TEOLOGIA GENERALE O FONDAMENTALE

Perché l’esposizione delle verità della fede abbia un nesso logico, è necessario prima porre un solido fondamento: ciò che fa la TEOLOGIA FONDAMENTALE. Questa, come abbiamo detto, ci fa conoscere che cosa è la Rivelazione, dimostrandoci che Dio ha parlato, per mezzo di chi, e quali sono le fonti di questa Rivelazione, chi le custodisca e interpreti.
Di qui i trattati:

I - LA RIVELAZIONE,

2 - IL RIVELATORE,

3 - LA CUSTODE DELLA RIVELAZIONE.

L’APOLOGETICA

La Teologia Fondamentale, nei due prossimi trattati e parte del terzo, si chiama anche Apologetica. (Per chi volesse uno studio più vasto su questo punto, indichiamo fra le opere più recenti: FABIO FABBI: Il Cristianesimo Rivelazione Divina Ed. Pro Civitate Christiana, Assisi 1943; GIUSEPPE RICCIOTTI: Dio nella ricerca umana - Coletti, Roma 1950; GIUSEPPE FALCON: Manuale di Apologetica - Trad. Bussi, Ed. Paoline, Alba 1951; GIUSEPPE SIRI: La Rivelazione - Ed. Studium Roma 1940; MARIANO CORDOVANI: Il Rivelatore - Ed. Studiurn, Roma 1945; GUGLIELMO SCHMIDT: Manuale di Storia comparata delle Religioni, Morcelliana, Brescia 1943.)

APOLOGETICA significa difesa, dimostrazione. Essa ci porta e dimostra i motivi di credibilità e di credentità di tutta la Rivelazione, predicata da Cristo e propostaci dalla Chiesa.

CREDIBILITA’ è l’attitudine di una verità ad esser creduta, in quanto prova con segni certissimi (motivi di credibilità) che è rivelata da Dio.

CREDENTITA’ è il carattere per cui una verità non solo è credibile, ma deve esser creduta in quanto appare come imposta al nostro assenso dalla autorità di Dio.

L’uomo, prima di giungere all’atto di fede, ha i motivi razionali con cui può vedere come il credere alla parola di Dio sia pienamente conforme alla sua ragione. Infatti si può dimostrare con la sola ragione l’esistenza di Dio, si può dimostrare che Dio ha parlato per mezzo di Gesù Cristo e che è stato affidato alla Chiesa il deposito della Rivelazione, insieme al potere di insegnarcelo con parola certa e infallibile. Arrivato a questo punto della dimostrazione razionale, provata con segni certissimi, l’uomo vede che la verità propostagli a credere dalla Chiesa non solo è credibile, ma deve essere creduta, perché è Dio stesso, verità infallibile, che gliela ha rivelata con la sua autorità. Perciò anche quando crede a un mistero che la sua ragione non arriva a comprendere, sa con certezza che è nella verità, perché è sicuro che è stato rivelato da Dio. Quindi la sua fede è ragionevole.
L’Apologetica dimostra razionalmente i fondamenti della fede. Però essa è come il fondamento estrinseco cioè esteriore della Teologia, la quale ha come fondamento intrinseco cioè interno e più diretto le fonti della Rivelazione fra cui principalmente la S. Scrittura e la Tradizione. Occorre non confondere questa dimostrazione naturale con l’ordine soprannaturale, necessario per credere a ciò che Dio ci ha rivelato e la Chiesa ci propone a credere (Fede). L’Apologetica prepara la via alla fede, togliendo gli ostatcoli che si incontrano, ma per generare nell’animo la fede, oltre alla rispondenza volontaria dell’assenso dell’uomo, è necessario il concorso di Dio; ciò che Egli fa con la sua grazia (Cfr. PETRUS PARENTE: Theologia fundamentalis p. 5-6 Marietti, 1947).

Nella nostra trattazione presupponiamo già dimostrata l’esistenza di Dio dalla filosofia, quindi non ne trattiamo qui in principio.
Coloro che non avessero fatto questo studio, potranno trovario anche in questo libro nel trattato «Dio Uno».

TRATTATO PRIMO
LA RIVELAZIONE

Divideremo questo trattato in tre capitoli.

1 - LA RELIGIONE - In questo diremo: Che cosa è la Religione - La sua necessità - Le Religioni nel mondo.

2 - LA RIVELAZIONE DIVINA - Che cosa è - Errori contro la Rivelazione - Possibilità - Necessità - Il fatto della Rivelazione.

3 - I SEGNI PER CONOSCERE LA RELIGIONE RIVELATA - Criteri generali interni ed esterni - Il MIRACOLO - Divisione - Possibilità del miracolo - Discernibilità - Obiezioni - Valore dimostrativo del miracolo - LA PROFEZIA - Possibilità della profezia - La profezia prova della Rivelazione.

Con questo studio, al termine del trattato, avremo dimostrato come si può conoscere la vera Religione, perché soltanto quella che corrisponderà ai segni certi che la manifestano divina, sarà quella rivelata da Dio.
E importantissimo rendersi ben conto della validità di questi segni, risolvendo le difficoltà che vi pongono contro gli avversari. E necessario, perciò, meditare molto e approfondire bene questo studìo, che ci dà una base sicura per la ricerca della verità.
Ciò è quanto cercheremo di fare nel presente trattato.

CAPITOLO PRIMO
LA RELIGIONE

Che cosa è la Religione

I - ETIMOLOGICAMENTE la parola RELIGIONE viene:
A) secondo Cicerone (De Natura Deorum 11. 28) dalla parola relegere, cioè rivolgere nella mente le cose che appartengono al culto di Dio;
B) secondo Lattanzio (Div. Inst. IV. 28) da religare cioè legare l’uomo a Dio con un vincolo di amore e di pietà;
C) secondo S. Agostino (De Civitate Dei 10. 9,1;) da reeligere cioè rieleggere, scegliere di nuovo Dio, perduto per il peccato. Questa ultima spiegazione è abbandonata dai moderni.

II - OGGETTIVAMENTE, cioè in sé stessa, la Religione si può definire:
«Un complesso di verità, di leggi, e di riti coi quali l’uomo si sottomette all’Essere supremo, riconoscendone l’assoluto dominio su ogni cosa».
Questo concetto deriva dalla considerazione dei rapporti della creatura ragionevole verso Dio. Essa deve riconoscersi in tutto dipendente da Lui, come suo principio e suo fine. Deve quindi riconoscere e glorificare la Sua eccellenza infinita, professargli la propria sudditanza e dargli il libero ossequio della sua intelligenza e volontà. Comprende perciò tre elementi:
A) UNA DOTTRINA cioè un insieme di verità. L’uomo, essere intelligente, deve conoscere Dio, cioè la sua natura, i suoi attributi, la sua provvidenza e la possibilità, l’obbligazione morale e i mezzi di raggiungerlo come suo ultimo fine. Per questo tutte le religioni presentano ai loro seguaci delle verità da credere.

B) UNA REGOLA DI COSTUMI. L’uomo dotato di volontà deve agire in modo conforme al raggiungimento del suo fine, che è Dio; per cui la Religione gli dà delle regole per i suoi doveri verso Dio, verso gli altri e verso se stesso. In tutte le religioni vi è una obbligazione morale di onorare Dio e di fare il bene.

C) UN PRINCIPIO DI VITA. L’uomo è capace di amore e lo rivolge a Dio coll’adorazione, col ringraziamento, col pentimento, colla preghiera. Dio pure ama l’uomo, sua creatura, e in questo mutuo amore vi è un principio di vita morale. L’uomo manifesta ciò con atti esterni di culto che sono i riti religiosi.
Attraverso questi tre elementi si vede come la Religione prende tutto l’uomo con tutte le sue facoltà, ordinandolo a Dio (Cfr. AD. TANQUEREY: Synopsis Theologiae Dogmaticae - De religione Desclée - Paris, 1949).

III - SOGGETTIVAMENTE la Religione può definirsi:
La coscienza che ha l’uomo della sua dipendenza dall’Ente Supremo per cui volontariamente è inclinato a tributargli culto per la sua eccellenza e sovranità.

A) COSCIENZA cioè intelligenza dell’uomo nel riconoscere l’eccellenza infinita di Dio.
B) VOLONTARIAMENTE, cioè unendo l’atto libero della volontà, che è portato a tributargli.
C) CULTO, cioè a compiere tutti i doveri verso Dio.

Principali atti di Religione

Nelle sue relazioni con Dio, l’uomo compie i principali atti della Religione, che sono quattro:

A) ADORAZIONE, (culto latreutico). Poiché Dio è il Creatore e supremo Signore di ogni cosa, nostro primo principio e nostro ultimo fine, l’adorazione è il riconoscimento di questo suo assoluto dominio sopra ogni cosa e della sua suprema eccellenza e grandezza.

B) RINGRAZIAMENTO (culto eucaristico) (Eucaristia significa azione di grazia; Qui è usata in senso generale. Ma in senso più ristretto con questo termine si designa il più augusto dei Sacramenti, appunto perché Gesù prima dell’Istituzione, rese grazie a Dio, e anche perché, come Sacrificio, contiene l’atto più perfetto di ringraziamento a Dio per i doni dati all’uomo.) L’uomo deve ringraziare Dio di ogni beneficio, perché ogni cosa elargitagli e ogni dono viene da Dio.

C) DOMANDA (culto impetratorio). Per ottenere nuovi benefici e tutti i favori e gli aiuti sia per fare il bene, che per fuggire il male, l’uomo chiede a Dio ogni grazia con la preghiera.

D) PENITENZA. (Culto espiatorio).

L’uomo riconosce la propria colpa e sente il dovere di farne ammenda a Dio.

Necessità della Religione

A) Considerazione storica:
Tutti i popoli della terra in tutti i luoghi e in tutti i tempi hanno professato una qualche religione. Ciascuna di queste, in forma più o meno completa, presenta i tre elementi di cui abbiamo parlato sopra; cioè: una dottrina, una regola di costumi, e atti di culto.
Possiamo riscontrare ciò presso tutti i popoli e basta consultare qualunque seria documentazione della vita di ciascun popolo della terra per ritrovarvi questo fatto: dagli Ebrei agli antichi Egiziani, ai Siro-Babilonesi, dai Romani, fino ai Cinesi, agli Indiani, alle tribù dell’Africa e a quelle delle più sperdute isole del Pacifico. (Cfr. R. LOMBARDI Civiltà Cattolica, 1939 T. I. pag. 141-142).
Ormai è un fatto acquisito storicamente: nessun popolo ha una completa assenza del sentimento religioso.
Ora ci domandiamo:
Come si spiega questa universalità di consenso di tutti i popoli nella pratica di una religione?
A questo dato di fatto storico, dà la sua risposta una considerazione filosofica e una psicologica.

B) Considerazione Filosofica:
Riflettendo sulla propria natura l’uomo capisce che ha Dio come suo primo principio e suo ultimo fine. Infatti l’uomo attraverso le cose create, può conoscere con certezza alla luce della sola ragione che c’è un unico vero Dio nostro Creatore e Signore (Conc. Vaticano I, Sess. III.)

Di qui egli vede gli obblighi che ha verso di Lui:
a Lui deve rendere onore supremo, esprimere tutta la sua sudditanza eseguendo la sua legge. Venendo da Dio, a Lui deve tutto; tendendo a Dio, deve agire in modo da raggiungerlo come suo fine.
Se dunque l’uomo vuoi seguire il lume della sua ragione, capisce che tutto deve a Dio, deve amarlo, deve servirlo e così tendere a Lui.
Ne consegue la necessità di professare la Religione.
Già il libro della Sapienza (13, 1. s.) dà una lucida spiegazione della responsabilità dei pagani, che possono conoscere Dio colla ragione: «Vani son tutti gli uomini che non hanno cognizione di Dio, e dai beni visibili non han saputo conoscere Colui che è, e dalla considerazione delle opere non han saputo conoscere chi ne fosse l’artefice. Ma il fuoco, il vento e la mobile aria o il giro delle stelle, o l’onda impetuosa, o il sole o la luna presero come dèi, governatori del mondo. Se dilettati da tali cose le supposero dèi, sappiano quanto più bello di esse è il loro Signore, giacché l’Autore della bellezza creò tutte quelle cose. Se furono colpiti invece dalla loro potenza ed energia, intendano da esse, che più potente di loro è Colui che le produsse. Dalla grandezza invero e dalla bellezza delle creature si può conoscere per analogia il loro Creatore. Tuttavia un minor biasimo grava su costoro; perché errano forse, cercando Dio e bramando trovarlo. Occupandosi infatti delle sue opere essi fanno ricerche, e si lascian persuadere (dall’apparenza) poiché son belle le cose visibili. Però neppure essi sono scusabili, perché se tanta scienza riuscirono ad avere, da poter scrutare il mondo, come mai, non trovarono più prontamente il Signore di esse?».
S. Paolo, nella lettera ai Romani (I, 19 s.) ripete lo stesso concetto.

In questi ultimi anni un apporto grandissimo è stato dato dagli studi storici di comparazione delle religioni fatto da G. Schmidt e la sua scuola nella quale principalmente M. Schulinen. Oltre al suo Manuale già citato, si può veder l’opera completa «Der Ursprung der Gottes idee (L’origine della idea di Dio) Munster 6. ed. 1943». In questo poderoso studio egli dimostra che il culto del «Grande Dio» è il fondamento e il centro di tutta la religione presso tutti i popoli. Anzi dimostra che in principio il culto era monoteistico. I popoli passarono al politeismo per successive aberrazioni.
Alle affermazioni di alcuni esploratori (Sarasin, Fourlong, Volz) che dicevano di aver trovato delle tribù dove non si praticava nessuna religione, risponde la testimonianza di altri esploratori (Gusinde, Koppers, Schebesta) che si trattennero più a lungo nelle stesse regioni, e, acquistata la fiducia dei capi tribù, poterono conoscere «i misteri» che là si praticavano, e che, di solito, venivano tenuti nascosti agli stranieri.

C) Considerazione Psicologica.
Conosciuta questa verità, la coscienza inclina l’uomo a professare la Religione. Quindi si sente portato ad assoggettarsi a Dio, con somma riverenza, amore e timore e si rivolge a Lui con la speranza, la fiducia, l’orazione, il sacrificio (ciò che già costituisce il culto e la Religione).
Nella sua coscienza l’uomo sente anche scolpita la legge morale che lo obbliga a fare il bene e fuggire il male e logicamente non si potrebbe spiegare questo obbligo senza riconoscere un Legislatore Supremo a cui si deve completa sudditanza.
Da queste tre vie: storica che dimostra il fatto universalmente, filosofica che prova il dovere dell’uomo verso Dio, e psicologica che indica la inclinazione dalla quale si sente portato al culto verso di Lui, ne risulta che la Religione è richiesta dalla stessa natura umana che col suo intelletto e la sua volontà spontaneamente si rivolge a Dio per riconoscerlo come Supremo Creatore, Signore e Rimuneratore. La propensione dell’uomo alla Religione è qualche cosa di congenito in lui e di conseguenza una legge di natura, che non si può trascurare o sottovalutare. Anzi di qui scaturisce il dovere di esaminare diligentemente, fra tante religioni che si dicono rivelate, quale sia la vera Religione, quella cioè in cui Dio ha veramente parlato.
Gli argomenti sopra portati non possono esser presi separatamente, ma hanno la forza di dimostrazione se considerati tutti insieme. Soltanto presi insieme dànno una spiegazione scientifica del fatto religioso.

Le religioni nel mondo

Per una conoscenza generale, diamo un breve cenno delle principali Religioni del mondo, che più o meno si pretendono rivelate.

1) BRAMANESIMO o INDUISMO: dell’India - culto di Brama detto anche Induismo e Vedismo.
Fondatore storico sconosciuto. Rimonta al V o IV secolo avanti Cristo, nel suo assetto definitivo; ma l’origine risale più indietro, intorno al 1000 avanti G. C.

Sistema religioso: Brama è Dio supremo, ma ora quasi abbandonato, più venerati Visnù e Siva (Visnuiti e Sivaiti) - questi Dei esprimono i principali caratteri del Dio Supremo (Brama il tutto - Visnu il protettore - Siva il vivificatore) formanti la Trimurti Indiana.
Si ammettono un’infinità di idoli che esprimono le infinite incarnazioni del Dio supremo col quale è congiunta una divinità femminile, Kali, la dea della morte.
Fine dell’uomo: uscire dalla ruota delle diverse esistenze per la metempsicosi, a cui l’anima è condannata per le sue opere (fine negativo).
I mezzi: distaccar l’anima dalle passioni (cosa negativa). Vi sono gli Yoghi o perfetti con vita all’apparenza molto severa. Il Vedismo ha una infinità di caste del tutto separate tra loro.

2) BUDDISMO: della Cina, Vietnam e Giappone - diviso in varie sette.
Fondatore: Sakia Muin, un Bramino che verso il VI secolo a. C. riformò il bramanesimo, lasciando i Veda e fondandosi sulla sua autorità. Piuttosto che riforma religiosa questa può dirsi rivoluzione sociale, specialmente per l’abolizione delle caste.
Sistema religioso: Budda significa l’illuminato, Sakia Muin è l’incarnazione di Budda e anche esso si chiama Budda (illuminato).
Fine dell’uomo: il Nirvana che è, non si sa, se il riposo delle trasmigrazioni o l’assorbimento assoluto. I mezzi per arrivarci: sradicare le passioni. Budda predicò la carità, l’uguaglianza e abolì le caste. La sua vita è molto leggendaria, se non parlò di Dio è perché la sua religione è riforma del Bramanesimo o Vedismo.

3) TA0ISM0: Nella Cina - È la religione popolare.
Fondatore: Lao-tsen; nel V secolo a. G. C.
Sistema religioso: Dio è Tao (ragione eterna primordiale). Cumulo di superstizioni e magia. Questa religione fu riformata da Confucio che rigettò molte superstizioni.
Libro sacro: I Veda.

4) CONFUCIANESIMO: Nella Cina era la religione ufficiale.
Fondatore: Confucio 551 a. G. C.
Libro sacro: King.

Sistema religioso: Dio è il cielo (potere morale, non Dio personale) a cui l’imperatore figlio del cielo, offriva sacrifici. Quindi la Cina dicevasi il celeste impero. Cosa precipua: venerazione degli antenati, che diconsi sopravvivere, insieme col culto di vari spiriti operanti in diverse parti. Confucio si appellò alla tradizione contenuta in King, e perciò fu piuttosto un filosofo riformatore che un fondatore di Religione propriamente detto.

5) SHINT0ISM0: Antica religione restaurata nel Giappone con decreto del Mikado nel 1868.
Fondatore: ignoto.
Libro sacro: Kagiki. È una raccolta di leggende, fatta, si dice, verso il 717 a. G. C.
Sistema religioso: Kami è il Dio del cielo e della terra. Vi sono anche i Kami dei fiumi, del mare ecc. Il simbolo della divinità è Gohei, un bastoncino con striscioline di carta. I Kami delle cascate e dei fiumi portano via i peccati (Tanto in Cina che in Giappone il mito dell’Imperatore considerato come una divinità, dopo le vicende della guerra è andato in frantumi e quei popoli, non ostante la situazione attuale, sono più aperti alla penetrazione del Cristianesimo).

6) FETICISMO O ANIMISMO: È la religione di popoli primitivi, che adorano le forze della natura.
Sistema religioso: Una idea vaga di premi o di pene dopo la morte. Culto dei morti, degli spiriti e di numerosi idoli o feticci.

7) MAOMETTANESIMO O ISLAMISMO. È sparso nell’Africa sett. ed Asia occ.
Fondatore: Maometto nato nel 570 d. G. C.
Libro sacro: il Corano.
Sistema religioso: Tutto è nell’unità di Dio, nella preghiera, nelle abitudini e nel fatalismo delle cose e delle azioni umane. Maometto afferma G. C. essere stato profeta, ma avere sbagliato e dice se stesso essere l’ultimo profeta. Nega la divinità di Gesù Cristo e la Trinità di Dio.
Morale: È compendiata nei principali comandamenti che riguardano la professione della fede, la pratica dell’adorazione, dell’elemosina e del digiuno e il pellegrinaggio alla Mecca. Vi
sono tollerate però e consentite, tra le altre degenerazioni, la poligamia, il divorzio, la propagazione e l’imposizione della religione per mezzo della violenza e della spada.

8) GIUDAISMO: O si prende come una fase della Religione rivelata a Mosè, e perfezionata da Gesù Cristo e allora il Giudaismo è una parte del Cristianesimo, o si prende, come fra i moderni Ebrei, quale religione che rigetta il perfezionamento fatto da G. C., e allora è una religione particolare e distinta.

9) CRISTIANESIMO: Professato da tutti i popoli civili e sparso in tutto il mondo.
Fondatore: Gesù Cristo, nato nel 42 del regno di Cesare Augusto in Galilea, nell’anno di Roma 746-748. Questa nascita è il più gran fatto del mondo e il centro della storia umana. Infatti gli anni tutti si contano da Lui in tutto il mondo civile.

FASI DELLA RELIGIONE CRISTIANA:

1) Primitiva (dalla creazione di Adamo): poche verità rivelate: Dio, angeli buoni e cattivi, sacrifici, aspettazione d’un Redentore o Messia.

2) Patriarcale. Dio, vedendo la depravazione universale, si scelse un popolo, l’ebraico, per preparare la via al promesso Messia. Rinnovò il patto o la promessa antica, prima a Noè dopo il diluvio (anno 2343 a. C., secondo i calcoli molto incerti di alcuni), benedicendo la stirpe di Sem: e quindi in special modo con Abramo (anno 1921 a. C. - Gen. 12,2 - 3) annunziandogli che lo farebbe padre di un gran popolo.

3) Mosaica o profetica (a. 1570 a. C.) Dio scelse Mosè per suo speciale legato al suo popolo. A Mosè promise un gran Profeta futuro, il Messia (Deut. 18-15) a Lui rivelò la legge contenuta nel decalogo con parecchi precetti e cerimonie rituali. A Mosè tennero dietro molti altri profeti che regolavano le cose religiose, come messi di Dio.

4) Cristiana - L’ultima fase si chiama propriamente cristiana. Gesù Cristo approvò tutte le verità dogmatiche e morali della religione patriarcale e profetica; svelò nuove verità e abrogò la legge mosaica in quella parte in cui essa era una preparazione alla rivelazione ultima e definitiva.
In tal modo la rivelazione divina comincia fin da principio del mondo come un’alba che sorge e che diventando a poco a poco aurora nei profeti, sfolgorò come il pieno giorno in Gesù Cristo.

Nota: Per scopo di metodo e di analisi scientifica è stato messo il Cristianesimo e il suo divin Fondatore insieme con le altre religioni.
La continuazione del nostro studio ci farà vedere il Cristianesimo o più precisamente il Cattolicesimo, come la vera Religione rivelata da Dio.

Gli appartenenti alle varie religioni

Secondo le statistiche dell’O.N.U., oggi la popolazione del mondo supera i 5 miliardi. La cifra ha una oscillazione approssimativa, perché in alcune nazioni, ad esempio in Cina, non è possibile avere un censimento esatto.
A maggior ragione le difficoltà aumentano nel recensire il numero degli appartenenti alle varie Religioni. Per esempio, prima della rivoluzione sovietica, il numero degli Ortodossi in Russia era di 100 milioni. Per l’aumento della popolazione anche oggi alcune statistiche stimano che ci si aggiri sulla stessa cifra; altre scendono a contarne solo 15 milioni, cosicché per il numero totale nel mondo, si va dalle statistiche che ne danno 200 milioni a quelle che ne calcolano 420.
Per serietà di ricerca abbiamo consultato molti documenti, provenienti da diverse parti (Bilan du monde - Parigi; Catholic Almanac - U.S.A.; studi del Pont. Collegio «Russicum»; rivista Clero e Missioni; Calendario atlante De Agostini; e varie riviste missionarie), scegliendo quelle cifre, che, considerate tutte le circostanze ci sembravano le più vicine alla realtà.
POPOLAZIONE DEL MONDO: 5.000.000.000.
CRISTIANI: 1.500.000.000 di cui:
Cattolici: 800.000.000 - Protestanti: 350.000.000 - Ortodossi 300.000.000.
NON CRISTIANI: 2.000.000.000 di cui:
Induisti o Bramini 395 milioni - Buddisti 510 milioni - Taoisti 50 milioni - Confuciani 150 milioni - Scintoisti 30 milioni - Feticisti o animisti 122 milioni - Maomettani 430 milioni - Ebrei 12 milioni - Gruppi religiosi minori (Spiritisti, Teosofi, Parsi, Zoroastro, ecc.) 11 milioni - Senza Religione 290 milioni.

CAPITOLO SECONDO
LA RIVELAZIONE DIVINA

Che cosa è

RIVELARE significa rimuovere un velo, svelare, cioè far conoscere una cosa oscura, occulta o ignota. L’uomo può rivelare quanto egli sa. Dio può rivelare tutto ciò che vuol far conoscere.
La RIVELAZIONE DIVINA è la manifestazione fattaci da Dio di una verità, per illuminare la nostra mente in modo soprannaturale (S. Th. 2,2 q. 173 a. 3).
Con questa illuminazione della mente Dio ci comunica la verità. Egli ci parla non solo mettendo dei concetti nella mente umana o raggiungendo esteriormente i nostri sensi, ma anche facendo giudicare con luce divina concetti che si sono appresi naturalmente.
Questa Rivelazione è cosa soprannaturale, in quanto supera l’essenza, le esigenze e le forze della natura umana e non le è affatto dovuta.
Supera:

A) l’essenza. L’uomo nella sua essenza, cioè in quello che è, ammesso che Dio abbia voluto dargli l’esistenza, ha diritto ai beni inerenti alla sua natura umana (anima e corpo) ma non ha diritto ad avere in sé una vita divina, come la Rivelazione gli promette.

B) Le esigenze. Il fine dell’uomo è di raggiungere Dio, ma secondo la semplice natura umana potrebbe arrivarvi, per quanto è possibile, colla intelligenza e volontà. La Rivelazione invece gli promette la visione di Dio a faccia a faccia.

C) le forze. La semplice ragione umana può conoscere le cose divine in un modo molto limitato. Con la rivelazione invece giunge a conoscere cose che prima le erano sconosciute e che così comprende, e altre cose - i misteri - di cui non comprende la profondità e l’intima sostanza, ma che, per la parola di Dio, conosce almeno in qualche modo.
Così pure nei mezzi per raggiungere il fine soprannaturale la natura umana non ha le forze sufficienti, ma le trova in quello che le dà la Rivelazione.

La Rivelazione si dice PUBBLICA quando è ordinata al bene di tutti gli uomini, come quella fatta per mezzo dei Patriarchi, dei Profeti, e, in ultimo, per mezzo di Gesù Cristo. Si dice PRIVATA quando è indirizzata a singoli anche se per il bene di molti, come le rivelazioni fatte ad alcuni Santi.
Si dice IMMEDIATA quando Dio si rivela direttamente da sé stesso o per mezzo di un Angelo senza il concorso di un uomo; si dice MEDIATA quando ci manifesta la verità per mezzo di un uomo, come ha fatto per mezzo dei profeti (Parlando più esattamente, sarebbe mediata anche quando Dio si serve del ministero di un Angelo, ma qui abbiamo preferito questa divisione per distinguere la Rivelazione fattaci direttamente dall’alto da quella trasmessaci da un uomo, cui ha parlato Dio o un Essere inviato da Dio).

Errori contro la Rivelazione

Ogni tesi che cercheremo di dimostrare ha un nesso logico con le altre. La verità religiosa si presenta come un edificio armonioso in tutte le sue parti e una non può stare senza dell’altra.
Ogni tesi però è diretta contro errori, ed è perciò necessario conoscerli perché ci apparisca il sofisma e l’inconsistenza di questi, di fronte alla bellezza e verità dell’insegnamento cattolico. Li enunceremo perciò brevemente relativamente a ciascun trattato. Così risalterà meglio la forza delle argomentazioni contro di essi.
I PRINCIPALI ERRORI CONTRO LA RIVELAZIONE si trovano in dottrine che hanno esagerato in due modi affatto opposti, pur a volte derivando l’una dall’altra: a) o con un pseudosoprannaturalisnio negando ogni capacità e ogni possibilità alla ragione umana; b) o con un naturalismo assoluto ammettendo solo ciò che può conoscere la ragione da sé stessa.

A) PSEUDO-SOPRANNATURALISMO

I - IL TRADIZI0NALISM0 nega alla ragione umana la capacità di conoscere la verità religiosa e stabilisce come unico criterio di verità e di certezza la tradizione orale del genere umano.
Esso argomenta così:

In principio era «la Parola» (Gv. 1,1) cioè la Rivelazione; senza questa «Parola» nessuna conoscenza di Dio sarebbe possibile. Dio perciò la comunicò ad Adamo ed è stata tramandata fino a noi. Il Lamennais, uno dei principali autori di questa teoria (+ 1854) che si ostinò a differenza degli altri, De Bonal ( + 1840), Bautain ( + 1867), Bonnety ( + 1789) Ventura (+ 1861) che si sottomisero e ritrattarono l’errore dopo la condanna della Chiesa, ritiene la ragione individuale incapace di arrivare alla conoscenza naturale di Dio. Vede invece nel consenso generale di tutti i popoli all’idea di Dio una conferma della Rivelazione. Questo tradizionalismo rigido è stato condannato dalla Chiesa (D. B. 1617).
IL TRADIZIONALISMO MITIGATO (Beelen, Schanz, Laforet, ecc.) invece non è stato condannato. Esso non nega la capacità della ragione a conoscere Dio, ma pretende che essa abbia bisogno di essere preparata a questo per mezzo della istruzione. In pratica tutti i popoli discendendo da un unico ceppo, cui Dio in principio aveva fatto la Rivelazione, anche errando nelle loro religioni, portarono in queste concetti della Rivelazione primitiva.
Finché restano entro questi limiti, purché non pretendano che la Rivelazione sia assolutamente necessaria per raggiungere la conoscenza naturale di Dio (nel qual caso andrebbero contro il Concilio Vaticano I) non vanno contro l’insegnamento cattolico. Del resto è facile distinguere che se in via di fatto, tracce della Rivelazione son giunte presso tutti i popoli, se per caso a qualcuno non fosse giunto niente di questa Rivelazione, può colla sola ragione, giungere alla conoscenza naturale di Dio.

II - IL FIDEISMO esagera la funzione della fede nella conoscenza della verità, negando che l’oggetto della Apologetica sia la credibilità, poiché sarebbe impossibile a dimostrarsi: «bisogna credere senza le prove» esso dice.
Questo errore di antichi protestanti è stato rispolverato e rimesso a nuovo ai nostri giorni con l’esistenzialismo di Severino Kierkegaard e con la teologia dialettica di Carlo Barth. Con la più grande sfiducia nelle forze della intelligenza umana, si diffida delle prove razionali del Cristianesimo, o, per lo meno, si cerca di ridurle al minimo. Anche qualche cattolico ha sentito l’influsso di queste teorie. Di qui il richiamo della Enciclica «Humani generis» (1950) che riafferma la possibilità di «provare con certezza l’origine divina della Religione cristiana con la sola luce della ragione» e che taccia di errori quanti «non ammettono il carattere razionale dei segni di credibilità della fede cristiana».

III - IL LUTERANESIMO pure segue il fideismo, con uno pseudosoprannaturalismo individuale. Infatti esso ammette, come unica fonte per conoscere le verità religiose, la Bibbia, interpretata individualmente, con illuminazione divina.

Al lato opposto ci sono gli errori del:

B) NATURALISMO ASSOLUTO

I principali li possiamo catalogare nel:

RAZIONALISMO. E’ un sistema che afferma il dominio supremo e assoluto della ragione umana in tutti i campi, sottoponendo al suo controllo ogni fatto e ogni autorità, non escluso il mondo soprannaturale e la stessa autorità di Dio. Questo sistema tende a umanizzare il divino quando non lo elimina, o a naturalizzare il soprannaturale quando non lo nega. Già nei primi secoli della Chiesa Anomei, Nestoriani e Pelagiani seguirono questa via, ma questo razionalismo stretto ed esclusivo si sviluppò nell’Umanesimo, con la valorazzazione dell’uomo e della sua ragione al di sopra di ogni autorità; si concretò nel naturalismo di Bernardino Telesio, di Giordano Bruno, di Tommaso Campanella passò alla costruzione soggettiva di Des-Carte, fino all’Enciclopedia del sec. XVIII. Il razionalismo nega perciò la Rivelazione e ammette solo quello cui giunge la ragione.

AGNOSTICISMO. Nega la possibilità o la capacità di conoscere qualche verità: ignoramus, ignorabimus (non sappiamo, non sapremo) è il suo motto. La parola Agnosticismo fu usata per la prima volta dall’inglese Huxley.
L’Agnosticismo si è affermato in correnti filosofiche:
a) Agnosticismo positivistico (Conte, Littrè, Spencer) che restringe l’ambito della conoscenza umana al fenomeno e al fatto sperimentale. Si ferma ai fatti e agli esperimenti, senza risalire alla origine delle cose, a Dio e alla Rivelazione, che giudica inconoscibili.
b) Agnosticismo Kantiano secondo cui l’unica realtà oggettiva per noi è il fenomeno (ciò che apparisce) che impressiona i nostri sensi; la cosa in sé (il noumeno, ciò che la cosa è) ci sfugge e la ragione lo sostituisce colle sue forme, come le chiama Kant: categorie a priori, che sono soggettive, cioè antecedenti, indipendenti dall’esperienza e innate. Molto meno possiamo con la ragione attingere Dio, che trascende tutta la Natura.
Kant dice: Ho l’idea di Dio, ma non posso dimostrare la realtà fuori di me (critica della ragione pura). Ma come buon protestante voleva ammettere Dio, e allora illogicamente concludeva che Dio si può e si deve ammettere per via di volontà, come un postulato. (Critica della ragione pratica) (Cfr. PARENTE PIOLANTI - GAROFALO: Dizionario di Teologia per i laici - Ed. Studium, Roma 1949).
Nella stessa linea di Kant si trovano Hegel, Fichte, e più vicino a noi Croce e Gentile, che nel loro idealismo, riducono tutta la verità a un soggettivismo immanente in noi, escludendo la realtà oggettiva delle cose. Quindi per loro Dio esiste in quanto noi lo pensiamo, non realmente in sé.

MODERNISMO. Sintesi di tutte le eresie, come lo chiamò Pio X (Cfr. Enciclica ‘e «Pascendi» e decreto «Lamentabili» 1907), partendo dai presupposti filosofici del positivismo Kantiano afferma che la Rivelazione è la presa di coscienza da parte dell’uomo del suo rapporto con Dio. Il cristianesimo non è più un complesso di dogmi immutabili, di valore oggettivo assoluto, che ci vengono da una rivelazione oggettiva esterna, e ai quali diamo un assenso individuale. Esso non è altro che il sentimento del divino, che sorge dal nostro sub-cosciente. Quindi il dogma è solo l’espressione provvisoria della nostra subcoscienza, ed è soggetto a una continua evoluzione.
Il critico, come tale, può negare ciò che ammette come credente.
Il modernismo ha avuto come autori principali in Francia il Leroy e il Loisy; in Inghilterra il Tyrrel; in Germania lo Scheli; in Italia gli autori del «Programma dei modernisti» ed il
Bonaiuti.

ONT0L0GISMO dice che possiamo raggiungere queste verità con la nostra intuizione.
Contro questi errori, sono le tesi che seguono:

Possibilità della Rivelazione

TESI - E’ possibile, anzi conveniente, la Rivelazione Divina non soltanto delle verità naturali, ma anche delle verità soprannaturali, anzi degli stessi misteri.

FILOSOFICAMENTE E’ CERTO
TEOLOGICAMENTE E’ DI FEDE

(Vedremo in seguito che cosa significa di fede; fino da qui, pur studiando al lume della ragione umana, esamineremo quale è il pensiero cattolico di fronte a queste verità.)

PROVA 1

A) E’ POSSIBILE PER PARTE DI DIO, poiché Dio può rivelare,

a) fisicamente essendo infinitamente sapiente e onnipotente può manifestare all’uomo cose che questi non sa, tanto con immagini interne come raggiungendo esteriormente i nostri sensi. Può farlo immediatamente da sé, come anche servendosi di un uomo.
b) moralmente. La Rivelazione non disdice alla sua maestà, anzi è conveniente perché illumina l’uomo a raggiungere il suo fine, che è Dio; quindi in ultimo la Rivelazione è diretta alla gloria di Dio.

B) PER PARTE DELL’UOMO. Questi per praticare la religione, come è suo dovere, potrà meglio farlo quanto più conosce quello che Dio insegna e vuole. Con la Rivelazione conosce con maggiore perfezione ed esattezza ciò che Dio vuole da lui.
Né si dica che assoggettandosi così a Dio, l’uomo diminuisce la dignità e l’autonomia della sua ragione, che anzi viene nobilitata, perché riceve l’insegnamento da Colui che è Somma Sapienza. La sua parola verace dà la massima garanzia della verità. Così nella libertà per fare una scelta, bisogna sapere che cosa si sceglie. Dinanzi a due scrigni chiusi, non so quale contenga un tesoro, oppure cose inutili. Quanto meglio so, e meglio potrò scegliere, pur essendo libero, se lo volessi, di prender lo scrigno senza valore. Ma sarei uno stolto, se rifiutassi il tesoro.
Così la ragione, se illuminata da Colui che è “la luce che illumina ogni uomo’> sceglierà liberamente con maggior saggezza, e quindi con maggiore dignità.

II - DELLE VERITÀ NATURALI. L’uomo, nella limitatezza della sua intelligenza, ha un campo assai ristretto anche nella conoscenza delle verità di ordine naturale. Inoltre quanti errori commette spesso nella ricerca di tali verità! Perciò non ripugna affatto che Dio gliele manifesti per il raggiungimento più facile del suo fine. Attraverso la sicura conoscenza di queste, l’uomo viene a conoscere meglio Dio anche in quelle cose cui giungerebbe con le sole forze dell’intelligenza umana.

III - ANCHE DELLE VERITÀ SOPRANNATURALI, ANZI DEGLI STESSI MISTERI.
MISTERO è una cosa arcana, segreta. Ci sono tanti misteri anche nella natura. Per esempio sappiamo che muovendo una dinamo si sviluppa elettricità. Sappiamo quali effetti produce di luce, di calore, di movimento. Ma sappiamo che cosa è l’elettricità? È un mistero della natura, e ce ne sono innumerevoli. Molto più nella Rivelazione. «In senso largo si dice mistero una verità conosciuta solo per Rivelazione, e comprensibile, dopo di essa, da parte della ragione, per es.: la creazione dell’universo nel tempo» (M. J. SCHEEBEN: I Misteri del Cristianesimo, Trad. Gorlani, Morcelliana 1949, p. 9).
Nel suo significato stretto, mistero è una verità, della cui esistenza, senza la fede alla parola di Dio, la creatura non può accertarsi, di cui, anzi, non può rappresentarsi e comprendere il contenuto direttamente, ma solo indirettamente, comparandola a cose di altra natura (PARENTE - PIOLANTI - GAROFALO op. cit.).
Ordinariamente altri autori definiscono con espressione più facile, il mistero una verità della quale si sa che sia, ma non si sa come sia, ma abbiamo preferito la definizione più difficile nel suo linguaggio tecnico, perché più esatta e completa. Infatti l’oscurità del mistero non consiste solo nel non sapere come sia, ma prima che ci sia rivelato non sappiamo nemmeno che sia, cioè che esista.
La Chiesa ha fissato il significato della parola mistero nel Conc. Vat. I (Sess. III. 4): «I misteri divini per la loro stessa natura trascendono talmente l’intelletto creato, che anche rivelati e creduti restano tuttavia velati e oscuri durante la vita mortale».
Per questo nella definizione si dice che la creatura non può rappresentarsi e comprendere il contenuto direttamente ma solo indirettamente comparandola a cosa d’altra natura. Ciò che si dice conoscere per analogia.
Quando, anni or sono, un viaggiatore portò dall’Oriente la pianta del loto, con i suoi frutti che il popolo comunemente chiama «cachì», se ne avesse parlato prima che gli occidentali l’avessero veduta poteva loro dire: «il fusto di quell’albero è fatto nel tal modo e somiglia alla tal pianta; le foglie sono somiglianti a quelle delle tali piante, il frutto nel colore e nella forma è quasi come un’arancia, ma la buccia è molto più tenue e l’interno più polposo, ecc.». Che cosa avrebbero capito? Si sarebbero fatti un’idea approssimativa, comparandolo a pianta di altro genere, ma non avrebbero avuto l’idea precisa. Così un giorno parlando di colori con un cieco nato, questi mi disse che pensava il rosso come un forte suono di tromba. Egli, sempre cieco fin dalla nascita, non poteva aver l’idea esatta del colore: soltanto con le notizie che aveva potuto apprendere, confrontando con cose di altra natura, i suoni, che lui conosceva, si formava un’idea che nel rosso, a differenza di altri colori, c’era qualche cosa di forte che colpiva maggiormente l’occhio di chi poteva vedere, come il suono di una tromba colpisce maggiormente l’orecchio che non il suono di un violino o di un flauto.
Se nell’ordine della natura delle cose create, resta tanto di velato per chi non percepisce direttamente, ma solo attraverso un confronto, pensiamo quanto più profondi e oscuri resteranno i misteri, che si riferiscono a Dio! Perciò anche rivelati, la ragione umana non potrà penetrarli interamente nella loro essenza, né dimostrarli intrinsecamente. Però, anche conosciuto qualche cosa della loro essenza, secondo la debolezza della intelligenza umana, sarà una nuova ricchezza incomparabile per la nostra mente, sia nel campo della verità, come nelle conseguenze pratiche che derivano da questa luce di vita.
I misteri non si possono quindi dimostrare con la ragione, ma si può dimostrare che non ripugnano ad essa. Il mistero è al di sopra, non contro la ragione. Dio, Verità sostanziale, è Autore della fede e della ragione, e non può esservi contraddizione fra fede e ragione.
Dire che nella Religione vi sono dei misteri che superano l’intelligenza umana, non è opporre un ostacolo alla grandezza della nostra Fede, anzi è confermare che la nostra Religione è divina. più che logico che vi siano dei misteri. Se non vi fossero eguaglieremmo la nostra mente a quella di Dio, il che è assurdo. La mente di Dio è infinita e la nostra piccola intelligenza non può raccogliere la sua infinita sapienza. Perfino in Paradiso, mentre molti misteri ci saranno completamente svelati, altri - quelli che riguardano l’intima vita di Dio, come per es. il Mistero della SS. Trinità - saranno conosciuti più o meno da ciascuno secondo il grado di gloria, tanto da appagare in pieno l’intelligenza dei Beati, ma nessuno li potrà comprendere in modo completo.
In un bicchiere non può entrare tutta l’acqua del mare. Tanto meno nella nostra piccola intelligenza può comprendersi l’infinita sapienza di Dio.

LA RIVELAZIONE DELLE VERITA SOPRANNATURALI E DEGLI STESSI MISTERI è possibile, anzi molto conveniente:

a) per parte di Dio, che può, come per le altre verità, manifestarci queste, inaccessibili alla ragione umana, essendo infinitamente Sapiente e Onnipotente.

b) per parte dell’uomo che viene così a conoscere con certezza, verità a cui la sua intelligenza non poteva giungere. Arriva a conoscere almeno l’esistenza dei misteri e per mezzo di queste verità può indirizzare pù sicuramente la sua vita verso l’ultimo fine, nel modo voluto da Dio.

Necessità della Rivelazione

Dobbiamo dimostrare questa necessità:

I° riguardo alle verità divine e accessibili alla ragione umana,

II° riguardo ai misteri.

I TESI - Nello stato presente del genere umano, le verità divine, anche quelle per sé accessibili alla ragione, per essere conosciute da tutti, con ferma certezza e senza errori, richiedono moralmente una rivelazione (Conc. Vat. I D. B. 1786).

SPIEGAZIONE: Spieghiamo i termini:

NELLO STATO PRESENTE DEL GENERE UMANO: si tratta della condizione in cui si trova il genere umano dopo il peccato, con le sue passioni, la sua debolezza. Si tratta dell’umanità nel suo complesso, non di un singolo individuo singolarmente.

LE VERITÀ DIVINE: non si esclude che un uomo col suo studio possa arrivare a conoscere qualche verità divina, anzi nelle pagine passate abbiamo già dimostrato che le verità fondamentali si possono raggiungere passando dalla conoscenza delle cose visibili a quella delle cose invisibili, conoscendo chi ne è l’Autore; ma qui diciamo dell’insieme di tutte le verità che pure di per sé sarebbero accessibili alla ragione umana.

ANCHE QUELLE PER SÉ ACCESSIBILI ALLA RAGIONE: non si tratta di verità che si possono conoscere solo se manifestateci da Dio, ma di quelle che la ragione umana potrebbe raggiungere colle sue sole forze.

PER ESSERE CONOSCIUTE DA TUTTI: anche se un singolo individuo potesse mettersi allo studio di tutte le verità religiose, accessibili alla ragione, pure la maggior parte degli uomini non ne avrebbe il modo, sia per la ristrettezza del tempo, che per la intelligenza e la preparazione culturale che per le occupazioni e le necessità della vita. Eppure tutti gli uomini hanno assoluta necessità di conoscere le verità divine, con ferma certezza. Anche dopo lungo studio, fatto dalle menti più elette, non tutte le verità potrebbero apparire alla mente con la sicurezza che è necessaria per le verità che interessano tutta la nostra esistenza. Ne abbiamo la prova negli studi dei più grandi filosofi pagani. Per esempio Platone, nel suo Pedone riporta la dimostrazione fatta da Socrate sulla immortalità dell’anima; pure il grande filosofo ha delle incertezze anche su questo argomento di così vitale importanza.

E SENZA ERRORI: gli stessi filosofi pagani nella ricerca delle verità di ordine naturale non solo hanno avuto delle incertezze, ma sono caduti in veri e propri errori. Molto più ancora vi cadrebbe un uomo privo di cultura.

RICHIEDONO MORALMENTE UNA RIVELAZIONE: si dice necessità morale, quella che non esclude altre possibilità, ma che praticamente è indispensabile e della quale non si può fare a meno. Così, ad esempio, per disegnare un circolo perfetto non è assolutamente impossibile che lo possa tracciare a mano libera, ma in pratica occorrerà il compasso o altro strumento perché possa riuscire perfetto. Ho necessità morale di questo strumento.
La rivelazione è moralmente necessaria perché gli uomini abbiano facilità di raggiungere il loro fine ultimo.
Questa tesi è contro il naturalismo.
PROVA. La tesi si prova con un argomento storico e uno psicologico.

A) - ARGOMENTO STORICO. La storia ci dimostra che l’umanità, da sé stessa non ha saputo arrivare al raggiungimento delle verità etico religiose, senza cadere nei più gravi errori, quali il politeismo, l’idolatria, la poligamia, riti crudeli e osceni, ecc. Ad eccezione dell’affermazione comune dell’esistenza di un potere supremo da cui l’uomo dipende, le altre verità religiose sono state quasi tutte contraffatte ed alterate presso le varie popolazioni. Nonostante tutta la brillante cultura greca e le sublimi speculazioni di Platone e di Aristotele la religione dei Greci degenera in mitologia puerile e immorale.
Gli stessi Greci mescolano alle verità oggetto della loro speculazione, gravi errori: il disprezzo della famiglia in Platone, e il non riconoscimento della dignità umana, ammettendo la schiavitù, in Aristotele.
L’umanità abbandonata alle proprie forze e considerata fuori del Cristianesimo non è mai arrivata alla conoscenza completa della religione naturale, sostanzialmente unica per tutti gli uomini e ciò per una impossibilità morale, se non proprio per una impossibilità fisica e assoluta.

B) - ARGOMENTO PSICOLOGICO. Già S. Tomaso d’Aquino (Contra Gentes i c. 4) elencava le difficoltà che il genere umano trova per risolvere il problema religioso. Si possono riassumere nei tre punti seguenti.
1) - Data la difficoltà che la mente ha nel raggiungere la verità e la condizione della maggior parte degli uomini, solo una minoranza può aspirare alla conoscenza di queste verità, e con molte incertezze ed errori.
2) - Questa minoranza non può fare da guida a tutti gli uomini.
3) - Ne consegue che la maggior parte dell’umanità è moralmente incapace di pervenire alla conoscenza della religione e quindi è moralmente necessaria una rivelazione divina, perché gli uomini possano raggiungere facilmente il loro ultimo fine.

II TESI - La Rivelazione divina è assolutamente necessaria riguardo ai misteri soprannaturali, data la ipotesi della nostra elevazione all’ordine soprannaturale.

PROVA - Abbiamo già dimostrato che le forze umane non possono assolutamente da sole raggiungere la conoscenza dei misteri soprannaturali. Non solo non ne sanno penetrare l’essenza, ma non ne possono conoscere neppure l’esistenza. Ora, se Dio nella sua infinita bontà, eleva l’uomo ad un fine soprannaturale, cioè a partecipare alla sua stessa vita divina, tale elevazione richiede che l’uomo conosca verità che riguardano la vita intima di Dio, cioè i misteri propriamente detti. Se Dio avesse costituito l’uomo soltanto in un ordine naturale, basterebbero a conoscerlo e raggiungerlo in un modo naturale, le sole forze umane: la intelligenza, la volontà e la conoscenza di Lui attraverso ciò che ammiriamo nelle opere della sua creazione. In questo ordine naturale una Rivelazione divina, sarebbe stata conveniente e utile, ma non necessaria. Invece data la ipotesi che Dio ci abbia voluto e costituito in un ordine soprannaturale, fino al supremo raggiungimento di Lui nella visione beatifica in cui Lo vedremo faccia a faccia, come Egli è nella sua Essenza divina (conoscere Dio in sé stesso, nella sua Deità, come dicono i Teologi), non basta più la conoscenza di Dio attraverso le cose create, dove c’è un raggio del Creatore, dove Dio ha espresso qualche cosa di Sé e della sua gloria, ma dove non è narrata la sua vita intima. Data questa ipotesi, perciò, non potendo l’uomo conoscere con le sue sole forze i misteri della vita divina, perché possa raggiungere il suo fine, è necessario che Dio glielo manifesti.
É necessaria dunque la Rivelazione per conoscere l’esistenza di quei misteri, e a maggior ragione, è necessaria per capire qualche cosa della loro
essenza.

Il fatto della Rivelazione

Vista la convenienza e la necessità di una Rivelazione, l’uomo non può restare indifferente al fatto della Rivelazione. Essa lo tocca intimamente, e non lo riguarda soltanto per i fatti di questa vita che passa, ma si proietta sui suoi destini eterni, cioè al raggiungimento del fine, che è quanto dire il raggiungimento della sua felicità.
Storicamente molte Religioni si presentano come Religione Rivelata.
E’ INDIFFERENTE SEGUIRNE UNA O UN’ALTRA?
FRA QUESTE QUAL’E’ QUELLA CHE VERAMENTE E’ STATA RIVELATA DA DIO?
In altre parole l’uomo non può restare indifferente nel dire:
per me che ci sia o non ci sia una Religione rivelata è la stessa cosa; oppure: fra tante Religioni che si dicono rivelate per me seguire l’una o l’altra è indifferente.
Di qui le due tesi seguenti:

I TESI - Posta la morale necessità di una Religione rivelata, a ciascuno incombe l’obbligo grave di cercare quale sia, e di abbracciarla

quando l’ha trovata.

É CERTO

contro i razionalisti.

PROVA: A) - PER L’OSSEQUIO DOVUTO A Dio. - Se Dio ha rivelato. Egli lo ha fatto perché gli uomini per il loro bene conoscessero queste verità. Perciò essi hanno il grave obbligo di cercare, di conoscere quanto Dio ha rivelato, e di seguire quegli insegnamenti e quei comandi che Dio ha dato.

B) - PER RAGGIUNGERE IL NOSTRO FINE. Perché tutti gli uomini possano conoscere prontamente, con certezza e senza errori il complesso delle verità che costituiscono la Religione naturale è necessario moralmente una Rivelazione divina; più ancora è assolutamente necessaria per le verità soprannaturali. Conoscendo tutte queste verità, l’uomo conosce anche i mezzi adatti per raggiungere il suo fine. Perciò per conoscere questi mezzi, deve conoscere queste verità e deve metterle in pratica.

II TESI - L’uomo non può professare indifferentemente qualunque religione che si dice rivelata, ma è tenuto a cercare ed abbracciare la vera Religione.

Contro gli Immanentisti, Modernisti, e Indifferentisti.

PROVA: Studiando storicamente le Religioni ne troviamo molte che si dicono rivelate. Un errore che si sente ripetere spesso ai nostri giorni è questo: «Tutte le religioni sono buone». Questo errore è sorto specialmente dalla comunanza di persone che si incontrano nello stesso paese, con religione diversa; incontri oggi frequentissimi per la rapidità delle comunicazioni. Molte volte l’impressione è anche più grande, perché certi non cattolici osservano la loro religione con maggiore esattezza di quello che non facciano alcuni cattolici. Non è l’osservanza di una Dottrina che la rende vera. Un viaggiatore che cammina in una strada sbagliata può correre più speditamente di un altro che cammina a stento o si ferma sulla via retta. Il secondo è sulla strada che lo condurrebbe all’arrivo prefisso, mentre il primo, anche se corre, non va verso la mèta.
Così pure non bisogna confondere la Volontà salvifica di Dio anche per coloro che sono nell’errore, col dire che pure essi si trovino sulla via della verità. Coloro che si trovano in una falsa Religione, se ci sono senza loro colpa credendo di essere nel vero e agiscono secondo onestà naturale, in pratica hanno la volontà di osservare quello che Dio comanda, con un inconsapevole desiderio sono orientati alla vera Religione, quantunque non la conoscano, e così Iddio provvederà alla loro eterna salvezza. Ma dal dire che essi si potranno salvare, a dire che sono nella verità, c’è una differenza sostanziale.
La verità non può essere che una sola. Quando nelle diverse Religioni che si dicono rivelate da Dio io trovo delle affermazioni in contraddizione con quanto dicono altre, ne concludo che la verità non può stare che da una parte. Se, ad esempio, io affermo che in questo momento è giorno ed un altro dice che è notte, è certo che non possiamo aver ragione tutti e due. Così, se una Religione mi afferma che Dio ha rivelato l’esistenza del Purgatorio, oppure che i Sacramenti son sette, ed un’altra me lo nega, non può assolutamente essere che l’una e l’altra abbiano ragione. O Iddio ha insegnato in un modo, o ha insegnato in un altro. Non può avere rivelato che una cosa esiste e nello stesso tempo che non esiste.

Dunque la Religione rivelata non può essere che una sola.

Ecco perché nel movimento di Oxford che indisse varie conferenze fra le sètte Protestanti per trovare una intesa comune, la Chiesa Cattolica fu l’unica a non partecipare.
L’accordo doveva consistere in questo: che se una Chiesa credeva, per es. in due Sacramenti ed un’altra in cinque, si poteva fare una cosa di mezzo ammettendone per es. tre. La Chiesa Cattolica naturalmente fu tacciata di intransigenza; ma come si fa a venire ad un compromesso su di una data verità della fede? Finché si tratta di una regola disciplinare si potrà anche venire a delle mutazioni. Così, infatti, la Chiesa Cattolica ha mutato per es. la legge del digiuno secondo le necessità dei tempi, ma non potrà mai esimere gli uomini dal comando dato da Gesù Cristo di far penitenza: «Se non farete penitenza tutti ugualmente perirete» (Lc. 13,5). Così pure, se Gesù Cristo ha istituito sette Sacramenti, né più né meno, non potrà la Chiesa, per far piacere agli altri, dire che ne ha istituiti sei, né dire per esempio a chi non crede alla Verginità di Maria SS., né all’esistenza del Purgatorio: «Voi ammettete con me una di queste verità, e io rinunzio con voi a credere all’altra». Una religione che agisce così, ammettendo o disapprovando a piacere quelle verità che deve credere o non credere, si mostra falsa per sé stessa: non ha bisogno di altri argomenti per dimostrare che segue quello che pensano gli uomini e non quello che Dio ha rivelato. E’ Iddio che rivela e gli uomini debbono seguire quello che Dio ha rivelato; non spetta agli uomini cambiare a piacere quello che Dio ci ha fatto conoscere.
Quanto abbiamo detto indica chiaramente che fra le stesse Religioni che si dicono Cristiane, una sola può essere quella rivelata da Dio.
A maggior ragione le altre Religioni, che asseriscono cose tutt’affatto diverse dalla Religione Cattolica, non possono esser vere, altrimenti Iddio avrebbe detto e contraddetto una stessa cosa nello stesso tempo. Ciò che ripugna alla sua munita Sapienza e Veracità.

CAPITOLO TERZO
SEGNI PER RICONOSCERE LA RELIGIONE RIVELATA

Vari Criteri

Trovandoci dinanzi al fatto di varie Religioni, che si dicono rivelate e non potendone esser vera che una sola, è necessario prima di tutto esaminare quali siano i criteri giusti per arrivare a conoscere con segni certi, quale sia questa vera Religione.
Tratteremo perciò in tre articoli:

1 - CRITERI DELLA DIVINA RIVELAZIONE IN FORMA GENERALE.

2 - IL MIRACOLO.

3 - LA PROFEZIA.

CRITERI IN GENERALE

I CRITERI (dal greco «crino», giudico) della rivelazione o motivi di credibilità sono i segni che accompagnano la Rivelazione e provano chiarissimamente che Dio ha parlato e che perciò la Rivelazione si deve accogliere come vera.
Con questi criteri si deve giudicare e conoscere la vera Rivelazione, da una rivelazione falsa. Tali criteri saranno tanto più efficaci, quanto più metteranno in evidenza l’intervento di Dio.
Dovremo perciò studiare storicamente il fatto della Rivelazione, e se vi troveremo questi segni, potremo avere la certezza che questa Rivelazione è stata fatta da Dio.
Tali segni dovranno essere alla portata di tutti, in modo che possa formarsi una certezza non solo la persona di scienza, ma anche la persona umile e di intelligenza modesta, come

ad esempio un contadino incolto, che riconosce la verità della religione dalla predicazione e dai miracoli di Gesù insegnatigli dalla Chiesa e dai suoi ministri.

I CRITERI O MOTIVI DI CREDIBILITA’ li possiamo dividere in due grandi categorie:

1a) - CRITERI INTERNI, che cioè scaturiscono dalla stessa dottrina rivelata. Possono essere:

a) universali come la soddisfazione meravigliosa che la dottrrina dà a tutte le aspirazioni umane di giustizia, di santità, di felicità; l’utilità che la dottrina porta ai singoli individui, alla famiglia, alla società;
b) individuali come la luce, la serenità, il conforto, la gioia che la dottrina porta all’individuo, come parola di Dio.

2a) - CRITERI ESTERNI, che non scaturiscono dalla stessa dottrina rivelata ma sono fatti meravigliosi che l’accompagnano. Possono essere:

a) intrinseci alla dottrina, come il fatto, che questa sia immune da errori, e anzi piena di bellezze, di coerenze, di santità, di verità sublimi, e
b) estrinseci, come la grandezza e l’eccellenza di chi annunzia questa dottrina, gli effetti meravigliosi che produce in chi l’ascolta, i fatti meravigliosi che accompagnano la sua manifestazione, come specialmente i miracoli e le profezie.
Alcuni di questi segni hanno forza di prova, se presi insieme, mentre che da soli non darebbero sufficiente garanzia. Così, ad esempio, se uno prendesse soltanto i criteri interni individuali, adotterebbe un criterio troppo soggettivo e insufficiente, che da solo mostrerebbe l’aspirazione e la convenienza di una Rivelazione, ma non il fatto. Unito ad altri criteri, invece, ne rafforza la prova.
Altri criteri invece hanno forza veramente probativa, come la constatazione che gli effetti prodotti da questa dottrina siano tali da sorpassare il potere di qualunque forza umana e da provarne la trascendenza, cioè l’origine superiore. Nel cristianesimo, ad esempio, si può arguire l’origine divina dalla dottrina, dai frutti di virtù e di coraggio che ha saputo infondere nei suoi seguaci.
Fra tutti questi criteri, i più efficaci e dimostrativi sono due: il MIRACOLO e la PROFEZIA.
Dice il Concilio Vaticano I che Dio ha voluto unire con gli aiuti interni dello Spirito Santo, gli argomenti esterni della sua rivelazione, cioè dei fatti divini, e primi di tutti, i miracoli e le profezie, che, dimostrando ampiamente l’onnipotenza e l’infinita scienza di Dio, sono SEGNI CERTISSIMI DELLA DIVINA RIVELAZIONE E ADATTI ALLA INTELLIGENZA DI CHIUNQUE (D.
B. 1790).
Per questo ne parliamo a parte.

IL MIRACOLO

Concetto di Miracolo

IL MIRACOLO (dal latino mirum = cosa meravigliosa) è UN FATTO SENSIBILE, STRAORDINARIO, DIVINO.

a) - FATTO SENSIBILE. Il miracolo serve nella Apologetica a testimoniare l’intervento divino. Per questo è necessario che sia controllabile dai nostri sensi. Anche la cosa più bella, se non la potessimo o vedere o udire, o percepire con qualsiasi nostro senso, ci sfuggirebbe e non potrebbe darci nessuna prova apologetica.
S. Tomaso (S. Th. III, 29a, 1,2); distingue due specie di miracoli: alcuni nascosti, come la Transustanziazione, l’Incarnazione, il Parto verginale di Maria, la giustificazione che avviene nell’anima mediante la grazia, ecc.; altri manifesti come la RESURREZIONE di un morto, una tempesta sedata, la moltiplicazione dei pani, ecc.
Esaminiamo uno dei primi: nella Transustanziazione, cioè nel cambiamento di tutta la sostanza del pane nella sostanza del Corpo di Gesù e di tutta la sostanza del vino, nella sostanza del Sangue di Gesù, tanto prima che dopo, ai miei occhi, si mostrano le apparenze di pane e di vino. Non ho un fatto sensibile, cioè che si mostri ai miei sensi.
Esaminiamo uno dei secondi: nel miracolo operato da Gesù in Cana di Galilea (Gv. TI - 1-12) di cambiare l’acqua in vino, i presenti prima videro e potevano gustare acqua, e dopo videro e gustarono vino.
Logicamente qui, quando parliamo di miracoli, intendiamo i miracoli manifesti, che, potendo esser controllati ci danno una testimonianza accessibile a chiunque.

b) - STRAORDINARIO, ossia assolutamente al di fuori o al di sopra del modo di agire di una cosa creata o creabile, in altre parole: al di fuori o al di sopra delle leggi solite della natura.

Ciò non significa che Dio distrugga le forze della natura, ma con la sua onnipotenza le domina e le sottomette, in modo da produrre un risultato al di sopra della natura, o diverso da quello della legge naturale. Quelle forze esistono ancora, ma l’intervento di Dio opera al di sopra del consueto ordine.
Solo impropriamente si dice che il miracolo è contrario alle forze della natura, nel senso cioè, che l’effetto sarebbe stato diverso se non fosse intervenuta una forza superiore.
Possiamo capire meglio con un esempio. Se lascio di sostenere una pietra dall’alto, essa cade per la forza di gravità. Così un aereo, che si fermi e non sia sostenuto da nessuna forza, cade. Se però interviene una forza superiore a quella della gravità, questa forza superiore vince quella inferiore. Così se lancio in aria un sasso, o un aereo è in velocità, finché dura questa forza di propulsione superiore a quella di gravità, sia il sasso, che l’aereo, stanno in aria. L’uomo stesso, con un’altra legge superiore della natura, può dominare quella inferiore. Questo, si capisce, non è un miracolo. Dio invece, non solo può con tutta facilità dare a queste forze una efficacia di cui sono normalmente prive, ma può fare a meno del loro concorso, e produrre, con la sua potenza, effetti che tali forze non potrebbero mai raggiungere.
Perciò il miracolo avviene per una forza superiore, che domina una legge naturale inferiore, secondo le leggi stesse della natura.
Ecco in che modo il miracolo assoluto è fuori dell’ordine. Non si deve dedurre che è fuori di ogni ordine, perché è invece la espressione di un ordine superiore, fissato da tutta l’eternità, secondo cui l’Onnipotente dispone a suo talento delle forze che ha creato, in quanto lo ritiene utile per il bene degli esseri ragionevoli (Cfr. GIUSEPPE FALCON: Manuale di Apologetica - Ed. Paoline, Alba 1951).

c) - DIVINO, che cioè, valutate tutte le circostanze, si può attribuire soltanto a Dio.
Dio può agire immediatamente da Sé stesso, o mediante gli Angeli o gli uomini al suo servizio, ma dall’esame accurato è facile concludere se gli effetti prodotti si debbano attribuire a Dio, come causa principale.

Divisione

I - Secondo il GRADO il miracolo si divide in assoluto e relativo.
a) IL MIRACOLO ASSOLUTO, o di primo ordine avviene quando si avverano tutte le condizioni che abbiamo esposto.
b) MIRACOLO RELATIVO O DI SECONDO ORDINE, si chiama quello che avviene quando il fatto sensibile è straordinario soltanto perché supera le forze degli uomini, ma non quelle di essere soprasensibili, come gli Angeli; ed è divino almeno in senso lato, perché, se non è operato direttamente da Dio, c’è però la sua approvazione. Per esempio: il canto degli Angeli la notte di Natale, il fatto della levitazione di corpi di alcuni Santi, il camminare sopra le acque, fatti che possono avvenire anche con le sole forze angeliche, sono opera e testimonianza divina; per cui anch’essi hanno forza dimostrativa nella Apologetica.
Da notare però, che è necessaria l’approvazione formale di Dio, cioè che operino in conformità alla volontà espressa di Dio; poiché se anche gli angeli cattivi operassero cose impossibili all’uomo, ma possibili alle loro facoltà angeliche, Dio ci dà il modo di scoprire la loro frode e di conoscere che non c’è la sua approvazione, in modo che non siamo indotti in errore.

II - Secondo i DIVERSI ASPETTI, con cui supera le forze create, S. Tomaso (S. Th. 1, 195 a. 8) divide il miracolo in tre specie:
a) Per la SOSTANZA stessa del fatto compiuto, cioè quando il fatto in se supera le forze della natura. Così la presenza di due corpi nell’identico luogo e spazio è un fatto che la natura creata non può assolutamente compiere.
b) Per il SOGGETTO in cui il miracolo è compiuto. Per esempio la resurrezione di un morto, la guarigione di un cieco. La natura può produrre la vita e la vista nel senso che un vivente può nascere da altro vivente, ma non nel senso che possa ridare la vita a un morto.
c) Per il MODO secondo il quale è compiuto il miracolo. Per esempio la guarigione istantanea di una malattia, che potrebbe guarirsi con lunghe cure.
Alcuni teologi uniscono questa divisione all’altra dello stesso S. Tomaso (De Potentia 6, a 2 ad 3), che parla di miracolo contro, sopra, e al di fuori della natura.

III - Secondo il CAMPO in cui viene operate il miracolo si divide in
a) FISICO quando viene operato al di fuori dell’ordine solito delle leggi fisiche, come la moltiplicazione dei pani, la guarigione istantanea degli infermi, l’incolumità dei tre giovani gettati nella fornace ardente, ecc.
b) INTELLETTUALE quando la cognizione di una cosa viene data al di fuori delle solite leggi della conoscenza. Per esempio la profezia, che predice cose future dipendenti da libera volontà, la conoscenza dei segreti dei cuori, una scienza infusa, ecc.
c) MORALE quando un’azione o una serie di azioni sono compiute al di fuori delle consuete leggi morali, in modo da non poter essere attribuite alle sole forze umane, senza uno speciale aiuto divino. Per esempio: la costanza dei martiri, la improvvisa conversione di un peccatore, come avvenne a S. Paolo, la meravigliosa propagazione della Chiesa Cattolica, la sua permanenza nel mondo nonostante tutte le persecuzioni ecc.

Possibilità del Miracolo

TESI - Ammessa l’esistenza di Dio il miracolo non solo non ripugna ma è possibile e molto conveniente.

È CERTO FILOSOFICAMENTE
TEOLOGICAMENTE DI FEDE

PROVA: Questa tesi è contro i Deterministi che giudicano il miracolo impossibile come una violazione delle leggi determinate da Dio.

I –

a) NON RIPUGNA ALLE LEGGI DELLA NATURA. Dio autore della natura, è certamente superiore alle leggi che ha create:
può quindi intervenire e agire dominando l’effetto di queste leggi consuete, come abbiamo detto. Anche l’uomo stesso molte volte può dominarle applicando altre leggi.

b) NON RIPUGNA ALLA NATURA DI DIO. Infatti il miracolo non è contro la immutabilità di Dio che ha stabilito queste leggi. Dio non cambia il suo disegno e l’ordine determinato, ma fino dall’eternità, stabilendo l’ordine naturale o soprannaturale, aveva previsto e stabilito queste circostanze e questi fatti al di fuori dell’ordine consueto. Dice S. Tomaso (De potentia VI, 1 a 6): «Dio fino dall’eternità ha preveduto e voluto fare quello che fa nel tempo. Infatti ha stabilito il corso della natura in modo tale che, nella eterna sua volontà ha preordinato ciò che alle volte avrebbe fatto al di fuori di questo corso». E altrove (S. Th. I, 19 a 7): «Altro è cambiare la volontà e altro è volere il cambiamento di alcune cose: uno può infatti colla stessa volontà ferma immobilmente volere che ora avvenga questo e in seguit