SACRAMENTI

TRATTATO SESTO
DIO SANTIFICATORE PER MEZZO DELLA GRAZIA

I frutti della Redenzione, vengono applicati all’anima nostra per mezzo della grazia.
Dio ci dà il suo aiuto perchè possiamo divenire e rimanere suoi figli adottivi; colla grazia possiamo meritare la vita eterna; per la grazia siamo inclinati a compiere abitualmente atti buoni: le virtù; e siamo mossi dai Doni dello Spirito Santo.
Per questo dopo aver detto della GRAZIA IN GENERE E SUE DIVISIONI e degli ERRORI CONTRO LA GRAZIA, divideremo il trattato in quattro capitoli:

1 - LA GRAZIA ATTUALE.

2 - LA GRAZIA ABITUALE O SANTIFICANTE.

3 - LE VIRTU’ E I DONI DELLO SPIRITO SANTO.

4 - IL MERITO.

LA GRAZIA

GRAZIA in senso generale significa; benevolenza, favore, gratitudine o una cosa concessa gratuitamente. In senso stretto si definisce:

Dono soprannaturale concesso da Dio alla creatura intelligente in ordine alla vita eterna.

DONO SOPRANNATURALE: Cioè non dovuto perchè supera l’essenza, le facoltà, le esigenze della natura umana;

CONCESSO DA DIO: Dio è la causa efficiente della grazia ed Egli solo può comunicare ad altri la sua vita divina;

ALLA CREATURA INTELLETTUALE: per ricevere la grazia è necessaria la “potenza obbedienziale” (come vedremo prossimamente). Non può essere, perciò, data a una creatura irragionevole, ma solo a creature dotate di intelletto come gli Angeli e gli uomini.

IN ORDINE ALLA VITA ETERNA. La grazia, dono soprannaturale, è data in ordine al nostro fine soprannaturale e cioè la visione intuitiva di Dio nel cielo. Si dice perciò la grazia salutare perchè ordinata alla salvezza eterna.

Divisioni

La grazia si divide:

1) - Per ragione del DONO in: grazia increata, e cioè Dio stesso che si comunica alla creatura e grazia creata: il dono gratuito di Dio.

2) - per ragione della CAUSA in: grazia di Dio, indipendentemente dai meriti del Salvatore, come secondo i Tomisti, la grazia data agli Angeli e ad Adamo innocente; e grazia di Cristo cioè data per i meriti di Cristo Redentore.

3) - Per ragione del LUOGO: grazia della patria: la visione beatifica nel cielo; e grazia della via; quella data agli uomini durante il pellegrinaggio terreno.

4) - Per ragione del MODO: grazia esterna quella che tocca l’uomo esteriormente come un buon esempio, una predica ecc; grazia interna, quella che entra nell’anima ed aiuta le sue facoltà.

5) - Per ragione del FINE: grazia gratis data”: (prendiamo i termini latini usati dai Teologi) è quella data principalmente in utilità degli altri, come il dono dei miracoli, delle profezie, ecc. (Le grazie “gratis datae a che vengono enumerate da S. Paolo (1. Cor. 12, 8 s.) si riferiscono a tre modi:

1) la cognizione piena per la quale si richiede:

a) la fede, ossia la certezza del predicatore ferma nei principi di fede che manifesta con convinzione ed autorità;

b) il sermone della sapienza, cioè la cognizione delle conclusioni dedotte dai principi di fede; e

c) il sermone della scienza per spiegare le cose divine per mezzo della cognizione di cose umane); e grazia «gratum faciens» è quella data principalmente per il bene del soggetto, come la giustificazione, la santificazione che rendono l’anima «gradita”) a Dio.

2) - La potestà di operare miracoli come la grazia delle guarigioni, l’operare cose meravigliose, la profezia e il discernimento degli spiriti, cioè il poter conoscere le cose occulte dei cuori.

3) - L’esposizione conveniente, come la grazia delle lingue, cioè la facoltà di parlare altre lingue o essere inteso in lingua differente e l’interpretazione dei discorsi per spiegare il loro senso profondo.

6) - Per ragione degli EFFETTI: grazia abituale, qualità soprannaturale che permane nell’anima e grazia attuale, mozione soprannaturale che passa nell’anima. Ma su questa ultima divisione ci soffermeremo nei capitoli prossimi.

Errori

Anche qui gli errori avvengono per difetto o per eccesso:
cioè o si cade in un duplice NATURALISMO o si va a uno PSEUDOSOPRANNATURALISMO.
Ritroviamo molti nomi conosciuti e perciò rimandando a quanto già detto nei vari trattati, aggiungiamo il punto specifico del loro errore riguardo alla grazia.

A) NATURALISMO

Troviamo in questo errore:

I - I GIUDAIZZANTI, per i quali le opere della legge mosaica, quantunque naturali in sè, potevano meritare la grazia e la giustificazione. Pretendevano che i pagani, passando al Cristianesimo osservassero pure le leggi giudaiche. Furono condannati nel Concilio di Gerusalemme e da S. Paolo (Lettera Rom. Gal.).

2 - I PELAGIANI. Negata la trasmissione del peccato originale innalzavano tanto le opere naturali dell’uomo da considerarlo da solo artefice e arbitrio della sua sorte eterna. Colle sue opere, se voleva, poteva diventare impeccabile. Quindi niente necessità della grazia intrinseca. Ammettevano una grazia estrinseca (la dottrina, la legge, gli esempi di Gesù) però non necessaria. Se ammettevano una grazia intrinseca, la consideravano soltanto utile, per fare il bene più facilmente e anche questa non data gratuitamente, ma per i meriti dello stesso uomo. Essa toccava solo l’intelletto, ma non la volontà, chè, altrimenti, secondo loro, sarebbe stato distrutto il libero arbitrio.
In questo modo veniva distrutto tutto l’ordine soprannaturale.
Questa eresia fu strenuamente confutata da S. Agostino chiamato perciò “il Dottore della grazia”.
I Pelagiani furono condannati nei due Concili di Cartagine (412 e 418), e dal Concilio di Diospoli (415); di Milevi (416); nella Lettera di Innocenzo I e Zosimo (418) e dal Concilio di Efeso (431).

3 - I SEMIPELAGIANI fra cui principalmente Vitale di Cartagine, Cassiano e Gennadio di Marsilia e Fausto di Riez, mitigavano un po’ la teoria pelagiana. Pur riconoscendo l’esistenza del peccato originale e la debolezza della natura umana, negavano la necessità della grazia per l’inizio della fede e della salvezza. Bastavano per questo le forze della volontà umana. Dicevano che ognuno può perseverare come vuole nel bene e che la predestinazione e riprovazione dipendono dai meriti o demeriti dell’uomo.
Furono condannati dal Concilio di Orange II (529) che fu solennemente approvato da
Bonifacio II.

4 - I RAZIONALISTI, negando ogni soprannaturale e riducendo tutto all’ordine naturale per logica conseguenza negano la grazia. Furono condannati da Gregorio XVI, Pio IX, Leone XIII e dal Concilio Vaticano I.

5 - I SEMIRAZIONALISTI, I PROTESTANTI LIBERALI E I SOCINIANI,
pur ammettendo in qualche modo l’ordine soprannaturale, in ultima analisi lo portano all’ordine naturale dicendo che la giustificazione è una conversione naturale dell’uomo verso Dio. Furono condannati dal
Conc. Vaticano I

B) PSEUDOSOPRANNATURALISMO.

Vi appartengono:

1 - I PREDESTINATI. Secondo costoro avendo l’uomo perduta la libertà a causa del peccato originale, la predestinazione alla gloria o alla dannazione sarebbe indipendente dal merito e perciò Dio non vorrebbe la salvezza di tutti, ma solo dei predestinati. Le azioni di questi sarebbero sempre buone; le azioni degli altri cattive. Furono condannati dal Concilio di Arles e di Lione (475).
Le teorie furono riprese dagli Albigesi, dai Valdesi, e da Wicleff e Huss condannati dal Conc. di Costanza.
Questa teoria sostanzialmente passa nella
dottrina protestante.

vuti all’uomo, che tutte le opere degli infedeli sono peccato; che la giustificazione non consiste in un dono infuso, ma nella osservanza dei comandamenti.
Le proposizioni di Baio furono condannate da Pio V (79 prop. Bolla Ex omnibus afflictionibus» a 1567). Prima di morire Baio si sottomise.

2 - LUTERO. Considera l’uomo totalmente corrotto per il peccato originale; dice che i peccati non vengono imputati ai giusti ai quali per la fede o fiducia vengono imputati estrinsecamente i meriti di Gesù, senza un intrinseco rinnovamento. L’uomo non ha più il libero arbitrio, perchè la volontà è mossa necessariamente dalla grazia o dalla concupiscenza. Il libero arbitrio perciò non sarebbe altro che “un titolo senza realtà”.
Fu condannato dalla Bolla «Exurge Domine» di Leone V e dal
Concilio di Trento.

3 - CALVINO. Segue, senza citarlo, Lutero, staccandosi da lui o aggiungendo su qualche punto, Uguale il suo insegnamento riguardo al peccato originale e alla imputazione esterna della fiducia. In più aggiunge tre punti:

1 - la grazia per la salute eterna è inammissibile.

2 - I figli dei battezzati si salvano senza il Battessimo.

3 - Dio in modo assoluto e positivo predestinerebbe alcuni alla gloria e altri alla pena eterna.

4 - BAI0 professore di Lovanio (+ 1589) formulò un sistema che si potrebbe chiamare semiluterano. Confondendo il naturale col soprannaturale dice che i doni soprannaturali son dovuti all'uomo, che tutte le opere degli infedeli son peccato; che la giustificazione non consiste in un dono infuso, ma nella osservanza dei comandamenti. Le proposizioni di Baio furono condannate da S. Pio V (79 Prop. Bolla "Ex omnibus afflictionibus" a 1567). Prima di morire Baio si sottomise.

5 - GIANSENIO e i suoi seguaci, come l’Abate di .S. Cirano, Quesnell e Ricci di Pistoia, rielaborano gli errori di Baio, negando la libertà della volontà; dicendo che i giusti non possono osservare tutti i precetti perchè talvolta manca loro la grazia efficace; che per il merito e demerito non occorre la libertà interna, ma basta la libertà esterna da un costringimento forzato; e che Cristo non è morto per tutti, ma solo per quelli cui viene dalla grazia efficace.
Varie condanne furono date a questo sistema: da Innocenzo X e Alessandro VIII, da Clemente XI e da
Pio VI.

CAPITOLO PRIMO
LA GRAZIA ATTUALE

Sulla via di Damasco una luce scuote Saulo, ed è atterrato dal cavallo. Una voce lo chiama: è Gesù che da persecutore di Cristiani lo invita ad essere Apostolo. Sempre dietro l’invito di Gesù, Saulo va dal Sacerdote Anania e riceve il Battesimo.
Il racconto degli Atti (c. 9), ci fa capire, prima ancora che diamo delle definizioni, la differenza fra grazia attuale e grazia abituale o santificante.
La luce, l’invito, la chiamata che scende fino all’anima di Saulo, sono grazie attuali che lo conducono alla giustificazione; il Battesimo porta la grazia abituale che giustifica e santifica l’anima di Saulo.

Che cosa è

LA GRAZIA ATTUALE è un aiuto soprannaturale e transeunte con cui Dio illumina l’intelletto e aiuta la volontà ad emettere atti soprannaturali.

Spieghiamo alcune parole meno facili a prima vista:

AIUTO TRANSEUNTE: l’aiuto che Dio dà con la grazia attuale non è come un abito che resta, ma come un atto che passa.

SOPRANNATURALE, cioè al di sopra delle forze ed esigenze della natura umana. Quindi non è dovuto, ma è dato gratis per la bontà di Dio.

ILLUMINA L’INTELLETTO cioè ci fa vedere le cose che riguardano la salvezza eterna. Così con questa luce vediamo la bruttezza del peccato per evitarlo e toglierlo dall’anima, la bellezza della virtù per praticarla e salire nella vita della perfezione.

AIUTA LA VOLONTÀ fortificandola per lasciare il male ed operare il bene.

L’AIUTO che dà la grazia attuale, a volte è dato direttamente all’interno dell’anima; molte volte ci viene attraverso le facoltà interiori dell’anima, come la fantasia, la memoria, gli appetiti sensitivi ed anche esternamente come da una predica, da un buon esempio, ecc. Tutte queste cose indirettamente influiscono sull’intelletto e la volontà. I Teologi comunemente ammettono che la grazia attuale ci dà non solo forze morali, che ci traggono al bene, ma ancora forze fisiche con le quali siamo capaci a compiere atti soprannaturali.

AD EMETTERE ATTI SOPRANNATURALI: come nell’ordine naturale Dio ci dà la vita, col suo concorso, così la grazia attuale è il concorso soprannaturale che Dio mette perchè possiamo compiere atti soprannaturali.
Di come si concili la grazia con la libertà umana ne abbiamo parlato trattando della Predestinazione.

Divisioni

La grazia attuale (oltre le divisioni date in generale) si può dividere:

1) - Per ragione del FINE in:

a) - medicinale, che è data per aiutare le forze sia morali che fisiche della natura ferita per il peccato, ed aiuta a compiere atti buoni naturali, ma difficili, nello stato attuale, alle sole forze naturali. Questa grazia è soprannaturale per il modo con cui viene data, ma non in sè stessa intrinsecamente.
b) - elevante quella che aiuta le nostre facoltà a compiere atti veramente soprannaturali.

2) - Per ragione del MODO in:

a) - grazia operante (o eccitante o preveniente) che è un atto interno dell’intelletto o della volontà che Dio opera in noi senza di noi. In essa siamo spinti al bene, prima ancora del nostro consenso.

b) - cooperante (o aiutante ed anche concomitante o conseguente) con la quale Dio aiuta la nostra volontà ad accosentire liberamente alla grazia e perciò agisce in noi e con noi. Essa segue il moto della volontà operato dalla grazia preveniente e comprende la nostra cooperazione. E’ proprio non soltanto una grazia sufficiente, ma efficace perchè richiede sempre che ci sia il concorso della nostra volontà. Tutti i Teologi ammettono che vi è una differenza fra la grazia operante e quella cooperante, ma alcuni dicono che entitativamente non vi è differenza.

3) - Per ragione dell’EFFETTO in

a) sufficiente quando dà una vera facoltà di compiere il bene soprannaturale, ma anche indipendentemente dal nostro consenso. Resta perciò semplicemente sufficiente quando per la nostra cattiva volontà, non ottiene il suo scopo. A sua volta questa si divide in immediatamente sufficiente quando direttamente dà il potere di compiere l’atto buono; e remotamente sufficiente quando attraverso l’adesione a questa si ottengono altre grazie immediatamente sufficienti. Per esempio: Non ho la grazia per vincere questa tentazione, ma ho la grazia di pregare. Prego ed ho la grazia di vincere la tentazione.

b) grazia efficace quando di fatto la volontà liberamente acconsente e perciò sempre ottiene il suo effetto.

Libertà colla grazia efficace

TESI - La Grazia efficace non toglie la libertà, ma l’uomo rimane libero anche sotto l’influsso della Grazia efficace.

E’ DI FEDE

contro i Protestanti e i Giansenisti dal Conc. di Trento (D. B. 814): “Se alcuno dirà che il libero arbitrio dell’uomo, mosso ed eccitato da Dio non coopera per niente.., e non può dissentire se lo voglia.., sia scomunicato”.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. S. Paolo dice che siamo cooperatori di Dio: «Ognuno... riceve la sua ricompensa secondo il suo lavoro: poichè siamo aiu tanti (cooperatori) di Dio” (I Cor. 3, 8).
Siamo cooperatori attivi di Dio, e perciò l’Apostolo esorta “affinchè non riceviate invano la grazia di Dio» (2 Cor. 6, 1). Dunque l’uomo può accogliere o rifiutare liberamente la sua grazia. La volontà non viene costretta. S. Paolo afferma di sè stesso: “La grazia di Lui non fu vuota in me, ho operato più abbondantemente di tutti loro, però non io, ma la grazia di Dio con me” (1 Cor. 15, 10).
L’Ecclesiastico (31,10), parlando dell’uomo giusto che avrà la vita eterna, afferma che “poteva trasgredire e non ha trasgredito, poteva fare il male e non lo fatto”.
Dunque nonostante l’influsso della grazia Dio lascia libera la volontà.

B) - DALLA TRADIZIONE. S. Ireneo (Ad. Haer. 4,37): “Quelli che lo fanno, riceveranno l’onore e la gloria, perchè hanno fatto il bene avendo potuto non farlo”.
S. Agostino (De gratia Christi et de pecc. orig. 47, 52 e 25, 26): “Dio opera in noi il volere e l’operare non perchè noi non lo vogliamo.., ma perchè senza il suo aiuto nè vogliamo nè operiamo”, “
Nessuno viene se non voglia".

C) - LA RAGIONE TEOLOGICA ci dice che se non ci fosse libertà non ci potrebbe essere merito. Quindi non neghiamo che tal‘olta Dio, se voglia non possa dare una grazia che costringa, ma qui si tratta della grazia per un atto meritorio e salutare. Nella stessa conversione di S. Paolo in cui Gesù disse: “Ti è inutile tirar calci contro lo stimolo” troviamo che la grazia di Dio è tanto efficace e potente che Saulo senz’altro la seguirà. Ma pure vi è il suo acconsentimento, chè, altrimenti non ne avrebbe potuto avere il merito.

La grazia sufficiente

TESI - Si deve ammettere la grazia sufficiente, che dà la facoltà e la forza di fare atti salutari, ma che di fatto non ottiene il suo effetto per nostra colpa.

E’ DI FEDE

contro i Predestinaziani Luterani, Calviniti e Giansenisti. Dal Concilio di Trento (D. B. 804) (oltre che dalla definizione riportata nella tesi precedente) che, con S. Agostino dice: “Dio non comanda cose impossibili, ma comandando ammonisce e di fare ciò che puoi, e di chiedere ciò che non puoi e aiuta anche perchè tu possa”.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURAChiamai e fosti restio” (Prov. 1, 24). Gesù rimprovera Gerusalemme: “Quante volte volli radunare i tuoi figli.., e non hai voluto» (Mt. 23, 37). Qui si tratta evidentemente di grazia sufficiente che non ha avuto il suo effetto per la cattiva volontà degli uomini.
Inoltre, dagli stessi passi della tesi precedente si vede come tante grazie che dovevano portare il loro effetto, non lo hanno portato, perchè è mancato il consenso della volontà.

B) - DALLA TRADIZIONE. Ricorda S. Ireneo (tesi precedente) che porta quelle parole a commento della frase di Gesù su Gerusalemme.

S. Agostino (Enchiridion) “Apertissimamente il Signore dice: guai a te o Corozain, guai a te, Betsaida,.. perchè avrebbero potuto esser salvi, se lo avessero voluto”.

C) - LA RAGIONE lo conferma.
Dio vuoi salvi tutti gli uomini» (1 Tim. 2, 4) e lo vuole sinceramente. Per la salvezza è necessaria la grazia non solo esterna, ma interna. Ora se alcuni si. dannano, non è perchè non hanno ricevuto le grazie, ma perchè non vi hanno acconsentito.

NECESSITÀ DELLA GRAZIA ATTUALE

Non ci ripetiamo qui sulla necessità della grazia per conoscere la verità. Ne abbiamo già parlato nei trattati della Rivelazione e della Fede (p. 43, 235, s.) (Tuttavia parleremo pure della grazia necessaria all’inizio della Fede) Ci fermiamo invece alla necessità della grazia attuale per operare il bene. Vediamola perciò di fronte alle varie opere.

NELL’ORDINE NATURALE

TESI - L’uomo decaduto può compiere qualche opera moralmente buona con le sue forze, senza la grazia soprannaturale e la Fede.

E’ DI FEDE

contro i Luterani e i Calvinisti che dicono che: “tutte le opere dei peccatori (cioè dei non rigenerati) sono necessariamente peccato”.
Il Concilio di Trento (D. B. 817) definisce “Se alcuno dirà che tutte le opere compiute prima della giustificazione sono peccati, sia scomunicato”.

E’ CERTO

contro altri Protestanti e Baio e Giansenio che anche senza la grazia della fede può essere fatta qualche opera moralmente buona; dalla condanna della prop. di Baio: “Tutte le opere degli infedeli sono peccato e le virtù dei filosofi (pagani) sono vizi”.
Così pure è sentenza comune che l’uomo decaduto può compiere qualche opera moralmente buona con solo concorso naturale di Dio, senza la grazia attuale, dalla condanna di varie prop. di Baio fra cui: «il libero arbitrio, senza l’aiuto della grazia di Dio è capace solo di peccare” (D. B. 1028).

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. “Rivolgetevi a me e io mi rivolgerò a voi” (Zac. 1,3). “Venite e cercate me, dice il Signore. Se i vostri peccati saranno come la cocciniglia saranno resi bianchi come la neve” (Is. 1,16). Dunque i peccatori possono compiere opere buone prima di essere mondati dal peccato. Così il Pubblicano del Vangelo (Lc. 18,13) fa penitenza e torna a casa giustificato.
Per gli infedeli: Il Signore invita Nabucodonosor (Ez. 29, 19-20) a riparare i peccati con le elemosine e loda Ciro (Ez. 44, 28 e 45, 1) perché aveva fatto restaurare il tempio. Non avrebbe fatto ciò se queste loro opere fossero state peccato.
Gesù stesso riconosce alcune opere degli infedeli, quando richiede dai suoi l’amore per i nemici “se amate chi vi ama, che ricompensa ne avrete? Non fanno ciò anche i pubblicani?” (Mt. 5,46).
S. Paolo rimprovera gli infedeli per non aver compiuto il dovere di glorificare Iddio pur avendolo conosciuto (Rom. 1,20; v. 254).

B) - DAI PADRI: S. Agostino (De spiritu et littera 27,48) afferma che gli empi compiono “alcune opere buone” che però non servono alla salute eterna (appunto perchè non soprannaturali).
S. Girolamo (In Ep. ad Gal. 1,15) cita varie opere buone di “molti senza la fede e il Vangelo di Cristo” e fra queste nota “l’ossequio ai genitori, l’aiuto ai poveri, il rispetto ai vicini, il non prendere le cose altrui”.

II TESI - L’uomo decaduto non può moralmente, senza l’aiuto della grazia, osservare tutta la legge naturale, né compiere tutto il bene naturale, né superare tulle le gravi tentazioni.

SPIEGAZIONE, Abbiamo detto moralmente” e cioè non è che fisicamente l’uomo non possa per le singole azioni compiere cose buone nell’ordine naturale, ma per la ferita lasciata dal peccato originale è così difficile che sempre agisca bene che solo l’aiuto della divina grazia, può dargli questa possibilità.
Se ciò è vero per la legge naturale, a maggior ragione lo è per l’osservanza della legge positiva rivelata, in quanto questa è ordinata alla vita eterna. Per questo secondo caso la tesi diventa di fede definita, non solo perchè richiesta (come vedremo) la grazia per ogni atto salutare, ma ancora perché la grazia è richiesta per evitare il peccato.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. L’uomo non può avere la sapienza, cioè il complesso delle virtù “se non lo conceda Dio” (Sap. 8,21).
S. Paolo afferma che la debolezza dell’uomo per la concupiscenza e le tentazioni è tale che non può operare tutto il bene, se non per la grazia di Dio: «La volontà è in me, ma il compiere il bene non trovo... Vedo un’altra legge nelle mie membra che ripugna alla legge della mia mette... Chi mi libererà da questo corpo di morte? La grazia di Dio, per Gesù Cristo” (Rom. 7,19 s.).
S. Giacomo: Nessun uomo può domare la lingua” (Giac. 3,8), e cioè che non può evitare tutti i peccati nel parlare.
Per questo Gesù ci dice: “Vegliate e pregate per non cadere in tentazione” (Mt. 26,41).

B) - DAI PADRI. S. Cipriano (Ad Donatum 4) dice che prima del Battesimo non riusciva a liberarsi dai vizi.
S. Ambrogio (Enarr. in 12 Ps.) esclama: “Chi è tanto forte da non essere mai mosso dalle tentazioni se Dio non lo assista aiuntandolo?”.
S. Agostino (De pecc. meritis 2,5,5) dice: «Non possiamo adempire sotto ogni aspetto il precetto della giustizia se non siamo aiutati da Dio”.

NELL’ORDINE SOPRANNATURALE

Prima della giustificazione

TESI - All’uomo decaduto è assolutamente necessaria la grazia attuale per poter emettere qualsiasi atto preparatorio alla giustificazione: così pure gli è necessaria per l’inizio della Fede e per un desiderio efficace a qualsiasi atto salutare.

È DI FEDE

dal Conc. di Trento (D. B. 813): “Se alcuno dirà che senza la preveniente ispirazione dello Spirito Santo e il suo aiuto, l’uomo può credere, sperare, amare o pentirsi come è necessario perchè gli sia conferita la grazia della giustificazione, sia scomunicato”.
E il Conc. di Orange II approvato da Bonifacio II definisce che è contro la verità chi dice che “come l’aumento così ancora l’inizio della fede, e lo stesso affetto di credere non per dono di grazia cioè per ipirazione dello Spirito Santo... ma è in noi naturalmente”.
Riguardo alla prima grazia è di fede che non pu.ò essere meritata “de condigno”; è certo che non può essere meritata “de congruo”.

SPIEGAZIONE: La grazia interna è necessaria all’uomo fisicamente per un atto salutare, come per una azione naturale gli sono necessarie la vita, le forze che Dio gli dà fisicamente col suo ordinario concorso.
Questa grazia deve essere interna, preveniente e concomitante.
Colle sue forze naturali l’uomo non può compiere nessuna azione salutare che gli dia diritto di poter compiere azioni salutari, e cioè atti di fede, di speranza, di pentimento, di inizio di carità.
Anzi non può concepire nemmeno un desiderio efficace che lo indirizzi a salvezza.
Questa grazia interna è di illuminazione all’intelletto e di ispirazione alla volontà.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA: “Senza di me non potete far niente” (Gv.15,5). “Nessuno può venire a me se il Padre non lo avrà attratto» (Gv. 6,44).
In queste parole è chiara la necessità dell’opera di Dio, perchè l’anima possa avvicinarsi a Lui. Da solo l’uomo non può produrre nessun frutto.
S. Paolo insiste sulla necessità della grazia, fino ad affermare che senza Dio non siamo capaci nemmeno di un buon pensiero: “Non siamo sufficienti a pensare qualche cosa da noi, come da noi, ma la nostra suff icienza è da Dio” (2 Cor. 3,5). E ancora “E’ Dio che opera in voi e il volere e il portare a compimento” (Filip. 2, 13). “Non è in potere di chi vuole o di chi corre, ma di Dio che ha misericordia” (Rom. 9, 16). “Ma se grazia, non dalle opere; altrimenti la grazia non è più grazia” (Rom. 11, 6). Tutti questi testi esplicitamente mostrano l’insufficienza nostra, per cui è assolutamente necessario l’aiuto preveniente e concomitante di Dio per giungere alla Giustificazione. 

B) - DALLA TRADIZIONE. Prima della eresia Pelagiana i Padri insegnano che la fede, la conversione, sono dono di Dio, senza portare una speciale insistenza su questo punto che era ammesso pacificamente. Sorta l’eresia, S. Agostino confuta l’errore in due libri: “La Predestinazione dei Santi” e “il dono della Perseveranza” dove dimostra che l’inizio della salute, il buon desiderio e la richiesta del divino aiuto non si può attuare senza la grazia. Lo stesso concetto lo espone in altre opere, ed è tanto più notevole questa sua esposizione in quanto prima dell’anno 397, nel fervore della lotta contro i Manichei, i quali deprimevano esageratamente le forze della natura umana, aveva ammesso che la grazia non fosse necessaria all’inizio di un’opera salutare. Rivolto contro i Pelagiani invece insiste che è Dio che opera in noi il volere, il correre... e la grazia di Dio previene le volontà degli uomini” (Eph. 127,12,25).
Il Conc. di Cartagine (418) (D. B. 104) approvato da Papa Zosimo, dichiara che la grazia non ci è data solo “perchè sappiamo quello che desiderare o evitare”, ma anche “per conoscere quello che fare e per amarlo e poterlo fare”.
Nella Liturgia la Chiesa chiede sempre la conversione dei peccatori, Non pregherebbe così, se la conversione si potesse avere senza la grazia.

C) - LA RAGIONE TEOLOGICA. Gli atti che conducono a un fine, debbono essere proporzionati al fine. Ma la giustificazione essendo l’infusione della grazia, è un fine soprannaturale. Dunque ogni atto indirizzato ad essa, compreso il primo, deve essere soprannaturale.

Dopo la giustificazione

La grazia per i singoli atti

TESI - L’uomo giustificato, cioè nello stato di grazia santificante ha bisogno della grazia attuale per compiere atti salutari.

E’ CERTO

almeno che ci debba essere talvolta specialmente di fronte a gravi tentazioni. Comunemente però i Teologi la dicono necessaria per ogni singolo atto, contro altri come Molina, Bellarmino, Billot, Merkelbach ecc. i quali dicono che ordinariamente basta la mozione generale che Dio dà all’anima con l’abito infuso delle virtù.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. La similitudine portata da Gesù della vite e dei tralci, esprime la necessità che la linfa vitale, simbolo della grazia, alimenti il tralcio perchè possa produrre frutto. “Senza di me non potete far niente” (Gv. 15,5), conclude Gesù.
Dio che opera in noi “il volere e il portare a compimento” (Fil. 2,13), aggiunge S. Paolo.
E ancora: “Lo stesso Signore Nostro Gesù Cristo e il nostro Padre... esorti i vostri cuori e confermi in OGNI opera e discorso buono” (Tess. 2,15).
E il Dio della pace... vi renda atti in ogni bene» (Ebr. 13,20).
L’Apostolo scrive ai Cristiani, e insistentemente mostra la necessità dell’aiuto di Dio per “ogni opera di bene”.

B) - DALLA TRADIZIONE. I Teologi si fermano specialmente su di una frase di S. Agostino (De Nat. et gratia 26, 29). “Come l’occhio dei corpo anche pienissimamente sano, non può vedere se non è aiutato dal candore della luce, così pure l’uomo, anche pienissimamente giustificato, non può vivere rettamente se non sia aiutato divinamente dalla eterna luce della giustizia”.
Fra i Padri Greci viene Citato Teodoreto (In Ps. 31,10):
tutti gli uomini benchè ornati di virtù e di opere buone, tuttavia hanno bisogno della grazia”.
Tutto questo sembra confermato dal Conc. di Orange (D. B. 182). “Qua’tte volte facciamo cose buone, Dio in noi e con noi opera affinchè operiamo”.

C) - LA RAGIONE TEOLOGICA. Come nell’ordine naturale è richiesto il concorso di Dio per compiere le azioni naturali, così nell’ordine soprannaturale è necessaria la sua grazia perchè possiamo compiere opere soprannaturali.

Il dono della perseveranza

TESI - Il giusto non può perseverare lungamente nello stato di grazia, senza l’aiuto della grazia e non può perseverare sino alla fine, senza uno speciale aiuto divino.

E’ DI FEDE

dal Conc. di Orange II (D. B. 184): «Si deve sempre implorare l’aiuto di Dio anche per i rigenerati e sanati, perchè possano raggiungere il buon fine e possano perdurare nell’opera buona”, e dal Conc. di Trento (D. B. 832,826): “Se alcuno dirà che il giustificato senza uno speciale aiuto di Dio può perseverare nella giustizia ricevuta, o con esso non possa, sia scomunicato”. “Se alcuno dirà con assoluta ed infallibile certezza che certamente avrà quel grande dono della perseveranza fino alla fine, a meno che non abbia saputo questo per speciale rivelazione, sia scomunicato”.

SPIEGAZIONE - Nella tesi precedente, si è parlato della grazia riguardo ai singoli atti: qui si tratta della grazia riguardo alla perseveranza per lungo tempo (perseveranza temporale) e della perseveranza finale da cui dipende la vita eterna. Comprende perciò oltre la grazia santificante, un cumulo di grazie fra cui le virtù infuse e i doni dello Spirito Santo, tutti gli aiuti per superare le tentazioni e soprattutto che il momento della morte coincida con lo stato di grazia dell’anima. Per questo viene chiamato grande dono che non può essere meritato da noi, ma viene dalla bontà infinita di Dio. Anche quando alcuni Padri come S. Agostino dicono che in qualche modo si può meritare supplichevolmente, cioè con la preghiera, non si deve dimenticare che l’efficacia delle preghiere stesse sono già un frutto della grazia divina.
Però, quantunque il dono della perseveranza sia dono di Dio e non opera nostra, conoscendo la sua infinita bontà, dobbiamo confidare in Lui che vuol tutti salvi e cercare di corrispondere per rendere sicura con la nostra corrispondenza la nostra “vocazione ed elezione”. Così ci esorta il Conc. di Trento (D. B. 806). “Per il dono della perseveranza nessuno si riprometta con assoltta certezza qualche cosa di certo, ma tuttavia tutti debbono collocare e riporre una fermissima speranza nell’aiuto di Dio”.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA: Vegliate e pregate per non entrare in tentazione» (Mt. 26,4). Gesù ci fa vedere la necessità della vigilanza e della preghiera per ottenere grazie anche per la perseveranza temporale.
S. Pietro (5, 10) ci dice: “Dio di ogni grazia che ci ha chiainato alla sua gloria eterna in Cristo Gesù, con un po’ di patire, Egli perf ezionerà, confermerà e renderà stabili”. E S. Paolo: Vi confermerà fino alla fine senza peccato» (1 Cor. 1, 6). E ancora: “Chi ha cominciato in voi l’opera buona la perfezionerà fino al giorno di Cristo Gesù» (Fil. 1, 6).

B) - I PADRI - Origene (in Ps. 4) parla della necessità della grazia perchè chi è buono “perseveri nella virtù”.
S. Giovanni Crisostomo (In Gen. hom. 25,7): “.. .aiutati dall’aiuto supremo siamo capaci di raggiungere il fine”.
S. Agostino ha dedicato un intero libro sul “Dono della perseveranza» dove fra l’altro scrive: ”Asseriamo dunque che la perseveranza colla quale si persevera sino alla fine in Cristo, è dono di Dio”.

La grazia per evitare i peccati

TESI - L’uomo giustificato, con la grazià santificante, le virtù, i doni e la grazia attuale, può evitare tutti i peccati mortali; ma non tutti i veniali, senza uno speciale privilegio.

E’ DI FEDE

dalle definizioni dei Concili che citeremo nella prova.
SPIEGAZIONE - Si tratta dell’uomo giustificato, poichè riguardo a chi è in peccato abbiamo detto che per qualche tempo può evitare i peccati (anzi può compiere pure opere naturalmente buone) senza la grazia; ma non li può evitare per lungo tempo. Anche per i peccatori e gli infedeli Dio «non comanda cose impossibili”. Da ciò pochi Teologi, compreso S. Tomaso da giovane, concludono che colle sole grazie attuali possono stare lontani dal peccato per lungo tempo. Dio potrebbe farlo, ma di fatto non è così. Infatti tutti gli altri danno come dottrina certa che l’uomo caduto può, senza la grazia, evitare i peccati mortali per qualche tempo, ma non tutti insieme per lungo tempo se non è sanato dalla grazia santificante. (Cfr. S. Th. l.a, 2. ae, q. 100). In questa spiegazione non c’è niente in contrasto colla frase del Concilio di Trento che “Dio non comanda cose impossibili» perché anche ai peccatori dà la grazia per giungere alla giustificazione, colla quale potrebbero evitare ogni peccato mortale.
Per portare un esempio nell’ordine naturale sarebbe lo stesso che uno dicesse:
Tu puoi far quei determinati lavori, se tu hai la salute del corpo che puoi acquistare e mantenere con quelle medicine, cibo, ecc. Quando il tuo corpo è in tale condizione, tu puoi sostenere quel determinato sforzo per il lavoro. Ciò che non puoi invece fare se tu sei malato.
Così l’uomo privo della grazia santificante è privo della sanità dell’anima Perché abbia la forza di evitare tutti i peccati, oltre la grazia attuale è necessario che ritorni a questa sanità, che lo riordina interiormente indirizzando la sua volontà verso Dio e frenando i moti disordinati della concupiscenza.

La forza dell’uomo giustificato oltre che dalla grazia attuale viene dalla grazia abituale, dalle virtù e dai doni che già possiede. Sia per la possibilità di evitare i peccati mortali, come per la impossibilità di evitare tutti i veniali, si tratta di una possibilità o impossibilità morale e non fisica.

PROVA: I - Possibilità di evitare tutti i peccati mortali.

A) - DALLA SCRITTURA. I Salmi spesso ricordano l’aiuto che Dio dà ai giusti: “Gli occhi del Signore sopra i giusti, e le sue orecchie alle loro preghiere” (Sal. 33,16).
I comandamenti del Signore non sono onerosi ed il suo giogo è soave (Gv. 11, 30; Mt. 11, 30). Ciò che non sarebbe se fosse impossibile l’osservanza.
S. Paolo assicura che “Dio è fedele che non permetterà che siate tentati al di sopra delle vostre forze; ma dà anche nelle tentazioni un profitto perchè possiate sostenere” (1, Cor. 10, 13).

B) - DAI CONCILI. Il Concilio Orange II (D. B. 200): “Secondo la Fede cattolica crediamo pure questo, che dopo ricevuta la grazia per il Battesimo, tutti i Battezzati. coll’aiuto e la cooperazione di Cristo possano e debbano adempiere quelle cose che riguardano la salvezza dell’anima, se vogliono fedelmente collaborare”.
Il Conc. di Trento, oltre al canone (già riportato D. B. 832), che scomunica coloro che dicono che “non può perseverare con l’aiuto di Dio”, aggiunge pure (D. B. 828): «Se alcuno dirà che i precetti di Dio sono impossibili a osservarsi anche all’uomo giustificato e costituito in grazia sia scomunicato”. Ed ancora: “Dio non abbandona con la sua grazia coloro che una volta sono stati giustificati, se prima non sia abbandonato da loro”.
Innocenzo X (D. B. 1092) condanna la prop. di Giansenio che dice: “Impossibili agli uomini giusti i precetti di Dio, perchè manca la grazia”.

C) - FRA I PADRI. S. Agostino (De Nat. et Gratia 26,43), usa espressioni che furono poi prese letteralmente dai Concili:
Non abbandona se non è abbandonato, affinchè sempre si viva piamente e giustamente”. «Dio non comanda cose impossibili, ma comandando ammonisce e di fare ciò che puoi e di chiedere ciò che non puoi”.

II - Impossibilità di evitare tutti i peccati veniali, senza uno speciale privilegio.

A) - DALLA SCRITTURA. Tutti offendiamo in molte cose” (Gv. 1,8). Dal contesto si capisce bene che si riferisce ai peccati veniali.
Gesù nel Pater fa chiedere a tutti: “Rimetti a noi i nostri debiti”, dunque anche i giusti hanno qualche peccato, almeno veniale.

B) - IL CONCILIO DI TRENTO (D. B. 833): «Se alcuno dirà che l’uomo una volta giustificato non possa più peccare... o al contrario che possa in tutta la sua vita evitare i peccati anche veniali, se non per uno speciale privilegio di Dio, come tiene la Chiesa in riguardo della B. Vergine, sia scomunicato”.

C) - I PADRI. S. Gregorio di Nazianzo (Orat. 16,15): “essere immune da ogni vizio trascende il modo dell’uomo: è proprio soltanto di Dio”.
S. Agostino fra i diversi brani ne ha uno molto esplicito (De spir. et litt. 28,48): «Non impediscono la vita eterna al giusto alcuni peccati veniali, senza dei quali non si passa questa vita”.

LA DISTRIBUZIONE DELLA GRAZIA

TESI - La distribuzione della grazia dipende assolutamente dalla libera volontà di Dio che dà ai singoli come vuole, ma a tutti gli uomini, sia fedeli che peccatori o infedeli dà almeno la grazia sufficiente, con cui, se vogliono, possono giungere alla giustificazione o alla fede e conseguentemente, alla salvezza.

Spiegheremo e proveremo la tesi per parti:

La distribuzione della grazia dipende dalla libera volontà di Dio.

E’ DI FEDE

dal Conc. di Trento già citato.
Infatti Dio è l’Autore della grazia e perciò l’unica causa efficiente principale della grazia. Questa non è dovuta alla natura umana. L’uomo non può esigere niente ed è solo la libera volontà di Dio che dà ai singoli come vuole secondo la sua in finita sapienza e provvidenza. “A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura della donazione del Cristo» (Ef. 4,7).
In questa distribuzione, se Dio è la causa principale una seconda causa può portare una differenza, e cioè l’accettazione per parte dell’uomo, il quale può corrispondervi più o meno fedelmente.

A TUTTI GLI UOMINI DÀ LA GRAZIA ALMENO SUFFICIENTE (Non ripetiamo quanto detto a proposito: dicendo che “solo nella Chiesa vi è salvezza”, dei membri del “Corpo Mistico”, della “volontà salvifica di Dio” e della «universalità della Redenzione”):
«Dio vuole che tutti gli uomini si salvino e che vengano alla conoscenza della verità” (1 Tim. 2,4). Ciò non può essere senza la grazia. Dunque Dio a tutti gli uomini dà la grazia sufficiente, perchè possano avere la fede e la salvezza.
Questa verità è prossima alla fede definita dai vari documenti Ecclesiastici. Il Conc. Carisiaco (D. B. 318): «Dio onnipotente vuole che tutti gli uomini senza eccezione siano salvati, benchè non tutti si salvino".

Per i FEDELI GIUSTI è di fede dalla condanna della I prop. di Giansenio fatta da Innocenzo X (D. B. 1092) che afferma che ai giusti manca la grazia per poter osservare i comandamenti di Dio.

Per i PECCATORI anche induriti è certo. Non voglio la morte dell’empio, ma che si converta e viva” (Ez. 33,11). “Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori a penitenza» (Lc. 5,32).

Per GLI INFEDELI pure è certo dai testi citati che Dio vuol salvi tutti gli uomini. «Egli è propiziazione per i nostri peccati ma non per i nostri soltanto, ma anche per quelli di tutto il mondo a (1, Gv. 2,2).

Il MODO come potranno venire alla fede e alla salvezza, resta nelle vie misteriose della Provvidenza, ma è certo che A COLUI CHE FA QUANTO STA IN LUI DIO NON NEGA LA SUA GRAZIA.
Questa frase non va intesa nel senso che sia l’uomo a meritare la prima grazia, ma siccome per parte di Dio questa non manca, se l’uomo liberamente vi corrisponde potrà raggiungere la salvezza. Da prima sarà forse una fedele corrispondenza ai precetti naturali che Dio ha posto nel cuore di ciascun uomo. I Teologi dicono che se un uomo ha una fedele corrispondenza, Dio userà anche mezzi straordinari per condurlo alla salvezza, mandando, se occorra, anche un Angelo per ammaestrarlo, come fece col Centurione Cornelio (Atti 10).
Ma anche senza l’intervento di un Angelo, l’uomo può giungere al Battesimo di desiderio implicito. Per questo occorre un atto di fede e un atto di carità perfetta. L’atto di fede è indispensabile, perchè «senza la fede è impossibile piacere a Dio” (Eb. 11,6) e il minimo atto di fede per salvarsi a chi non ha avuto una conoscenza maggiore è di credere che “Dio esiste e che rimunera» (ivi) col premio o col castigo. Non basta credere alla esistenza di Dio con un ragionamento filosofico che ci fa vedere dalle cose create l’esistenza di un Artefice, ma con un atto di fede basato sulla rivelazione di Dio. Tutti gli uomini, discendendo da Adamo, cui Dio si rivelò, conservano, sia pure con l’aggiunta di molti errori, la credenza in un Essere supremo. Quindi hanno la possibilità di fare questo atto di fede. Per l’atto di carità perfetta, basta un ragionamento presso a poco così: Tu sei il supremo Signore di ogni cosa, quindi tutto debbo a Te, dipendo da Te in tutto, perciò ti amo sopra ogni cosa e voglio fare tutto quello che Tu comandi. Siccome per salvarci, Dio ha comandato che ci battezziamo, in questo atto implicitamente è detto di voler ricevere il Battesimo. Se il pagano di buona volontà sapesse che Dio ha comandato il Battesimo, lo riceverebbe.

CAPITOLO SECONDO
LA GRAZIA ABITUALE O SANTIFICANTE

Che cosa è

La grazia attuale, Come abbiamo visto, è un dono Che passa, mentre la grazia abituale è una qualità soprannaturale che inerisce all’anima intrinsecamente per mezzo della quale diventiamo partecipi della natura divina.
Si dice anche GRAZIA SANTIFICANTE in quanto Ci rende santi, cioè cari a Dio e GIUSTIFICANTE in quanto dal peccato ci porta alla giustizia della santità.
QUALITÀ, cioè una realtà che inerisce nell’anima; però non è la stessa SOSTANZA dell’anima, ma un accidente o più esattamente un abito distinto dall’anima e in essa prodotto da Dio. Il Conc. di Trento dice che questa qualità è come uno splendore e una luce che cancella tutte le macchie delle nostre anime e le rende più splendenti”.
Questo abito perfeziona l’anima immediatamente nell’ordine di essere; mediatamente nell’ordine di operare per mezzo delle VIRTÙ, come abiti operativi e dei DONI DELLO SPIRITO SANTO, che vanno uniti alla grazia e di cui parleremo fra poco.
SOPRANNATURALE, cioè al di sopra delle esigenze e delle forze di qualunque natura creata o creabile. Quindi non dovuta, ma dono di Dio. La grazia costituisce l’anima in un nuovo modo di essere, innalzandolo all’ordine soprannaturale cioè alla partecipazione della vita divina.
INERISCE INTRINSECAMENTE E PERMANENTEMENTE cioè non consiste in una intrinseca imputazione dei meriti di Cristo, ma in una infusione che viene data intimamente all’anima. Non è transitoria, come la grazia attuale, ma vi resta come abito permanentemente finchè non venga tolta col peccato.
PARTECIPI DELLA DIVINA NATURA. In questo ordine soprannaturale in cui l’anima viene elevata colla grazia avviene:

1) - una speciale unione con Dio. Fin qui abbiamo parlato della grazia creata. Per capire meglio questo gioverà ricordare la grazia increata, cioè e lo Spirito Santo si è dato a noi”. Esso è la causa efficiente della grazia creata, producendola, conservandola aumentandola colla sua presenza e intima unione con l’anima. Questa inabitazione (Cfr. Il Corpo Mistico” e il trattato di Dio Trino), è propria dello Spirito Santo, ma è comune alle Tre Divine Persone. Così con la grazia diventiamo “il tempio” dello Spirito Santo, ma anche «figli adottivi di Dio” e e fratelli”, anzi e membra” di Gesù.

2) - Questa unione con Dio ci dà una speciale assimilazione con Lui, ci rende deiformi, Questa divinizzazione però va bene intesa.
In cielo “saremo simili a Lui poichè lo vedremo faccia a faccia come Egli è”. Questa sarà la luce della gloria di cui la grazia è come il seme. Lassù avremo la conoscenza intuitiva e l’amore di Dio proporzionatamente. Ciò comincia remotamente con la grazia, che la contiene, come il seme contiene l’albero da cui nascerà. Quindi questa assimilazione, secondo la sentenza comune è partecipazione della natura divina, in quanto intellettuale e cioè in quanto ci rende capaci di conoscere Dio nello stesso modo, ma non nello stesso grado con cui Dio conosce sè stesso. Questa partecipazione, non è solo morale, ma fisica, e cioè il nostro essere e le nostre facoltà sono rese deiformi.
Però non è una comunicazione sostanziale come Dio si comunica al Verbo nella Unione Ipostatica da formare una Unica Persona con la natura umana assunta, ma accidentale che ci rende simili a Dio, deiformi come il ferro gettato nel fuoco non diventa fuoco, ma simile al fuoco, cioè igniforme.

La grazia abituale nei giusti.

Per mezzo della grazia abituale l’uomo diventa giusto. Questa sua GIUSTIFICAZIONE non consiste solo nell’elemento negativo della REMISSIONE DEI PECCATI, ma ha anche vari aspetti
positivi.

Secondo il Concilio di Trento (D. B. 799) la giustificazione non è la sola remissione dei peccati, ma ancora la santificazione e rinnovazione interiore dell’uomo per la volontaria accettazione della grazia e dei doni, per cui l’uomo da ingiusto diventa giusto, e da nemico amico per essere erede secondo la speranza della vita eterna.
Abbiamo veduto gli errori dei Protestanti e di altri contro la giustificazione. Dimostriamo la dottrina cattolica con le seguenti:

TESI I - La giustificazione non consiste nella sola imputazione estrinseci dei meriti di Gesù Cristo o nella osservanza dei divini comandamenti ma nella infusione fatta intrinsecamente della grazia santificante che inerisce permanentemente nell’anima e cancellando veramente i peccati, dispone prossimamente l’anima alla vita eterna.

II - Con la grazia inoltre diventiamo partecipi della natura divina, figli adottivi di Dio ed eredi del Paradiso.

E’ DI FEDE

riguardo alla prima parte. Per la seconda parte pure

E’ DI FEDE

riguardo al consorzio con la divina natura, e alla filiazione adottiva. Riguardo invece agli effetti che ne derivano è dottrina.

ALMENO TEOLOGICAMENTE CERTA

Dice il Conc. di Trento: “Se alcuno dirà che gli uomini sono giustificati o dalla sola imputazione della giustizia di Cristo o dalla sola remissione dei peccati, esclusa la grazia e la carità, che si diffonda nei loro cuori per mezzo dello Spirito Santo e in essi inerisca, oppure ancora che la grazia, con la quale siamo giustificati sia soltanto un favore di Dio, sia scomunicato» (D. B. 821). E ancora: “Se alcuno avrà asserito che per la grazia di Gesù Cristo.., non viene tolto tutto ciò che ha ragione vera e propria di peccato, ma dica che quello viene soltanto radiato o non imputato sia scomunicato” (D. B. 792). Contro Baia è condannata la prop. 42 (D. B. 1042), che dice che la “giustizia consiste formalmente nella obbedienza dei Comandamenti”.

SPIEGAZIONE: dalle definizioni risulta chiaro che nella giustificazione la grazia inerisce intrinsecamente e permanentemente nell’anima e quindi non è una sola imputazione dei meriti di Cristo lasciando realmente l’anima nel male, come vogliono i Luterani. Tutto ciò che ha ragione di peccato viene distrutto.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. L’A.T. oltre presentare Dio come causa della giustizia e della salvezza dichiara espressa. mente che Egli cancella i peccati: “Lavami dalla mia iniquità e mondami dal mio peccato... mi laverai e sarò più bianco della neve.., cancella tutte le mie iniquità” (Sal. 50).
Se i vostri peccati fossero come scarlatto diventeranno bianchi come la neve e se fossero vermigli come la cocciniglia, saranno resi bianchi come la lana” (Is. 1, 18). “Getterà nel profondo del mare tutti i vostri peccati» (Mich. 7,19).
Tutte queste espressioni dicono in pieno il candore che riacquista l’anima giustificata.
Il N. T. parla di nuova nascita, rigenerazione, rinnovazione. «Se uno non è rinato nell’acqua e nello Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio” (Gv. 3,15).
Quindi una vera rinascita, e non una semplice imputazione dei meriti di Cristo. “Il Regno di Dio è dentro di voi” (Lc. 17,21).
La carità di Dio è diffusa nei nostri cuori, per mezzo dello Spirito Santo, che ci è stato dato” (Rom. 5,5).
Questo amore di Dio viene dunque infuso intrinsecamente in noi e ci mette in una mutua comunicazione con Dio, in una amicizia e benevolenza in cui Dio dà all’anima i suoi beni: “Se uno mi ama e osserva la mia parola, il Padre mio ama lui, e veniamo da lui e facciamo dimora presso di lui» (Gv. 14,23).
“Così giustificati - dice il Concilio di Trento riprendendo le parole dell’Apostolo - fatti amici e domestici di Dio, si rinnovano progredendo di virtù in virtù” (D. B. 803).
Ma dove risalta più ancora non solo la remissione dei peccati, ma la infusione intrinseca della grazia che ci riporta nell’amicizia di Dio in ordine soprannaturale, verso la salvezza eterna, è nei numerosi testi che ci dichiarano figli adottivi di Dio.
Dio, per il Verbo ci ha dato di “diventare figli di Dio” (Gv. 1,12) “Guardate quale amore ci ha dato il Padre perchè fossimo chiamati e fossimo figli di Dio” (1, Gv. 3,1).
S. Pietro (2 Pt. 1,4): «Per il quale ci ha dato i più grandi e preziosi doni; affinché per questi diventiate partecipi della divina natura”.
S. Paolo non solo ci avverte che Dio mandò il suo Figlio per redimerci e «perchè ricevessimo l’adozione di figli” (Gal 4,5), ma che a questa adozione segue l’eredità del cielo: «Avete ricevuto lo spirito di adozione di figli con cui diciamo: Abba, cioè Padre. Lo stesso Spirito Santo rende testimonianza al nostro spirito che siamo figli di Dio e se figli anche eredi, eredi di Dio coeredi con Gesù Cristo” (Rom. 8, 15-17).
Tutti questi testi non sono altro che l’eco della parola di Gesù che aveva insegnato a chiamare Dio: “Padre nostro”.

B) - DALLA TRADIZIONE. S. Giustino aveva già incontrato dei precursori del pensiero luterano, i quali trattavano del perdono dei peccati come di una “non imputazione”: Se si pente dei peccati riceve da Dio la remissione dei peccati, ma non come voi vi ingannate e altri simili a voi in questo, che dicono che anche se sono peccatori purchè conoscano Dio, il Signore non imputa loro il peccato» (Dial. cum Tryph. 141).
S. Ireneo (Adv. Haer. 5,9) afferma che: lo Spirito Santo «inonda l’uomo e lo innalza nella vita di Dio”.
S. Giovanni Crisostomo (De Spiritu S. 9,23), dà una completa descrizione del passaggio dell’anima nostra deturpata dal peccato, allo splendore della grazia per il Battesimo, con cui vengono cancellati i peccati e si riceve la partecipazione dello Spirito Santo, l’adozione e l’eredità della vita eterna.
Così S. Agostino parla di “uomini deificati per la grazia... e fatti, colla giustificazione figli di Dio» (Enarr. in Ps. 49,2).
Tutti gli altri Padri hanno simili espressioni.

La giustificazione degli adulti

TESI - L’uomo adulto con la grazia eccitante e adiuvante di Dio, può e deve col suo libero arbitrio disporsi alla giustificazione non solo con la fede teologale, (la quale non è una semplice fiducia) ma ancora con la speranza, la carità e il pentimento dei peccati.

E’ DI FEDE

contro i Luterani per i quali basta la sola fede o fiducia per la giustificazione e non richiedono la cooperazione dell’uomo.
Dal Conc. di Trento: (D. B. 781) “Se alcuno dirà che l’empio è giustificato per la sola fede, in modo da intendere che non si richiede nient’altro che cooperi a conseguire la grazia della giustificazione e che per nessuna parte sia necessario che egli sia preparato e disposto col moto della sua volontà, sia scomunicato”. E ancora nel can. 12 dice: “Se alcuno avrà detto che la fede giustificante non è nient’altro che la fiducia della divina misericordia, che rimette i peccati per Cristo, sia scomunicato”. Lo stesso Concilio (D. B. 798) dichiara che “si dispongono alla giustizia eccitati e aiutati dalla grazia divina, concependo la fede dall’udito liberamente si muovono verso Dio, credendo essere vere quelle cose che sono state rivelate e promesse divinamente.., e mentre intendendo di essere peccatori, sono colpiti dal timore della divina giustizia... si erigono nella speranza... cominciano ad amare e perciò si muovono contro i peccati...”.
Si vede chiaro che la fede è la virtù teologale e non una semplice fiducia. logico poi riguardo a questi atti che ante- cedono la giustificazione che non occorre che tutti siano emessi nello stesso momento. Essi sono ancora imperfetti, e vengono emessi per mezzo della grazia attuale.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA: Senza la fede è i in possibile piacere a Dio: poichè è necessario credere che Dio è, e che è rimuneratore di quelli che si accostano a Lui” (Ebr. 9,6). Con queste parole S. Paolo mostra espressamente che la fede necessaria alla giustificazione, non è una semplice fiducia che siano rimessi i peccati, ma la fede, virtù teologale, con la quale crediamo a ciò che Dio ha rivelato (e S. Paolo con questa frase indica il minimo indispensabile di verità da credersi da qualsiasi uomo per piacere a Dio anche se non ha avuto una conoscenza più vasta della religione). Ma alla fede vanno aggiunte altre virtù da praticarsi per libera corrispondenza dell’uomo. Lo troviamo in molti passi dell’Antico Testamento, di cui ne riportiamo uno: “Convertitevi a me... ed io mi convertirò a voi» (Zac. 1,3).
Nella missione che Gesù dà agli Apostoli, non richiede solo la fede per la salvezza, ma anche il Battesimo con la esecuzione di tutte le opere insegnate nella predicazione: “Predicate il Vangelo.., chi crederà e si battezzerà sarà salvo” (Mc. 16,15). S. Matteo (28,19) riportando lo stesso pensiero fa vedere che con la fede va aggiunta l’osservanza dei comandamenti “Andate e insegnate.., insegnando loro a osservare tutte le cose che vi ho comandato”.
Più esplicitamente S. Giacomo (2, 24 s.). “L’uomo è giustificato dalle opere e non soltanto dalla fede... la fede senza le opere è morta”.
La Scrittura richiama in più luoghi le diverse opere e virtù necessarie alla giustificazione. Ricorda: il timore Chi è senza timore non può essere giustificato” (Gal 5,6); la speranza:
Chi spera nel Signore, sarà sanato» (Prov. 28,25); la penitenza: Se non farete penitenza tutti similmente perirete” (Lc. 13,5); e soprattutto la carità: Chi non ama rimane nella morte» (Gv. 3,14). S. Paolo parla della “fede che opera per la carità” (Gal. 5,6). E ancora: “Se avessi tutta la fede da trasportare i monti, ma non ho la carità non sono niente”. (1 Cor. 13,1). Il giudizio finale si baserà sulla carità esercitata: “Ebbi fame e non mi deste da mangiare...” (Mt. 25,42 ss.). La mancanza di questa significa mancanza di giustificazione nell’anima.

B) - DAI PADRI. S. Gregorio Nisseno (In Eccl. hom. 8): “E la fede senza le opere della giustizia non è sufficiente a salvare”. Nel commento al Cantico dei Cantici enumera espressamente fra le opere necessarie alla giustificazione il timore, la speranza, la carità.
S. Agostino
(De fide et oper. 15) commentando la parole di Gesù al giudizio finale osserva: “La verità dice che andranno in quello (nel fuoco eterno) coloro di cui dichiara che non mancò la fede, ma le opere buone”.

UNA DIFFICOLTA’ presentata dai Luterani è più un pretesto che un vero ostacolo. Citano il testo di S. Paolo Giudichiamo che l’uomo è giustificato per la fede senza le opere» (Rom. 3,38). Lutero nella sua tradizione aggiunge “per la sola fede”. Ora S. Paolo non ha mai messo questa esclusività, ma insiste qui ed in altri luoghi sulla necessità della fede. Alla frase opere va aggiunta la parola che segue e cioè della legge. L’Apostolo dichiara ciò contro coloro che volevano conservate le osservanze ebraiche ormai abolite nel perfezionamento portato da Gesù alla legge. Quindi per la giustificazione non si richiedono le opere della legge mosaica, ma la fede e le opere buone, come espressamente S. Paolo afferma in vari altri brani: “Darà a ciascuno secondo le sue opere.. - non gli ascoltatori della legge sono giusti presso Dio, ma coloro che compiranno la legge, saranno giustificati» (Rom. 2,6 ss.).

Gradi di consapevolezza della grazia

I Luterani e i Calvinisti dicono che il grado di grazia è in tutti uguale e che l’uomo con la fiducia può essere certo della sua giustificazione. In particolare i Calvinisti affermano che la fede e la grazia, una volta ricevute, non si perdono più, mentre i Luterani dicono che si può perdere perdendo la fiducia.
Rispondiamo a questi errori con varie proposizioni.

La grazia della giustificazione è in differente grado nelle diverse anime giuste e può aumentare.

E’ DI FEDE

dal Conc. di Trento (D. B. 799): “Ricevendo in noi la giustizia, ciascuno secondo la misura che lo Spirito Santo divide ai singoli come vuole e secondo la disposizione e la cooperazione propria di ciascuno... Se alcuno dirà che la giustizia ricevuta non si possa conservare e anche aumentare... per le buone opere, sia scomunicato”.
S. Paolo dice: “A ciascuno di noi è stata data la grazia secondo la misura della donazione del Cristo» (Ef. 4,7).
E l’Apocalisse (22,11): “Chi è giusto si giustifichi ancora, e chi è santo si santifichi ancora”.
La Chiesa nella sua Liturgia dice: “Dacci, o Signore, l’aumento della fede, della speranza e della carità”.

II - La grazia della giustificazione si può perdere con qualunque peccato mortale.
La Scrittura dice: “Il giusto non può vivere nella giustizia in qualunque giorno abbia peccato” (Ez. 33,12) “Chi si crede di stare in piedi veda di non cadere” (1 Cor. 10,12). Anzi si può perdere non solo la giustificazione, ma anche la stessa fede: “Alcuni hanno fatto naufragio rispetto alla fede” (1 Tim. 1,19).

III - Solo con una certezza morale intesa in senso largo si può sapere di essere giustificato, ma nessuno può esserne certo di certezza di fede o di scienza, senza una speciale rivelazione.

Il Conc. di Trento (Sess. VI) dice che ciascuno può temere della sua grazia “non potendo nessuno sapere con certezza di fede cui non possa sottostare il falso, di aver conseguito la grazia di Dio”.
La Scrittura: Chi può dire: il mio cuore è mondo, sono puro dal peccato?» (Prov. 20,9). S. Paolo dice di sè: “Non sono consapevole di niente, ma non per questo sono giustificato: chi giudica me è il Signore” (1 Cor. 4, 4).
Si può però congetturare con una morale certezza dal testimonio della buona coscienza e con altri segni che abbiamo esposto parlando della predestinazione (p. 322).

CAPITOLO TERZO
LE VIRTU’ E I DONI DELLO SPIRITO SANTO

Nella giustificazione vengono infuse nell’anima, insieme con la grazia, le virtù e i doni dello Spirito Santo. Ne diamo perciò un breve cenno per quello che riguarda la Teologia dogmatica, lasciando ciò che su questo viene trattato più diffusamente nella Teologia morale e ascetico-mistica.
Tanto le virtù che i doni sono “abiti operativi” in quanto muovono all’azione.
La VIRTÙ (dalla radice vis=forza) nell’ordine naturale è
un abito operativo che perfeziona le facoltà dell’uomo disponendole al bene.

VIRTU’ SOPRANNATURALE è un abito operativo soprannaturale infuso da Dio che ordina e inclina l’anima verso Dio, come fine soprannaturale.

Si dice ABITO in quanto è una qualità, una disposizione permanente. Anche nelle virtù naturali la ripetizione degli atti inclina la volontà al bene naturale. È logico che per indirizzarsi a Dio, come fine soprannaturale, non bastano le virtù naturali. Per questo le virtù soprannaturali elevano le potenze dell’anima in modo che diventano proporzionate per il raggiungimento del fine.
Le virtù infuse sono di due specie:
TEOLOGALI E CARDINALI.

TEOLOGALI. Esse sono: la FEDE, la SPERANZA, la CARITÀ.
Si dicono teologali perchè si riferiscono direttamente a Dio.
Della FEDE abbiamo già detto nel relativo trattato.

LA SPERANZA è la virtù teologale per la quale con certissima fiducia confidiamo di poter giungere al possesso di Dio nostro ultimo fine nella beatitudine eterna e di ricevere le grazie necessarie per conseguirla.
Comprende perciò un oggetto materiale primario il possesso di Dio nella gloria; e uno secondario e cioè la grazia e i mezzi per raggiungere il cielo.

L’oggetto formale della speranza è la bontà di Dio relativamente a noi che per le sue promesse e i meriti del Redentore ci offre la beatitudine eterna.
Abbiamo detto certissima fiducia.
Ora questa fiducia è certissima in modo assoluto per ciò che riguarda Dio, perchè Egli non viene meno alle sue promesse e “nessuno che sperò in Lui è rimasto confuso”. (Eccl. 2, 11).
Considerata invece per parte dell’uomo è mista al timore e alla incertezza per le nostre debolezze e incorrispondenze, per cui ci dice l’Apostolo «Con timore e tremore operate la vostra salvezza” (Fu. 2, 12).
Si oppongono alla speranza la presunzione che è la temeraria confidenza di salvarsi senza volere mettere in pratica i mezzi che il Signore ci ha dato; e la disperazione che è la diffidenza di ottenere il perdono pensando che Dio non voglia o non possa perdonare i nostri peccati.

LA CARITÀ è la virtù teologica per la quale amiamo Dio in sè stesso e Dio in noi e nel prossimo.
L’oggetto materiale primario è Dio,
Sommo Bene in sé stesso. Oggetto secondario è lo stesso uomo che ama sé stesso nell’ordine spirituale, poi il prossimo e in ultimo il proprio corpo. Tutti questi oggetti secondari sono compresi in un unico atto specifico di amore, in quanto si amano perché si riferiscono a Dio oggetto della beatitudine (S. Th. 2a 2ae q. 25, a. 1).
Oggetto formale è la bontà di Dio in sè cioè assoluta e non relativa come nella speranza.
L’amore perfetto perciò si ha quando si ama Dio per sè stesso o per i suoi attributi anche relativi in quanto si identificano con Dio. Potrebbe essere motivo sufficiente alla carità, ad esempio, la stessa benignità di Dio verso di noi, quando con ciò amiamo Dio per se stesso. Se invece lo amiamo per i benefici che sono effetto della benignità, allora non si ha più la carità perfetta, perchè l’amore sarebbe per altri che non è Dio.
Da ciò si deduce che Gesù Redentore non solo può essere l’oggetto formale della nostra carità perfetta, ma il mezzo più efficace per eccitarla. Anche se il nostro cuore comincia ad amarlo considerando i benefici portati a noi dalla Redenzione, giunge poi ad infiammarsi per quella che è la infinita carità di Gesù, Persona divina che ci ha mostrato il suo amore colla Passione e Morte di croce.

La carità si può perdere del tutto col peccato mortale, ma non si può diminuire col peccato veniale, in quanto non impedisce il fine, ma i mezzi che conducono al fine. Per questo il peccato veniale è un ostacolo, specialmente in quanto può disporre al peccato mortale.
La carità come abito infuso è assolutamente necessaria per conseguire la salvezza.

LE VIRTU’ CARDINALI. Oltre le virtù teologali nella giustificazione vengono infuse nella nostra anima le virtù morali di cui quattro si dicono cardinali, perchè sono come il cardine, il fondamento da cui derivano le altre.
Esse sono: la PRUDENZA, la GIUSTIZIA, la FORTEZZA, e la TEMPERANZA che corrispondono alle facoltà operative comprendenti tutta l’attività morale dell’uomo e cioè, rispettivamente:
la ragione, la volontà l’appetito irascibile e
l’appetito concupiscibile.

LA PRUDENZA è la virtù cardinale che ci inclina ad agire ragionevoln’zente e reflamente.
Prima che virtù morale, come sono le altre, la si direbbe virtù intellettuale in quanto dà il giudizio di rettitudine, ma è pure morale in quanto questo giudizio si conclude nelle cose da compiere.
LA GIUSTIZIA è la virtù cardinale che ci fa dare a ciascuno il suo.
LA
FORTEZZA
è la virtù cardinale che dà il potere di superare le difficoltà e i pericoli.
LA TEMPERANZA è la
virtù cardinale che modera le tendenze, i moti, le azioni, cioè gli appetiti sensibili.

LE ALTRE VIRTU’ MORALI trovano come abbiamo detto, il loro fondamento nelle cardinali. Ne enumeriamo alcune.
LA PRUDENZA è necessaria nella pratica di tutte le altre virtù per tensi nel giusto mezzo.
LA GIUSTIZIA è cardine della virtù della RELIGIONE che ci fa dare a Dio il culto dovuto; della OBBEDIENZA che ci inclina a sottomettere la nostra volontà a quella dei superiori, quali rappresentanti di Dio.
LA FORTEZZA è cardine della MAGNANIMITÀ, della MUNIFICENZA, della PAZIENZA, della COSTANZA.
LA TEMPERANZA è cardine della CASTITÀ, della PENITENZA, della UMILTÀ, della MANSUETUDINE.
LA GRAZIA SI DISTINGUE realmente dalle virtù della fede e della speranza, almeno quando sono informi (cioè per l’uomo in peccato).
Riguardo alla carità - e alle altre virtù quando sono informate dalla carità - gli Scotisti negano la distinzione reale, mentre i Tornisti e la maggior parte dei Teologi l’ammettono.

I DONI DELLO SPIRITO SANTO

I DONI DELLO SPIRITO SANTO sono certe perfezioni dell’uomo con le quali egli è messo nella disposizione di seguire bene l’istinto dello Spirito Santo. (S. Th. 1.0 2 ae. q. 68 a. 3).

I DONI SONO SETTE e sono rammentati nelle Scrittura: (Is. 11, 2 s) “Riposerà sopra di lui lo Spirito del Signore: spirito di sapienza e di intelletto, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di pietà e lo riempirà lo spirito del timore del Signore
La Liti.trgia li ripete nella festa dello Spirito Santo e nella amministrazione del Sacramento della Cresima.
LA SAPIENZA ci distacca dalle cose del mondo e ci fa gustare le cose di Dio.
L’INTELLETTO ci fa conoscere più intimamente le cose della fede.
IL CONSIGLIO ci rende pronti a giudicare rettamente nelle cose difficili riguardanti la salute eterna.
LA FORTEZZA
ci muove a superare le tentazioni e i pericoli con prontezza, forza e costanza.

LA SCIENZA illumina la mente a giudicare rettamente delle cose create e specialmente ad emettere l’atto di fede.
LA PIETÀ ci inclina a onorare Dio come Supremo Signore e Padre e le creature per amore di Dio.
IL TIMORE ci porta a riverire Dio filialmente e ad evitare ciò che gli dispiace.
La differenza fra doni e virtù (Il BILLOT nel suo trattato “De Virtutibus Infusis”, Roma 1928, rappresenta le due cose con una nave mossa dal motore (cioè con forza interna: le virtù) e da vele mosse dal vento, forza che viene dal di fuori: i doni. Più appropriato ci sembra il classico esempio di S, Teresa la quale raffigura l’uomo che agisce secondo le virtù, nel bambino sorretto per mano dalla mamma: egli cammina lentamente con le sue forze aiutato dalla mamma. (Figura dell’aiuto della grazia divina). Raffigura invece i doni del bambino portato in braccio dalla mamma: egli arriva prima e fatica meno. Anche in questo caso ha una parte attiva in quanto non sfugge dalla mamma ed è lieto di essere portato, ma al tempo stesso si tiene passivamente nelle braccia materne) consiste in questo: nella virtù l’uomo agisce secondo le regole della prudenza soprannaturale, nei doni invece, agisce per un istinto ed una mozione speciale dello Spirito Santo.
I doni quantunque secondo una solida sentenza se ne distinguano realmente, hanno una relazione con le virtù: l’intelletto e la scienza con la fede; il timore con la speranza; il consiglio con la prudenza; la pietà con la giustizia; la fortezza (dono) con la stessa (virtù); la sapienza con la carità. Anzi a questa virtù si ricollegano tutti i doni, come le virtù morali con la prudenza.
Secondo S. Tomaso (la 2ae q. 68 a. 4): “l’anima dell’uomo non è mossa dallo Spirito Santo se non venga unita a Lui in qualche modo, come lo strumento non è mosso dall’artefice e non per un contatto o per qualche altra unione: e la prima unione dell’uomo è per mezzo della fede, della speranza e della carità; perciò queste virtù sono presupposte ai doni come delle radici dei doni; per cui tutti i doni appartengono a queste virtù come una derivazione delle medesime”.
Le virtù aiutano particolarmente nella vita cristiana ordinaria mentre i doni sono «particolarmente» necessari per la vita più perfetta.
Abbiamo detto “particolarmente» perché anche gli stessi doni sono necessari a tutti per raggiungere la vita eterna (Cfr. S. Th. ivi a. 2).

L’ORDINE DI ECCELLENZA FRA VIRTÙ E DONI. Prima di tutte vengono le virtù teologali che hanno per oggetto Dio stesso, e fra queste la più grande è la carità (Cfr. S. Paolo, 1, Cor. 13, dove fa l’elogio di questa virtù); poi i doni che mettono l’uomo immediatamente sotto l’azione di Dio, e infine le virtù cardinali, con a capo la prudenza, che inclinano l’uomo ad agire soprannaturalmente.

I FRUTTI DELLO SPIRITO SANTO. L’albero, cresciuto con i succhi ricevuti dalle radici, se è esposto ai raggi del sole e in clima adatto arriva a produrre frutti belli per la vista e deliziosi al gusto. Così l’anima cristiana alla luce e al calore dei doni dello Spirito Santo, produce atti di virtù, da principio imperfetti, acerbi, penosi; poi maturi e perfetti che fanno gustare un gaudio santo. Sono questi i frutti dello Spirito Santo che si possono definire: “Ogni opera virtuosa, compiuta con una certa perfezione, nella quale l’uomo trova diletto spirituale”.
Come numero simbolico, S. Paolo (Gal 5, 22-23) ne enumera nove: “la carità, il gaudio, la pace, la pazienza, la mansuetudine, la bontà, la fedeltà, la dolcezza e la temperanza”.
Non tutti gli atti di virù meritano il nome di frutti, ma solo quelli che sono accompagnati da una soavità spirituale.
LE BEATITUDINI. Coi frutti vengono le beatitudini, preludio della beatitudine eterna. Anch’esse procedono dai doni, e arrivano a far gustare soavemente quello che alla natura umana ripugnerebbe. Ma i doni fanno vedere la vanità delle cose del mondo, da cui ci distaccano, per farci gustare le cose di Dio. La beatitudine completa sarà in Paradiso; le beatitudini ce ne danno un principio e un mezzo.
Nostro Signore, nel discorso del monte, ne enumera otto, contrapponendole alle false gioie del mondo. Esse sono: la povertà di spirito, la dolcezza, le lagrime, la fame e la sete della giustizia, la misericordia, la purità di cuore, la pazienza nelle persecuzioni” (Mt. 5, 2 s.) Il rapporto tra virtù, doni, frutti, beatitudini q lumeggiato mirabilmente in P. M. CORDOVANI: Itinerario della Rinascita Spirituale - Roma 1946.

CAPITOLO QUARTO
IL MERITO

Merito in genere, è il diritto a un premio per un’opera moralmente buona.
Merito nell’ordine soprannaturale è: il diritto che, posta la divina ordinazione, c’è ad una ricompensa soprannaturale per un’opera soprannaturale.
Il merito può essere “de condigno” o “de congruo”.
Il merito «DE CONDIGNO» è quello che ha una parità col premio, per cui questo si deve per giustizia o almeno per fedeltà a una promessa. Io compro un oggetto che vale mille lire è “de condigno”, cioè è di stretta giustizia che io paghi mille lire. Per l’infinita distanza fra Dio e l’uomo, è chiaro che l’uomo non può vantare di fronte a Dio un diritto assoluto, chè tutto ci viene da Dio. Per questo nella definizione abbiamo posto le parole: «posta la divina ordinazione”. L’uomo per alcune opere può avere un merito “de condigno» perchè Dio ha stabilito così dando le sue promesse; quindi se ne è obbligato per sua infinita bontà, per fedeltà alle promesse.
Il merito «DE CONGRUO» non ha nessuna parità fra l’opera e la ricompensa, ma questa viene data per una certa convenienza e per benignità, data la infinita liberalità di Dio, che molte volte vuol premiare un’opera che di per sè non ha adeguata proporzione col premio.

Condizioni del merito

A) PER PARTE DELL’OPERANTE sono necessarie due cose:

1) Lo STATO DI VIA cioè l’uomo può meritare durante il viaggio su questa terra. Colla morte cessa il tempo di meritare.
2) Lo STATO DI GRAZIA SANTIFICANTE. Perchè il tralcio pro duc frutto è necessario che sia unito alla vite (Gv. 15,4) e il Conc. di Trento (D. B. 1002) dichiara che meritano le opere dell’uomo giustificato” cioè nella grazia abituale. Fu pure condannata una prop. di Baio (D. B. 1015) che negava la necessità, per il merito, della grazia santificante.

B) PER PARTE DELL’OPERA è necessario che sia:
1) LIBERA. Non è giusto che alcuno sia premiato o punito se non è padrone delle sue azioni. Deve essere perciò libero dalla necessità e dalla costrizione (Cfr. la condanna della proposizione di Giansenio - D. B. 1094).
2) BUONA ossia onesta per il fine, l’oggetto e le circostanze. Se l’opera è cattiva è chiaro che non ha merito. Se di per sè un’opera potesse essere indifferente, (perciò nè degna di premio nè di castigo), per il fine soprannaturale che vi si aggiunge diventa buona.
3) SOPRANNATURALE per il principio che la emette, e cioè l’anima elevata all’ordine soprannaturale, ed il fine soprannaturale. Non è necessario però che il fine e il motivo si abbiano presenti attualmente, ma basta l’intenzione virtuale, cioè una intenzione permanente, anche se nel momento non vi è l’attenzione a questa (L’intenzione virtuale differisce da quella abituale in quanto la potremmo dire attuale ma priva della attenzione del momento. Per questo è utile sommamente rinnovare l’intenzione e l’offerta delle nostre azioni, specialmente nelle orazioni di ogni giorno).

C) PER PARTE DI DIO è necessaria la positiva ordinazione, come abbiamo spiegato.

L’esistenza del merito

TESI - L’uomo giustificato, per grazia di Dio e per merito di Gesù Cristo, con le buone opere merita veramente l’aumento della grazia, la vita eterna e, se muore in grazia di Dio, il conseguimento della stessa vita eterna e ancora l’aumento di gloria.

E’ DI FEDE

dal Conc. di Trento (D. B. 842) che si esprime con le parole riportate nella tesi, premettendovi ancora che è scomunicato chi dicesse: che le opere buone del giustificato sono così doni di Dio, da non essere pure buoni meriti dello stesso giustificato”.
Dunque, il giusto può meritare e di fatto merita “de condigno» come esprimono le parole “merita veramente”. Non sarebbe vero merito, se non fosse «de condigno”.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. S. Paolo presenta la vita eterna come una ricompensa data secondo la giustizia del giusto Giudice, alle opere buone compiute dal giusto: “Ciascuno riceverà la propria ricompensa secondo il proprio lavoro” (1, Cor. 3,8): «Ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede, nel resto mi è riposta la corona di giustizia, che il Signore GIUSTO Giudice, ridarà non solo a me, ma a tutti coloro che amano la sua venuta” (2, Tim. 4,7 ss.).
Così (Ebr. 10,35 e Col. 3,24) parla di rimunerazione e retribuzione.
Gesù ha detto: “Godete ed esultate chè la vostra ricompensa nel cielo è grande” (Mt. 5,12).

B) - DALLA TRADIZIONE. S. Ireneo (Ad. Haer. 6,37) sostiene che la corona ci viene data per il nostro combattimento.
Tertulliano (De poen.): “Il bene fatto ha Dio come debitore”.
S. Agostino (De Grat. et lib. arb. 15) afferma che i nostri meriti sono doni di Dio per la grazia, ma sono nostri perchè provengono dal libero arbitrio.
L’oggetto del merito
In alcune proposizioni completeremo quanto fin’ora non è stato accennato, riguardo al merito.

A) - PER LA GRAZIA ATTUALE.

I - E’ certo che l’uomo non può meritare per sé la prima grazia attuale nemmeno «de congruo”.

II - E’ certo che l’uomo, anche in peccato, sotto l’influsso della grazia attuale, può meritare “de congruo” grazie attuali sia sufficienti che efficaci.

III - Comunemente è ammesso che l’uomo giustificato può meritare “de condigno” grazie attuali sufficienti.

È una conseguenza che viene dalla definizione del Conc. di Trento citata nella tesi precedente.
Infatti se l’uomo giustificato può meritare «de condigno» la vita eterna nello stesso modo gli occorrono i mezzi per raggiungerla. Fra questi mezzi le grazie attuali sufficienti, sono assolutamente necessarie, per cui ricevuta la prima, se vi si corrisponde, se ne merita una successiva, almeno “de congruo”. Nasce così come una catena di grazie, l’una legata all’altra in chi a tutte corrisponde fedelmente.

IV - E’ certo che l’uomo, anche giustificato, non può meritare “de condigno” la grazia efficace in quanto tale.
e cioè meritando “de condigno” la grazia sufficiente, non è per il merito dell’uomo che essa sia efficace. Cioè, se di fatto quella grazia è efficace, la efficacia non è stata meritata dall’uomo come diritto. In nessun luogo della Scrittura è detto che l’uomo ha diritto per la sua fedeltà antecedente a una nuova grazia efficace.

B) - PER LA GRAZIA ABITUALE.

I - E’ certo che il peccatore non può meritare «de condigno” la giustificazione, e cioè la prima grazia abituale; la può però meritare “de congruo”.
Siamo “giustificati gratis per la grazia di Lui» (Rom. 3,24). e il Conc. di Trento (Sess. VI, 8), spiega che siamo giustificati gratis perché “nessuna delle cose che precedono la giustificazione, nè la fede, nè le opere meritano la stessa grazia della giustificazione”. Inoltre per meritare “de condigno” è necessaria la grazia abituale, che evidentemente in questo caso non c’è ancora.
Può esservi però il merito “de congruo”. La S. Scrittura afferma: “Il timore di Dio espelle il peccato” (Eccl. 1,27). “Dio, sii propizio a me peccatore... e discese a casa giustificato” (Lc. 18,13 s.).
S. Agostino (Ep. 194, 9) commentando in questo passo il merito della fedele umiltà nota: “La stessa remissione dei peccati non è senza qualche merito, se la fede la impetra”.

II - L’uomo giustificato non può meritare “de condigno” la riparazione dopo lo caduta; secondo i Tornisti non la può meritare nemmeno “de congruo”.
Con la ricaduta nel peccato, l’uomo si trova in una con dizione di maggiore responsabilità che prima della giustificazione. Per il peccato mortale egli ha perduto la grazia abituale tutti i meriti. Non è perciò nella condizione di meritare “de condigno”. I Tornisti negano che possa nemmeno meritare de congruo”, mentre gli Scotisti lo ammettono. Gli uni e gli altri però concedono che possa meritare “de congruo» in senso lato, e cioè, con le buone opere specialmente con la preghiera, può impetrare il perdono dalla benignità ed infinita misericordia di Dio.

III - E’ di fede che l’uomo giusto può meritare “de condigno”, l’aumento della grazia santificante, la vita eterna e l’aumento di gloria.
Lo abbiamo visto nell’ultima tesi. Ogni opera salutare aggiunge un nuovo merito (Scotisti), o almeno vi dispone, perchè vi si aggiunge quando compie un atto intenso (Tornisti). Quanto aumenta la grazia, proporzionalmente aumenta il merito per un grado di gloria maggiore.

IV - L’uomo giustificato non può meritare né “de condigno» n “de congruo”, il grande dono della perseveranza finale; lo può però impetrare da Dio con la preghiera.
Abbiamo visto questo punto in altra parte. Che lo si possa impetrare con la preghiera assidua, lo si deduce dalle parole di Gesù: “In verità vi dico se chiederete qualche cosa al Padre mio, in mio nome, Egli ve lo concederà)) (Gv. 16,23).
S. Agostino (De dono pers. 5,10) ripreso intensamente da S. Alfonso de’ Liquori (Del gran mezzo della Preghiera) afferma che “con supplichevoli preghiere si può in qualche modo meritare”. Questo merito da alcuni Teologi viene chiamato “de congruo fallibile”.
Ripetiamo che se l’uomo muore in stato di grazia, merita la vita eterna.

C) - PER GLI ALTRI.

I - Solo Cristo ha potuto meritare “de condigno» le grazie per gli altri; l’uomo giusto le può meritare «de congruo”.
La prima parte l’abbiamo vista parlando della Redenzione. Per la seconda S. Giacomo ci avvisa: “Pregate gli uni per gli altri per essere salvi”. Piamente si crede che S. Paolo fosse convertito per le preghiere e l’offerta di S. Stefano; S. Agostino per le preghiere e le lacrime di S. Monica, sua madre.

S. Tomaso (S. Th. I a 2ae q. 144 a. 6) ci insegna che l’uomo costituito nella grazia adempie la volontà di Dio, ed è conveniente (congruo) che per questa amicizia Dio compia la volontà dell’uomo per salvarne un altro, quantunque ci possa essere impedimento per parte di questi. Oltre a questo valore impetratorio dell’uomo giustificato per gli altri, si deve aggiungere pure il valore propiziatorio e satisfattorio, come abbiamo detto parlando della Comunione dei Santi.

Conclusione

Abbiamo studiato le vie meravigliose della grazia. È la bontà infinita di Dio che si accosta alla sua creatura per ricolmarla dei suoi doni più grandi, per comunicarle la sua stessa vita.
Se il mistero non ci fa vedere fino a qual punto giunga l’azione divina di fronte alla volontà umana lasciata libera, è però certo che Dio, a chi fa quanto sta in lui, non nega la sua grazia. Corrispondiamo dunque docilmente perchè Dio possa compiere in noi l’opera della santificazione. Ricordiamo anche che per dispensarci le sue grazie, Dio ci ha dato una Madre, Maria, la Mediatrice di tutte le grazie.