|
TRATTATO OTTAVO
DIO RIMUNERATORE
Il Corso della vita terrena ha termine con la morte, Che la separazione
dell’anima dal corpo. In quel momento CESSA IL TEMPO PER MERITARE e
cessa pure la mutabilità dell’uomo ora rivolto verso Dio, ora avverso a
Lui per il peccato. Con la morte, mentre il corpo va in disfacimento in
attesa della RESURREZIONE finale, l’anima continua a vivere, in quanto
immortale, essendo spirito. Essa nello stato di amicizia o inimicizia di
Dio in cui si trova in quel momento, rimarrà per sempre immutabile.
LA MORTE È UNIVERSALE PER TUTTI GLI UOMINI. Ce lo dice la quotidiana
esperienza e la Scrittura, come abbiamo visto, ce la presenta come
conseguenza del peccato: “In Adamo tutti muoiono» (Ebr. 9, 27; 1
Cor. 15, 22). Dio l’aveva minacciata ai progenitori, se avessero
peccato: «In qualunque giorno ne mangerete, morrete” (Gen. 3,
19).
La Sapienza (2,23), ripresa poi da S. Paolo (Ebr. 9, 27),
afferma: “È stato stabilito agli uomini di morire una volta»
(Secondo un’antica tradizione Enoch ed Elia spariti di
mezzo agli uomini, sono sempre vivi e tornerebbero negli ultimi giorni
del mondo, morendo martiri.
Così pure, mentre per sentenza più comune si pensa che gli uomini
presenti alla fine del mondo moriranno tutti, per risorgere subito,
attenendosi alla volgata nel passo di S. Paolo (i Cor. 15, 51): “Tutti
risorgeremo, ma non tutti saremo cambiati”, un’altra sentenza
ritiene che gli ultimi uomini passeranno alla vita eterna senza morire,
prendendo lo stesso testo dai Codici greci che dicono; “Non tutti
moriremo, ma tutti saremo cambiati”).
Gesù ne ha parlato frequentemente perchè gli uomini vi stessero
preparati. Ma dopo la vita terrena, quale sarà la sorte degli uomini?
Dio è SOMMO E GIUSTISSIM0 RIMUNERATORE. La stessa ragione ci dice
che premierà i buoni e punirà i cattivi. Ma per sapere con esattezza
quale sarà il premio o il castigo, sentiamo che cosa ci dice la
Rivelazione.
Lo vedremo dividendo il trattato in tre capitoli:
1 - IL GIUDIZIO E LA PURIFICAZIONE DELL’ANIMA IN PARTICOLARE.
2 - LA SECONDA VENUTA DEL CRISTO.
3 - LA SORTE DEGLI UOMINI PER TUTTA L’ETERNITA’
CAPITOLO PRIMO
IL GIUDIZIO E LA
PURIFICAZIONE DELL’ANIMA IN PARTICOLARE
IL GIUDIZIO
PARTICOLARE
ERRORI - I MATERIALISTI e gli EPICUREI e tutti coloro che «l’anima col
corpo morta fanno» negando la sopravvivenza, negano conseguente ogni
giudizio.
La METEMPSICOSI pure nega in altra maniera ammettendo la trasmigrazione
delle anime da un corpo ad un altro. Oltre che in alcune religioni
INDIANE, questa dottrina fu già seguita dagli GNOSTICI E MANIdHEI
anticamente, e dai TE0S0FI oggi.
I TNETOPSICHITI (parola che dal greco significa: «morte dell’anima”)
dicono che l’anima muore col corpo per risuscitare con esso alla fine
del mondo. Tale teoria, ideata da un certo TAZIANO è seguita dagli
antichi ARABI, da molti NESTORIANI MAOMETTANI e da molti PROTESTANTI fra
cui gli ANABATTISTI E AVVENTISTI.
I DORMIENTI, come li chiama S. Girolamo dicono che le anime
restano come in un sopore di sonno fino all’ultimo giudizio. Fra essi un
certo VIGILANZIO (contraddizione del nome!) e molti COPTI E ARMENI.
Seguono lo stesso errore, con la differenza che assegnano ai cattivi un
incantamento fino a quando nell’ultimo giorno saranno condannati al
supplizio molti SCISMATICI, LUTERO E CALVINO.
I MILLENARISTI infine dicono che i giusti riceveranno la gloria dopo che
saranno risuscitati i loro corpi e dopo aver passato mille anni sulla
terra con Cristo nel regno che si ristabilirebbe per il tempo suddetto.
TESI - L’anima subito dopo la morte è giudicata in particolare da Dio che
determina immutabilmente la sua sorte eterna; questa sentenza viene
eseguita immediatamente.
E’ CERTA, ANZI
PROSSIMA ALLA FEDE
la prima parte, come si rileva dalle definizioni date per la seconda
parte che
E’ DI FEDE
Il Conc. di Lione II (1274) dice che le anime senza macchia o
purificate “sono ricevute subito nel cielo”; quelle in peccato mortale o
anche solo originale «subito discendono nell’inferno da punirsi tuttavia
con pene differenti” (D. B. 464).
Benedetto XII nella Cost. “Benedictus Deus” (29 giugno
1336) dice: «Definiamo che (le anime dei Santi) subito dopo la morte...
vedono la Essenza con visione intuitiva e anche facciale... Definiamo
inoltre che le anime di coloro che muoiono in peccato attuale mortale
subito dopo la loro morte discendono all’inferno, dove sono tormentate
dalle pene infernali»
(D. B. 530 - 531).
Il Conc. di Firenze (6 luglio 1493) dice: “Le anime.., purificate
sono ricevute subito in cielo e vedono chiaramente lo stesso Dio Trino e
Uno» (D. B. 963).
SPIEGAZIONE: Il giudizio particolare, venendo fatto all’anima separata
dal corpo non avrà la forma di discussione, ma sarà come una
illuminazione interna in cui l’anima vedrà il bene e il male di
tutta la vita. La sentenza non sarà pronunciata verbalmente, ma
mentalmente in modo che resterà impressa nelle anime.
Essa avviene nello stesso istante della morte, là dove la persona si
trova e immediatamente viene eseguita e l’anima va o in Paradiso, o in
Purgatorio, o nell’inferno.
PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Parlando del ricco Epulone il
Vangelo dice: «Avvenne che morì il mendico e fu portato dagli Angeli
nel seno di Abramo, morì anche il ricco e fu sepolto nell’inferno”
(Lc. 16,22). Il corpo di costoro era rimasto sulla terra: dunque le
parole si riferiscono all’anima, che non è morta col corpo e non dorme
ma va alla sua destinazione subito dopo la morte. Ciò non si può
concepire senza che sia stata giudicata.
S. Paolo nel passo citato poco sopra, dopo aver detto che è
stabilito che ogni uomo una volta muoia, aggiunge: “e dopo ciò il
giudizio”. Qui non si tratta evidentemente del giudizio universale
alla fine del mondo ma del giudizio particolare subito dopo la morte di
ciascuno.
B) - I PADRI parlando della morte degli uomini dicono chiaramente
che sono mandati al luogo di gloria o di pena. Ciò evidentemente non si
può intendere del corpo, nè si può intendere che avvenga senza il
giudizio: anzi alcuni parlano anche di questo.
S. Giustino (Dial. cum Tryph.): “Le anime dei pii permangono
in un luogo migliore e quelle dei cattivi nel luogo peggiore aspettando
il tempo del giudizio (universale)
S. Clemente Romano (1 Cor. 5) parlando del martirio dei Ss.
Pietro e Paolo dice che andarono “nel luogo della gloria” “nel
luogo santo”.
S. Girolamo (in bel. 2) ha una frase, che viene ripresa poi da
vari Padri: “Ciò che nel giorno del giudizio avverrà per tutti,
questo si adempie per ciascuno nel giorno della morte”.
S. Agostino (De anima et eius orig. 8) completa: «Che le anime
vengono giudicate quando escono dal corpo prima di venire a quel
giudizio nel quale verranno giudicate col corpo”.
S. Ilario (Super Sal. 2,49) precisa che “lì non vi è nessuna
dilazione o ritardo: perchè il giorno del giudizio è retribuzione eterna
o di beatitudine o di pena”.
CONCLUDENDO: Nei giudizio particolare l’anima riceve la sua sentenza
eterna: o PARADISO immediatamente, o dopo una purificazione col
PURGATORIO, oppure INFERNO.
Nel Paradiso o nell’Inferno l’anima senza corpo ha già la sua gioia o la
sua pena, ma di queste due opposte eternità ne parleremo a parte, dopo
aver detto del giudizio finale, il quale non cambia la sentenza del
giudizio particolare.
Qui parleremo dei Purgatorio.
IL PURGATORIO
ERRORI: A coloro che negano la sopravvivenza dell’anima vanno aggiunti i
seguenti:
BASILIDE (Sec. II) per il quale non c’era altra pena per i
peccati se non la “transcorporazione» delle anime.
AERIO (sec. IV) per cui è cosa vana il pregare e l’offrire per i
morti.
LUTERO (sia pure contraddicendosi in qualche tempo) ammette il
Purgatorio.
ZUINCLIO E CALVINO negano il Purgatorio dicendo che la
purificazione viene data solo dal Sangue di Cristo.
Molti PROTESTANTI MODERNI pur non usando il nome Purgatorio,
ammettono uno stato intermedio per le anime che si preparano al cielo ma
dicono che da sè stesse possono soddisfare e meritare.
I RITUALISTI invece ammettono l’efficacia dell’orazione per
diminuire la loro pena.
TESI
-
Esiste il
Purgatorio dove le anime vengono purificate e dove possono essere
aiutate dai suffragi dei fedeli.
E’ DI FEDE
Era stato dichiarato fin da Innocenzo IV (D. B. 456) dal Conc.
di Lione II (D. B. 466), da Benedetto XII (D. B. 530), dal
Conc. di Firenze (D. B. 693).
Il Conc. di Trento richiamandosi alla Scrittura ai
Padri e a questi documenti, riassume definendo che “c’è il
Purgatorio e le anime ivi detenute sono aiutate dai suffragi dei
fedeli, e principalmente coll’accettevole Sacrificio dell’altare”
(D. B. 983).
SPIEGAZIONE. Il Purgatorio dunque è un luogo, o meglio uno stato
in cui le anime in grazia di Dio ricevono la purificazione delle macchie
rimaste in loro al momento della morte.
La ragione stessa ci dice che un’anima libera dal peccato mortale non
può essere condannata all’inferno: però se non è perfettamente pura, non
è degna di essere ammessa alla partecipazione della visione di Dio nella
gloria. Dunque è misericordia di Dio che vi possa essere questo stato di
purificazione.
Le MACCHIE da cui le anime vengono purificate sono di tre specie:
1) - i peccati veniali non ancora rimessi, la cui colpa verrebbe
cancellata secondo la sentenza più probabile di S. Tomaso e del
Suarez, nell’istante della morte con un atto di amore o di contrizione,
restando la pena per il Purgatorio;
2) - gli abiti cattivi;
3) - la pena temporale dovuta per i peccati mortali rimessi in
quanto alla colpa.
Le anime del Purgatorio dalle loro pene hanno purificazione ma non
acquistano nuovo merito o soddisfazione ma solo una
satispassione, cioè col loro patire pagano il debito della Giustizia
Divina.
I fedeli viventi, invece, possono aiutarle dando il suffragio, soddisfacendo colle loro opere, e impetrando colle loro preghiere.
Per questo è di somma utilità soprattutto l’offerta del Sacrificio della
Messa, poi le orazioni, le opere buone, le indulgenze (Una opinione
diffusa ritiene che gli Angeli e i Santi possano interpellare per
le anime del Purgatorio. La Liturgia dice: “Intercedendo la B. Vergine
Maria con tutti i Santi, concedi che giungano al consorzio della
beatitudine eterna”. Pure le Anime pregano per i vivi specialmente per
coloro che le suffragano. Quantunque la Chiesa non invochi pubblicamente
le Anime del Purgatorio, approva i fedeli che le invocano privatamente,
arricchendo anche con indulgenze tali orazioni).
PROVA: A) - DALLA SCRITTURA: Il Libro Il dei Maccabei (12,
43-46) racconta che Giuda Macabeo dopo una battaglia invia
un’offerta al Tempio perché si offrano sacrifici per i caduti
«addormenta tisi nella pietà a, concludendo: “È santo e salutare
il pensiero di pregare per i defunti perché siano prosciolti dai
peccati”. Parla quindi di anime buone che dovevano però essere
purificate, e il suffragio dei vivi sarebbe loro giovato.
Gesù nel Vangelo ci dice che c’è un peccato che “non sarà rimesso nè
in questo mondo nè in quell’altro” (Mt. 12, 32). Ciò significa che
ci sono dei peccati che possono essere rimessi nell’altra vita, e sono
quelli che hanno la loro purificazione nel Purgatorio.
S. Paolo (1 Cor. 3 10-19) dice che ci sarà chi sarà salvato
«per mezzo del fuoco”.
B) - DALLA TRADIZIONE. Fin dai primi secoli è universale la
pratica delle preghiere e delle offerte per i Defunti, come lo provano
iscrizioni delle Catacombe, dove si prega che le “anime abbiano
il refrigerio, abbiano la luce”.
Tertulliano (De corona 3) ricorda che vengono fatte offerte per i
Defunti nell’anniversario della morte; racconta di una sposa che prega
per il “refrigerio» dell’anima del marito (De monog. 10) e di un
luogo dove «si espiano” i delitti minori (De Anima 58).
S. Cirillo di Gerusalemme (Cath. 23, 9) ci invita a pregare per i
Defunti, pensando di portare aiuto alle loro anime.
S. Agostino (Ench. 69) afferma che “alcuni fedeli.., vengono
salvati per il fuoco del Purgatorio”.
LE PENE DEL
PURGATORIO
La Chiesa non ha dichiarato esplicitamente quale sia quel genere di pene
che soffrono le anime del Purgatorio. I Teologi ne danno una spiegazione
facendo una analogia colle pene dell’Inferno.
S, Tomaso (Suppl. app. q. 2, a. 1):
“Nel Purgatorio c’è
una duplice pena: una del danno, in quanto cioè le anime vengono
ritardate dalla divina visione; l’altra del senso in quanto sono punite
dal fuoco corporeo”.
LA PENA DEL
DANNO.
Nell’Inferno vi è privazione eterna di Dio. E logico che come analogia
nel Purgatorio vi è una differenza sostanziale. Infatti le anime non
possono ancora vedere Dio ma hanno la certezza che la loro privazione è
solo temporale. Quindi pur nel desiderio intenso di giungere alla
visione beatifica del cielo, vedono la necessità della loro
purificazione e da se stesse rimarrebbero nel Purgatorio, non sentendosi
degne di presentarsi dinanzi a Dio anche con la più piccola macchia.
LA PENA DEL
SENSO.
Certamente nel Purgatorio vi sono pene positive, oltre al ritardo
dell’ingresso alla gloria. Lo ha dichiarato il Conc. di Lione Il:
“Le loro anime sono purgate dopo la morte con le pene del Purgatorio
ossia purificatrici” (D. B. 464).
Presso i, Greci generalmente non si ammette una pena reale del
fuoco del Purgatorio, ma un tormento di fatiche, di dolori e di oscurità
(Ricordiamo a questo punto l’avviso del Conc. di Trento (Sess. 25) che
con le persone più incolte non i debbono trattare le questioni più
sottili che non servono a edificazione).
I Latini più comunemente ammettono la pena del fuoco, oltre le
sopraddette. S. Agostino dice: “con lo stesso fuoco con cui
vengono tormentati i dannati, vengono purificati gli eletti”.
S. Tomaso precisando l’effetto del fuoco nelle sostanze in-
corporee, dice che le anime vengono “allegate” da questo fuoco,
ma non alterate.
GRAVITA’ E DURATA.
Non si sa nulla di certo. S. Tomaso pensa che la pena più piccola
del Purgatorio è più grave della più grande di questo mondo; S.
Bonaventura invece pensa che la più grande pena del Purgatorio è
superiore alla più grande di questa vita; non così la più piccola che
può essere minore di alcune di questa vita.
Per la durata si insegna unanimemente che il Purgatorio non continuerà
oltre il giorno del Giudizio universale. Per coloro che moriranno in
ultimo, a Dio non mancano i mezzi per purificarli in breve tempo.
Per ciascuna anima in particolare, le pene dureranno più o meno a
seconda del numero e della gravità delle macchie. La Chiesa ammette
fondazioni di suffragi in perpetuo, il che però non dà come necessaria
conseguenza che delle anime debbano restare in Purgatorio fino alla fine
del mondo. Infatti, anche liberate quelle anime, quei suffragi
serviranno per altre.
Le gioie del
Purgatorio
Insieme alle pene, in Purgatorio ci sono pure grandi gioie:
1) LA CERTEZZA DELLA SALVEZZA ETERNA. In questo mondo anche i
buoni non hanno la certezza della salvezza eterna, ma vi si preparano “nel
timore e nel tremore”. Le anime del Purgatorio ormai sono nella
assoluta certezza del Paradiso.
2) L’IMPECCABILITÀ. Finchè uno è al mondo non sa se cadrà in
peccato. In Purgatorio vi è questa certezza di poter amare per sempre il
Signore, senza più offenderlo.
3) I SUFFRAGI della Chiesa militante alleviano e abbreviano le
pene ed anche le tolgono del tutto liberandole.
4) LA CONVERSAZIONE CON GLI ANGELI. Molti Santi e maestri di
spirito ammettono questa relazione fra le anime del Purgatorio e gli
Angeli.
CAPITOLO SECONDO
LA SECONDA VENUTA
DEL CRISTO
Gesù è venuto in questo mondo la prima volta con la Incarnazione,
nell’umiltà e nascondimento della forma di servo;
TORNERÀ VISIBILMENTE PER LA SECONDA VOLTA ALLA FINE DEL MONDO A
GIUDICARE TUTTI GLI UOMINI CON ASPETTO SOLENNE E GLORIOSO.
Questa verità è definita da molti Concilii, ma qui ci contentiamo
di riportare la parola già chiara dei Simboli: “Verrà a
giudicare i vivi e i morti”.
Siccome coloro che saranno giudicati saranno tutti di nuovo in vita,
come vedremo fra poco, la parola vivi significa i vivi alla
grazia, cioè alla vita di Dio e, morti coloro che sono in peccato
mortale, cioè i privi della vita divina.
Il ritorno di Gesù nella gloria, preannunciato nelle profezie che
parlano del trionfo del Messia, lo troviamo descritto nel Vangelo:
«Il Figlio dell’Uomo verrà nella gloria del Padre coi suoi Angeli e
allora renderà a ciascuno secondo le sue opere» (Mt. 16,27; cfr. Mc.
8,38). «Verrà nella maestà sua e del Padre e dei Santi Angeli”
(Lc. 9,26) “E quando verrà il Figlio nella sua maestà e
tutti gli Angeli con Lui, allora sederà sopra il trono della sua maestà”
(Mt. 25,31; cfr. Mc. 13,26; Lc. 21,27).
Davanti al Sinedrio, Gesù disse: «Vedrete ancora il Figlio dell’Uomo
sedente alla destra della virtù di Dio e che viene sulle nubi del cielo»
(Mt. 26, 64; Mc. 14, 62).
Negli altri libri del N. Testamento troviamo numerosi accenni a questo
fatto: “Questo Gesù che è stato assunto da voi al cielo così
verrà, come lo avete visto andare al cielo» (Atti 1,11) dicono gli
Angeli agli Apostoli subito dopo l’Ascensione.
La predicazione degli Apostoli frequentemente si richiama
a questa fondamentale verità: così Pietro (Atti 3,20-21; 1 Pt.
4, 13; 2 Pt. 3, 1-16); Paolo (Tess. 4, 15-18; 1 Cor. 4,5; Ebr.
1,6) Giacomo (Giac. 5,8).
I
segni della fine del mondo
Gesù tornerà visibilmente alla fine del mondo. Nessuno però sa quando
sarà questo giorno. Disse Gesù: “Di quel giorno e di quell’ora
nessuno sa, nè gli Angeli nel cielo, nè il Figlio (Che non lo sappia
il Figlio significa solo che pur sapendolo, lo sa di una scienza che non
comunica a nessuno) ma soltanto il Padre” (Mc. 13,32).
Da questo testo Leone X nel Conc. Laterano V vietò che
nessuno osasse asserire qualche cosa come certo.
Gesù ha detto che verrà questa fine come la folgore (Mt. 24,27) però ci
saranno dei segni precursori che preavviseranno, come la gemma del fico
preannuncia l’estate e come dal cielo rossastro si prevede un domani
sereno (Mc. 13,28; Mt. 16,9).
Quali siano con certezza questi segni è difficile precisano, in quanto
che la profezia di Gesù a questo riguardo, oltre alla oscurità solita
delle profezie, riunisce l’annunzio della fine del mondo con quello
della distruzione di Gerusalemme.
I Teologi dalle parole della Scrittura rilevano i seguenti segni:
PREDICAZIONE DEL
VANGELO IN TUTTO IL MONDO.
Agli Apostoli che chiedevano quando sarebbe stata la seconda venuta e la
fine del mondo Gesù risponde: “Sarà predicato questo Vangelo
del Regno in tutto il mondo in testimonianza a tutte le genti, e allora
avverrà la consumazione” (Mt. 24 3, 14). Alcuni da queste
parole pensano che tutte le genti debbano abbracciare la fede, ma la
sentenza più probabile giudica che ciò non è richiesto per l’avveramento
della profezia e si fermano sulla sola predicazione in tutto il mondo.
Però non è detto che predicato il Vangelo, immediatamente avvenga la
fine.
LA CONVERSIONE DEI
GIUDEI.
LA MANIFESTAZIONE DELL’ANTICRISTO,
che comunemente si crede un
individuo che con falsi miracoli e invidia diabolica ingannerà i fedeli.
Altri pensano ai nemici del Cristo in genere.
S. Paolo lo dice: “l’uomo del peccato”
(Tess. 2) che Gesù annienterà col soffio della sua bocca.
L’APOSTASIA DI MOLTI
CATTOLICI. “Sorgeranno molti pseudoprofeti e inganneranno molti e poichè abbondò
l’iniquità si raffredderà la carità»
(Mt. 24, 11-12).
LA PERTURBAZIONE DELL’UNIVERSO.
“E ci
saranno pestilenze, fame, terremoti... muggito del mare e dei flutti...
e subito dopo la tribolazione di quei giorni il sole si oscurerà, la
luna non darà la sua luce e le stelle cadranno dal cielo...
(Mt. 24, 7 s.) (Fine del mondo non significa che il mondo sarà
distrutto, ma dopo il giudizio universale si avranno “cieli nuovi e
terra nuova» (2 Pr. 3, 13). I Teologi dicono che questo mondo sarà
rinnovato e purificato con un “diluvio di fuoco» e servirà agli eletti,
quasi come trasformato in un’isola di santi).
LA RESURREZIONE DELLA
CARNE
ERRORI - Alla antica negazione dei SADDUCEI riguardo alla
RESURREZIONE dei corpi, fecero seguito molti GNOSTICI, i
MANICHEI, i VALDESI, E GLI ALBIGESI. Oggi professano la
stessa negazione i PROTESTANTI UNITARI, LIBERALI E I RAZIONALISTI.
TESI - Alla fine del mondo tuiti gli uomini buoni e cattivi risorgeranno col
corpo che hanno portato.
E’ DI FEDE
Oltre che dal Simbolo Apostolico “credo la RESURREZIONE della
carne”, si legge nel Simbolo Atanasiano: “alla sua venuta
tutti gli uomini dovranno risorgere coi corpi”.
Tralasciando gli altri numerosi documenti ecclesiastici, riportiamo la
definizione del Conc. Laterano IV (D. B. 429): “.. quali
tutti risorgeranno coi loro propri corpi che ora portano, per ricevere
secondo le loro opere, sia che siano state buone, o cattive”.
SPIEGAZIONE. Per risorgere con lo stesso corpo che uno ha avuto in vita,
secondo la sentenza di molti, fra cui il Billot, basta la
identità di forma, cioè la stessa anima e non l’identità di materia. Un
adulto nel suo corpo non ha più quella materia con la quale era composto
bambino. Attraverso il ricambio ogni cellula si è rinnovata ed è stata
sostituita da nuove cellule (Questa teoria scientifica è stata
dimostrata falsa da recenti scoperte. Infatti è stato dimostrato
che alcune cellule restano le stesse nel corpo per tutta la vita. Così,
Oltre l’identità dell’anima, resta nell’uomo la identità di queste
cellule fondamentali). Eppure il suo corpo è lo stesso di quando
era bambino, non è un altro corpo, appunto per la identità dell’anima
che lo informa, per cui è il corpo della stessa persona.
Questa spiegazione risolve la difficoltà di coloro che obiettano: come
fa ad essere lo stesso corpo nella RESURREZIONE se i suoi elementi
decomposti vengono assorbiti da piante, da altri animali che a loro
volta saranno mangiati, e quegli elementi verranno a far parte del corpo
di altri uomini?
Però i Teologi più comunemente, e in questo modo sono più aderenti alle
definizioni della Chiesa, dicono che per la identità dei corpi risorti è
necessaria almeno in parte la stessa materia che hanno avuto in vita.
E il far ciò a Dio non è impossibile, anzi, come abbiamo detto nella
nota, ciò corrisponde alle ultime scoperte della scienza.
PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Nell’Antico Testamento ci
sono le parole di Giobbe (19,25): “So... che nell’ultimo
giorno risorgerò dalla terra: e di nuovo sarò circondato dalla mia pelle
e nella miti carne vedrò il mio Dio”. Anche Isaia (26, 19)
dice che risorgeranno i morti, e Daniele (12, 2): “Poi la
moltitudine di coloro che dormono nella polvere della terra si
ridesterà, alcuni nella vita eterna, e altri nell’obbrobrio che gli starà
sempre davanti”.
Nel Libro Il dei Maccabei (7, 113) la madre che assiste al
martirio dei sette figli rimprovera il giudice, ricordando che Dio li
risusciterà (Fra tutti questi testi dell’A. T. i più probativi sono
quelli di Daniele e dei Maccabei, poiché Giobbe
così chiaro nella traduzione latina, resta oscuro nel testo ebraico e
Isaia insieme alla RESURREZIONE individuale vuole alludere alla
RESURREZIONE nazionale del popolo Ebreo).
Gesù molte volte parla della Resurrezione: rimprovera i Sadducei
che negano la RESURREZIONE dicendo loro che non conoscono: “le
Scritture e la potenza di Dio”. Nel colloquio con Marta approva e
conferma la sua affermazione: «So che risusciterà nell’ultimo giorno”
Le disse Gesù: “Io sono la RESURREZIONE e la vita, chi crede in me,
anche se sarà morto, vivrà» (Gv. 11, 23-25). E in altra occasione:
“Verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la
voce del Figlio di Dio e coloro che fecero il bene andranno alla
RESURREZIONE di vita, e quelli che fecero il male, nella RESURREZIONE
del giudizio” (Gv. 5, 28-29).
Promettendo l’Eucaristia: “Chi mangia la mia carne e beve il mio
sangue ha la vita eterna, e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”
(Gv. 6, 55).
S. Paolo nella I Corinti (15) si ferma su questo argomento come a
punto fondamentale della nostra fede: “Se i morti non risorgono,
neanche Cristo è risorto”. Ma Cristo è risorto, chè altrimenti
sarebbe vana la nostra fede così anche noi risorgeremo”. “Poichè se
crediamo che Cristo è morto e risorto, così Dio per mezzo di Gesù
condurrà con lui quelli che si addormentarono... e i morti che sono in
Cristo risorgeranno per primi” (Tess. 4, 13-14).
B) - DALLA TRADIZIONE: Concordemente i Padri hanno
asserito questa verità.
La Didachè (16, 6) dopo aver detto che si aprono i cieli e gli
Angeli suonano le loro trombe, parla “della RESURREZIONE dei morti”.
Atenagora ha un intero trattato sulla RESURREZIONE dei morti.
S. Policarpo (Ep. ad Fu.) chiama: “primogenito di satana chi
nega la RESURREZIONE e il giudizio”.
S. Agostino (De Civ. Dei 22,20) “La RESURREZIONE dei morti è
fede propria de cristiani. Questa l’ha mostrata in sè stesso e ce ne ha
dato l’esempio di fede Cristo nostro Capo”.
Le doti dei corpi
gloriosi
Mentre i corpi dei dannati saranno spaventosi e orribili a somiglianza
dei demoni, i corpi dei giusti risorgeranno gloriosi.
S. Paolo (1 Cor. 15, 42-44) ne fa una descrizione da cui si
deduce la loro:
1 - IMMORTALITÀ E IMPASSIBILITÀ: «È seminato nella corruzione,
risorgerà nella incorruzione”. A somiglianza del seme che gettato
nel solco marcisce per trasformarsi nella spiga, così il corpo mortale
dalla terra risorgerà, ma non più corruttibile. Esso resterà immortale e
non potrà più patire.
2 - LA BELLEZZA, LO SPLENDORE E LA INTEGRITÀ. “È seminato
nella ignobiltà, risorgerà nella gloria”. I corpi risorgeranno
gloriosi, corretti dai difetti organici o della età. Quindi nè la
debolezza nè la piccolezza della infanzia, nè la caducità della
vecchiaia, ma tutti in una perenne pienezza di età, belli e splendidi, a
somiglianza di Gesù risorto.
3 - L’AGILITÀ. “È seminato nella infermità, risorgerà nella
potenza”. Non la stanchezza, ma la prontezza per potersi muovere
senza nessun ostacolo, spostarsi rapidissimamente da un luogo all’altro
come gli Angeli.
4 - LA SOTTILITÀ. “È seminato un corpo animale, risorgerà un
corpo spirituale”. Così il corpo sarà pienamente soggetto all’anima
e non potrà essere trattenuto da nessun ostacolo materiale, come Gesù
risorto che entrò nel Cenacolo a porte chiuse.
IL GIUDIZIO
UNIVERSALE
TESI
-
Dopo la
RESURREZIONE dei morti avverrà il giudizio universale
E’ DI FEDE
dai vari Simboli e Concili, tra cui richiamiamo il Simbolo
Apostolico e Niceno-Costantinopolitano: “a giudicare i vivi e i
morti” e quello Atanasiano: “dovranno rendere ragione
delle loro opere”.
SPIEGAZIONE. Il giudizio universale non riforma la sentenza del giudizio
particolare, ma confermandola di fronte a tutti, mostra la bontà
e la giustizia divina, che voleva salvi tutti gli uomini e a
tutti ha dato le grazie sufficienti. Si vedrà che chi è dannato, lo è
solo per sua colpa. Si vedrà anche che le croci e le umiliazioni erano
dono di Dio. Mostra pure l’esaltazione di Cristo, umiliato e
condannato dagli uomini. Egli apparirà con grande gloria e maestà,
preceduto dal vessillo della Croce, (cfr. Mt. 24, 30) “e allora
apparirà il segno del Figlio dell’Uomo nel Cielo”, ora segno di
gloria, un giorno segno di condanna e di ignominia. E anche ricompensa
ai buoni che nella vita erano stati considerati stolti ed avevano
sofferto, mentre facevano bene.
Gesù sarà accompagnato dagli Angeli e dai Santi. Il giudizio sarà sui
PENSIERI: “Il Signore manifesterà i disegni dei cuori” (1
Cor. 4, 5); sulle PAROLE: “In quel giorno del giudizio gli
uomini saranno giudicati di ogni parola oziosa che avranno detto”
(Mt. 12, 36); sulle OPERE: “Renderà a ciascuno secondo le sue
opere» (Rom. 2, 6); sulle OMISSIONI “Fa peccato chi sa
fare il bene e non lo fa» (Gc. 4,17).
La Rivelazione non indica il luogo del giudizio. Una pia sentenza crede
che sia la valle di Giosafat a Gerusalemme, presso il
Cedron dalle parole di Gioele (3, 2): «Radunerò tutte le genti
e le condurrò nella valle di Giosafat”. Giosafat significa “Il
Signore giudichi” ma da questa parola non si può indicare con
certezza il luogo.
PROVA. Non riporteremo le numerose testimonianze dei Salmi, di
Isaia o di S. Paolo. Ci fermeremo alla parola di Gesù (Mt.
25, 31-46): “Quando poi verrà il Figlio dell’Uomo nella sua gloria e
con Lui tutti gli Angeli allora sederà sul trono della sua gloria. E si
raduneranno dinanzi a Lui tutte le Nazioni, e separerà gli uni dagli
altri come il pastore separa le pecore dai capri; metterà le pecore alla
sua destra: Venite benedetti dal Padre mio, possedete il regno che vi fu
preparato fin dal principio del mondo, perchè ebbi fame e mi deste da
mangiare... Allora dirà a quelli della sinistra: Andate via da me,
maledetti, al fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi
Angeli, perchè ebbi fame... e questi andranno all’eterno supplizio: i
giusti poi alla vita eterna”.
CAPITOLO TERZO
LA SORTE DELL’UOMO
NELLA ETERNITA’
Dalle ultime parole del giudizio, vediamo indicata la sorte degli uomini
per tutta la eternità: l’eterno supplizio ai cattivi, la vita
eterna ai buoni.
L’INFERNO
L’INFERNO
(= luogo inferiore;
in ebraico scèol (Con la stessa parola si indica pure il seno di
Abramo) = luogo cavo; in greco ade=luogo oscuro), indica lo stato, il
luogo, dove sono puniti i demoni e gli uomini deceduti in peccato
mortale.
Nella Scrittura viene chiamato luogo dei tormenti, camino di fuoco,
stagno ardente, tartaro, abisso, geenna. Questo ultimo nome era ed è
dato a una voragine presso il Cedron a Gerusalemme dove venivano
gettati i rifiuti e bruciati per cui quasi di continuo vi ardeva il
fuoco.
ERRORI - I SADDUCEI negarono l’esistenza relegandola fra le favole.
ARNOLIO (327) disse che i cattivi dopo un tempo di pena sarebbero stati
annientati.
Gli ORIGENISTI negarono la durata eterna, dicendo che un giorno gli
Angeli cattivi e gli uomini dannati si sarebbero ravveduti (Un errore
simile è stato ripetuto ai nostri giorni nel libro: Il Diavolo,
di G. PAPINI, dove viene messo in forma di domanda se un giorno non
l’inferno, ma la pena dei dannati debba finire).
Similmente gli UNITARI ed altri PROTESTANTI.
Gli ALBIGESI giudicarono che le anime dei cattivi avessero come
punizione un nuovo corpo, dopo di che sarebbero stati liberati.
I SOCINIANI, i PROTESTANTI LIBERALI e i RAZIONALISTI lo negarono
affatto.
TESI
- Esiste l’inferno
dove oltre i demoni, cadono gli uomini che muoiono in peccato mortale
dove sono puniti con differenti pene che durano in
eterno.
E’ DI FEDE
Sono numerosi i documenti che danno questa definizione.
Il Papa Damaso (D. B. 16); il Simbolo Atanasiano: «Coloro
che fecero il bene andranno nella vita eterna, chi invece il male, nel
fuoco eterno”. Alessandro VIII (D. B. 1290); Pio VI (D. B.
1526).
Fra i documenti, tre importantissimi sono il Conc. di Lione II
(a. 1274, D. B. 464), Benedetto XII nella Cost. Benedictus
Deus (D. B. 531) e il Conc. di Firenze (D. B. 693). Essi
hanno simili espressioni e riportiamo perciò quelle dell’ultimo:
Definiamo «ugualmente che le anime di coloro che muoiono in peccato
attuale mortale o anche nel solo originale, subito discendono
nell’Inferno, da punirsi tuttavia con pene differenti”.
Abbiamo lasciato per ultima volutamente la definizione del Conc.
Laterano IV (D. B. 429) come quella che risponde più direttamente
agli errori degli Origenisti, ripetuti oggi: “essi, col diavolo
(ricevono) un pena perpetua”.
Anche il Conc. di Costantinopoli (a. 543), confermato da Papa
Virgilio condanna gli Origenisti “Se alcuno dice o sente che il
supplizio dei demoni e degli uomini è per un determinato tempo, e che un
giorno ci sarà la sua fine ossia che avverrà la restituzione e la
redintegrazione dei demoni e degli uomini empi, sia scomunicato.
Pio XII nel discorso all’Uunione Giuristi Cattolici d’Italia
(Cfr. l’Osservatore Romano 6 Febbr. 1955) dichiara: “La
Rivelazione e il Magistero della Chiesa stabiliscono fermamente che,
dopo il termine della vita terrena coloro che sono gravati da colpa
grave subiranno dal supremo Signore un giudizio ed una esecuzione di
pena, dalla quale non vi è alcuna liberazione o condono. Iddio
potrebbe anche nell’al di là rimettere una simile pena; tutto dipende
dalla sua libera volontà; ma Egli non l’ha mai accordata nè mai
l’accorderà... il fatto della immutabilità e della eternità di quel
giudizio di riprovazione e del suo adempimento è fuori di qualsiasi
discussione”.
SPIEGAZIONE: Le pene differenti corrispondono alla colpevolezza e alla
differenza del numero e della gravità dei peccati ma basta un solo
peccato mortale per meritare la pena eterna”. «Dio rende a ciascuno
secondo le sue opere» (Rom. 2,16).
PROVA: A) - DALLA SCRITTURA:
1) Nell’Antico Testamento:
il Libro dei Numeri
(16, 30
s.) parla di Core, Dathan, Abiron sotto i cui piedi si apre la
terra e «discendono nell’inferno”.
Il libro Giuditta (16,20-21) dice che Dio nel giorno del Giudizio
visiterà i cattivi e “darà loro il fuoco e il verme nelle loro carni,
perchè siano bruciati e soffrano per tutta l’eternità”.
Il Salmo 48: “Andrà al ceto dei suoi padri che in eterno non vedranno
luce”.
Ci dispensiamo dal portare altre numerose testimonianze.
2) Nel Nuovo Testamento. Moltissime volte Gesù parla della
dannazione dei cattivi: “chi avrà detto stolto al fratello è reo
della Geenna di fuoco” (Mt. 5,22): I Giudei che respingono la fede
«saranno gettati nelle tenebre esteriori dove è pianto e stridore di
denti” (Mt. 8,11-12); così all’invitato a nozze che entra senza
veste nuziale (Mt. 22 1-14); ecc.
La dannazione è eterna: “Chi bestemmierà lo Spirito Santo non avrà la
remissione in eterno, ma sarà reo di eterno delitto” (Mc. 3, 29; Mt.
12,22).
Gesù quando dice di togliere la mano o l’occhio che scandalizza,
conclude che è meglio entrare nella vita eterna privo di essi, che con
essi andare nella Geenna “dove il verme non muore e il fuoco non si
estingue” (Mc. 9,41 ss.; Mt. 18,8 ss.).
Come abbiamo veduto Gesù nella sentenza finale dirà ai cattivi:
«Andate maledetti al fuoco eterno.., e andranno questi nel supplizio
eterno; e i giusti nella vita eterna” (Mc. 9,42 43). Dai sepolcri “usciranno
quanti fecero il bene in resurrezione dl vita, quanti poi fecero il male
in resurrezione di condanna” (Gv. 5,29).
Da questi ultimi testi si vede il parallelismo fra la vita e la condanna
eterna. Come eterno è il premio, così eterno è il castigo.
Così molti altri testi, fra cui il seguente: “Chi crede nel Figlio ha
la vìta eterna chi invece è incredulo nel Figlio, non vedrà la vit4, ma
rimarrà su di lui l’ira di Dio” (Gv. 3,36).
Gli Apostoli continuano l’insegnamento del Maestro, insistendo
molto su questa verità. Ne diamo alcuni accenni: “Non sapete che gli
iniqui non possederanno il Regno di Dio?” (1 Cor. 6,9); «i quali
saranno perduti nelle pene eterne lontani dalla faccia del Signore e
dalla gloria della sua potenza” (2 Tess. 1,9).
S. Pietro (2, 2-12 ss.) parlando di coloro che bestemmiano ciò
che ignorano afferma che “periranno nella loro corruzione.
S. Giuda (6,
s.) parlando dei
cattivi: «A somiglianza degli Angeli ribelli sosterranno «la pena del
fuoco eterno”, e che è «loro riservata in eterno la procella di
tenebre”.
S. Giovanni nell’Apocalisse (20, 13; e 21, 8) parla di una
seconda morte che consiste “nell’inferno in unO stagno di fuoco".
B) - DALLA TRADIZIONE: S. Ignazio (Ep. 16,1) parlando di
un eretico afferma che “andrà nel fuoco inestinguibile”.
Per S. Giustino (Apol. 1, 21) coloro che vivono malamente e non
si convertono “sono puniti col fuoco eterno”.
Così S. Ireneo insegna come verità cattolica che “gli uomini
empi, ingiusti, iniqui, blasfemi, sono messi nel fuoco eterno”.
Questo insegnamento che come si vede veniva ammesso unanimemente, ebbe
una accentuazione per parte dei Padri che seguirono Origene
il quale dopo averlo ammesso cade nella incertezza riguardo alla
eternità delle pene. Potremmo fare una lunga citazione, ma ci
contentiamo solo di portarne qualcuna.
S. Efrem (Sermo de fine 8): ci insegna che «non ci sarà la
fine dei tormenti del peccatore, nè riposerà per un piccolo istante
dalla pena che punisce il peccato, perchè durerà in eterno e in nessun
tempo mai sarà sciolta”.
S. Agostino (De Cic. Dei 21, 23), afferma che nel giudizio finale
come sarà dato per tutta l’eternità il premio, così per tutta l’eternità
sarà data la pena.
C) - LA RAGIONE conferma la giustezza della eternità delle pene.
C’è discussione se la ragione da sola lo possa dimostrare, smarrendosi
dinanzi al grande mistero, ma certamente dimostra che non va contro
alcuno degli attributi divini (Cfr. Pio XII, discorso citato). Essa fa
vedere come non sarebbe giusto che ricevessero la stessa ricompensa
tanto i buoni che i cattivi.
Riguardo alla durata della pena dobbiamo tener presente:
1) mentre in vita l’uomo può dirigersi verso Dio o allontanarsi da Lui,
avvenuta la morte, l’anima resta immobile nella sua decisione. Se è
contro Dio resterà contro Dio per sempre, quindi per sempre degna di
castigo.
2) l’eternità non è una successione di momenti come il tempo, ma è: “la
possessione perfetta e tutta insieme di una vita interminabile”
(Boezio). Non c’è quindi, un prima o un poi, ma grava sul soggetto tutta
insieme. Quindi, chi è dannato oggi è dannato per sempre.
Le pene dell’inferno
I Teologi distinguono due ‘pene nell’Inferno: quella del danno e
quella detta del senso.
Esse corrispondono a ciò che ha fatto l’uomo col peccato:
si è allontanato da Dio - e resta allontanato per sempre da Lui con la
pena del danno - e si è attaccato alle creature - e con queste resterà
per sempre ricevendo da loro il tormento colla pena del senso.
PENA DEL DANNO.
Essa è la privazione della visione beatifica, cioè la visione e
il possesso di Dio, perduto per sempre. Esso è perduto come fine
soprannaturale e anche come fine naturale.
In questa vita ci è difficile comprendere la somma gravità di questa
pena che è immensamente più grande di tutte le altre, perchè si tratta
della perdita del bene infinito che è Dio, per il Quale eravamo stati
creati. Nell’altra vita, invece, non più accecati dai beni sensibili,
ne sarà compresa in pieno la gravità. Quaggiù si cerca di farlo capire
rappresentando per esempio la separazione di un figlio dalla madre, ma
ciò non è che una pallida ombra.
Colla privazione della visione di Dio c’è anche la privazione di
tutti i beni, quali la familiarità colla Madonna, gli Angeli, i
Santi e tutte le gioie del Paradiso. Questa pena sarà tanto più acerba
quanto più si vedrà che era facile la salvezza, le grazie numerosissime
che Dio aveva dato per salvarci, l’infinita rinunzia fatta nel lasciare
Dio per una misera creatura e per il piacere avvelenato di un momento. I
dannati perciò saranno presi dalla più cupa disperazione trovandosi in
quello stato eternamente per propria colpa. Vedendo i giusti salire al
cielo «saranno turbati da un timore orribile.., dicendo dentro di sè,
pentiti e gementi per l’angoscia dello spirito: .. Noi insensati
che giudicavamo la loro vita una pazzia e il lorà fine senza onore. Ecco
come sono stati annoverati fra i figli di Dio, e fra i Santi è la loro
sorte” (Sap. 5,1 ss.).
Quantunque la Chiesa non ci abbia dato definizioni sulla intima natura
delle pene infernali, è di fede che c’è questa pena del danno. Il
Conc. Fiorentino dice che saranno «puniti all’inferno con pene
differenti.”. La prima pena è certamente quella di essere allontanati e
maledetti da Dio, quindi esclusi dalla sua visione, come dirà Gesù
nell’ultimo giorno: «Andate via da me maledetti» (Mt. 25,12).
LA PENA DEL
SENSO. Si
chiama così non in quanto sia sentita solo dai sensi del corpo - poichè
i demoni per sempre e le anime fino al giorno del giudizio non hanno il
corpo - ma in quanto con cose sensibili viene tormentato e spirito e
corpo. Quindi il fuoco, le tenebre, le grida e lo stridore dei denti,
l’orrore del luogo e ogni altro male senza alcun bene
costituiscono questa pena.
Lo si può rilevare dalle varie espressioni riportate con cui la
Scrittura ricorda il “luogo dei tormenti”.
La spiegazione comune dei Padri e dei Teologi ci dice la stessa cosa,
per cui tutte le pene della terra non sono paragonabili col più piccolo
tormento dell’inferno.
Fra tutte queste perle, quella su cui la Scrittura insiste di più è la
pena del fuoco: «Andate maledetti nel fuoco eterno” (1. c.). Così
la Tradizione.
Alcuni di fronte alla difficoltà che il fuoco tormenti gli spiriti si
sono domandati se debba intendersi in senso fisico e reale oppure
metaforico. Risponde il Suarez (De Angelis 8):
“E sentenza certa e cattolica che il fuoco... è un vero e proprio
fuoco corporeo”.
La Sacra Penitenzieria il 30 aprile 1890 di fronte a questo
dubbio rispondeva che chi si fosse ostinato a non credere a un fuoco
reale non poteva essere assolto. Nel tentare di darne spiegazione non
tutti i Teologi convengono nella stessa sentenza: S. Tomaso parla
di una unione locale fra lo spirito e il fuoco “in modo di un legamento”
per cui in qualunque luogo si trovi lo spirito è sempre preso dal fuoco.
Il Suarez giudica che questo fuoco ha in sè una qualità
spirituale e soprannaturale per cui gli spiriti vengono tormentati
secondo la loro natura.
Il Lessio dice che come in questa vita il fuoco bruciando il
corpo fa soffrire anche l’anima, così nell’altra può prendere
direttamente lo spirito.
Qualunque spiegazione si voglia dare di questo fuoco reale che tormenta
e corpi e spiriti, certamente a Dio non manca il modo di far sì che il
fuoco possa far penare gli spiriti, per cui concludiamo con S.
Agostino (De Civ. Dei 21,10): «Sono afflitti con modi
meravigliosi, ma veri modi”,
I Santi dicono che il fuoco dell’Inferno creato da Dio per adempiere la
sua giustizia è tanto più tremendo del più ardente fuoco della terra,
creato dalla sua misericordia per il nostro uso per cui questo non è che
un’ombra di fronte a quello.
Fuoco non splendente ma tenebroso, che tormenta al di fuori e al di
dentro di ogni membro, fino all’intimo dell’anima senza consumare e
distruggere.
LA DURATA DELLE
PENE.
Abbiamo detto altrove della DURATA ETERNA delle pene
DIFFERENTI secondo la punizione dovuta a ciascun dannato e
IMMUTABILI per sempre. Ciò per quanto riguarda la pena
sostanziale. Nell’Inferno “non vi è nessuna redenzione”. Però
vi è anche una pena accidentale dovuta ai peccati veniali e ai
mortali rimessi in quanto alla colpa. Secondo la sentenza più probabile
seguita da S. Tomaso e Scoto questa pena accidentale può
diminuire entro il giorno del giudizio; altri però lo negano.
IL LUOGO. La Scrittura e la Tradizione non lo dicono. I Padri e i
Teologi giudicano però che non sia soltanto uno stato ma anche un luogo.
Per questo concludiamo col Crisostomo: «Non cerchiamo dove sia
l’Inferno, ma come lo possiamo evitare”.
IL PARADISO
PARADISO
(= traduzione
dall’ebraico: gan; dal persiano: pairidaeza=giardino; e
dal greco; paradeisos cui viene dato lo stesso significato) fu
detto il giardino di delizie dove furono posti i nostri progenitori ed
ora si usa per significare il cielo, dove i beati godranno l’eterna
felicità.
TESI
-
Esiste il
Paradiso, dove i 9iusti, che non hanno altro da espiare, subito vedono
Dio faccia a faccia come Egli è, amandolo con amore beatifico e
godendolo per sempre in diverso grado secondo i meriti.
E’ DI FEDE
dalla Costituzione “Benedictus Deus” di Benedetto XII
(D. B. 530) la quale, contro coloro che credevano che la visione
intuitiva avvenisse dopo il giudizio finale, defìnisce che: “le anime di
tutti i Santi nelle quali non ci fu niente da purificare, quando
morirono.., anche prima della riassunzione dei loro corpi e il giudizio
generale... vedono la divina essenza con visione intuitiva ed anche
facciale... e così vedendo godono della medesima divina essenza e da tale
visione e godimento le loro anime... sono veramente beate ed hanno la
vita e il riposo eterno”.
Il Conc. di Firenze (D. B. 693) più concisamente completa:
«Le anime di coloro che dopo ricevuto il Battesimo non in- corsero in
nessuna macchia di peccato, e anche quelle, che dopo contratta la
macchia del peccato, o nei loro corpi o spogliate dai medesimi corpi
sono purificate, sono ricevute in cielo e vedono chiaramente Dio, Uno e
Trino, come è, tuttavia, secondo la diversità dei meriti, l’una più
perfettamente dell’altra”.
E Pio XII nella Enciclica «Mysticis Corporis” parlando
della visione beatifica afferma: “...con questa in modo assolutamente
ineffabile si potrà contemplare con l’occhio della mente innalzato da
superna luce, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo assistere da vicino
per la durata della eternità alle processioni delle Divine Persone, ed
esser beati con somigliantissimo gaudio a quello con cui è beata la
Santissima e indivisa Trinità”.
PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. L’Antico Testamento tratta
dei fine ultimo dell’uomo e della sua salvezza; ricorda lo sceòl
(2, Macc. 7) dove andavano gli antichi giusti in attesa di seguire il
Redentore al Cielo; non parla però della visione beatifica se non in
modo oscuro: «Mi riempirai di gaudio col tuo volto” (Sal. 15,
11).
“I giusti vivranno in eterno e presso il Signore è la loro
ricompensa» (Sap. 3, 16).
Nei Nuovo Testamento. Gesù nei Vangelo parla spesso del Regno
dei cieli, che a volte significa solo l’inizio nella Chiesa
militante, ma molte altre si riferisce proprio alla vita eterna:
«Beati i poveri in spirito.., beati coloro che soffrono per la
giustizia, perché di loro è il regno dei cieli”. E: “Beati i
mondi di cuore perchè essi vedranno Dio”. «Abbondante sarà la
ricompensa nel cielo” (Mt. 5, 3-8-10-12).
Nell’ultimo giudizio i “benedetti dal Padre» possederanno “il
regno» (Mt. 25-34); “risplenderanno come il sole nel regno del
Padre" (Mt. 13, 43).
Altrove paragona i piccoli e i giusti, che a questi devono farsi simili,
agli Angeli che “sempre vedono la faccia del Padre che è nei cieli”
(Mt. 18 10; Mc. 12, 25).
S. Paolo afferma che fino a quando stiamo in questo mondo siamo
come dei pellegrini dal Signore, ma coloro che muoiono in Cristo
«sono presenti presso il Signore” (2 Cor. 5, 1-8; Fu.
1, 23). Nel giorno del giudizio tutti risorgeremo con quelle
doti di cui già parlammo (p. 668); però in uno splendore differente “come
una stella differisce dall’altra stella” (1, Cor. 15- 12 Ss.; e 13,
12).
«Figli di Dio, eredi di Dio, coeredi coi Gesù Cristo” possederemo
come eredità il suo Regno.
Nel Paradiso la carità continuerà e sarà perfetta: “La carità non
verrà mai meno” (1 Cor. 13, 8). Verrà meno invece quello che ora è
imperfetto, perchè là verrà ciò che è perfetto. Non più una semplice
cognizione per mezzo del ragionamento che come in uno specchio,
attraverso le creature ci fa vedere Dio oscuramente in un mistero;
ma una visione diretta, chiara e intuitiva: “Vediamo ora
attraverso uno specchio in un mistero, allora, invece, faccia a faccia.
Ora conosco in parte, allora, invece, conoscerò come sono conosciuto”,
cioè come mi conosce Dio (Ivi 19, 12).
S. Giovanni completa il pensiero dicendo: “Vedete quale carità
ci ha dato il ‘adre, si da chiamarci ed essere figli di Dio...
Carissimi, ora siamo figli di Dio, ma non ci è manifestato ancora
quel che saremo. Sappiamo che, quando si manifesterà, saremo simili a
Lui, poichè lo vedremo quale Egli è” (I Gv. 3, 1-2).
Nell’Apocalisse l’Apostolo fa una vivace descrizione delle
bellezze del cielo dove non c’è nè lutto, nè dolore, nè cose simili, ma
lo splendore di Dio: “e vedranno la sua faccia: e il suo nome sulle
loro fronti» (Apoc. 21, 22): Nel Vangelo aveva detto: “È
questa la vita eterna: che conoscano te solo Dio vero e Colui che
mandasti Gesù Cristo” (Gv. 17, 3).
B) - DALLA TRADIZIONE. I Padri dei primi secoli,
attenendosi alle parole della Scrittura, si fermano specialmente sul
pensiero della visione di Dio.
Nella lettera detta di Barnaba (7, 11), si legge: «Coloro che
mi vogliono vedere e raggiungere il mio regno, debbono possedermi
attraverso le afflizioni e i tormenti”.
S. Ignazio in diverse lettere scrive che muore volentieri “per
poter conseguire Dio”.
S. Ireneo (Ad. Haer. 4, 20) afferma che Dio: “a coloro che lo
amano concede questo: di vedere Dio... L’uomo di per sè non vede Dio. Ma
volendolo Lui è veduto dagli uomini, a chi vuole, quando vuole e come
vuole” .
Alcuni Padri Greci, in verità pochissimi, dopo l’eresia di
Eunomio, il quale pretendeva che l’uomo potesse vedere Dio colle sue
forze naturali, nella veemenza di combattere l’errore passarono i limiti
in senso opposto, dicendo che Dio non può essere veduto dalla creatura
come Egli è.
Così S. Giovanni Crisostomo, Teodoreto, e un poco S, Gregorio
di Nissa. Alcuni vogliono interpretare le loro frasi in senso buono,
affermando che intendevano dire che la creatura umana non può vedere Dio
con una cognizione comprensiva adeguata nell’identico modo con cui Dio
comprende sè stesso ma se anche lo avessero detto in modo errato
l’oscurità venuta in qualche Padre non infirma la Tradizione.
Infatti anche nello stesso tempo altri Padri non solo continuavano, ma
approfondivano quanto era stato detto antecedentemente parlando della “contemplazione
di Dio Trino".
Così, ad esempio, S. Gregorio di Nazianzo (Orat. 24, 19).
Fra i Latini, S. Ilario (In Ps. 118, 58, 8) afferma che “la
beatitudine avviene nel vedere la faccia di Lui”.
S. Ambrogio (De bono mortis 11): “I giusti avranno questa
ricompensa di vedere la faccia di Dio”.
S. Agostino ne parla in vari punti. Fra l’altro dice che «si
vedrà senza fine” (De Civ. Dei 22, 30), e che a Mosè si fece vedere,
però non nella sua natura, come sarà dato ai Santi.
(Ep. 147, 8).
S. Gregorio Magno (Mor. 18, 54, 90): “Chi ama, sarà amato dal
Padre mio e io lo amerò e manifesterò a lui me stesso; come se
apertamente dica: voi che mi avete nelle vostre cose vi resta che mi
vediate nella mia natura.
La Beatitudine del Paradiso
La beatitudine secondo Boezio è: “Lo stato perfetto
dell’aggregazione di tutti i beni”. E S. Tomaso la definisce:
“il bene perfetto che quieta totalmente l’appetito” cioè ogni
desiderio.
La beatitudine, cioè la gloria perfetta nel Paradiso, consiste nella
visione beatifica come beatitudine essenziale cui si
aggiungono altri doni come beatitudine accidentale.
LA BEATITUDINE ESSENZIALE. Ciò che forma la gioia essenziale dei beati nel Paradiso è la visione
di Dio, detta perciò VISIONE BEATIFICA. ESSA È LA COGNIZIONE CHIARA,
INTUITIVA
E FACILE, NON PERÒ COMPRENDENTE, DI Dio COME È IN SÉ (Per comprendere
bene la definizione, si noti che la cognizione di Dio può aversi in tre
modi:
1) Astrattiva quando si conosce Dio dalle cose create per
analogia, deduttivamente; oppure per la testimonianza che
ci viene data, come avviene nella fede.
2) Intuitiva, quando si vede direttamente e immediatamente come è
in sé, e non attraverso le creature.
3) Comprensiva quando non solo è immediata, ma ancora adeguata e
completa perfettamente. Questa terza appartiene solo a Dio, che solo
conosce perfettamente sé stesso).
Il principio della visione beatifica è il LUME DI GLORIA che S.
Tomaso (C. Gentes 3, 55) definisce: “ABITO SOPRANNATURALE CHE
PERFEZIONA L’INTELLETTO E LO RENDE PROSSIMAMENTE CAPACE A VEDERE Dio
INTUITIVAMENTE.
Dalla definizione si capisce che anche l’intelletto concorre alla
visione beatifica, ma solo remotamente, e non con le sue forze
naturali. Non ne sarebbe capace anche se queste sue forze fossero
accresciute nel proprio ordine. E necessario perciò che vi sia
aggiunta una nuova disposizione soprannaturale nell’ordine della visione
beatifica che operi per modo di potenza: ciò che è il lume della
gloria. Questo non è un aiuto esterno, ma un qualità interna e
permanente.
Per portare un confronto come l’anima elevata dalla grazia è capace
di compiere opere soprannaturali, così l’intelletto col lume di gloria
ha la capacità di vedere Dio intuitivamente.
OGGETTO PRIMARIO della visione beatifica è Dio stesso. I Beati
perciò vedono faccia a faccia Dio, Uno e Trino, la sua natura ed
essenza, i suoi attributi, le Persone, le processioni, come abbiamo
visto nei documenti della Chiesa.
Vedono perciò anche il Divin Verbo nella sua natura Divina e Umana come
ci dice S. Giovanni (17,3): “questa la vita eterna: che
conoscano te, solo Dio vero e Colui che mandasti Gesù Cristo”.
Tutte queste verità che sulla terra erano state oggetto primario della
fede si vedranno, ma non più “per uno specchio nel mistero”, ma
direttamente come sono in Dio.
OGGETTO SECONDARIO
sono le
creature conosciute in Dio.
Alcuni Teologi asseriscono che i Beati in Dio vedono tutte quante le
cose. S. Tomaso (S. Th. 2 q. 10 a. 2) dice che ciascun Beato vede
tutto ciò che lo riguarda.
Ragione di questa limitazione secondo l’Aquinate, è il maggiore o minore
grado di gloria, che dà un lume più o meno grande nella visione
intuitiva. Infatti i Beati vedono tutto Dio, ma non totalmente
essendo infinito e non potendosi perciò avere dalla creatura una
visione comprensiva. Secondo questo grado è più o meno intensa
la chiarezza della visione e più o meno estesa secondo il grado di
gloria (La differenza del grado di gloria fra i Beati, non porta
tristezza o invidia, perché ciascuno ha la piena felicità, secondo la
capacità. Per portare un esempio molti recipienti di diversa grandezza
possono essere pieni di un liquido, e a ciascuno non manca niente per la
sua pienezza, quantunque uno contenga molto e uno poco).
Ciascun Beato in quello che lo riguarda avrà una conoscenza
particolare:
1) Come individuo elevato nell’ordine della grazia: conoscerà
quelle verità che sulla terra credeva per fede, vedendo tutta l’armonica
bellezza. Vedrà le vie meravigliose della Provvidenza nel condurlo a
salvezza. Conoscerà gli altri Santi, specialmente coloro che in vita amò
maggiormente.
2) Come parte dell’universo conoscerà le opere della creazione
dagli Angeli agli astri, ai diversi generi e specie della natura. Chi
avrà studiato soprannaturalmente una determinata scienza, ne avrà una
cognizione tutta particolare.
3) Come tale persona pubblica o privata vedrà tutte quelle cose
che lo riguardavano in quello stato: quindi un Papa, un Capo di Stato,
un capo di famiglia conosceranno in particolare tutte quelle persone o
cose che erano loro affidate. Perciò i Beati in cielo vedranno i
parenti, gli amici ancora in terra, li aiuteranno con la loro
intercessione e ascolteranno le loro preghiere.
La visione beatifica
porterà con sé l’amore beatifico col quale i
Beati ameranno Dio perfettamente.
Riguardo ALL’AMORE BEATIFICO i Teologi si sono divisi in tre
principali sentenze:
1) Scoto considera l’essenza della beatitudine nel solo atto
di amore per il conseguimento fatto dalla volontà del suo ultimo
fine di cui è venuta al possesso, nella unione perfetta e inammissibile.
Si avvicina a questa sentenza quella dell’Aureolo, pure
Francescano (+ 1322) che la fa consistere nel gaudio che deriva
da questo possesso pieno.
2) S. Bonaventura, seguito dal Suarez e dal Lessio
dice che l’essenza della beatitudine consiste nella visione e
nell’amore per l’unione vitale con Dio dell’intelletto e della
volontà.
3) S. Tomaso più acutamente, fondandosi sulle parole di S.
Giovanni già citate: «che conoscano te» la fa consistere
essenzialmente nella visione. E’ l’intelletto che arriva a vedere
Dio. L’amore e il gaudio sono come conseguenza che ne derivano
necessariamente.
Qualunque delle tre sentenze si vogliano seguire, il fatto è, che
se pure il punto essenziale si voglia collocare nell’una o nell’altra,
in Paradiso, i Beati avranno il pieno gaudio nella visione
e nell’amore beatifico.
LA BEATITUDINE ACCIDENTALE.
Questa consiste nel gaudio proveniente dai beni creati.
Come potremmo contrapporre alla pena del danno nell’inferno, la gioia
del possesso di Dio nel Paradiso, così potremmo opporre questa gioia
accidentale alla pena del senso. I Beati infatti, avranno, insieme al
possesso di Dio ogni bene, senza alcun male. Anima e corpo
saranno nella piena felicità: non più lacrime, né lutto, nè dolore, non
fame, nè sete, nè intemperie; non il morso della concupiscenza, ma una
gioia che non ha confronto. (Cfr. Ap. 14, 13; Eb. 4, 9).
Nella limitatezza di ciò che comprendiamo quaggiù, sembra quasi una
mancanza il non prendere cibo o il non seguire gli appetiti terreni. Ma
se ben consideriamo, vediamo che la deficienza consiste invece
nell’avere queste necessità o tendenze che appartengono alla vita
animale. Là saremo “come Angeli di Dio” che non hanno bisogno di
tutte queste cose.
Il corpo, come abbiamo detto parlando della RESURREZIONE della carne,
avrà le doti gloriose della immortalità, della agilità, della sottilità,
dello splendore e bellezza nella integrità delle membra a somiglianza di
Cristo risorto e glorificato
L’anima, come corrispondenza relativa alla fede, alla speranza e alla
carità avrà la visione, il possesso e il gaudio del Signore, che oltre a
costituire la beatitudine essenziale, la ricolmeranno di ogni altro
gaudio. Sarà appagato ogni desiderio, escluso qualunque timore o
tristezza. Godrà della familiarità col Cristo, con la Madonna, con gli
Angeli, coi Santi. Avrà la coscienza dei pericoli superati, delle
vittorie riportate e la sicurezza che non perderà mai più Dio.
Vedrà come erano piccole le pene del mondo di fronte a una ricompensa
eterna.
Per quanto possiamo dire della gloria del Paradiso non potremo capirne
altro che una pallida analogia. Se una visione celeste come avviene ad
alcuni Santi sulla terra, - e non è visione beatifica - li rapisce
talmente da astrarli da tutto ciò che li circonda e da farli ripetere
con gli Apostoli della Trasfigurazione: “E’ buona cosa l’essere qui”,
che cosa sarà la visione eterna del Paradiso?
S. Alfonso de’ Liguori (Apparecchio alla Morte) per far capire un
po’ la distanza della analogia, porta un esempio molto umile, ma molto
significativo. Dice: Se a un cavallo dicessero che il padrone fa un
grande pranzo, ammesso che potesse capire, intenderebbe che il padrone
imbandisce un pranzo con avena e fieno di prima qualità. Molto meno
intendiamo noi dei doni che ci sono riservati in cielo.
S. Paolo dopo la sua visione in cielo dice che: “udì arcane
parole che non è lecito ad uomo di proferire» (2 Cor. 12, 4), e
ancora riecheggiando Isaia (64, 4): “Né occhio mai vide né
orecchio mai udì né ascese al cuore dell’uomo ciò che Dio ha preparato a
quelli che lo amano” (1 Cor. 2, 9).
L’AUREOLA. Fra i beni della beatitudine accidentale del cielo, viene
indicata l’aureola (corona d’oro) e cioè una speciale ricompensa
riguardante la speciale vocazione e stato, che sarà data ad alcuni Santi
e cioè ai Martiri (Ap. 7, 14-15); ai Vergini (Ap. 14,
4-5); e ai Dottori (Dan. 12, 13). Essa corrisponde al triplice
combattimento: contro il mondo, la carne e il demonio.
L’ETERNITA’ DEL
PARADISO.
La beatitudine celeste oltreché essere SOPRANNATURALE e di
DIFFERENTE GRADO per i vari Beati, come abbiamo detto, durerà
IN ETERNO. Recitiamo nel “Credo”; “Credo... la vita
eterna”.
IL LUOGO.
Parlando del cielo si pensa all’alto, dove Gesù fu visto salire e
scomparire per la nube splendente che lo coprì. Però Gesù non ha
rivelato dove si trovi il Paradiso, e S. Paolo stesso, parlando di
“terzo cielo» non faceva altro che adattarsi al concetto astronomico del
tempo.
Alcuni Teologi, parlando dei "cieli nuovi e terra nuova" che si
avranno alla fine del mondo pensano che coi corpi glorificati i Beati
potranno discendere anche in questa terra purificata e bella, ammirando
l’onnipotenza creatrice di Dio.
Ma anche per il Paradiso più che preoccuparci del luogo, dobbiamo fare
di tutto per poterci andare.
Concludendo
Dopo aver studiato Dio col lume della ragione nell’APOLOGETICA,
col lume della Rivelazione nella TEOLOGIA SPECIALE
facciamo che questo studio ci serva per raggiungere il lume della
gloria per la VISIONE BEATIFICA.
“Non abbiamo qui la città di permanenza ma cerchiamo la futura”
(Ebr. 13, 14).
Là sia sempre fisso il nostro cuore dove c’è la nostra vera gioia.
Abbiamo sempre fisso il nostro sguardo verso Dio, nostro primo principio
e nostro ultimo fine, per godere per tutta l’eternità della sua visione
beatifica, insieme alla nostra Madre Celeste la Vergine SS.ma, ai nostri
fratelli maggiori, gli Angeli, e i Santi. Per questo il Signore ci ha
creato e con sé ci vuole perché per tutti i secoli dei secoli cantiamo e
godiamo della:
«GLORIA AL PADRE E AL FIGLIO E ALLO SPIRITO SANTO”. COSI’ SIA.
Deo Gratias
Ave Maria |