lo abbia istituito dopo la RESURREZIONE nei suoi colloqui con gli Apostoli.
Non essendo dichiarato specificatamente, ciascuno può seguire la sentenza che crede meglio.

CAPITOLO SECONDO
IL RITO DEL MATRIMONIO

MATERIA del Sacramento del Matrimonio è la mutua consegna dei coniugi del diritto dell’uno verso l’altro in ciò che riguarda la procreazione (ius in corpus).
FORMA è l’accettazione dello stesso diritto manifestata con parole o con segni.
MINISTRI sono gli stessi contraenti che vicendevolmente si amministrano e ricevono il Sacramento.
Essendo un Sacramento, tutto ciò che riguarda il Matrimonio resta sotto l’autorità della Chiesa, la quale ne stabilisce la modalità per la celebrazione, gli impedimenti ecc. La parte della autorità civile resta limitata solo a ciò che riguarda i semplici effetti, civili, cioè il bene temporale nel retto ordinamento della famiglia, come ad esempio deve curare che i genitori pensino al sostentamento dei figli, ecc.
La Chiesa ha stabilito che ordinariamente, per la validità, ci sia l’assistenza del Parroco o di un suo delegato, quantunque ministri siano i contraenti. Per questa ultima ragione però considera valida la celebrazione quando non potendosi avere il Sacerdote per lungo tempo, il matrimonio sia celebrato alla presenza dei soli testimoni.
Fra i NON BATTEZZATI il Matrimonio è valido come contratto indissolubile che Dio ha stabilito fino dal principio dell’umanità. Se si convertono, il loro Matrimonio diventa senz’altro Sacramento.
Se UNO SOLO DEI CONIUGI CRISTIANO, secondo molti Teologi, non riceve il Sacramento nemmeno questi, perchè considerando il contratto, di cui il Matrimonio segue la natura, come una cosa unica per tutte e due le parti, è contratto unico; quindi se non riceve il Sacramento l’uno, non lo riceve nemmeno l’altro.
A noi piace seguire col Palmieri, Lehmkul, ecc., la sentenza opposta, ossia che il coniuge cristiano riceve il Sacramento, perché anche nei contratti umani non è dato che tutte e due le parti ricevano gli stessi diritti con unico contratto. Infatti uno dà e l’altro riceve. Il Ministro di un Sacramento fa ciò che fa la Chiesa. Quindi la parte infedele può amministrare il Sacramento, mentre che non ha la capacità di riceverlo. La parte Cattolica ha invece questa capacità.
Questa sentenza ci pare più rispondente a quanto dice la Chiesa che cioè nei battezzati non si dà il Matrimonio che non sia al tempo stesso Sacramento.

CAPITOLO TERZO
I FINI DEL MATRIMONIO

Il Matrimonio ha un fine primario, e un fine secondario che è essenzialmente subordinato al primo.
Questi fini vengono descritti nel Can. 1013 del Codice di Diritto Canonico:
«Il fine primario del Matrimonio è la procreazione ed educazione della prole, secondario il mutuo aiuto e il rimedio alla concupiscenza».
Questi due fini si rilevano già dal Genesi, (128) quando parla della creazione dei nostri progenitori. In quel tempo Dio istituiva il Matrimonio quale contratto comandando loro: «Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra».
Così pure la donna viene data come aiuto dell’uomo: «Facciamogli un aiuto simile a lui» (Ivi 2,18). S. Paolo (1 Cor. 7,1-2; 5,2-9) commenta come questo aiuto si estende al rimedio per la concupiscenza.

LE PROPRIETÀ DEL MATRIMONIO

Da questi fini si vede come l’uomo è il capo, ma la donna non è la sua schiava, bensì la sua socia e compagna.

L’UNITA’ - Il Matrimonio è UNO, vale a dire che fino a che sono viventi due coniugi non possono essere sposati ad altri.
Sono contrari perciò alla legge naturale sia la POLIANDRIA (il matrimonio di una donna con più uomini), che la POLIGAMIA (il matrimonio di un uomo con più donne).
Quest’ultima fu permessa per concessione divina dal diluvio fino alla nuova Legge, dove Gesù espressamente l’abrogò, dicendo che: «Ognuno che rimanda la propria sposa e ne sposa un’altra commette adulterio» (cfr. Mt. 19,9 e Mc. 10,11; Lc. 16,18).
Il Conc. di Trento (D. B. 972) definisce: «Se uno dirà che è lecito ai Cristiani avere contemporaneamente più spose e che non è proibito da nessuna legge divina, sia scomunicato».

INDISSOLUBILITA’ - Il Matrimonio è indissolubile, cioè non può essere sciolto che per la morte di un coniuge. Così fu stabilito da Dio fino dal principio: «L’uomo non divida ciò che Dio ha congiunto» e lo stesso Adamo, per istinto dello Spirito Santo, come dice il Conc. di Trento (D. B. 96) lo affermò quando disse: «Ora questo è ossa delle mie ossa, carne della mia carne» (Gn. 2, 23).
Oltre che legge divina è pure legge di natura che Dio però dispensò nella legge mosaica per la «durezza di cuore» di quel popolo, (Mt. 19,3 s.).
Gesù la conferma nuovamente rispondendo ai Farisei che gli domandavano se uno può ripudiare la moglie: «Non avete letto che chi fece l’uomo, fino dal principio lo creò maschio e femmina? E disse: Per questo lascerà l’uomo il padre e la madre e si unirà alla sua sposa e saranno due in una, sola carne. Perciò non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non separi ciò che Dio ha congiunto. Gli dicono: Perchè Mosè allora comandò di dare il libello di ripudio e rimandare? Disse loro: Perchè Mosè vi permise di rimandare le vostre mogli per la durezza del vostro cuore. Ma in principio non fu così» (1. c).
Quindi «Chiunque rimanda sua moglie e ne sposa un’altra commette adulterio» (1. c.).
S. Paolo conferma questa dottrina: «A coloro che sono uniti in Matrimonio comando non io ma il Signore, che la moglie non parta dal marito. Che se si fosse allontanata rimanga senza sposarsi di nuovo o si riconcilii col suo sposo». Perchè «la moglie è legata al marito per tutto il tempo che questi vive». (1 Cor. 7, 10 s., cfr. Rom. 7, 2-3).
Il Conc. di Trento (D. B. 975-977) definisce che il Matrimonio non può essere sciolto.
Dunque è chiaro che il DIVORZIO, (che sarebbe lo scioglimento del Matrimonio per contrarre nuove nozze) è proibito esplicitamente dalla legge divina e naturale, e qualunque disposizione di leggi umane per renderlo valido è una legge iniqua e nulla. Il legislatore umano non ha nessuna autorità di stabilirlo, perchè ogni autorità viene da Dio e non può venire da Dio il potere di far leggi contrarie a quanto Dio ha comandato con la legge di natura, o positivamente con la sua parola.
Perciò ogni legge che stabilisca il DIVORZIO è assolutamente invalida e delittuosa e chi ne usufruisce commette gravissimo peccato, anzi tanti peccati quante volte usa di quei diritti che Dio non gli ha dato.
Anche la STESSA RAGIONE fa vedere le terribili conseguenze che derivano dal divorzio come i danni incalcolabili nella educazione della prole e nell’abbandono di essa per parte di almeno uno dei coniugi, la ingiustizia che subisce la parte più debole, la instabilità della famiglia e 1a difficoltà quasi insormontabile per ristabilire la famiglia in caso di ravvedimento.
Qualche caso pietoso non è sufficiente a giustificare perciò anche umanamente, la fermezza necessaria della prerogativa della indissolubilità, per il bene generale (Nemmeno il Papa ha il potere dl disciogliere il Matrimonio quando esso è rato o consumato, cioè celebrato e usato nei suoi doveri e diritti.
Può invece discioglierlo quando è soltanto rato, cioè celebrato e non consumato. C’è però un caso in cui il Papa può disciogliere il Matrimonio rato e consumato: nel caso di Privilegio paolino, detto così perché si basa sul passo di S. Paolo (1 Cor. 7, 12 s.) in cui il Matrimonio fra due infedeli può essere disciolto quando uno solo si converte.
Fuori di questo caso, è errata l’espressione che spesso si sente dire: «annullamento di Matrimonio».
La Chiesa ha il potere di rendere nullo un Matrimonio rato e consumato. Essa nelle sue sentenze non annulla, ma dichiara, se c’è, la «nullità», cosa ben diversa, e cioè dichiara che il Matrimonio in quel determinato caso, benché sembrasse valido e regolare, in realtà era solo apparente, perché non era mai esistito o per la mancanza del consenso, o per un impedimento o per qualche altro motivo. Lasciando ai moralisti il compito di insegnare i vari casi, ne esponiamo uno per capire. Supponiamo che provenienti da due orfanotrofi si sposino due che sono fratello e sorella e non sanno di essere tali. Dopo del tempo lo vengono a sapere. Sottoposto il caso all’autorità ecclesiastica, questa dichiara che il Matrimonio era nullo fin da principio per questo impedimento di parentela in primo grado).

GLI EFFETTI DEL MATRIMOMO

ACCRESCE LA GRAZIA SANTIFICANTE, essendo un Sacramento dei vivi. Perciò va amministrato e ricevuto essendo in grazia di Dio.
DÀ LA GRAZIA SACRAMENTALE per conseguire i fini propri del Sacramento. Conferisce perciò le grazie attuali per la procreazione e l’educazione cristiana della prole, per cui i genitori hanno una efficacia particolare nella formazione cristiana dei figli. Hanno l’aiuto per sopportare i pesi della famiglia. Questa grazia li aiuta anche per il fine secondario aiutandoli ad amarsi scambievolmente, cosa tanto fondamentale che «pervade tutti i doveri della vita coniugale e tiene nel Matrimonio cristiano un primato di nobiltà» (Pio XI Enc. Casti Connubii 1930).