CRISTOLOGIA

PARTE SECONDA
LA REDENZIONE O SOTERIOLOGIA

Quando l’Angelo annunziò a Maria che sarebbe diventata Madre di Dio, le disse che lo chiamasse “Gesù” (Lc. 2,31) e assicurando Giuseppe, disse pure la ragione di questo nome:
Lo chiamerai di nome: Gesù, perchè Egli salverà il suo popolo dai loro peccati” (Mt. 1,21). Gesù infatti significa: Salvatore o meglio Dio salva.
Si chiama redenzione in quanto Gesù ci ha riscattato a prezzo del suo Sangue dalla schiavitù di Satana, in cui eravamo caduti per il peccato.
Questa parte del trattato è intimamente connessa colla Incarnazione, perchè, come abbiamo veduto, il divin Verbo si è incarnato per salvarci.
Questo dogma è un mistero propriamente detto, “mistero nascosto in Dio da secoli” secondo l’espressione più volte ripetuta da S. Paolo, che ci fa vedere l’amore infinito del Figlio di Dio, fatto uomo per noi e che ci ama fino alla fine, fino a dare il Sangue e la vita in mezzo ai più atroci tormenti. Il Padre non risparmia il suo Figlio divino, ma lo dà per tutti noi. Mistero di amore ineffabile, che supera la nostra ragione, cosicchè solo la Rivelazione di Dio può manifestarcelo. Però dopo che ci è manifestato, anche noi ne vediamo la convenienza, perchè ci apre un raggio di luce per farci conoscere quanto Dio ci ama e come ha voluto riparare tutte le nostre colpe, e al tempo stesso come viene abbondantemente risarcita la sua giustizia.

Tratteremo di:

1 - GESU’ MEDIATORE

2 - GESU’ REDENTORE

3 - GLI ELEMENTI DELLA REDENZIONE

4 - GLI UFFICI DI CRISTO RENDENTORE

CAPITOLO PRIMO
GESU’ MEDIATORE

TESI - Cristo Gesù, in quanto uomo, è unico e perfetto mediatore principale fra Dio e gli uomini.

E’ DI FEDE

dal Conc. di Trento che definisce che noi siamo stati salvati “per merito dell’unico Mediatore N. S. Gesù Cristo” (D. B. 672).

SPIEGAZIONE - Abbiamo detto Cristo Gesù in quanto uo mo, contro gli Gnostici e gli Ariani i quali, negando la sua Divinità ne facevano una creatura eccelsa, qualche cosa di mezzo fra Dio e l’Uomo.
Mediatore principale, cioè Mediatore propriamente detto, che solo può congiungere efficacemente l’uomo a Dio.
Niente proibisce di chiamare altri Mediatore, come i Santi e i Sacerdoti ministerialmente, ma sono mediatori secondari in quanto fanno le veci dell’unico Mediatore. A questa mediazione partecipa molto largamente, per la sua divina Maternità, la SS. Vergine, come vedremo fra poco.
Gesù è Mediatore per vari titoli: come Dottore o Profeta; come Re; come Sacerdote; come Redentore; come
Capo del Corpo mistico.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. S. Paolo dice: “Uno solo è Dio uno solo ancora il Mediatore di Dio e degli uomini: l’Uomo Cristo Gesù” (1 Tim. 2,5). Anche in altri punti l’Apostolo chiama Gesù «Mediatore” (Ebr. 12,24; 15), ma è sufficiente questo testo per dirci chiaramente che è Mediatore unico e principale, perchè Egli solo colla sua virtù congiunge l’uomo a Dio e “in nessun altro è salute” (Atti 4,12).

B) - DAI PADRI. S. Ireneo (Ad. Flaer. 3,18) dice: “Occorreva che il Mediatore di Dio e degli uomini li riportasse ambedue per la sua familiarità all’amicizia e alla concordia”. “Un’z... l’uomo a Dio”.
E S. Gregorio di Nazianzo: (Or. 45,22) “per liberarci . ..e ricondurci a sè per mezzo del Figlio Mediatore”.
Più esplicitamente S. Agostino: (Sermo 12,21) “Mediatore di Dio e degli uomini, perchè Dio col Padre e uomo con gli uomini”.

CAPITOLO SECONDO
GESU’ REDENTORE

Gesù essendo l’unico Mediatore è ancora l’unico Redentore degli uomini.
REDENZIONE in senso generale significa riscatto, cioè riacquisto, soddisfacendone il prezzo, di una cosa prima posseduta e poi perduta.
La Redenzione del genere umano, secondo quanto ci è rivelato, si può definire:

atto, col quale il genere umano caduto nel peccato, fu liberato da questo e reintegrato nella amicizia di Dio, per mezzo della mediazione di Gesù Cristo che ha soddisfatto e meritato per gli uomini.

Gesù, specialmente col sacrificio della croce ha pagato il prezzo del riscatto, soddisfacendo alla divina giustizia, meritandoci la grazia perduta per il peccato, liberandoci da questo e reintegrandoci nello stato di grazia, con conseguente diritto alla gloria del paradiso.

Errori

I PROTESTANTI ANTICHI asserendo con Lutero l’intrinseca e irreparabile corruzione della natura umana decaduta, sostengono una riparazione soltanto esterna: vale a dire l’uomo non verrebbe santificato con una rinnovazione interiore, ma solo gli verrebbero imputati esteriormente i meriti di Cristo, rimanendosene interiormente corrotto, quasi che Dio guardasse qualche cosa che resta immondo, ma ricoperto come da un prisma luminoso.
Questo errore è dato per eccesso; ma ve ne sono altri per difetto:

GLI ERETICI DEI PRIMI SECOLI, negando la Divinità di Gesù Cristo, o la trasmissione del peccato originale, (come i Pelagiani), negavano pure la Redenzione, che non poteva essere fatta equivalentemente da chi non era Dio, o non ce ne era bisogno se gli uomini nascevano senza peccato originale.

I SOCINIANI, I PROTESTANTI LIBERALI E I MODERNISTI ammettono solo una Redenzione morale, cioè Gesù ci avrebbe salvato solo col suo esempio e colla sua dottrina.

IL FATTO DELLA REDENZIONE

TESI - Gesù Cristo, non solo col suo esempio ma realmente e veramente ci ha redento colla sua passione e morte di croce, accettata per obbedienza e per amore, cosicché dando per noi degna soddisfazione alla divina giustizia ci ha comprato i mezzi della riconciliazione e della salvezza.

E’ DI FEDE

Il Simbolo apostolico dice: “.. .patì sotto Ponzio Pilato, fu crocefisso, mori e fu sepolto”.
Il Simbolo Nic. Costant.: “.. .per noi uomini e per la nostra salvezza discese dai cieli.., crocefisso, ancora per noi, patì e fu sepolto”.
Il Conc. di Efeso (D. B. 122): “Offrì sè stesso per noi”.
Il Conc. Laterano IV (D. B. 429): “...che ancora per la salute del genere umano ha patito ed è morto sul legno della Croce”.
Il Conc. di Trento parlando del peccato originale definisce che non ci viene tolto se non “per il merito dell’unico Mediatore N. S. Gesù Cristo, che ci riconciliò a Dio col suo Sangue, fatto per noi giustizia, santificazione e redenzione” (D. B. 790). Esso definisce pure che Gesù è la causa meritoria della nostra giustificazione: “essendo nemici, per l’immensa sua carità con la quale ci ha amato, con la sua santissima passione sul legno della croce ci ha meritato la giustificazione e ha soddisfatto per noi a Dio” (D. B. 799).
Molti altri documenti della Chiesa, che per brevità non riportiamo, confermano la stessa cosa: dalla Bolla Unigenius» di Clemente VI che parla dell’infinito valore soddisfatorio e meritorio della Redenzione, al decreto “Tametsi” (1900) di Leone XIII e alla Enc. Miserentissimus Redemptor» (1928) di Pio XI che inculcano la stessa cosa.
S. Pio X nel decreto “Lamentabili” (1907) condannò la proposizione dei Modernisti: “La dottrina della morte cruenta del Cristo non è evangelica, ma soltanto paolina”.

PROVA: A) - NELL’ANTICO TESTAMENTO la Redenzione è annunziata e prefigurata. L’agnello pasquale, del cui sangue erano bagnati gli stipiti delle porte degli Ebrei, che restavano immuni dal castigo dell’Angelo ed erano liberati dalla schiavitù dell’Egitto, è figura dell’Agnello, dal cui Sangue siamo stati salvati.
ISAIA (53) canta e predice l’uomo giusto il Servo di Jahwe che colla sua morte cruenta espia i peccati di tutti.
Anche gli altri profeti e i Salmi annunziano il Redentore.
Gli Evangelisti molte volte si riferiscono a questi testi.

B) - NEI SINOTTICI. La dottrina della Redenzione non è soltanto espressa in S. Paolo (come pretenderebbero i Modernisti), ma è presentata più volte anche nei Vangeli Sincttici. Infatti da questi si vede che Gesù è venuto per salvare gli uomini e colla sua Passione e Morte1, a liberarci dal peccato. Questo è il prezzo del riscatto: “Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perito” (Lc. 19,10 e cfr. Mt. 18,11). È venuto “a dare la sua vita per la redenzione di molti” (Mt. 20,28).
La stessa espressione Gesù la usò nell’ultima Cena, quando, consacrando il vino, disse: “Questo è il mio Sangue, il Sangue della nuova alleanza che è sparso per molti a remissione dei peccati” (Mt. 26, 28 e cfr. Mc. 14; Le. 22).

C) - IN S. GIOVANNI. Già nell’incontro di Gesù col Battista, le parole: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco Colui che toglie i peccati del mondo» (Gv. 1,29) richiamano al sacrificio, di cui era stato figura l’Agnello degli Ebrei. Quel sangue aveva salvato gli Ebrei dallo sterminio dell’Angelo, questo “toglie” i peccati. In molti passi parla della nostra liberazione dal peccato, venendo dalle tenebre alla luce, dalla morte alla vita (Gv. 1,9- 12; 3,19-21; 8,12; 12,3,46 ecc.) e tutto per merito della morte di Cristo il quale innalzato sulla Croce avrebbe salvato gli uomini, come già il serpente di bronzo innalzato da Mosè (Gv. 3,14). È tanto vero che siamo salvati dal sacrificio di Gesù, che Egli, dopo aver detto che “il buon Pastore dà la vita per le sue pecorelle”, soggiunse: “e io dò la mia vita per le mie pecorelle”. (Gv. 10,15).

L’Evangelista riporta pure la frase profetica di Caifas, Pontefice di quell’anno: “È necessario che uno muoia per il popolo” (Gv. 18,14).
Nell’Apocalisse (5,8) ricorda nel cielo il canto dei “seniori” alla presenza dell’“Agnello” che sta in mezzo “come ucciso”:
Sei degno., o Signore, di ricevere il libro e di aprire i suoi segnali: perchè sei stato ucciso, e ci hai redento, o Signore, nel tuo Sangue, da ogni tribù e popolo.., e ci hai fatto un regno”. Nel sublime canto di questa parola ispirata si vede chiaramente come la Redenzione è stata operata da Gesù con la sua immolazione di croce, mediante la quale a tutti gli uomini, di qualsiasi razza è stato aperto il regno dei cieli.
Ancora nella prima lettera l’Apostolo ha una frase molto significativa per dire come Gesù è la vittima per liberarci dai peccati: “Ed Egli è la propiziazione (l’ostia, la vittima) per i nostri peccati; non per i nostri soltanto, ma ancora per quelli di tutto il mondo” (i Gv. 2, 2).

D) - IN S. PIETRO. Anche il Principe degli Apostoli ha delle affermazioni incontestabili riguardo alla nostra tesi. Più volte negli Atti degli Apostoli (5,39) si incontra Pietro che parla del “Salvatore che dà la remissione dei peccati”, ma più espressamente ci dice il prezzo pagato da N. S. Gesù Cristo per la nostra Redenzione versando il Sangue e morendo in Croce; cancellando i nostri peccati e dandoci la giustificazione: “Non siete stati ricomprati coll’oro e coll’argento.., ma dal Prezioso Sangue di Cristo come Agnello senza macchia e senza contaminazione” (1 Pt. 18).
E ancora (2,21 ss.): “Cristo ha patito per noi... Egli ha portato nel suo corpo i nostri peccati sopra il legno: affinchè morti ai peccati, viviamo alla giustizia: dalle sue lividure siete stati sanati”. E (3, 22): “Per la RESURREZIONE di Gesù Cristo che... subendo la morte fossimo fatti eredi della vita eterna”.

E) - IN S. PAOLO. Lo abbiamo lasciato per ultimo, perché abbiamo potuto vedere così, che anche senza le sue affermazioni, tutto il resto del N. T., contrariamente a quanto vogliono i Modernisti, ci prova abbondantemente il fatto della Redenzione.
Se una caratteristica possiamo notare nella dottrina esposta da S. Paolo è che, quanto gli altri hanno presentato sostanzialmente, egli lo specifica nei singoli elementi. Ne riportiamo i principali:

a) L’universalità della Redenzione (Per uno studio più completo indichiamo: G. ANICHINI: L’Eucarestia nel dramma della Redenzione, Ed. Regnum Christi, Lucca 1947, da cui abbiamo attinto largamente per queste pagine. Inoltre la classica opera del PRAT già citata. G. RICCIOTTI, S. Paolo Ed. Paoline 1950 - PENNA: S. Paolo, Roma 1949). Per il peccato di uno la morte entra nel mondo per tutti gli uomini (Rom. 5,12 - 19 e Ef. 2,1), ma “come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti ricevono la vita” (1, Cor. 15,22).

b) La solidarietà nel Corpo Mistico. Le frasi antecedenti dicono pure la reale ed effettiva salvezza portata da Gesù, come Capo, cui siamo uniti misticamente. La sua Redenzione non è solo un esempio (come voleva Abelardo), come non era stato solo un esempio di Adamo il peccato originale. In lui tutti eravamo morti alla grazia, in Cristo siamo tutti vivificati.

c) Il sacrificio della morte sanguinosa. Questo concetto che già appare nelle parole della Cena, viene più esplicitamente espresso da S. Paolo: “e per Lui riconciliare tutte le cose in Lui stesso per il Sangue della sua Croce... e ci riconciliò nel corpo della sua carne per mezzo della morte” (Col. 1,20 ss.). “Nel quale abbiamo la Redenzione per il suo sangue” (Ef. 1,7; cfr. Col. 1,14).

d) La sostituzione volontaria. Il Sacrificio di Gesù non è subìto da Lui solo fisicamente, ma liberamente accettato dalla sua obbedienza e dal suo amore. Per disobbedienza di Adamo gli uomini diventano peccatori, per l’obbedienza di Gesù diventano giusti (Cfr. Rom. 5,12-21).
Il suo Sangue è il prezzo del riscatto. “Ha dato sè stesso qual prezzo di riscatto per tutti» (Tim. 2, 6); “Cristo ci ha amato e ha dato sé stesso per noi, offerta e vittima a Dio in profumo di soavità”, (Ef. 5,2).
Pur limitandoci a questi brevi cenni, già vediamo come nella dottrina di San Paolo è chiaro che Gesù, colla sua Passione e Morte ha soddisfatto alla giustizia divina, ha cancellato i nostri peccati e ci ha donato la vita divina. Approfondiremo ancora questo insegnamento di S. Paolo nella dimostrazione delle tesi successive.

F) - NEI PADRI. Nei primi tre secoli essi più che altro ripetono le stesse frasi della Scrittura, dove, abbiamo visto che la dottrina della Redenzione è presentata chiaramente.
S. Clemente Romano (Cor. 7,4) dice: “Guardiamo attentamente al Sangue di Cristo e conosciamo quanto sia prezioso al cospetto di Dio e del Padre, questo che sparso per la nostra salvezza, l’offrì per penitenza a tutto il mondo”.
S. Ireneo (Ad. Haer. 3,16 - 9), Uno e medesimo è Cristo Gesù Figlio di Dio, che per la sua passione ci ha riconciliato a Dio... Egli veramente ci ha salvato”.
S. Clemente di Alessandria, (Pedag. 22): “.È duplice il Sangue del Signore: uno carnale col quale siamo stati redenti dalla morte, e l’altro spirituale, col quale siamo stati consacrati” (I Teologi riscontrano in questi Padri, e in genere, negli Orientali, una interpretazione della Redenzione che chiamano teoria mistica in quanto insiste nella ragione della Incarnazione, per la quale la natura umana viene divinizzata. Si contrappone la teoria realistica che insiste maggiormente nella idea della Redenzione operata dal Sacrificio della Croce. Di fatto una non esclude l’altra. Le poche citazioni portate mostrano già come gli stessi Padri che seguivano la teoria mistica, non tralasciano di contemplarla parlando del Sacrificio di Gesù. D’altra parte nella teoria realistica è chiaro che la morte di Gesù non avrebbe avuto valore equivalente se Egli non fosse stato il Figlio di Dio, fatto Uomo).
Dal quarto secolo l’insegnamento dei Padri si fa sempre più sistematico.
Eusebio di Cesarea esponendo le varie cause della morte di Gesù dice: “La prima (causa) ce la insegna lo stesso Verbo che è il Signore e Re tanto dei vivi che dei morti; la seconda è perché Egli vuoi lavare le nostre macchie, Egli che per noi si è sacrificato e si è fatto disprezzare; la terza è perché come vittima di Dio e come immenso sacrificio si offrisse a Dio altissimo per tutto il mondo” (Demonst. Ev. 4, 12).
Nello stesso senso parlano S. Cirillo di Gerusalemme, S. Basilio, S. Gregorio Naz., S. Giovanni Crisostomo, S. Cirillo di Alessandria, ecc.
S. Agostino (D. Trin. 4, 13-17): “
Con la sua morte ha offerto per noi l’unico verissimo sacrificio.., purificò, abolì estinse tutto ciò che c’era di colpa; e colla sua RESURREZIONE.., chiamò... giustificò... glorificò nella nuova vita, noi predestinati”.

CAPITOLO TERZO
GLI ELEMENTI DELLA REDENZIONE

Dopo che abbiamo guardato al fatto della Redenzione nel SUO insieme, veniamo ora a studiarlo nei singoli elementi, e cioè:

1 - LA SOLIDARIETA’ IN CRISTO-CAPO

2 - LA SODDISFAZIONE VICARIA

3 - IL MERITO DI CRISTO

4 - L’UNIVERSALITA’ DELLA REDENZIONE

LA SOLIDARIETA’ IN CRISTO CAPO

Abbiamo già dimostrato la tesi che CRISTO IL CAPO DEL CORPO MISTICO CUI SONO CHIAMATI TUTTI GLI UOMINI, nessuno escluso, cosicchè alcuni ci appartengono realmente e gli altri in potenza o in voto. Anche i peccatori, perciò, sono chiamati a far parte di questo Corpo mistico. Soltanto i dannati ne sono irrimediabilmente staccati (Gesù Cristo è pure il Capo degli Angeli, quantunque non possa dirsi Redentore degli Angeli. Perciò ne è il Capo, ma in modo differente di come lo è per gli uomini. «E’ capo di ogni principato e potestà”, come dice S. Paolo (Col. 2,10).
E’ Capo degli Angeli per ragione della unione ipostatica per cui è al di sopra di tutti loro e per cui ha maggiore pienezza di grazia e perché, usandoli per la nostra salute, aumenta la loro gloria accidentale, anzi, secondo molti teologi, ha meritato loro anche la stessa gloria sostanziale).
Gli uomini perciò, nel Corpo mistico, formano una cosa sola con Gesù loro Capo.
Da questa tesi di fede, deriva di conseguenza, ritenuta come dottrina assai comune, che
la nostra solidarietà con Cristo è una ragione importantissima della Redenzione.
Naturalmente questo concetto di solidarietà non va inteso nel senso estrinseco, come la interpretano i protestanti, ma in senso cattolico e cioè con un fondamento ontologico nella stessa unione ipostatica, e con un fondamento giuridico, basato sul decreto divino per il quale Gesù nella unione ipostatica, è stato costituito Uomo e Messia, Re e Sacerdote, Mediatore di tutti gli uomini.
Come in Adamo, loro capo fisico, gli uomini hanno ricevuto la morte, così in Cristo, loro Capo mistico essi ricevono la vita. In questa luce di solidarietà, potremo comprendere meglio ciò che ci dice il Conc. di Trento di come fu compiuta la Redenzione. Esso insiste su due elementi: La soddisfazione e il merito: Colla sua santissima Passione sul legno della Croce ci meritò la giustificazione e per noi soddisfece al Padre» (D. B. 799).
Vedremo perciò più sviluppato questo punto della solidarietà nei due articoli seguenti.

LA SODDISFAZIONE VICARIA

Se la parola redenzione ci esprime meglio il significato di prezzo pagato per riscattarci dalla schiavitù del peccato, la parola SODDISFAZIONE indica più propriamente la riparazione dell’offesa fatta a Dio.
VICARIA significa fatta per noi, in nostra
vece.

TESI - Gesti Cristo con la sua passione e morte ha veramente soddisfatto con una soddisfazione vicaria alla Divina Giustizia per i nostri peccati.

E’ DI FEDE

dal Conc. di Trento riportato, e dai Simboli che dicono che Gesù ha patito ed è morto per noi.

SPIEGAZIONE E PROVA. Già i testi portati per provare la tesi generale ce ne danno la prova. Fermandoci in particolare al concetto di soddisfazione diremo che questa “di per sè stessa” non sembra esigere una solidarietà fisica, ma soltanto morale, consistente nella volontà di Cristo di soddisfare per gli uomini. A rigore cioè, bastava, per esempio, che il Verbo assumesse la natura angelica, e con un atto di amore di cui quella natura è capace, rendesse a Dio omaggio degno della sua maestà. Dio invece ha stabilito che assumesse la natura umana e così fosse anche fisicamente solidale con noi: era infatti conveniente che il Mediatore fra Dio e gli uomini fosse Dio e uomo insieme.
Una volta assunta la natura umana, qualsiasi atto del Verbo Incarnato, un semplice atto di amore sarebbe stato sufficiente a salvare l’umanità.
Ma Gesù si fà solidale in tutto coi fratelli, eccetto il peccato (G. ANICHINI op. cit.). S. Paolo giunge a dire arditamente: “Colui che non ha conosciuto il peccato (Dio) per noi lo ha reso peccato, affinchè noi diventassimo giustizia di Dio in Lui” (2 Cor. 5,21) cioè Dio ci ha mandato “il Figlio nella similitudine della carne peccatrice per distruggere nella carne il peccato, per attuare in noi la giustizia” (Rom. 8,3-4). Quindi non si ha una sostituzione di persona, cioè un trasferimento giuridico del peccato degli uomini nella persona di Cristo e della giustizia di Cristo nella persona degli uomini, ma solidarietà del Cristo con gli uomini.
Questa solidarietà però non è, in quanto tale, la causa della nostra salvezza; essa ne è solo la condizione essenziale richiesta positivamente da Dio. Causa della nostra salvezza è l’obbedienza del Cristo, fino alla morte di croce.
Qui si potrebbe presentare una obiezione: Se bastava un atto di amore per redimerci, perchè il Padre ha voluto le sofferenze e la morte del Figlio? “Niente di tutto ciò”, risponde
S. Tomaso con la migliore tradizione patristica e teologica. Dio ama il Cristo non solo più di tutto il genere umano, ma più di tutto il creato. E se Egli “non ha risparmiato suo Figlio, ma ha disposto che soffrisse per noi tutti” (Rom. 8,32), ciò, mostra agli uomini quanto il Padre li ami, non mostra meno quanto ami il Cristo» (Ivi).
Infatti in questo modo anche il Figlio mostra tutto il suo amore verso il Padre e verso i fratelli, ai quali è fonte di ogni consolazione e speranza e dà loro la forza per imitarlo.
Gesù stesso ci attesta che il disegno del Padre è un disegno di amore: “Padre, coloro che mi hai dato, voglio che siano con me:, perchè vedano la gloria che mi desti; perchè mi hai amato fin da prima della creazione del mondo, affinchè l’amore col quale hai amato me sia in loro ed io in loro” (Gv. 17,46).
E ancora: “Per questo il Padre mi ama, perché io dà la mia vita per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma io la dò da me stesso” (Gv. 10, 17-18).
Gesù dunque si sacrifica liberamente, e questa libertà è l’altra condizione della
soddisfazione vicaria.

La soddisfazione di Cristo è equivalente, anzi sovrabbondante (I Teologi discutono se sia tale di per sé stessa (Tornisti) oppure per la libera accettazione da parte di Dio (Scotisti). La ragione che questi ultimi portano il fatto che le azioni di Cristo, in quanto uomo, sono di valore finito. Noi senza alcuna esitazione, seguiamo la sentenza dei Tornisti, in quantoché, per la unione ipostatica, sono azioni appartenenti a Persona divina e quindi di merito infinito in sé, e non per l’accettazione).

E’ CERTO

S. Paolo dice: Dove abbondò il delitto, sovrabbondò la grazia” (Rom. 5,20); e ancora: “Nel quale abbiamo la redenzione per il suo Sangue, secondo le ricchezze della sua grazia, che sovrabbondò in noi” (Ef. 1,8).
Questo pensiero scritturale, trova un riscontro nella Bolla Unigenitus di Clemente VI (D. B. 550) che dice come sarebbe bastata una goccia di sangue di Gesù per la Redenzione di tutti gli uomini, perchè c’era “l’unione al Verbo”; ma invece lo ha versato copiosamente.
Inoltre il tesoro acquistato da Gesù è infinito, perchè sono infiniti i suo meriti.
Il Catechismo di Trento dice che “la soddisfazione di Gesù è integra e perfetta sotto tutti gli aspetti.
Dunque la soddisfazione di Gesù è equivalente, anzi sovrabbondante.

IL MERITO DI CRISTO

Il merito è il diritto ad un premio.

Nel soprannaturale il merito può provenire per un’opera soprannaturale che, posta la divina ordinazione (e cioè quando Dio ha stabilito così) dà diritto a un premio soprannaturale.
Si dice merito “de condigno” (Usiamo questi termini tecnici, come più brevi ed esatti) se il premio è dovuto per giustizia, o almeno per fedeltà; si dice “de congruo” se il premio viene dato per bontà e liberalità, secondo una certa convenienza, ma non per stretto diritto di giustizia.

TESI - Cristo ha meritato con ogni atto della sua vita e della sua passione per noi la grazia, e, di conseguenza, la gloria eterna; per sé la esaltazione sopra tutte le creature.

E’ DI FEDE

riguardo al merito della Passione e Morte, dal Conc. di Trento (D. B. 799).

SPIEGAZIONE - Il merito di Cristo è unito alla sua soddisfazione, e, come essa, è vicario, cioè per noi, sovrabbondante, infinito e “de condigno”.
Logicamente applicato a noi, il merito viene considerato riguardo alla creatura e perciò non si può intendere nello stesso modo che in Cristo, ma in senso analogico.
Di qui rileviamo due aspetti della Redenzione.
REDENZIONE OGGETTIVA che riguarda l’opera che Dio compie mediante il Cristo Redentore, senza la cooperazione dell’uomo peccatore; e
REDENZIONE SOGGETTIVA che riguarda l’opera che Dio compie mediante il Cristo Redentore, ma con la cooperazione dell’uomo peccatore.
IN OGNI ATTO DELLA SUA VITA. Se è di fede che Gesù ha meritato e soddisfatto con la Passione e Morte, è pure comune sentenza che ha cominciato ciò fino dal primo istante della Incarnazione, fino alla sua morte, cioè per tutto il tempo in cui è stato viatore. In tutta la sua vita mortale ogni sua parola, ogni suo atto, interno ed esterno hanno avuto questo merito infinito.

LA ESALTAZIONE SOPRA TUTTE LE CREATURE. Con queste parole si intende non la gloria essenziale del Cristo, che gli era dovuta per la unione ipostatica, ma la gloria accidentale cioè l’esaltazione del suo corpo glorioso, dopo le umiliazioni della croce, l’esaltazione del suo nome e la regalità sopra tutte le creature anche per diritto di conquista.

PROVA: A) - LA SCRITTURA, nei testi già portati, ci dice il merito del Cristo. Così quando abbiamo detto che siamo stati giustificati per la “sua grazia, per la redenzione che è nel suo Sangue”. «Egli portò i nostri peccati sopra il legno, affinchè. morti al peccato, viviamo alla giustizia” (1 Pt. 2,24).
Nella volontà del Cristo “siamo stati santificati nella oblazione del corpo di Gesù Cristo” (Fil. 2,8).
Dunque è per il merito che ha acquistato, che noi abbiamo ricevuto la grazia e la giustificazione e, gradatamente, le altre conseguenze: la gloria dell’anima, terminata la vita mortale, e la gloria del corpo nel giorno della RESURREZIONE: “Si è fatto per tutti che gli obbediscono, causa della salute eterna” (Ebr. 5,9).
Riguardo alla gloria accidentale, ai viandanti di Emmaus, Gesù spiega: “Non era necessario che il Cristo patisse e così entrasse nella sua gloria?” (Lc. 24,26).
E S. Paolo dopo aver detto che il Verbo si era umiliato obbediente fino alla morte di croce, conclude: “Per questo il Signore lo esaltò e gli diede un nome che è sopra ogni nome” (Fu. 2,8).

B) - I PADRI concordemente ripetono che i patimenti di Gesù ci hanno procurato la grazia, la salvezza e la gloria.
S. Atanasio (Or. de Incar. 54): “Si è fatto uomo perchè noi diventassimo dei... (cioè fossimo fatti partecipi della natura divina mediante la grazia). Egli sostenne le ingiurie inferte gli dagli uomini, perchè noi fossimo fatti eredi della immortalità”.
S. Agostino (Ench. 108): “Per il mediatore che solo senza peccato è nato, è vissuto, è stato ucciso, era opportuno che noi fossimo riconciliati con Dio, fino alla RESURREZIONE della carne nella vita eterna”.

C) - LA RAGIONE ci conferma il merito che dovevano avere le opere di Gesù, in quanto avevano tutte le condizioni richieste per il merito. Queste sono: che le opere siano compiute nello stato di vita (cioè durante la vita terrena), nello stato di grazia, liberamente, onestamente e soprannaturalmente. E ciò si avvera esattamente in Cristo. Occorre inoltre che da parte di Dio ci sia la promessa di un premio. Questa la vediamo annunciata fino da Isaia (53, 10): «Se avrà dato per il peccato la sua vita, vedrà una discendenza longeva” e cioè a Lui saranno unite le generazioni degli uomini (come avviene appunto nel Corpo mistico).

L’UNIVERSALITA’ DELLA REDENZIONE

Abbiamo già veduto che tanto i Predestinaziani come i Calvinisti sostenevano che Gesù era morto per i soli predestinati, e i Giansenisti negavano l’universalità della Redenzione dicendo semipelagiani coloro che asserivano che Cristo è morto per tutti, non avendo, secondo loro, meritato a tutti grazie veramente sufficienti.
Presenteremo la dottrina cattolica sulla estensione e l’efficacia della soddisfazione e del merito della Redenzione in diverse proposizioni.
- Cristo è morto per tutti, nessuno eccettuato e perciò ha soddisfatto per i peccati di tutti ed ha meritato per tutti le grazie necessarie alla salvezza eterna:
Lo proveremo per parti:

A) - E’ morto per tutti i fedeli, anche per quelli che non sono predestinati.

E’ DI FEDE

dal Conc. di Trento che dice (D. B. 795): “Ma, benchè Egli sia morto per tutti, tuttavia non tutti ricevono il beneficio della sua morte”.
LA SCRITTURA: “Che è Salvatore di tutti massimamente dei fedeli» (1 Tim. 4,10). Ora fra i fedeli ci sono anche i non predestinati. Dunque anche per loro è morto.
«Non perdere col tuo cibo, coloro per i quali Cristo è morto” (Rom. 14,15). Qui si parla espressamente di coloro che potevano essere indirizzati alla perdizione ed è detto che anche per loro il Cristo è morto.

I PADRI. Diamone qualche accenno.
Eusebio di Cesarea (Demonstr. Ev. 1,10) parla di “prezzo per tutto il mondo”, di “ostia purissima per cancellare ogni macchia di peccato”.
S. Basilio (Ep. 260) parla della “sua morte per tutti... per giustificare tutti nel suo Sangue”.
S. Giovanni Crisostomo (In ep. ad Haeb. 17,2) dice: “E’
morto per tutti, per salvare tutti, per quanto spetta a Lui; quella morte rispondeva degnamente alla rovina di tutti".

IL SIMBOLO già citato dice: “Per noi uomini e per la nostra salvezza...” senza escludere alcuno.

B) - Cristo è morto ancora per tutti gli infedeli almeno adulti.

E’ CERTO E PROSSIMO ALLA FEDE

È già provato da quanto abbiamo detto nel paragrafo A), ma potremmo aggiungere ancora molti testi che ne parlano espressamente: “Egli è propiziazione per i nostri peccati, e non per i nostri soltanto, ma ancora per quelli di tutto il mondo” (1 Gv. 2,2).
S. Paolo poi (1 Tim. 2, 1-6) invita alla preghiera per i Re e coloro che occupano posti preminenti, i quali erano pagani; dice che Dio vuol salvi tutti gli uomini che “ha dato sè stesso in redenzione di tutti” (1 Tim. 4, 6) che “è morto per tutti» (2 Cor. 5, 14).

C) - Cristo è morto pure per i bambini morti senza battesimo.

E’ DOTTRINA COMUNE

S. Agostino commenta: “Forse che non sono uomini anche loro?” Quindi le stesse prove che abbiamo portato per gli adulti valgono anche per loro. Nessun testo della Scrittura li esclude e come anche tutti loro in Adamo hanno peccato, così in Cristo tutti sono stati redenti.
La mancata applicazione della Redenzione, è dovuta a cause seconde che hanno impedito loro di essere battezzati.
Cade così l’affermazione del Vasquez e di alcuni altri Teologi che li escludono dalla Redenzione.

II - La Redenzione oggettiva è universale riguardo a tutti i peccati del genere umano, sia del peccato originale che dei peccati attuali, tanto per la colpa, come per la pena.
Questa proposizione come la prima è di fede riguardo ai fedeli; prossima alla fede per gli infedeli adulti, è dottrina comune per il peccato originale dei bambini.
Questa universalità riguardo ai peccati è come una conseguenza della universalità riguardo al numero degli uomini. Infatti nei testi portati non viene fatta eccezione per nessun peccato. Anzi alcuni brani dicono esplicitamente che Gesù “ha dato sé stesso per noi, per redimerci da ogni iniquità” (Tim. 2,14) e che “il Sangue di Gesù Cristo ci monda da ogni peccato” (1 Gv. 1,7).
Quando Gesù dice che ci sono dei peccati che non saranno perdonati “nè in questo mondo, nè nel futuro” (Mt. 12,32) non porta una eccezione al valore della sua Redenzione riguardo a tutti i peccati, ma parla dei peccati contro lo Spirito Santo, come la ostinazione nel male e l’impenitenza finale, i quali non vengono rimessi, non perchè manchi la sua grazia e il suo merito, ma solo perché l’uomo vi rimane fino alla morte per sua cattiva volontà e si oppone perciò alla remissione.
Essendo la Redenzione di Cristo pienissima e sovrabbondante, ci ha liberato non solo dalla colpa del peccato ma ancora dalla pena. Ci ha strappato dal regno delle tenebre e ci ha trasportato nel regno del Figlio del suo amore” (Col. 1,13). “Vi ha vivificato con Lui, rimettendovi tutti i delitti; cancellando la scritta del decreto che era contro di noi... affiggendolo alla croce” (Col. 2, 13-14).
Liberandoci dall’inferno ci ha rimesso per lo meno la pena eterna. Si capisce che per l’applicazione di questo perdono occorrono per parte dell’uomo delle condizioni.
III - La Redenzione soggettiva importa che i singoli uomini partecipino al valore universale della soddisfazione e del merito di Cristo con la rigenerazione spirituale divenendo membri del Corpo Mistico e compiendo opere buone sotto l’influsso della grazia e delle virtù soprannaturali.

E’ SOSTANZIALMENTE DI FEDE

contro i Protestanti i quali escludono la cooperazione dell’uomo all’opera salvifica di Gesù, dicendo che basta la fede, perchè ci siano applicati i meriti e la soddisfazione di Gesù.
Il Conc. di Trento (D. B. 795) dice: «Benchè infatti Egli sia morto per tutti, non tultti tuttavia ricevono il beneficio della sua morte, ma solo quelli cui viene comunicato il merito della Passione. Poiché come di fatto gli uomini non nascerebbero ingiusti, se non propagati dal seme di Adamo... così se non rinascessero in Cristo non sarebbero mai giustificati”.

LA SCRITTURA dice: “Se uno non è rinato nell’acqua e nello Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio” (Gv. 3,3).
Dunque per rimettere i peccati ed entrare nel regno di Dio, è essenziale la rigenerazione spirituale.
Quando Gesù porta la similitudine della vite e dei tralci (Gv. 15) insiste nel dire che per produrre il frutto è necessario rimanere in Lui, e Lui in noi. Chi è staccato, sarà gettato ad ardere, come il ramo infruttuoso, e conclude: “Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei precetti, rimarrete nel mio amore”. Ecco perciò che alla fede va unito l’amore e le opere con l’osservanza dei comandamenti.
S. Pietro dice che Cristo ha patito, “perchè seguiamo le sue vestigia” (I. Pt. 2,21), e S. Paolo, fra le numerose testimonianze, asserisce: “Eredi di Dio, coeredi con Cristo, ma se avremo patito con Lui saremo glorificati con Lui” (Rom. 8,17). Condizione dunque essenziale per la remissione dei peccati e la salvezza: l’imitazione di Gesù.
Altra forte frase, per dire la nostra partecipazione ai patimenti di Gesù: “Compio nella mia carne quelle cose che mancano alla passione di Cristo, per il suo Corpo, che è la Chiesa” (Col. 1,24).
La frase è ardita. Sembrerebbe quasi che mancasse qualche cosa alla passione di Gesù, ma se non manca niente, come abbiamo visto, della perfezione della sua soddisfazione e del suo merito, manca la nostra cooperazione, che si compie appunto attraverso i nostri dolori e le nostre opere buone.
Ci dispensiamo dal citare le testimonianze dei PADRI. Ogni loro scritto parla della necessità delle nostre opere buone per raggiungere la salvezza. Riportiamo solo il pensiero di S. Tomaso (S. c. Gent. 4,55) da uno dei numerosi suoi brani su questo argomento. Quantunque la morte di Gesù abbia soddisfatto per tutti i peccati del genere umano, tuttavia ciascuno deve cercare i mezzi per la propria salvezza. Occorre applicare a ciascuno la causa universale, perchè partecipi del suo effetto. Gli effetti della morte di Adamo vengono applicati a ciascuno partecipandovi discendendo da lui, gli effetti di salvezza della morte del Cristo vengono applicati a chi partecipa della sua vita venendo incorporato e congiunto a Lui, per mezzo della rigenerazione spirituale.

IV - Cristo ha meritato sufficientemente a tutti gli uomini la grazia abituale e le grazie attuali e la vita eterna.

E’ CERTO

Diciamo SUFFICIENTEMENTE, perchè per parte del Cristo sono state meritate le grazie per tutti, ma per parte dell’uomo a volte restano inefficaci.

GRAZIA ABITUALE e cioè la giustificazione.

Già i testi portati ci mostrano che Gesù ci ha meritato la grazia abituale. Più volte essi ripetono “giustificati per la sua grazia”

GRAZIE ATTUALI che preparano e accompagnano la giustificazione.
Oltre la grazia abituale ci dà le grazie attuali: c Ci benedisse in ogni benedizione spirituale nelle cose celesti in Gesù Cristo» (Ef. 1,3).
Gesù ci ha meritato pure la VITA ETERNA: “A tutti coloro che lo obbediscono si è fatto causa della vita eterna» (Ebr. 5, 9) (Gesù, colla sua Redenzione, mentre ci ha donato i doni soprannaturali, come abbiamo detto, non ci ha ridato per la vita presente, i doni preternaturali, come nello Stato di natura innocente. Ci ha meritato però che l’ignoranza, la concupiscenza e il dolore, ci potessero servire per acquistare merito. Così pure ci ha meritato che anche i doni naturali ci potessero cooperare in bene, in quanto servono alla salvezza eterna quando vengono elevati dalla grazia).

IL SACRIFICIO DELLA REDENZIONE

L’elemento dominante nell’opera di salvezza compiuta da Cristo è il Sacrificio.
Esso compendia e unifica tutti gli altri aspetti del mistero di Cristo: è satisfactio, è redemptio, è meritum. Per esso infatti Cristo restituisce al Padre abbondantemente l’onore di cui è stato privato col peccato (satisfactio); per esso gli offre un sovrabbondante prezzo per il riscatto degli uomini dalla loro triplice schiavitù (redemptio); per esso merita ogni altra grazia per sè e per gli uomini (meritum); in esso e per esso si ristabilisce la corrente di amore fra il cielo e la terra, interrotta dal peccato: in esso e per esso si attua la solidarietà mutua fra Cristo e gli uomini” (G. ANICHINI, op. cit.).

Sacrificio significa: offerta di una cosa sensibile che viene distrutta realmente o moralmente, fatta soltanto a Dio dal legittimo ministro per riconoscerlo come principio supremo ed ultimo fine dell’uomo e dell’universo intero.

Fino dal principio del mondo, l’uomo ha sentito il dovere di offrire a Dio le cose migliori per riconoscere il suo supremo dominio. Già Abele e Caino offrivano gli armenti e i frutti, della terra. Melchisedech, il pane ed il vino, figura del Sacrificio Eucaristico.
Nelle religioni pagane, oltre alle immolazioni di animali, si è giunti molte volte alla immolazione di vittime umane alla Divinità. C’è errore in questo, anzi aberrazione deprecabile, perchè solo Dio è padrone della vita dell’uomo; ma c’è un profondo significato: l’uomo pensa in questo modo di riconoscere meglio il supremo dominio di Dio e di espiare più efficacemente il suo peccato.
A significare l’unione dei fedeli col sacrificio, e quindi con Dio cui era offerto, molte volte veniva mangiata in comune, pasto sacro, la carne della vittima. Ciò che rimaneva veniva bruciato perché niente doveva andar profanato di ciò che era stato offerto a Dio.
I sacrifici prescritti dalla legge di Mosè hanno valore in quanto sono figura del Sacrificio di Gesù, il quale, padrone della vita e della morte dà sè stesso in supremo olocausto.

GLI ELEMENTI principali del sacrificio sono tre: L’OFFERTA, L’IMMOLAZIONE, LA COMUNIONE.
Alcuni Teologi moderni insistono a considerare come parte essenziale del sacrificio l’offerta (Cfr. LEPIN: L’Idée du Sacrifice de la Messe, Paris 1926; M. DE LA TAILLE: Mysterium Fidei, Paris 1932; G. ANICHINI: op. cit.).
Altri si fermano a l’immolazione per meglio indicare l’espiazione (HUGON: Le mystère de la Redemption, Paris 1923; P. PARENTE: De Verbo Incarnato, Torino 1944; GARRIGOU-LAGRANGE, De Eucharistia, Torino 1945).
La Comunione viene considerata come una parte integrante, quasi a indicare l’amicizia ristabilita con Dio.
Secondo i primi autori fino al primo momento della Incarnazione, Gesù fa la sua offerta piena e completa. Da quel momento il Divin Verbo, fatto Uomo, ha presente la sua Passione e la sua Morte, e tutto fin da allora offre al suo Divin Padre. Ha già così compiuto con la sua volontà il suo sacrificio personale anche se, nella esecuzione la Passione e la Morte verranno diversi anni dopo.
In un certo senso questo concetto sembra corrispondere al pensiero di S. Paolo che, nella lettera ai Filippesi, attribuisce all’obbedienza di Cristo e alla sua volontaria umiliazione, iniziata fin dal primo istante dell’Unione ipostatica, e continuata, con un crescendo mirabile, fino alla morte e alla morte di Croce, il merito della nostra Redenzione della sua stessa esaltazione (Fil. 2, 1 s.).
Molti altri autori invece limitano alla passione e morte di Cristo il carattere sacrificale. La vita precedente, osservano con P. Parente, “si può dire o una preparazione del sacrificio, o un suo complemento”.

TESI - Cristo, sommo sacerdote, offrendo sé stesso al Padre per noi morendo sulla croce offrì un vero e perfetto sacrificio.

E’ DI FEDE

dal Conc. di Efeso (D. B. 122): “E offrì sè stesso per noi in profumo di soavità a Dio Padre. Se alcuno avrà detto... che si è offerto quale oblazione per sè e non piuttosto per noi... sia scomunicato”.
Il Conc. di Trento (D. B. 938) insegna che: “ha offerto sè stesso sull’altare della Croce”, morendo per operare la nostra Redenzione e aggiunge che “il Sacrificio della Messa non è altro che la ripresentazione del sacrificio cruento una volta compiuto sulla croce”.
La tesi è contro chi dice che la sua morte è solo un esempio.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Più volte S. Paolo parla di ostia, ossia di vittima e di immolazione ciò che senz’altro esprime l’idea di sacrificio. “Cristo ci amò e diede sè stesso per noi oblazione e ostia a Dio in profumo dì soavità.» (Ef. 5,2): “Nostra Pasqua (cioè liberazione, passaggio alla vita) si è immolato Cristo” (1 Cor. 5,7).
Specialmente nella lettera agli Ebrei, nei cap. 9-10, l’Apostolo confronta il Sacerdozio e il Sacrificio di Cristo con quelli dell’A. T. per provare la sublime trascendenza. “Cristo Pontefice offrì sè stesso” ma non in un “tempio fatto dalle mani degli uomini” e non offrì “il sangue degli agnelli o dei vitelli”, ma “il proprio Sangue”. Non entrò nel Santuario molte volte come i Sacerdoti di. Aronne nei loro molteplici sacrifici, ma “una sola volta” cioè offrendo l’unico sacrificio della Croce.

B) - DALLA TRADIZIONE. Origene (Hom. in N. 24, 1): “Su tutte queste vittime uno solo è l’Agnello che potè togliere il peccatoe perciò cessarono tutte le altre vittime, perché questa vittima fu tale da bastare da sola per la salvezza di tutto il mondo”.
S. Efrem (Hom. Azim.): “Il nostro Sacrificaiore fatto Vittima, col suo sacrificio abol’i le vittime”.
S. Agostino (Trin. 4,13) dice che ha offerto “per noi colla sua morte l’unico verissimo Sacrificio”.

DOPO LA MORTE DI GESU’

LA DISCESA ALL’INFERNO. Inferno, etimologicamente significa: la parte inferiore. Perciò con questa parola non s’intende solo il luogo dei dannati, ma anche il Limbo o Seno di Abramo dove si trovavano le anime degli antichi giusti, in attesa che fosse loro aperto il cielo con la Redenzione e il Purgatorio.
Cristo, non col Corpo, ma con l’anima unita alla sua Divinità discese al Limbo, per consolare i Giusti che l’attendevano portando loro la luce della gloria. Così realmente li liberava da quell’attesa ma non li trasse da quel luogo se non nel giorno della sua Ascensione al Cielo.
Che Gesù sia disceso all’inferno è dottrina di fede dai Simboli e dalla Tradizione. Nella Scrittura pure troviamo tale affermazione: “Non è stato lasciato negl’inf eri e la sua carne non ha visto la corruzione” (Atti 2, 31 e Sal. 15, 10). Colui che salì al cielo chi è se non Colui che per primo discese nelle parti inferiori della terra?” (Ef. 4, 9).
Secondo S. Tomaso (S. Th. 3 q. 53-58) Gesù discese al Limbo con la sua sostanza o essenza; ma colla sua potenza oltre che al Limbo discese all’inferno dei dannati per confonderli e atterrirli. Probabilmente discese anche al Purgatorio per infondere speranza in quelle anime, perchè purificate, non sarebbero salite al Limbo, ma al Paradiso.

LA RESURREZIONE. La dimostrazione di questa verità di fede, così fondamentale da far dire a S. Paolo che se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede” (Fu. 3,20), è è già stata fatta nell’Apologetica.
Qui la ricordiamo come complemento del Sacrificio di Cristo.
S. Tomaso
(1. c. q. 53 a. 1) ne mostra la convenienza per cinque ragioni:

1) per esaltazione della giustizia divina che innalza chi si è umiliato per amore di Dio;

2) per istruzione della nostra fede confermata dalla prova della RESURREZIONE;

3) per incoraggiare la nostra speranza, perchè come “Cristo è risorto, anche noi risorgerenio”;

4) per ammaestramento ai fedeli perché camminino nella “novità della vita”;

5) per compimento della nostra salvezza vivendo in una vita più perfetta.

L’ASCENSIONE. Pure questo è un articolo di fede, mostratoci chiaramente dai Simboli e dalla Scrittura.
Gli Atti (1, 9) dicono che mentre gli Apostoli lo «vedevano fu elevato, e una nube lo rapì al loro sguardo”.
Gesù, come aveva operato la sua RESURREZIONE per sua propria virtù, così operò la sua Ascensione: primo: per la sua virtù divina; secondo: in virtù dell’anima glorificata che muove il corpo dove vuole (S. Th. 3 q. 57 a. 3).
Salì al cielo con la sua natura umana, chè in quanto Dio è da per tutto.

SIEDE ALLA DESTRA DEL PADRE. Questa espressione ripetuta nella Scrittura e nei Simboli non va intesa in senso materiale, ma metaforico. Indica l’onore dato alla natura umana del Cristo, innalzata sopra gli Angeli e gli uomini come Re e Giudice eterno.

CAPITOLO QUARTO
GLI UFFICI DEL REDENTORE

CRISTO SACERDOTE

SACERDOTE è il Mediatore in quanto dà o compie cose sacre (Sacerdos etimologicamente: sacra dans: che dà cose).
La cosa sacra che il Sacerdote compie principalmente è il sacrificio per cui più strettamente potremmo definire il Sacerdote:

colui che offre a Dio un vero sacrificio per riconoscere il suo supremo dominio e per soddisfare alla sua giustizia per i peccati degli uomini.

Questa tesi perciò è intimamente collegata con quanto abbiamo già detto di Gesù Mediatore e del suo Sacrificio.

TESI - Gesù Cristo è veramente Sommo Sacerdote.

É DI FEDE

dal Conc. di Efeso: «La divina Scrittura ricorda che Cristo è stato fatto Pontefice e Apostolo della nostra confessione” (D. B. 122) e dal Conc. di Trento: “Fu opportuno ordinando così Dio, Padre delle misericordie, che sorgesse un altro Sacerdote, secondo l’ordine di Melchisedech, Gesù Cristo Nostro Signore” (D. B. 938).

SPIEGAZIONE: Gesù è detto Sacerdote secondo l’ordine di Melchisedech, il quale offrì il pane e il vino, a differenza del sacerdozio di Aronne, nei cui sacrifici si offrivano buoi, agnelli ed altri animali.
Colla immolazione dell’Agnello di Dio, cessavano questi sacrifici figurativi, ma Gesù avrebbe perpetuato il suo Sacrificio sotto le apparenze del pane e del vino.
Gesù, come unico Mediatore tra Dio e gli uomini è l’unico Sacerdote principale. Gli altri Sacerdoti sono come i suoi vicari visibili in quanto compiono l’ufficio sacerdotale per Lui. Quando il Sacerdote battezza, consacra, è Cristo che battezza e consacra.
Da quanto abbiamo detto della soddisfazione vicaria, segue che Cristo è Sacerdote fino dal primo momento della sua Incarnazione.

PROVA - Già nell’Antico Testamento, Dio aveva promesso il Sacerdozio al Messia: “Tu sei Sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedech” (Sal. 109).
Nel Nuovo Testamento vediamo il Sacerdozio di Gesù mostrato da tutti quei passi che ci fanno vedere il suo Sacrificio:
dalla Cena, alla sua Passione e Morte di croce.
S. Paolo parla diffusamente di Gesù Sacerdote nella lettera agli Ebrei in particolare. In essa dà la nozione di sacerdozio e la applica al Cristo. Il suo Sacerdozio è superiore a quello antico: Egli è Sacerdote unico, sommo, eterno, che ha offerto in sacrificio, accetto a Dio, il suo Sangue, redimendoci dal peccato. Rimandando a leggere per intero la lettera agli Ebrei, ne riportiamo qui qualche brano: “Ogni Pontefice, preso fra gli uomini, è costituito a pro degli uomini in tutto quello che riguarda Dio, perché offra doni e sacrifici per i peccati e possa patire insieme a quelli che ignorano ed errano essendo egli stesso circondato di infermità e quindi deve, come per il popolo, così per sé stesso, offrire il sacrificio per i peccati. E nessuno può arrogarsi tal dignità, ma soltanto chi è chiamato da Dio, come Aronne. Così pure Cristo non si arrogò da sé Stesso la gloria di essere sommo sacerdote, ma gliela diede Colui che gli disse: Tu sei il mio Figliuolo, oggi ti ho generato. Ed anche in altro luogo gli dice: Tu sei Sacerdote in eterno, secondo l’ardine di Melchisedech” (5, 1-6).
“Gesù è diventato mediatore di una alleanza più eccellente. Inoltre quelli sono stati fatti sacerdoti in gran numero, perché per la morte erano tolti dall’ufficio Egli invece, perché rimane eternamente, ha un Sacerdozio sempiterno... Pontefice santo, innocente, immacolato, segregato dai peccatori e sublimato sopra i cieli, che non ha bisogno, come quei sacerdoti, di offrire ogni giorno sacrifici prima per i suoi peccati e Poi per quelli del popolo, perché ciò l’ha fatto una volta per sempre offrendo se’ stesso” (7, 23-27).

GESU’ PROFETA E DOTTORE

Come i profeti antichi che non solo predicevano gli avvenimenti, ma ancora insegnavano la verità delle cose divine, così Gesù, in modo eminente è Profeta e Dottore.

TESI - Il Cristo, in senso pienissimo, è Profeta e Dottore.

PROVA - Non ci dilunghiamo in questa dimostrazione rimandando alla Apologetica (p. 86 s.) dove di fatto abbiamo visto le profezie fatte da Gesù e il loro avveramento.
Già il Deuteronomio (18, 18) annunzia: “Susciterò loro di mezzo ai fratelli un profeta... e porrò sulla bocca le mie parole»
.

Riguardo ad essere Dottore e Maestro della verità già abbiamo veduto che Gesù non solo insegna la dottrina di Dio, ma dà alla sua Chiesa il potere di trasmettere questo insegnamento dotandola del carisma della infallibilità (p. 75 e 154 s.).
Gesù stesso aveva affermato: “Uno solo è il vostro maestro: il Cristo” (Gv. 13, 14).

GESU’ RE UNIVERSALE

TESI - Cristo, anche in quanto uomo, è re degli uomini e di tutte le creature.

E’ DI FEDE DIVINO-CATTOLICA

Almeno sostanzialmente.
Alle parole dei Simboli “siede alla destra del Padre” e il cui Regno non avrà mai fine” e a quelle della Liturgia: “Tu Re della gloria, Cristo” (Te Deum); “vieni o Re della gloria” (Ant. dell’Avvento) si aggiunge l’Enc. “Quas Primas” (Pio XI, 11 dicembre 1925) cui fanno éco la prima Enc. di Pio XII “Sum‘mi Pontificatus” e la «Mystici Corporis”.

SPIEGAZIONE - ANCHE IN QUANTO UOMO, perchè è chiaro che come Dio è Re e Signore di ogni cosa. Come Uomo ha questo diritto regale per la Unione Ipostatica e per la Redenzione. Egli è nostro

RE PER DIRITTO DI CREAZIONE: Dio ha voluto creare gli Angeli e gli uomini, affinchè tenessero compagnia al suo Figliolo (Incarnato) perchè partecipassero alla sua grazia e alla gloria sua” (G. CERIANI: La Persona di Cristo, Didascaleion, Milano 1954).

RE PER DIRITTO DI UNIONE. Facendosi uomo, ha assunto la natura umana, si è fatto nostro fratello e nostro Capo. Da Lui ci proviene la grazia e viviamo in Lui.

RE PER DIRITTO DI CONQUISTA. Con la Redenzione, versando il suo Sangue per noi, ci ha riscattati dalla schiavitù del peccato, riconducendoci a Dio, facendoci sue membra, suoi coeredi nella gloria.
Ai motivi ricordati dalla Enc. potremmo aggiungere che

Gesù è:

RE PER DIRITTO DI AMORE. Egli ci ha amato “fino alla fine” e col suo amore si è conquistato il diritto al nostro cuore. “L’amore di Cristo ci spinge” (2 Cor. 5,13).

RE PER LIBERA ELEZIONE. Il dominio assoluto di Cristo non viene a costringerci per forza a riconoscere i suoi supremi diritti. Egli chiede la nostra libera scelta.

RE DI TUTTE LE CREATURE. I diritti della Regalità di Cristo, non si restringono agli uomini e agli Angeli ma a tutte le creature. Così lo debbono riconoscere Re, le scienze e le arti, gli individui e le nazioni, i privati, i legislatori, i Re.
La sua Regalità è piuttosto spirituale che materiale, e comprende la triplice potestà
legislativa, giudiziaria, e coattiva.

PROVA - NELL’ANTICO TESTAMENTO i Salmi messianici della Regalità: “L’ho costituito Re sopra Sion... Ti darò i popoli in eredità e in tuo possesso i confini della terra... Li reggerai con scettro ferreo (Sal. 2). “Il tuo trono, o Dio, nei secoli dei secoli scettro di giustizia, scettro del tuo regno” (Sal. 44). “O Dio dà il tuo giudizio al Re e la giustizia al figlio del Re: governi il suo popolo con giustizia e i tuoi umili con equità... dominerà da mare a mare... lo adoreranno tutti i Re della terra tutte le genti serviranno a Lui» (Sal. 71).
Importante il passo di Isaia (9,6 s.): “Ci è nato un pargolo ci fu largito un figlio e sopra le sue spalle è stato posto un principato... il suo impero si estenderà... siederà sopra il trono di David e sopra il tuo regno.., in eterno”.
Geremia: (23, 5) “Regnerà il Re e sarà sapiente e farà il giudizio sulla terra”.
Daniele: (7, 13) al “Figlio dell’uomo.., ha dato... un regno e una potestà eterna che non sarà tolta e il suo regno non si dis farà mai”.

NEL NUOVO TESTAMENTO dice S. Luca (1, 32): «Gli darà il Signore Dio la sede di David suo padre, e regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno e il suo regno non avrà mai fine”. A Pi- lato che gli domanda se è Re, risponde: “Sì, tu l’hai detto” (Gv. 18,37). Altrove Gesù afferma: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Mt. 28,18).
S. Paolo dice che Gesù consegnerà il regno al Padre. “necessario che Egli regni finchè ponga tutti i nemici sotto i suoi piedi”. Il Padre “pose ogni cosa sotto i suoi piedi” cioè sotto il suo dominio (1 Cor. 15,24).

L’Apocalisse (19,13) dice che il Verbo di Dio porta scritto sulla sua veste e sul suo femore “Re dei Re e Signore dei dominanti”.
Riguardo ai PADRI li dovremmo citare tutti, perchè parlano di Cristo Re alla destra del Padre. Basti citare S. Agostino: il suo libro De Civitate Dei lo potremmo chiamare un trattato della Regalità di Cristo. In esso si vede che tutto gravita intorno A CRISTO RE E CENTRO DI TUTTA LA STORIA DEL MONDO da Adamo al popolo eletto, che lo attendono a salvezza, fino a tutta l’umanità successiva, che non può trovare salvezza se non in Cristo.

CAPITOLO QUINTO
IL CULTO AL S. CUORE DI GESU’

Questo argomento è già compreso sostanzialmente in ciò che dicemmo della adorazione che si deve a Cristo in quanto “questo uomo”.
Dicemmo pure che nella sua Umanità, come per intero, così le singole parti sono adorabili, in quanto tutte per la Unione Ipostatica, sono congiunte al Verbo. Però non è conveniente formarne oggetto di un culto speciale, se non ci sia una particolare ragione. Questa ragione c’è nella devozione al SS. Cuore di Gesù. Per questo ne trattiamo qui contro le obiezioni portate dai
Giansenisti.

TESI - Il culto di adorazione al SS. Cuore di Gesù, il quale ha come termine la Divina Persona del Verbo, è legittimo, opportuno e utilissimo ad accrescere la pietà.

E’ CERTO

per l’approvazione data dalla Chiesa.

SPIEGAZIONE - Il Cuore fisico di Gesù viene adorato in quanto è unito ipostaticamente alla Persona del Verbo e in quanto è simbolo dell’infinito amore di Lui.
Non porta difficoltà l’errore fisiologico di alcuni Teologi del sec. XVII i quali credevano il cuore organo dell’amore, mentre oggi sappiamo che lo strumento che ha l’anima per l’amore è il cervello.
Il cuore resta sempre il simbolo dell’amore. Perciò è ormai sentenza comune che l’oggetto prossimo materiale di questo culto è il Cuore di carne, l’oggetto formale è l’infinito amore di Gesù: Amore umano e divino di Gesù, come insegna Pio XI nella Enc. “Mjserentissimus Redemptor” (8 maggio 1928).

PROVA: A) - NEL VANGELO troviamo una frase di Gesù, che ci presenta in modo particolare il suo Cuore: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” (Mt. 11, 19).
La prova però, che veramente in modo implicito dimostra la legittimità di questo culto, la troviamo nella tesi cattolica della adorazione della Umanità del Cristo.

B) - I PADRI frequentemente parlano della Chiesa e dei Sacramenti sgorgati dal Cuore trafitto dalla lanciata sulla croce.
S. Anselmo, S. Bernardo, S. Bonaventura parlano del Cuore di Gesù, come Simbolo dell’amore di Gesù per gli uomini.
Le apparizioni a S. Margherita Alacoque (+ 1690) come prima l’opera di S. Giovanni Eudes (1646) non costituiscono un fondamento teologico di questa divozione, ma solo una occasione per la quale la Chiesa giudicò opportuno di permettere il culto.

C) - I documenti della Chiesa.
1) Clemente II l’anno 1765 diede l’assenso alla richiesta dei Vescovi della Polonia che domandavano l’approvazione del culto al S. Cuore, non solo considerato come simbolo, ma come Cuore di carne.
2) Pio VI nella Cost. “Auctorem fidei” (1794) condannando il Sinodo di Pistoia, spiega in qual senso la S. Sede abbia approvato la divozione e dice che si adora: “in quanto è il Cuore di Gesù, e cioè il Cuore della Persona del Verbo, cui è inseparabilmente unito”.
3) La festa del S. Cuore che in un primo tempo non era stata
permessa per le difficoltà di ordine fisiologico sopra accennate,
studiata meglio la cosa, fu permessa da Clemente XII nel 1765,
e da Pio IX estesa a tutta la Chiesa il 1856.
4) Pio IX nel Breve di Beatificazione di Margherita Alacoque, si riferisce al Cuore fisico: “Chi sarà tanto duro e ferreo da non muoversi a riamare quel Cuore soavissimo e per questo, ferito dalla lancia?”.
5) Leone XIII nella Lettera Apostolica del 28 giugno 1885 addita nel Cuore trafitto il rifugio e l’asilo di riposo per gli uomini e lo indica come segno di salvezza mostrato in particolare ai nostri tempi come lo fu già la croce, apparsa nel cielo a Costantino.
6) Pio XI con l’Enc. cit. ancora più profondamente presenta le ragioni di questa divozione insistendo sul dovere della consacrazione come principale atto di amore della creatura verso il Creatore, e sul dovere della riparazione come ricompensa, in unione ai patimenti di Gesù, delle ingiurie date a Dio.
7) Pio XII nell’Enc. Haurietis aquas” del 15 maggio 1956 dice che “a buon diritto possiamo scorgere in questo culto, divenuto ormai universale e ogni giorno sempre più fervoroso il dono che il Verbo incarnato.., ha fatto alla Chiesa... in questi ultimi secoli della travagliata storia”.

Dunque questa divozione è legittima, secondo la dottrina Cattolica riguardante l’adorazione della Umanità del Cristo. È opportuna, anzi utilissima alla pietà cristiana perché alla freddezza dell’eresia Giansenista che allontanava gli uomini da Dio, facendo vedere solo i rigori della divina Giustizia, escludendo la sua Misericordia, contrappone la molla potentissima della fiducia, che incoraggia e attrae noi poveri peccatori, ad amare “quel Cuore che ha tanto amato gli uomini”, a riparare e a cònfidare pienamente in Dio che “è Amore” (1 Gv. 4, 8).