DIO RIMUNERATORE

TRATTATO OTTAVO
DIO RIMUNERATORE

Il Corso della vita terrena ha termine con la morte, Che la separazione dell’anima dal corpo. In quel momento CESSA IL TEMPO PER MERITARE e cessa pure la mutabilità dell’uomo ora rivolto verso Dio, ora avverso a Lui per il peccato. Con la morte, mentre il corpo va in disfacimento in attesa della RESURREZIONE finale, l’anima continua a vivere, in quanto immortale, essendo spirito. Essa nello stato di amicizia o inimicizia di Dio in cui si trova in quel momento, rimarrà per sempre immutabile.

LA MORTE È UNIVERSALE PER TUTTI GLI UOMINI. Ce lo dice la quotidiana esperienza e la Scrittura, come abbiamo visto, ce la presenta come conseguenza del peccato: “In Adamo tutti muoiono» (Ebr. 9, 27; 1 Cor. 15, 22). Dio l’aveva minacciata ai progenitori, se avessero peccato: «In qualunque giorno ne mangerete, morrete” (Gen. 3, 19).
La Sapienza (2,23), ripresa poi da S. Paolo (Ebr. 9, 27), afferma: “È stato stabilito agli uomini di morire una volta» (Secondo un’antica tradizione Enoch ed Elia spariti di mezzo agli uomini, sono sempre vivi e tornerebbero negli ultimi giorni del mondo, morendo martiri.
Così pure, mentre per sentenza più comune si pensa che gli uomini presenti alla fine del mondo moriranno tutti, per risorgere subito, attenendosi alla volgata nel passo di S. Paolo (i Cor. 15, 51): “Tutti risorgeremo, ma non tutti saremo cambiati”, un’altra sentenza ritiene che gli ultimi uomini passeranno alla vita eterna senza morire, prendendo lo stesso testo dai Codici greci che dicono; “Non tutti moriremo, ma tutti saremo cambiati”).
Gesù ne ha parlato frequentemente perchè gli uomini vi stessero preparati. Ma dopo la vita terrena, quale sarà la sorte degli uomini?
Dio è SOMMO E GIUSTISSIM0 RIMUNERATORE. La stessa ragione ci dice che premierà i buoni e punirà i cattivi. Ma per sapere con esattezza quale sarà il premio o il castigo, sentiamo che cosa ci dice la Rivelazione.
Lo vedremo dividendo il trattato in tre capitoli:

1 - IL GIUDIZIO E LA PURIFICAZIONE DELL’ANIMA IN PARTICOLARE.

2 - LA SECONDA VENUTA DEL CRISTO.

3 - LA SORTE DEGLI UOMINI PER TUTTA L’ETERNITA’

CAPITOLO PRIMO
IL GIUDIZIO E LA PURIFICAZIONE DELL’ANIMA IN PARTICOLARE

IL GIUDIZIO PARTICOLARE

ERRORI - I MATERIALISTI e gli EPICUREI e tutti coloro che «l’anima col corpo morta fanno» negando la sopravvivenza, negano conseguente ogni giudizio.
La METEMPSICOSI pure nega in altra maniera ammettendo la trasmigrazione delle anime da un corpo ad un altro. Oltre che in alcune religioni INDIANE, questa dottrina fu già seguita dagli GNOSTICI E MANIdHEI anticamente, e dai TE0S0FI oggi.
I TNETOPSICHITI (parola che dal greco significa: «morte dell’anima”) dicono che l’anima muore col corpo per risuscitare con esso alla fine del mondo. Tale teoria, ideata da un certo TAZIANO è seguita dagli antichi ARABI, da molti NESTORIANI MAOMETTANI e da molti PROTESTANTI fra cui gli ANABATTISTI E AVVENTISTI.
I DORMIENTI, come li chiama S. Girolamo dicono che le anime restano come in un sopore di sonno fino all’ultimo giudizio. Fra essi un certo VIGILANZIO (contraddizione del nome!) e molti COPTI E ARMENI.
Seguono lo stesso errore, con la differenza che assegnano ai cattivi un incantamento fino a quando nell’ultimo giorno saranno condannati al supplizio molti SCISMATICI, LUTERO E CALVINO.
I MILLENARISTI infine dicono che i giusti riceveranno la gloria dopo che saranno risuscitati i loro corpi e dopo aver passato mille anni sulla terra con Cristo nel regno che si ristabilirebbe per il tempo suddetto.

TESI - L’anima subito dopo la morte è giudicata in particolare da Dio che determina immutabilmente la sua sorte eterna; questa sentenza viene eseguita immediatamente.

E’ CERTA, ANZI PROSSIMA ALLA FEDE

la prima parte, come si rileva dalle definizioni date per la seconda parte che

E’ DI FEDE

Il Conc. di Lione II (1274) dice che le anime senza macchia o purificate “sono ricevute subito nel cielo”; quelle in peccato mortale o anche solo originale «subito discendono nell’inferno da punirsi tuttavia con pene differenti” (D. B. 464).
Benedetto XII nella Cost. “Benedictus Deus” (29 giugno 1336) dice: «Definiamo che (le anime dei Santi) subito dopo la morte... vedono la Essenza con visione intuitiva e anche facciale... Definiamo inoltre che le anime di coloro che muoiono in peccato attuale mortale subito dopo la loro morte discendono all’inferno, dove sono tormentate dalle pene infernali»
(D. B. 530 - 531).
Il Conc. di Firenze (6 luglio 1493) dice: “Le anime.., purificate sono ricevute subito in cielo e vedono chiaramente lo stesso Dio Trino e Uno» (D. B. 963).
SPIEGAZIONE: Il giudizio particolare, venendo fatto all’anima separata dal corpo non avrà la forma di discussione, ma sarà come una illuminazione interna in cui l’anima vedrà il bene e il male di tutta la vita. La sentenza non sarà pronunciata verbalmente, ma mentalmente in modo che resterà impressa nelle anime.
Essa avviene nello stesso istante della morte, là dove la persona si trova e immediatamente viene eseguita e l’anima va o in Paradiso, o in Purgatorio, o nell’inferno.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Parlando del ricco Epulone il Vangelo dice: «Avvenne che morì il mendico e fu portato dagli Angeli nel seno di Abramo, morì anche il ricco e fu sepolto nell’inferno” (Lc. 16,22). Il corpo di costoro era rimasto sulla terra: dunque le parole si riferiscono all’anima, che non è morta col corpo e non dorme ma va alla sua destinazione subito dopo la morte. Ciò non si può concepire senza che sia stata giudicata.
S. Paolo nel passo citato poco sopra, dopo aver detto che è stabilito che ogni uomo una volta muoia, aggiunge: “e dopo ciò il giudizio”. Qui non si tratta evidentemente del giudizio universale alla fine del mondo ma del giudizio particolare subito dopo la morte di ciascuno.

B) - I PADRI parlando della morte degli uomini dicono chiaramente che sono mandati al luogo di gloria o di pena. Ciò evidentemente non si può intendere del corpo, nè si può intendere che avvenga senza il giudizio: anzi alcuni parlano anche di questo.
S. Giustino (Dial. cum Tryph.): “Le anime dei pii permangono in un luogo migliore e quelle dei cattivi nel luogo peggiore aspettando il tempo del giudizio (universale)
S. Clemente Romano (1 Cor. 5) parlando del martirio dei Ss. Pietro e Paolo dice che andarono “nel luogo della gloria”  nel luogo santo”.
S. Girolamo (in bel. 2) ha una frase, che viene ripresa poi da vari Padri: “Ciò che nel giorno del giudizio avverrà per tutti, questo si adempie per ciascuno nel giorno della morte”.
S. Agostino (De anima et eius orig. 8) completa: «Che le anime vengono giudicate quando escono dal corpo prima di venire a quel giudizio nel quale verranno giudicate col corpo”.
S. Ilario (Super Sal. 2,49) precisa che “lì non vi è nessuna dilazione o ritardo: perchè il giorno del giudizio è retribuzione eterna o di beatitudine o di pena”.

CONCLUDENDO: Nei giudizio particolare l’anima riceve la sua sentenza eterna: o PARADISO immediatamente, o dopo una purificazione col PURGATORIO, oppure INFERNO.
Nel Paradiso o nell’Inferno l’anima senza corpo ha già la sua gioia o la sua pena, ma di queste due opposte eternità ne parleremo a parte, dopo aver detto del giudizio finale, il quale non cambia la sentenza del giudizio particolare.
Qui parleremo dei Purgatorio.

IL PURGATORIO

ERRORI: A coloro che negano la sopravvivenza dell’anima vanno aggiunti i seguenti:
BASILIDE (Sec. II) per il quale non c’era altra pena per i peccati se non la “transcorporazione» delle anime.
AERIO (sec. IV) per cui è cosa vana il pregare e l’offrire per i morti.
LUTERO (sia pure contraddicendosi in qualche tempo) ammette il Purgatorio.
ZUINCLIO E CALVINO negano il Purgatorio dicendo che la purificazione viene data solo dal Sangue di Cristo.
Molti PROTESTANTI MODERNI pur non usando il nome Purgatorio, ammettono uno stato intermedio per le anime che si preparano al cielo ma dicono che da sè stesse possono soddisfare e meritare.
I RITUALISTI invece ammettono l’efficacia dell’orazione per diminuire la loro pena.

TESI - Esiste il Purgatorio dove le anime vengono purificate e dove possono essere aiutate dai suffragi dei fedeli.

E’ DI FEDE

Era stato dichiarato fin da Innocenzo IV (D. B. 456) dal Conc. di Lione II (D. B. 466), da Benedetto XII (D. B. 530), dal Conc. di Firenze (D. B. 693).
Il Conc. di Trento richiamandosi alla Scrittura ai Padri e a questi documenti, riassume definendo che c’è il Purgatorio e le anime ivi detenute sono aiutate dai suffragi dei fedeli, e principalmente coll’accettevole Sacrificio dell’altare” (D. B. 983).
SPIEGAZIONE. Il Purgatorio dunque è un luogo, o meglio uno stato in cui le anime in grazia di Dio ricevono la purificazione delle macchie rimaste in loro al momento della morte.
La ragione stessa ci dice che un’anima libera dal peccato mortale non può essere condannata all’inferno: però se non è perfettamente pura, non è degna di essere ammessa alla partecipazione della visione di Dio nella gloria. Dunque è misericordia di Dio che vi possa essere questo stato di purificazione.

Le MACCHIE da cui le anime vengono purificate sono di tre specie:

1) - i peccati veniali non ancora rimessi, la cui colpa verrebbe cancellata secondo la sentenza più probabile di S. Tomaso e del Suarez, nell’istante della morte con un atto di amore o di contrizione, restando la pena per il Purgatorio;

2) - gli abiti cattivi;

3) - la pena temporale dovuta per i peccati mortali rimessi in quanto alla colpa.
Le anime del Purgatorio dalle loro pene hanno purificazione ma non acquistano nuovo merito o soddisfazione ma solo una satispassione, cioè col loro patire pagano il debito della Giustizia Divina.
I fedeli viventi, invece, possono aiutarle dando il suffragio, soddisfacendo colle loro opere, e impetrando colle loro preghiere. Per questo è di somma utilità soprattutto l’offerta del Sacrificio della Messa, poi le orazioni, le opere buone, le indulgenze (Una opinione diffusa ritiene che gli Angeli e i Santi possano interpellare per le anime del Purgatorio. La Liturgia dice: “Intercedendo la B. Vergine Maria con tutti i Santi, concedi che giungano al consorzio della beatitudine eterna”. Pure le Anime pregano per i vivi specialmente per coloro che le suffragano. Quantunque la Chiesa non invochi pubblicamente le Anime del Purgatorio, approva i fedeli che le invocano privatamente, arricchendo anche con indulgenze tali orazioni).

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA: Il Libro Il dei Maccabei (12, 43-46) racconta che Giuda Macabeo dopo una battaglia invia un’offerta al Tempio perché si offrano sacrifici per i caduti «addormenta tisi nella pietà a, concludendo: “È santo e salutare il pensiero di pregare per i defunti perché siano prosciolti dai peccati”. Parla quindi di anime buone che dovevano però essere purificate, e il suffragio dei vivi sarebbe loro giovato.
Gesù nel Vangelo ci dice che c’è un peccato che “non sarà rimesso nè in questo mondo nè in quell’altro” (Mt. 12, 32). Ciò significa che ci sono dei peccati che possono essere rimessi nell’altra vita, e sono quelli che hanno la loro purificazione nel Purgatorio.
S. Paolo (1 Cor. 3 10-19) dice che ci sarà chi sarà salvato «per mezzo del fuoco”.

B) - DALLA TRADIZIONE. Fin dai primi secoli è universale la pratica delle preghiere e delle offerte per i Defunti, come lo provano iscrizioni delle Catacombe, dove si prega che le anime abbiano il refrigerio, abbiano la luce”.
Tertulliano (De corona 3) ricorda che vengono fatte offerte per i Defunti nell’anniversario della morte; racconta di una sposa che prega per il refrigerio» dell’anima del marito (De monog. 10) e di un luogo dove «si espiano” i delitti minori (De Anima 58).
S. Cirillo di Gerusalemme (Cath. 23, 9) ci invita a pregare per i Defunti, pensando di portare aiuto alle loro anime.
S. Agostino (Ench. 69) afferma che “alcuni fedeli.., vengono salvati per il fuoco del Purgatorio”.

LE PENE DEL PURGATORIO

La Chiesa non ha dichiarato esplicitamente quale sia quel genere di pene che soffrono le anime del Purgatorio. I Teologi ne danno una spiegazione facendo una analogia colle pene dell’Inferno.
S, Tomaso (Suppl. app. q. 2, a. 1):

“Nel Purgatorio c’è una duplice pena: una del danno, in quanto cioè le anime vengono ritardate dalla divina visione; l’altra del senso in quanto sono punite dal fuoco corporeo”.

LA PENA DEL DANNO. Nell’Inferno vi è privazione eterna di Dio. E logico che come analogia nel Purgatorio vi è una differenza sostanziale. Infatti le anime non possono ancora vedere Dio ma hanno la certezza che la loro privazione è solo temporale. Quindi pur nel desiderio intenso di giungere alla visione beatifica del cielo, vedono la necessità della loro purificazione e da se stesse rimarrebbero nel Purgatorio, non sentendosi degne di presentarsi dinanzi a Dio anche con la più piccola macchia.

LA PENA DEL SENSO. Certamente nel Purgatorio vi sono pene positive, oltre al ritardo dell’ingresso alla gloria. Lo ha dichiarato il Conc. di Lione Il: Le loro anime sono purgate dopo la morte con le pene del Purgatorio ossia purificatrici” (D. B. 464).
Presso i, Greci generalmente non si ammette una pena reale del fuoco del Purgatorio, ma un tormento di fatiche, di dolori e di oscurità (Ricordiamo a questo punto l’avviso del Conc. di Trento (Sess. 25) che con le persone più incolte non i debbono trattare le questioni più sottili che non servono a edificazione).
I Latini più comunemente ammettono la pena del fuoco, oltre le sopraddette. S. Agostino dice: “con lo stesso fuoco con cui vengono tormentati i dannati, vengono purificati gli eletti”.
S. Tomaso precisando l’effetto del fuoco nelle sostanze in- corporee, dice che le anime vengono “allegate” da questo fuoco, ma non alterate.

GRAVITA’ E DURATA. Non si sa nulla di certo. S. Tomaso pensa che la pena più piccola del Purgatorio è più grave della più grande di questo mondo; S. Bonaventura invece pensa che la più grande pena del Purgatorio è superiore alla più grande di questa vita; non così la più piccola che può essere minore di alcune di questa vita.
Per la durata si insegna unanimemente che il Purgatorio non continuerà oltre il giorno del Giudizio universale. Per coloro che moriranno in ultimo, a Dio non mancano i mezzi per purificarli in breve tempo.
Per ciascuna anima in particolare, le pene dureranno più o meno a seconda del numero e della gravità delle macchie. La Chiesa ammette fondazioni di suffragi in perpetuo, il che però non dà come necessaria conseguenza che delle anime debbano restare in Purgatorio fino alla fine del mondo. Infatti, anche liberate quelle anime, quei suffragi serviranno per altre.

Le gioie del Purgatorio

Insieme alle pene, in Purgatorio ci sono pure grandi gioie:

1) LA CERTEZZA DELLA SALVEZZA ETERNA. In questo mondo anche i buoni non hanno la certezza della salvezza eterna, ma vi si preparano “nel timore e nel tremore”. Le anime del Purgatorio ormai sono nella assoluta certezza del Paradiso.

2) L’IMPECCABILITÀ. Finchè uno è al mondo non sa se cadrà in peccato. In Purgatorio vi è questa certezza di poter amare per sempre il Signore, senza più offenderlo.

3) I SUFFRAGI della Chiesa militante alleviano e abbreviano le pene ed anche le tolgono del tutto liberandole.

4) LA CONVERSAZIONE CON GLI ANGELI. Molti Santi e maestri di spirito ammettono questa relazione fra le anime del Purgatorio e gli Angeli.

CAPITOLO SECONDO
LA SECONDA VENUTA DEL CRISTO

Gesù è venuto in questo mondo la prima volta con la Incarnazione, nell’umiltà e nascondimento della forma di servo;
TORNERÀ VISIBILMENTE PER LA SECONDA VOLTA ALLA FINE DEL MONDO A GIUDICARE TUTTI GLI UOMINI CON ASPETTO SOLENNE E GLORIOSO.

Questa verità è definita da molti Concilii, ma qui ci contentiamo di riportare la parola già chiara dei Simboli: Verrà a giudicare i vivi e i morti”.
Siccome coloro che saranno giudicati saranno tutti di nuovo in vita, come vedremo fra poco, la parola vivi significa i vivi alla grazia, cioè alla vita di Dio e, morti coloro che sono in peccato mortale, cioè i privi della vita divina.
Il ritorno di Gesù nella gloria, preannunciato nelle profezie che parlano del trionfo del Messia, lo troviamo descritto nel Vangelo: «Il Figlio dell’Uomo verrà nella gloria del Padre coi suoi Angeli e allora renderà a ciascuno secondo le sue opere» (Mt. 16,27; cfr. Mc. 8,38). «Verrà nella maestà sua e del Padre e dei Santi Angeli” (Lc. 9,26) E quando verrà il Figlio nella sua maestà e tutti gli Angeli con Lui, allora sederà sopra il trono della sua maestà” (Mt. 25,31; cfr. Mc. 13,26; Lc. 21,27).
Davanti al Sinedrio, Gesù disse: «Vedrete ancora il Figlio dell’Uomo sedente alla destra della virtù di Dio e che viene sulle nubi del cielo» (Mt. 26, 64; Mc. 14, 62).
Negli altri libri del N. Testamento troviamo numerosi accenni a questo fatto: Questo Gesù che è stato assunto da voi al cielo così verrà, come lo avete visto andare al cielo» (Atti 1,11) dicono gli Angeli agli Apostoli subito dopo l’Ascensione.
La predicazione degli Apostoli frequentemente si richiama a questa fondamentale verità: così Pietro (Atti 3,20-21; 1 Pt.
4, 13; 2 Pt. 3, 1-16); Paolo (Tess. 4, 15-18; 1 Cor. 4,5; Ebr. 1,6) Giacomo (Giac. 5,8).

I segni della fine del mondo

Gesù tornerà visibilmente alla fine del mondo. Nessuno però sa quando sarà questo giorno. Disse Gesù: Di quel giorno e di quell’ora nessuno sa, nè gli Angeli nel cielo, nè il Figlio (Che non lo sappia il Figlio significa solo che pur sapendolo, lo sa di una scienza che non comunica a nessuno) ma soltanto il Padre” (Mc. 13,32).
Da questo testo Leone X nel Conc. Laterano V vietò che nessuno osasse asserire qualche cosa come certo.
Gesù ha detto che verrà questa fine come la folgore (Mt. 24,27) però ci saranno dei segni precursori che preavviseranno, come la gemma del fico preannuncia l’estate e come dal cielo rossastro si prevede un domani sereno (Mc. 13,28; Mt. 16,9).
Quali siano con certezza questi segni è difficile precisano, in quanto che la profezia di Gesù a questo riguardo, oltre alla oscurità solita delle profezie, riunisce l’annunzio della fine del mondo con quello della distruzione di Gerusalemme.
I Teologi dalle parole della Scrittura rilevano i seguenti segni:

PREDICAZIONE DEL VANGELO IN TUTTO IL MONDO. Agli Apostoli che chiedevano quando sarebbe stata la seconda venuta e la fine del mondo Gesù risponde: Sarà predicato questo Vangelo del Regno in tutto il mondo in testimonianza a tutte le genti, e allora avverrà la consumazione” (Mt. 24 3, 14). Alcuni da queste parole pensano che tutte le genti debbano abbracciare la fede, ma la sentenza più probabile giudica che ciò non è richiesto per l’avveramento della profezia e si fermano sulla sola predicazione in tutto il mondo. Però non è detto che predicato il Vangelo, immediatamente avvenga la fine.

LA CONVERSIONE DEI GIUDEI.

LA MANIFESTAZIONE DELL’ANTICRISTO, che comunemente si crede un individuo che con falsi miracoli e invidia diabolica ingannerà i fedeli. Altri pensano ai nemici del Cristo in genere.
S. Paolo lo dice: l’uomo del peccato” (Tess. 2) che Gesù annienterà col soffio della sua bocca.

L’APOSTASIA DI MOLTI CATTOLICI. “Sorgeranno molti pseudoprofeti e inganneranno molti e poichè abbondò l’iniquità si raffredderà la carità» (Mt. 24, 11-12).

LA PERTURBAZIONE DELL’UNIVERSO. “E ci saranno pestilenze, fame, terremoti... muggito del mare e dei flutti... e subito dopo la tribolazione di quei giorni il sole si oscurerà, la luna non darà la sua luce e le stelle cadranno dal cielo... (Mt. 24, 7 s.) (Fine del mondo non significa che il mondo sarà distrutto, ma dopo il giudizio universale si avranno “cieli nuovi e terra nuova» (2 Pr. 3, 13). I Teologi dicono che questo mondo sarà rinnovato e purificato con un “diluvio di fuoco» e servirà agli eletti, quasi come trasformato in un’isola di santi).

LA RESURREZIONE DELLA CARNE

ERRORI - Alla antica negazione dei SADDUCEI riguardo alla RESURREZIONE dei corpi, fecero seguito molti GNOSTICI, i MANICHEI, i VALDESI, E GLI ALBIGESI. Oggi professano la stessa negazione i PROTESTANTI UNITARI, LIBERALI E I RAZIONALISTI.

TESI - Alla fine del mondo tuiti gli uomini buoni e cattivi risorgeranno col corpo che hanno portato.

E’ DI FEDE

Oltre che dal Simbolo Apostolico “credo la RESURREZIONE della carne”, si legge nel Simbolo Atanasiano: “alla sua venuta tutti gli uomini dovranno risorgere coi corpi”.
Tralasciando gli altri numerosi documenti ecclesiastici, riportiamo la definizione del Conc. Laterano IV (D. B. 429): .. quali tutti risorgeranno coi loro propri corpi che ora portano, per ricevere secondo le loro opere, sia che siano state buone, o cattive”.
SPIEGAZIONE. Per risorgere con lo stesso corpo che uno ha avuto in vita, secondo la sentenza di molti, fra cui il Billot, basta la identità di forma, cioè la stessa anima e non l’identità di materia. Un adulto nel suo corpo non ha più quella materia con la quale era composto bambino. Attraverso il ricambio ogni cellula si è rinnovata ed è stata sostituita da nuove cellule (Questa teoria scientifica è stata dimostrata falsa da recenti scoperte. Infatti è stato dimostrato che alcune cellule restano le stesse nel corpo per tutta la vita. Così, Oltre l’identità dell’anima, resta nell’uomo la identità di queste cellule fondamentali). Eppure il suo corpo è lo stesso di quando era bambino, non è un altro corpo, appunto per la identità dell’anima che lo informa, per cui è il corpo della stessa persona.
Questa spiegazione risolve la difficoltà di coloro che obiettano: come fa ad essere lo stesso corpo nella RESURREZIONE se i suoi elementi decomposti vengono assorbiti da piante, da altri animali che a loro volta saranno mangiati, e quegli elementi verranno a far parte del corpo di altri uomini?
Però i Teologi più comunemente, e in questo modo sono più aderenti alle definizioni della Chiesa, dicono che per la identità dei corpi risorti è necessaria almeno in parte la stessa materia che hanno avuto in vita.
E il far ciò a Dio non è impossibile, anzi, come abbiamo detto nella nota, ciò corrisponde alle ultime scoperte della scienza.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Nell’Antico Testamento ci sono le parole di Giobbe (19,25): “So... che nell’ultimo giorno risorgerò dalla terra: e di nuovo sarò circondato dalla mia pelle e nella miti carne vedrò il mio Dio”. Anche Isaia (26, 19) dice che risorgeranno i morti, e Daniele (12, 2): “Poi la moltitudine di coloro che dormono nella polvere della terra si ridesterà, alcuni nella vita eterna, e altri nell’obbrobrio che gli starà sempre davanti”.
Nel Libro Il dei Maccabei (7, 113) la madre che assiste al martirio dei sette figli rimprovera il giudice, ricordando che Dio li risusciterà (Fra tutti questi testi dell’A. T. i più probativi sono quelli di Daniele e dei Maccabei, poiché Giobbe così chiaro nella traduzione latina, resta oscuro nel testo ebraico e Isaia insieme alla RESURREZIONE individuale vuole alludere alla RESURREZIONE nazionale del popolo Ebreo).
Gesù molte volte parla della Resurrezione: rimprovera i Sadducei che negano la RESURREZIONE dicendo loro che non conoscono: “le Scritture e la potenza di Dio”. Nel colloquio con Marta approva e conferma la sua affermazione: «So che risusciterà nell’ultimo giorno” Le disse Gesù: “Io sono la RESURREZIONE e la vita, chi crede in me, anche se sarà morto, vivrà» (Gv. 11, 23-25). E in altra occasione: “Verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la voce del Figlio di Dio e coloro che fecero il bene andranno alla RESURREZIONE di vita, e quelli che fecero il male, nella RESURREZIONE del giudizio” (Gv. 5, 28-29).
Promettendo l’Eucaristia: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv. 6, 55).
S. Paolo nella I Corinti (15) si ferma su questo argomento come a punto fondamentale della nostra fede: “Se i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto”. Ma Cristo è risorto, chè altrimenti sarebbe vana la nostra fede così anche noi risorgeremo”. “Poichè se crediamo che Cristo è morto e risorto, così Dio per mezzo di Gesù condurrà con lui quelli che si addormentarono... e i morti che sono in Cristo risorgeranno per primi” (Tess. 4, 13-14).

B) - DALLA TRADIZIONE: Concordemente i Padri hanno asserito questa verità.
La Didachè (16, 6) dopo aver detto che si aprono i cieli e gli Angeli suonano le loro trombe, parla “della RESURREZIONE dei morti”.
Atenagora ha un intero trattato sulla RESURREZIONE dei morti.
S. Policarpo (Ep. ad Fu.) chiama: “primogenito di satana chi nega la RESURREZIONE e il giudizio”.
S. Agostino (De Civ. Dei 22,20) “La RESURREZIONE dei morti è fede propria de cristiani. Questa l’ha mostrata in sè stesso e ce ne ha dato l’esempio di fede Cristo nostro Capo”.

Le doti dei corpi gloriosi

Mentre i corpi dei dannati saranno spaventosi e orribili a somiglianza dei demoni, i corpi dei giusti risorgeranno gloriosi.
S. Paolo (1 Cor. 15, 42-44) ne fa una descrizione da cui si deduce la loro:

1 - IMMORTALITÀ E IMPASSIBILITÀ: «È seminato nella corruzione, risorgerà nella incorruzione”. A somiglianza del seme che gettato nel solco marcisce per trasformarsi nella spiga, così il corpo mortale dalla terra risorgerà, ma non più corruttibile. Esso resterà immortale e non potrà più patire.

2 - LA BELLEZZA, LO SPLENDORE E LA INTEGRITÀ. È seminato nella ignobiltà, risorgerà nella gloria”. I corpi risorgeranno gloriosi, corretti dai difetti organici o della età. Quindi nè la debolezza nè la piccolezza della infanzia, nè la caducità della vecchiaia, ma tutti in una perenne pienezza di età, belli e splendidi, a somiglianza di Gesù risorto.

3 - L’AGILITÀ. È seminato nella infermità, risorgerà nella potenza”. Non la stanchezza, ma la prontezza per potersi muovere senza nessun ostacolo, spostarsi rapidissimamente da un luogo all’altro come gli Angeli.

4 - LA SOTTILITÀ. È seminato un corpo animale, risorgerà un corpo spirituale”. Così il corpo sarà pienamente soggetto all’anima e non potrà essere trattenuto da nessun ostacolo materiale, come Gesù risorto che entrò nel Cenacolo a porte chiuse.

IL GIUDIZIO UNIVERSALE

TESI - Dopo la RESURREZIONE dei morti avverrà il giudizio universale

E’ DI FEDE

dai vari Simboli e Concili, tra cui richiamiamo il Simbolo Apostolico e Niceno-Costantinopolitano: a giudicare i vivi e i morti” e quello Atanasiano: dovranno rendere ragione delle loro opere”.

SPIEGAZIONE. Il giudizio universale non riforma la sentenza del giudizio particolare, ma confermandola di fronte a tutti, mostra la bontà e la giustizia divina, che voleva salvi tutti gli uomini e a tutti ha dato le grazie sufficienti. Si vedrà che chi è dannato, lo è solo per sua colpa. Si vedrà anche che le croci e le umiliazioni erano dono di Dio. Mostra pure l’esaltazione di Cristo, umiliato e condannato dagli uomini. Egli apparirà con grande gloria e maestà, preceduto dal vessillo della Croce, (cfr. Mt. 24, 30) “e allora apparirà il segno del Figlio dell’Uomo nel Cielo”, ora segno di gloria, un giorno segno di condanna e di ignominia. E anche ricompensa ai buoni che nella vita erano stati considerati stolti ed avevano sofferto, mentre facevano bene.
Gesù sarà accompagnato dagli Angeli e dai Santi. Il giudizio sarà sui PENSIERI: Il Signore manifesterà i disegni dei cuori” (1 Cor. 4, 5); sulle PAROLE: In quel giorno del giudizio gli uomini saranno giudicati di ogni parola oziosa che avranno detto” (Mt. 12, 36); sulle OPERE: Renderà a ciascuno secondo le sue opere» (Rom. 2, 6); sulle OMISSIONI Fa peccato chi sa fare il bene e non lo fa» (Gc. 4,17).
La Rivelazione non indica il luogo del giudizio. Una pia sentenza crede che sia la valle di Giosafat a Gerusalemme, presso il Cedron dalle parole di Gioele (3, 2): «Radunerò tutte le genti e le condurrò nella valle di Giosafat”. Giosafat significa “Il Signore giudichi” ma da questa parola non si può indicare con certezza il luogo.
PROVA. Non riporteremo le numerose testimonianze dei Salmi, di Isaia o di S. Paolo. Ci fermeremo alla parola di Gesù (Mt. 25, 31-46): “Quando poi verrà il Figlio dell’Uomo nella sua gloria e con Lui tutti gli Angeli allora sederà sul trono della sua gloria. E si raduneranno dinanzi a Lui tutte le Nazioni, e separerà gli uni dagli altri come il pastore separa le pecore dai capri; metterà le pecore alla sua destra: Venite benedetti dal Padre mio, possedete il regno che vi fu preparato fin dal principio del mondo, perchè ebbi fame e mi deste da mangiare... Allora dirà a quelli della sinistra: Andate via da me, maledetti, al fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi Angeli, perchè ebbi fame... e questi andranno all’eterno supplizio: i giusti poi alla vita eterna”.

CAPITOLO TERZO
LA SORTE DELL’UOMO NELLA ETERNITA’

Dalle ultime parole del giudizio, vediamo indicata la sorte degli uomini per tutta la eternità: l’eterno supplizio ai cattivi, la vita eterna ai buoni.

L’INFERNO

L’INFERNO (= luogo inferiore; in ebraico scèol (Con la stessa parola si indica pure il seno di Abramo) = luogo cavo; in greco ade=luogo oscuro), indica lo stato, il luogo, dove sono puniti i demoni e gli uomini deceduti in peccato mortale.
Nella Scrittura viene chiamato luogo dei tormenti, camino di fuoco, stagno ardente, tartaro, abisso, geenna. Questo ultimo nome era ed è dato a una voragine presso il Cedron a Gerusalemme dove venivano gettati i rifiuti e bruciati per cui quasi di continuo vi ardeva il fuoco.

ERRORI - I SADDUCEI negarono l’esistenza relegandola fra le favole.
ARNOLIO (327) disse che i cattivi dopo un tempo di pena sarebbero stati annientati.
Gli ORIGENISTI negarono la durata eterna, dicendo che un giorno gli Angeli cattivi e gli uomini dannati si sarebbero ravveduti (Un errore simile è stato ripetuto ai nostri giorni nel libro: Il Diavolo, di G. PAPINI, dove viene messo in forma di domanda se un giorno non l’inferno, ma la pena dei dannati debba finire).
Similmente gli UNITARI ed altri PROTESTANTI.
Gli ALBIGESI giudicarono che le anime dei cattivi avessero come punizione un nuovo corpo, dopo di che sarebbero stati liberati.
I SOCINIANI, i PROTESTANTI LIBERALI e i RAZIONALISTI lo negarono affatto.

TESI - Esiste l’inferno dove oltre i demoni, cadono gli uomini che muoiono in peccato mortale dove sono puniti con differenti pene che durano in eterno.

E’ DI FEDE

Sono numerosi i documenti che danno questa definizione.
Il Papa Damaso (D. B. 16); il Simbolo Atanasiano: «Coloro che fecero il bene andranno nella vita eterna, chi invece il male, nel fuoco eterno”. Alessandro VIII (D. B. 1290); Pio VI (D. B. 1526).
Fra i documenti, tre importantissimi sono il Conc. di Lione II (a. 1274, D. B. 464), Benedetto XII nella Cost. Benedictus Deus (D. B. 531) e il Conc. di Firenze (D. B. 693). Essi hanno simili espressioni e riportiamo perciò quelle dell’ultimo: Definiamo «ugualmente che le anime di coloro che muoiono in peccato attuale mortale o anche nel solo originale, subito discendono nell’Inferno, da punirsi tuttavia con pene differenti”.
Abbiamo lasciato per ultima volutamente la definizione del Conc. Laterano IV (D. B. 429) come quella che risponde più direttamente agli errori degli Origenisti, ripetuti oggi: “essi, col diavolo (ricevono) un pena perpetua”.
Anche il Conc. di Costantinopoli (a. 543), confermato da Papa Virgilio condanna gli Origenisti “Se alcuno dice o sente che il supplizio dei demoni e degli uomini è per un determinato tempo, e che un giorno ci sarà la sua fine ossia che avverrà la restituzione e la redintegrazione dei demoni e degli uomini empi, sia scomunicato.
Pio XII nel discorso all’Uunione Giuristi Cattolici d’Italia (Cfr. l’Osservatore Romano 6 Febbr. 1955) dichiara: “La Rivelazione e il Magistero della Chiesa stabiliscono fermamente che, dopo il termine della vita terrena coloro che sono gravati da colpa grave subiranno dal supremo Signore un giudizio ed una esecuzione di pena, dalla quale non vi è alcuna liberazione o condono. Iddio potrebbe anche nell’al di là rimettere una simile pena; tutto dipende dalla sua libera volontà; ma Egli non l’ha mai accordata nè mai l’accorderà... il fatto della immutabilità e della eternità di quel giudizio di riprovazione e del suo adempimento è fuori di qualsiasi discussione”.

SPIEGAZIONE: Le pene differenti corrispondono alla colpevolezza e alla differenza del numero e della gravità dei peccati ma basta un solo peccato mortale per meritare la pena eterna”. «Dio rende a ciascuno secondo le sue opere» (Rom. 2,16).

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA:

1) Nell’Antico Testamento:

il Libro dei Numeri (16, 30 s.) parla di Core, Dathan, Abiron sotto i cui piedi si apre la terra e «discendono nell’inferno”.
Il libro Giuditta (16,20-21) dice che Dio nel giorno del Giudizio visiterà i cattivi e “darà loro il fuoco e il verme nelle loro carni, perchè siano bruciati e soffrano per tutta l’eternità”.
Il Salmo 48: “Andrà al ceto dei suoi padri che in eterno non vedranno luce”.
Ci dispensiamo dal portare altre numerose testimonianze.

2) Nel Nuovo Testamento. Moltissime volte Gesù parla della dannazione dei cattivi: “chi avrà detto stolto al fratello è reo della Geenna di fuoco” (Mt. 5,22): I Giudei che respingono la fede «saranno gettati nelle tenebre esteriori dove è pianto e stridore di denti” (Mt. 8,11-12); così all’invitato a nozze che entra senza veste nuziale (Mt. 22 1-14); ecc.
La dannazione è eterna: “Chi bestemmierà lo Spirito Santo non avrà la remissione in eterno, ma sarà reo di eterno delitto” (Mc. 3, 29; Mt. 12,22).
Gesù quando dice di togliere la mano o l’occhio che scandalizza, conclude che è meglio entrare nella vita eterna privo di essi, che con essi andare nella Geenna “dove il verme non muore e il fuoco non si estingue” (Mc. 9,41 ss.; Mt. 18,8 ss.).
Come abbiamo veduto Gesù nella sentenza finale dirà ai cattivi: «Andate maledetti al fuoco eterno.., e andranno questi nel supplizio eterno; e i giusti nella vita eterna” (Mc. 9,42 43). Dai sepolcri “usciranno quanti fecero il bene in resurrezione dl vita, quanti poi fecero il male in resurrezione di condanna” (Gv. 5,29).
Da questi ultimi testi si vede il parallelismo fra la vita e la condanna eterna. Come eterno è il premio, così eterno è il castigo.
Così molti altri testi, fra cui il seguente: “Chi crede nel Figlio ha la vìta eterna chi invece è incredulo nel Figlio, non vedrà la vit4, ma rimarrà su di lui l’ira di Dio” (Gv. 3,36).
Gli Apostoli continuano l’insegnamento del Maestro, insistendo molto su questa verità. Ne diamo alcuni accenni: “Non sapete che gli iniqui non possederanno il Regno di Dio?” (1 Cor. 6,9); «i quali saranno perduti nelle pene eterne lontani dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza” (2 Tess. 1,9).
S. Pietro (2, 2-12 ss.) parlando di coloro che bestemmiano ciò che ignorano afferma che “
periranno nella loro corruzione.

S. Giuda (6,
s.) parlando dei cattivi: «A somiglianza degli Angeli ribelli sosterranno «la pena del fuoco eterno”, e che è «loro riservata in eterno la procella di tenebre”.
S. Giovanni nell’Apocalisse (20, 13; e 21, 8) parla di una seconda morte che consiste “
nell’inferno in unO stagno di fuoco".

B) - DALLA TRADIZIONE: S. Ignazio (Ep. 16,1) parlando di un eretico afferma che “andrà nel fuoco inestinguibile”.
Per S. Giustino (Apol. 1, 21) coloro che vivono malamente e non si convertono “sono puniti col fuoco eterno”.
Così S. Ireneo insegna come verità cattolica che “gli uomini empi, ingiusti, iniqui, blasfemi, sono messi nel fuoco eterno”.
Questo insegnamento che come si vede veniva ammesso unanimemente, ebbe una accentuazione per parte dei Padri che seguirono Origene il quale dopo averlo ammesso cade nella incertezza riguardo alla eternità delle pene. Potremmo fare una lunga citazione, ma ci contentiamo solo di portarne qualcuna.
S. Efrem (Sermo de fine 8): ci insegna che «non ci sarà la fine dei tormenti del peccatore, nè riposerà per un piccolo istante dalla pena che punisce il peccato, perchè durerà in eterno e in nessun tempo mai sarà sciolta”.
S. Agostino (De Cic. Dei 21, 23), afferma che nel giudizio finale come sarà dato per tutta l’eternità il premio, così per tutta l’eternità sarà data la pena.

C) - LA RAGIONE conferma la giustezza della eternità delle pene. C’è discussione se la ragione da sola lo possa dimostrare, smarrendosi dinanzi al grande mistero, ma certamente dimostra che non va contro alcuno degli attributi divini (Cfr. Pio XII, discorso citato). Essa fa vedere come non sarebbe giusto che ricevessero la stessa ricompensa tanto i buoni che i cattivi.
Riguardo alla durata della pena dobbiamo tener presente:
1) mentre in vita l’uomo può dirigersi verso Dio o allontanarsi da Lui, avvenuta la morte, l’anima resta immobile nella sua decisione. Se è contro Dio resterà contro Dio per sempre, quindi per sempre degna di castigo.

2) l’eternità non è una successione di momenti come il tempo, ma è: “la possessione perfetta e tutta insieme di una vita interminabile” (Boezio). Non c’è quindi, un prima o un poi, ma grava sul soggetto tutta insieme. Quindi, chi è dannato oggi è dannato per sempre.

Le pene dell’inferno

I Teologi distinguono due ‘pene nell’Inferno: quella del danno e quella detta del senso.
Esse corrispondono a ciò che ha fatto l’uomo col peccato:
si è allontanato da Dio - e resta allontanato per sempre da Lui con la pena del danno - e si è attaccato alle creature - e con queste resterà per sempre ricevendo da loro il tormento colla pena del senso.

PENA DEL DANNO. Essa è la privazione della visione beatifica, cioè la visione e il possesso di Dio, perduto per sempre. Esso è perduto come fine soprannaturale e anche come fine naturale.
In questa vita ci è difficile comprendere la somma gravità di questa pena che è immensamente più grande di tutte le altre, perchè si tratta della perdita del bene infinito che è Dio, per il Quale eravamo stati creati. Nell’altra vita, invece, non più accecati dai beni sensibili, ne sarà compresa in pieno la gravità. Quaggiù si cerca di farlo capire rappresentando per esempio la separazione di un figlio dalla madre, ma ciò non è che una pallida ombra.
Colla privazione della visione di Dio c’è anche la privazione di tutti i beni, quali la familiarità colla Madonna, gli Angeli, i Santi e tutte le gioie del Paradiso. Questa pena sarà tanto più acerba quanto più si vedrà che era facile la salvezza, le grazie numerosissime che Dio aveva dato per salvarci, l’infinita rinunzia fatta nel lasciare Dio per una misera creatura e per il piacere avvelenato di un momento. I dannati perciò saranno presi dalla più cupa disperazione trovandosi in quello stato eternamente per propria colpa. Vedendo i giusti salire al cielo «saranno turbati da un timore orribile.., dicendo dentro di sè, pentiti e gementi per l’angoscia dello spirito: .. Noi insensati che giudicavamo la loro vita una pazzia e il lorà fine senza onore. Ecco come sono stati annoverati fra i figli di Dio, e fra i Santi è la loro sorte” (Sap. 5,1 ss.).
Quantunque la Chiesa non ci abbia dato definizioni sulla intima natura delle pene infernali, è di fede che c’è questa pena del danno. Il Conc. Fiorentino dice che saranno «puniti all’inferno con pene differenti.”. La prima pena è certamente quella di essere allontanati e maledetti da Dio, quindi esclusi dalla sua visione, come dirà Gesù nell’ultimo giorno: «Andate via da me maledetti» (Mt. 25,12).

LA PENA DEL SENSO. Si chiama così non in quanto sia sentita solo dai sensi del corpo - poichè i demoni per sempre e le anime fino al giorno del giudizio non hanno il corpo - ma in quanto con cose sensibili viene tormentato e spirito e corpo. Quindi il fuoco, le tenebre, le grida e lo stridore dei denti, l’orrore del luogo e ogni altro male senza alcun bene costituiscono questa pena.
Lo si può rilevare dalle varie espressioni riportate con cui la Scrittura ricorda il “luogo dei tormenti”.
La spiegazione comune dei Padri e dei Teologi ci dice la stessa cosa, per cui tutte le pene della terra non sono paragonabili col più piccolo tormento dell’inferno.
Fra tutte queste perle, quella su cui la Scrittura insiste di più è la pena del fuoco: «Andate maledetti nel fuoco eterno” (1. c.). Così la Tradizione.
Alcuni di fronte alla difficoltà che il fuoco tormenti gli spiriti si sono domandati se debba intendersi in senso fisico e reale oppure metaforico. Risponde il Suarez (De Angelis 8):
“E sentenza certa e cattolica che il fuoco... è un vero e proprio fuoco corporeo”.
La Sacra Penitenzieria il 30 aprile 1890 di fronte a questo dubbio rispondeva che chi si fosse ostinato a non credere a un fuoco reale non poteva essere assolto. Nel tentare di darne spiegazione non tutti i Teologi convengono nella stessa sentenza: S. Tomaso parla di una unione locale fra lo spirito e il fuoco “in modo di un legamento” per cui in qualunque luogo si trovi lo spirito è sempre preso dal fuoco.
Il Suarez giudica che questo fuoco ha in sè una qualità spirituale e soprannaturale per cui gli spiriti vengono tormentati secondo la loro natura.
Il Lessio dice che come in questa vita il fuoco bruciando il corpo fa soffrire anche l’anima, così nell’altra può prendere direttamente lo spirito.
Qualunque spiegazione si voglia dare di questo fuoco reale che tormenta e corpi e spiriti, certamente a Dio non manca il modo di far sì che il fuoco possa far penare gli spiriti, per cui concludiamo con S. Agostino (De Civ. Dei 21,10): «Sono afflitti con modi meravigliosi, ma veri modi”,
I Santi dicono che il fuoco dell’Inferno creato da Dio per adempiere la sua giustizia è tanto più tremendo del più ardente fuoco della terra, creato dalla sua misericordia per il nostro uso per cui questo non è che un’ombra di fronte a quello.

Fuoco non splendente ma tenebroso, che tormenta al di fuori e al di dentro di ogni membro, fino all’intimo dell’anima senza consumare e distruggere.

LA DURATA DELLE PENE. Abbiamo detto altrove della DURATA ETERNA delle pene DIFFERENTI secondo la punizione dovuta a ciascun dannato e IMMUTABILI per sempre. Ciò per quanto riguarda la pena sostanziale. Nell’Inferno “non vi è nessuna redenzione”. Però vi è anche una pena accidentale dovuta ai peccati veniali e ai mortali rimessi in quanto alla colpa. Secondo la sentenza più probabile seguita da S. Tomaso e Scoto questa pena accidentale può diminuire entro il giorno del giudizio; altri però lo negano.
IL LUOGO. La Scrittura e la Tradizione non lo dicono. I Padri e i Teologi giudicano però che non sia soltanto uno stato ma anche un luogo. Per questo concludiamo col Crisostomo: «Non cerchiamo dove sia l’Inferno, ma come lo possiamo evitare”.

IL PARADISO

PARADISO (= traduzione dall’ebraico: gan; dal persiano: pairidaeza=giardino; e dal greco; paradeisos cui viene dato lo stesso significato) fu detto il giardino di delizie dove furono posti i nostri progenitori ed ora si usa per significare il cielo, dove i beati godranno l’eterna felicità.

TESI - Esiste il Paradiso, dove i 9iusti, che non hanno altro da espiare, subito vedono Dio faccia a faccia come Egli è, amandolo con amore beatifico e godendolo per sempre in diverso grado secondo i meriti.

E’ DI FEDE

dalla Costituzione Benedictus Deus” di Benedetto XII (D. B. 530) la quale, contro coloro che credevano che la visione intuitiva avvenisse dopo il giudizio finale, defìnisce che: “le anime di tutti i Santi nelle quali non ci fu niente da purificare, quando morirono.., anche prima della riassunzione dei loro corpi e il giudizio generale... vedono la divina essenza con visione intuitiva ed anche facciale... e così vedendo godono della medesima divina essenza e da tale visione e godimento le loro anime... sono veramente beate ed hanno la vita e il riposo eterno”.
Il Conc. di Firenze (D. B. 693) più concisamente completa:
«Le anime di coloro che dopo ricevuto il Battesimo non in- corsero in nessuna macchia di peccato, e anche quelle, che dopo contratta la macchia del peccato, o nei loro corpi o spogliate dai medesimi corpi sono purificate, sono ricevute in cielo e vedono chiaramente Dio, Uno e Trino, come è, tuttavia, secondo la diversità dei meriti, l’una più perfettamente dell’altra”.
E Pio XII nella Enciclica «Mysticis Corporis” parlando della visione beatifica afferma: “...con questa in modo assolutamente ineffabile si potrà contemplare con l’occhio della mente innalzato da superna luce, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo assistere da vicino per la durata della eternità alle processioni delle Divine Persone, ed esser beati con somigliantissimo gaudio a quello con cui è beata la Santissima e indivisa Trinità”.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. L’Antico Testamento tratta dei fine ultimo dell’uomo e della sua salvezza; ricorda lo sceòl (2, Macc. 7) dove andavano gli antichi giusti in attesa di seguire il Redentore al Cielo; non parla però della visione beatifica se non in modo oscuro: «Mi riempirai di gaudio col tuo volto” (Sal. 15, 11).
I giusti vivranno in eterno e presso il Signore è la loro ricompensa» (Sap. 3, 16).
Nei Nuovo Testamento. Gesù nei Vangelo parla spesso del Regno dei cieli, che a volte significa solo l’inizio nella Chiesa militante, ma molte altre si riferisce proprio alla vita eterna:
«Beati i poveri in spirito.., beati coloro che soffrono per la giustizia, perché di loro è il regno dei cieli”. E: “Beati i mondi di cuore perchè essi vedranno Dio”. «Abbondante sarà la ricompensa nel cielo” (Mt. 5, 3-8-10-12).
Nell’ultimo giudizio i “benedetti dal Padre» possederanno “il regno» (Mt. 25-34); “risplenderanno come il sole nel regno del Padre" (Mt. 13, 43).
Altrove paragona i piccoli e i giusti, che a questi devono farsi simili, agli Angeli che “sempre vedono la faccia del Padre che è nei cieli” (Mt. 18 10; Mc. 12, 25).
S. Paolo afferma che fino a quando stiamo in questo mondo siamo come dei pellegrini dal Signore, ma coloro che muoiono in Cristo «sono presenti presso il Signore” (2 Cor. 5, 1-8; Fu.
1, 23). Nel giorno del giudizio tutti risorgeremo con quelle
doti di cui già parlammo (p. 668); però in uno splendore differente “come una stella differisce dall’altra stella” (1, Cor. 15- 12 Ss.; e 13, 12).
«Figli di Dio, eredi di Dio, coeredi coi Gesù Cristo” possederemo come eredità il suo Regno.
Nel Paradiso la carità continuerà e sarà perfetta: “La carità non verrà mai meno” (1 Cor. 13, 8). Verrà meno invece quello che ora è imperfetto, perchè là verrà ciò che è perfetto. Non più una semplice cognizione per mezzo del ragionamento che come in uno specchio, attraverso le creature ci fa vedere Dio oscuramente in un mistero; ma una visione diretta, chiara e intuitiva: “Vediamo ora attraverso uno specchio in un mistero, allora, invece, faccia a faccia. Ora conosco in parte, allora, invece, conoscerò come sono conosciuto”, cioè come mi conosce Dio (Ivi 19, 12).
S. Giovanni completa il pensiero dicendo: “Vedete quale carità ci ha dato il ‘adre, si da chiamarci ed essere figli di Dio... Carissimi, ora siamo figli di Dio, ma non ci è manifestato ancora quel che saremo. Sappiamo che, quando si manifesterà, saremo simili a Lui, poichè lo vedremo quale Egli è”  (I Gv. 3, 1-2).
Nell’Apocalisse l’Apostolo fa una vivace descrizione delle bellezze del cielo dove non c’è nè lutto, nè dolore, nè cose simili, ma lo splendore di Dio: “e vedranno la sua faccia: e il suo nome sulle loro fronti» (Apoc. 21, 22): Nel Vangelo aveva detto: “È questa la vita eterna: che conoscano te solo Dio vero e Colui che mandasti Gesù Cristo” (Gv. 17, 3).

B) - DALLA TRADIZIONE. I Padri dei primi secoli, attenendosi alle parole della Scrittura, si fermano specialmente sul pensiero della visione di Dio.
Nella lettera detta di Barnaba (7, 11), si legge: «Coloro che mi vogliono vedere e raggiungere il mio regno, debbono possedermi attraverso le afflizioni e i tormenti”.
S. Ignazio in diverse lettere scrive che muore volentieri “per poter conseguire Dio”.
S. Ireneo (Ad. Haer. 4, 20) afferma che Dio: “a coloro che lo amano concede questo: di vedere Dio... L’uomo di per sè non vede Dio. Ma volendolo Lui è veduto dagli uomini, a chi vuole, quando vuole e come vuole” .
Alcuni Padri Greci, in verità pochissimi, dopo l’eresia di Eunomio, il quale pretendeva che l’uomo potesse vedere Dio colle sue forze naturali, nella veemenza di combattere l’errore passarono i limiti in senso opposto, dicendo che Dio non può essere veduto dalla creatura come Egli è.
Così S. Giovanni Crisostomo, Teodoreto, e un poco S, Gregorio di Nissa. Alcuni vogliono interpretare le loro frasi in senso buono, affermando che intendevano dire che la creatura umana non può vedere Dio con una cognizione comprensiva adeguata nell’identico modo con cui Dio comprende sè stesso ma se anche lo avessero detto in modo errato l’oscurità venuta in qualche Padre non infirma la Tradizione.
Infatti anche nello stesso tempo altri Padri non solo continuavano, ma approfondivano quanto era stato detto antecedentemente parlando della “contemplazione di Dio Trino".
Così, ad esempio, S. Gregorio di Nazianzo (Orat. 24, 19).
Fra i Latini, S. Ilario (In Ps. 118, 58, 8) afferma che “la beatitudine avviene nel vedere la faccia di Lui”.
S. Ambrogio (De bono mortis 11): “I giusti avranno questa ricompensa di vedere la faccia di Dio”.
S. Agostino ne parla in vari punti. Fra l’altro dice che «si vedrà senza fine” (De Civ. Dei 22, 30), e che a Mosè si fece vedere, però non nella sua natura, come sarà dato ai Santi.
(Ep. 147, 8).
S. Gregorio Magno (Mor. 18, 54, 90): “
Chi ama, sarà amato dal Padre mio e io lo amerò e manifesterò a lui me stesso; come se apertamente dica: voi che mi avete nelle vostre cose vi resta che mi vediate nella mia natura.

La Beatitudine del Paradiso
La beatitudine secondo Boezio è: “Lo stato perfetto dell’aggregazione di tutti i beni”. E S. Tomaso la definisce: “il bene perfetto che quieta totalmente l’appetito” cioè ogni desiderio.
La beatitudine, cioè la gloria perfetta nel Paradiso, consiste nella visione beatifica come beatitudine essenziale cui si aggiungono altri doni come
beatitudine accidentale.

LA BEATITUDINE ESSENZIALE. Ciò che forma la gioia essenziale dei beati nel Paradiso è la visione di Dio, detta perciò VISIONE BEATIFICA. ESSA È LA COGNIZIONE CHIARA, INTUITIVA

E FACILE, NON PERÒ COMPRENDENTE, DI Dio COME È IN SÉ (Per comprendere bene la definizione, si noti che la cognizione di Dio può aversi in tre modi:

1) Astrattiva quando si conosce Dio dalle cose create per analogia, deduttivamente; oppure per la testimonianza che ci viene data, come avviene nella fede.

2) Intuitiva, quando si vede direttamente e immediatamente come è in sé, e non attraverso le creature.

3) Comprensiva quando non solo è immediata, ma ancora adeguata e completa perfettamente. Questa terza appartiene solo a Dio, che solo conosce perfettamente sé stesso).
Il principio della visione beatifica è il LUME DI GLORIA che S. Tomaso (C. Gentes 3, 55) definisce: “ABITO SOPRANNATURALE CHE PERFEZIONA L’INTELLETTO E LO RENDE PROSSIMAMENTE CAPACE A VEDERE Dio INTUITIVAMENTE.
Dalla definizione si capisce che anche l’intelletto concorre alla visione beatifica, ma solo remotamente, e non con le sue forze naturali. Non ne sarebbe capace anche se queste sue forze fossero accresciute nel proprio ordine. E necessario perciò che vi sia aggiunta una nuova disposizione soprannaturale nell’ordine della visione beatifica che operi per modo di potenza: ciò che è il lume della gloria. Questo non è un aiuto esterno, ma un qualità interna e permanente.
Per portare un confronto come l’anima elevata dalla grazia è capace di compiere opere soprannaturali, così l’intelletto col lume di gloria ha la capacità di vedere Dio intuitivamente.

OGGETTO PRIMARIO della visione beatifica è Dio stesso. I Beati perciò vedono faccia a faccia Dio, Uno e Trino, la sua natura ed essenza, i suoi attributi, le Persone, le processioni, come abbiamo visto nei documenti della Chiesa.
Vedono perciò anche il Divin Verbo nella sua natura Divina e Umana come ci dice S. Giovanni (17,3): “questa la vita eterna: che conoscano te, solo Dio vero e Colui che mandasti Gesù Cristo”.
Tutte queste verità che sulla terra erano state oggetto primario della fede si vedranno, ma non più “per uno specchio nel mistero”, ma direttamente come sono in Dio.

OGGETTO SECONDARIO sono le creature conosciute in Dio.
Alcuni Teologi asseriscono che i Beati in Dio vedono tutte quante le cose. S. Tomaso (S. Th. 2 q. 10 a. 2) dice che ciascun Beato vede tutto ciò che lo riguarda.
Ragione di questa limitazione secondo l’Aquinate, è il maggiore o minore grado di gloria, che dà un lume più o meno grande nella visione intuitiva. Infatti i Beati vedono tutto Dio, ma non totalmente essendo infinito e non potendosi perciò avere dalla creatura una visione comprensiva. Secondo questo grado è più o meno intensa la chiarezza della visione e più o meno estesa secondo il grado di gloria (La differenza del grado di gloria fra i Beati, non porta tristezza o invidia, perché ciascuno ha la piena felicità, secondo la capacità. Per portare un esempio molti recipienti di diversa grandezza possono essere pieni di un liquido, e a ciascuno non manca niente per la sua pienezza, quantunque uno contenga molto e uno poco).
Ciascun Beato in quello che lo riguarda avrà una conoscenza particolare:

1) Come individuo elevato nell’ordine della grazia: conoscerà quelle verità che sulla terra credeva per fede, vedendo tutta l’armonica bellezza. Vedrà le vie meravigliose della Provvidenza nel condurlo a salvezza. Conoscerà gli altri Santi, specialmente coloro che in vita amò maggiormente.

2) Come parte dell’universo conoscerà le opere della creazione dagli Angeli agli astri, ai diversi generi e specie della natura. Chi avrà studiato soprannaturalmente una determinata scienza, ne avrà una cognizione tutta particolare.

3) Come tale persona pubblica o privata vedrà tutte quelle cose che lo riguardavano in quello stato: quindi un Papa, un Capo di Stato, un capo di famiglia conosceranno in particolare tutte quelle persone o cose che erano loro affidate. Perciò i Beati in cielo vedranno i parenti, gli amici ancora in terra, li aiuteranno con la loro intercessione e ascolteranno le loro preghiere.

La visione beatifica porterà con sé l’amore beatifico col quale i Beati ameranno Dio perfettamente.

Riguardo ALL’AMORE BEATIFICO i Teologi si sono divisi in tre principali sentenze:

1) Scoto considera l’essenza della beatitudine nel solo atto di amore per il conseguimento fatto dalla volontà del suo ultimo fine di cui è venuta al possesso, nella unione perfetta e inammissibile. Si avvicina a questa sentenza quella dell’Aureolo, pure Francescano (+ 1322) che la fa consistere nel gaudio che deriva da questo possesso pieno.

2) S. Bonaventura, seguito dal Suarez e dal Lessio dice che l’essenza della beatitudine consiste nella visione e nell’amore per l’unione vitale con Dio dell’intelletto e della volontà.

3) S. Tomaso più acutamente, fondandosi sulle parole di S. Giovanni già citate: «che conoscano te» la fa consistere essenzialmente nella visione. E’ l’intelletto che arriva a vedere Dio. L’amore e il gaudio sono come conseguenza che ne derivano necessariamente.
Qualunque delle tre sentenze si vogliano seguire, il fatto è, che se pure il punto essenziale si voglia collocare nell’una o nell’altra, in Paradiso, i Beati avranno il pieno gaudio nella visione e nell’amore beatifico.

LA BEATITUDINE ACCIDENTALE. Questa consiste nel gaudio proveniente dai beni creati.
Come potremmo contrapporre alla pena del danno nell’inferno, la gioia del possesso di Dio nel Paradiso, così potremmo opporre questa gioia accidentale alla pena del senso. I Beati infatti, avranno, insieme al possesso di Dio ogni bene, senza alcun male. Anima e corpo saranno nella piena felicità: non più lacrime, né lutto, nè dolore, non fame, nè sete, nè intemperie; non il morso della concupiscenza, ma una gioia che non ha confronto. (Cfr. Ap. 14, 13; Eb. 4, 9).
Nella limitatezza di ciò che comprendiamo quaggiù, sembra quasi una mancanza il non prendere cibo o il non seguire gli appetiti terreni. Ma se ben consideriamo, vediamo che la deficienza consiste invece nell’avere queste necessità o tendenze che appartengono alla vita animale. Là saremo “come Angeli di Dio” che non hanno bisogno di tutte queste cose.
Il corpo, come abbiamo detto parlando della RESURREZIONE della carne, avrà le doti gloriose della immortalità, della agilità, della sottilità, dello splendore e bellezza nella integrità delle membra a somiglianza di Cristo risorto e glorificato
L’anima, come corrispondenza relativa alla fede, alla speranza e alla carità avrà la visione, il possesso e il gaudio del Signore, che oltre a costituire la beatitudine essenziale, la ricolmeranno di ogni altro gaudio. Sarà appagato ogni desiderio, escluso qualunque timore o tristezza. Godrà della familiarità col Cristo, con la Madonna, con gli Angeli, coi Santi. Avrà la coscienza dei pericoli superati, delle vittorie riportate e la sicurezza che non perderà mai più Dio.

Vedrà come erano piccole le pene del mondo di fronte a una ricompensa eterna.
Per quanto possiamo dire della gloria del Paradiso non potremo capirne altro che una pallida analogia. Se una visione celeste come avviene ad alcuni Santi sulla terra, - e non è visione beatifica - li rapisce talmente da astrarli da tutto ciò che li circonda e da farli ripetere con gli Apostoli della Trasfigurazione: “E’ buona cosa l’essere qui”, che cosa sarà la visione eterna del Paradiso?
S. Alfonso de’ Liguori (Apparecchio alla Morte) per far capire un po’ la distanza della analogia, porta un esempio molto umile, ma molto significativo. Dice: Se a un cavallo dicessero che il padrone fa un grande pranzo, ammesso che potesse capire, intenderebbe che il padrone imbandisce un pranzo con avena e fieno di prima qualità. Molto meno intendiamo noi dei doni che ci sono riservati in cielo.
S. Paolo dopo la sua visione in cielo dice che: “udì arcane parole che non è lecito ad uomo di proferire» (2 Cor. 12, 4), e ancora riecheggiando Isaia (64, 4): Né occhio mai vide né orecchio mai udì né ascese al cuore dell’uomo ciò che Dio ha preparato a quelli che lo amano” (1 Cor. 2, 9).

L’AUREOLA. Fra i beni della beatitudine accidentale del cielo, viene indicata l’aureola (corona d’oro) e cioè una speciale ricompensa riguardante la speciale vocazione e stato, che sarà data ad alcuni Santi e cioè ai Martiri (Ap. 7, 14-15); ai Vergini (Ap. 14, 4-5); e ai Dottori (Dan. 12, 13). Essa corrisponde al triplice combattimento: contro il mondo, la carne e il demonio.

L’ETERNITA’ DEL PARADISO. La beatitudine celeste oltreché essere SOPRANNATURALE e di DIFFERENTE GRADO per i vari Beati, come abbiamo detto, durerà IN ETERNO. Recitiamo nel “Credo”; “Credo... la vita eterna”.

IL LUOGO. Parlando del cielo si pensa all’alto, dove Gesù fu visto salire e scomparire per la nube splendente che lo coprì. Però Gesù non ha rivelato dove si trovi il Paradiso, e S. Paolo stesso, parlando di “terzo cielo» non faceva altro che adattarsi al concetto astronomico del tempo.
Alcuni Teologi, parlando dei "cieli nuovi e terra nuova" che si avranno alla fine del mondo pensano che coi corpi glorificati i Beati potranno discendere anche in questa terra purificata e bella, ammirando l’onnipotenza creatrice di Dio.
Ma anche per il Paradiso più che preoccuparci del luogo, dobbiamo fare di tutto per poterci andare.

Concludendo

Dopo aver studiato Dio col lume della ragione nell’APOLOGETICA, col lume della Rivelazione nella TEOLOGIA SPECIALE facciamo che questo studio ci serva per raggiungere il lume della gloria per la VISIONE BEATIFICA.
Non abbiamo qui la città di permanenza ma cerchiamo la futura” (Ebr. 13, 14).
Là sia sempre fisso il nostro cuore dove c’è la nostra vera gioia. Abbiamo sempre fisso il nostro sguardo verso Dio, nostro primo principio e nostro ultimo fine, per godere per tutta l’eternità della sua visione beatifica, insieme alla nostra Madre Celeste la Vergine SS.ma, ai nostri fratelli maggiori, gli Angeli, e i Santi. Per questo il Signore ci ha creato e con sé ci vuole perché per tutti i secoli dei secoli cantiamo e godiamo della:
«GLORIA AL PADRE E AL FIGLIO E ALLO SPIRITO SANTO”. COSI’ SIA.
Deo Gratias
Ave Maria