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PARTE SECONDA
LA REDENZIONE O
SOTERIOLOGIA
Quando l’Angelo annunziò a Maria che sarebbe diventata Madre di Dio, le
disse che lo chiamasse “Gesù” (Lc. 2,31) e assicurando Giuseppe,
disse pure la ragione di questo nome:
“Lo chiamerai di nome: Gesù, perchè Egli salverà il suo popolo dai
loro peccati” (Mt. 1,21). Gesù infatti significa: Salvatore o
meglio Dio salva.
Si chiama redenzione in quanto Gesù ci ha riscattato a prezzo
del suo Sangue dalla schiavitù di Satana, in cui eravamo caduti per il
peccato.
Questa parte del trattato è intimamente connessa colla Incarnazione,
perchè, come abbiamo veduto, il divin Verbo si è incarnato per
salvarci.
Questo dogma è un mistero propriamente detto, “mistero nascosto in
Dio da secoli” secondo l’espressione più volte ripetuta da S.
Paolo, che ci fa vedere l’amore infinito del Figlio di Dio, fatto
uomo per noi e che ci ama fino alla fine, fino a dare il Sangue e la
vita in mezzo ai più atroci tormenti. Il Padre non risparmia il suo
Figlio divino, ma lo dà per tutti noi. Mistero di amore ineffabile, che
supera la nostra ragione, cosicchè solo la Rivelazione di Dio può
manifestarcelo. Però dopo che ci è manifestato, anche noi ne vediamo la
convenienza, perchè ci apre un raggio di luce per farci conoscere quanto
Dio ci ama e come ha voluto riparare tutte le nostre colpe, e al tempo
stesso come viene abbondantemente risarcita la sua giustizia.
Tratteremo di:
1 - GESU’ MEDIATORE
2 - GESU’ REDENTORE
3 - GLI ELEMENTI DELLA REDENZIONE
4 - GLI UFFICI DI CRISTO RENDENTORE
CAPITOLO PRIMO
GESU’ MEDIATORE
TESI
-
Cristo Gesù, in
quanto uomo, è unico e perfetto mediatore principale fra Dio e gli
uomini.
E’ DI FEDE
dal Conc. di Trento che definisce che noi siamo stati salvati
“per merito dell’unico Mediatore N. S. Gesù Cristo” (D. B. 672).
SPIEGAZIONE - Abbiamo detto Cristo Gesù in quanto uo mo, contro
gli Gnostici e gli Ariani i quali, negando la sua Divinità
ne facevano una creatura eccelsa, qualche cosa di mezzo fra Dio e
l’Uomo.
Mediatore principale, cioè Mediatore propriamente detto,
che solo può congiungere efficacemente l’uomo a Dio.
Niente proibisce di chiamare altri Mediatore, come i Santi e i
Sacerdoti ministerialmente, ma sono mediatori secondari in quanto
fanno le veci dell’unico Mediatore. A questa mediazione partecipa molto
largamente, per la sua divina Maternità, la SS. Vergine, come vedremo
fra poco.
Gesù è Mediatore per vari titoli: come Dottore o Profeta; come
Re; come Sacerdote; come Redentore; come
Capo del
Corpo mistico.
PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. S. Paolo dice: “Uno solo è
Dio uno solo ancora il Mediatore di Dio e degli uomini: l’Uomo Cristo
Gesù” (1 Tim. 2,5). Anche in altri punti l’Apostolo chiama Gesù
«Mediatore” (Ebr. 12,24; 15), ma è sufficiente questo testo per
dirci chiaramente che è Mediatore unico e principale, perchè Egli solo
colla sua virtù congiunge l’uomo a Dio e “in nessun altro è salute”
(Atti 4,12).
B) - DAI PADRI. S. Ireneo (Ad. Flaer. 3,18) dice: “Occorreva
che il Mediatore di Dio e degli uomini li riportasse ambedue per la sua
familiarità all’amicizia e alla concordia”. “Un’z... l’uomo a
Dio”.
E S. Gregorio di Nazianzo: (Or. 45,22) “per liberarci .
..e ricondurci a sè per mezzo del Figlio Mediatore”.
Più esplicitamente S. Agostino: (Sermo 12,21) “Mediatore di
Dio e degli uomini, perchè Dio col Padre e uomo con gli uomini”.
CAPITOLO SECONDO
GESU’ REDENTORE
Gesù essendo l’unico Mediatore è ancora l’unico Redentore
degli uomini.
REDENZIONE in senso generale significa riscatto, cioè
riacquisto, soddisfacendone il prezzo, di una cosa prima posseduta e
poi perduta.
La Redenzione del genere umano, secondo quanto ci è rivelato, si può
definire:
atto, col quale il
genere umano caduto nel peccato, fu liberato da questo e reintegrato
nella amicizia di Dio, per mezzo della mediazione di Gesù Cristo che ha
soddisfatto e meritato per gli uomini.
Gesù, specialmente col sacrificio della croce ha pagato il prezzo
del riscatto, soddisfacendo alla divina giustizia,
meritandoci la grazia perduta per il peccato, liberandoci da
questo e reintegrandoci nello stato di grazia, con conseguente
diritto alla gloria del paradiso.
Errori
I PROTESTANTI ANTICHI
asserendo con Lutero l’intrinseca e irreparabile
corruzione della natura umana decaduta, sostengono una riparazione
soltanto esterna: vale a dire l’uomo non verrebbe santificato con
una rinnovazione interiore, ma solo gli verrebbero imputati
esteriormente i meriti di Cristo, rimanendosene interiormente corrotto,
quasi che Dio guardasse qualche cosa che resta immondo, ma ricoperto
come da un prisma luminoso.
Questo errore è dato per eccesso; ma ve ne sono altri per
difetto:
GLI ERETICI DEI PRIMI
SECOLI, negando la Divinità di Gesù Cristo, o la trasmissione del peccato
originale, (come i Pelagiani), negavano pure la Redenzione, che
non poteva essere fatta equivalentemente da chi non era Dio, o non ce ne
era bisogno se gli uomini nascevano senza peccato originale.
I SOCINIANI, I
PROTESTANTI LIBERALI E I MODERNISTI ammettono solo una Redenzione morale, cioè Gesù ci avrebbe salvato
solo col suo esempio e colla sua dottrina.
IL FATTO DELLA
REDENZIONE
TESI
-
Gesù Cristo, non
solo col suo esempio ma realmente e veramente ci ha redento colla sua
passione e morte di croce, accettata per obbedienza e per amore,
cosicché dando per noi degna soddisfazione alla divina giustizia ci ha
comprato i mezzi della riconciliazione e della salvezza.
E’ DI FEDE
Il Simbolo apostolico dice: “.. .patì sotto Ponzio Pilato, fu
crocefisso, mori e fu sepolto”.
Il Simbolo Nic. Costant.: “.. .per noi uomini e per la nostra
salvezza discese dai cieli.., crocefisso, ancora per noi, patì e fu
sepolto”.
Il Conc. di Efeso (D. B. 122): “Offrì sè stesso per noi”.
Il Conc. Laterano IV (D. B. 429): “...che ancora per la salute
del genere umano ha patito ed è morto sul legno della Croce”.
Il Conc. di Trento parlando del peccato originale definisce che
non ci viene tolto se non “per il merito dell’unico Mediatore N. S. Gesù
Cristo, che ci riconciliò a Dio col suo Sangue, fatto per noi giustizia,
santificazione e redenzione” (D. B. 790). Esso definisce pure che Gesù è
la causa meritoria della nostra giustificazione: “essendo nemici, per
l’immensa sua carità con la quale ci ha amato, con la sua santissima
passione sul legno della croce ci ha meritato la giustificazione e ha
soddisfatto per noi a Dio” (D. B. 799).
Molti altri documenti della Chiesa, che per brevità non riportiamo,
confermano la stessa cosa: dalla Bolla “Unigenius» di Clemente
VI che parla dell’infinito valore soddisfatorio e meritorio della
Redenzione, al decreto “Tametsi” (1900) di Leone XIII e
alla Enc. “Miserentissimus Redemptor» (1928) di Pio XI
che inculcano la stessa cosa.
S. Pio X nel decreto “Lamentabili” (1907) condannò la
proposizione dei Modernisti: “La dottrina della morte cruenta del
Cristo non è evangelica, ma soltanto paolina”.
PROVA: A) - NELL’ANTICO TESTAMENTO la Redenzione è annunziata e
prefigurata. L’agnello pasquale, del cui sangue erano bagnati gli
stipiti delle porte degli Ebrei, che restavano immuni dal castigo
dell’Angelo ed erano liberati dalla schiavitù dell’Egitto, è figura
dell’Agnello, dal cui Sangue siamo stati salvati.
ISAIA (53) canta e predice l’uomo giusto il Servo di Jahwe che
colla sua morte cruenta espia i peccati di tutti.
Anche gli altri profeti e i Salmi annunziano il Redentore.
Gli Evangelisti molte volte si riferiscono a questi testi.
B) - NEI SINOTTICI. La dottrina della Redenzione non è soltanto
espressa in S. Paolo (come pretenderebbero i Modernisti),
ma è presentata più volte anche nei Vangeli Sincttici. Infatti da
questi si vede che Gesù è venuto per salvare gli uomini e colla sua
Passione e Morte1, a liberarci dal peccato. Questo è il prezzo del
riscatto: “Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che
era perito” (Lc. 19,10 e cfr. Mt. 18,11). È venuto “a dare la sua
vita per la redenzione di molti” (Mt. 20,28).
La stessa espressione Gesù la usò nell’ultima Cena, quando, consacrando
il vino, disse: “Questo è il mio Sangue, il Sangue della nuova
alleanza che è sparso per molti a remissione dei peccati” (Mt. 26,
28 e cfr. Mc. 14; Le. 22).
C) - IN S. GIOVANNI. Già nell’incontro di Gesù col Battista, le
parole: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco Colui che toglie i peccati del
mondo» (Gv. 1,29) richiamano al sacrificio, di cui era stato figura
l’Agnello degli Ebrei. Quel sangue aveva salvato gli Ebrei dallo
sterminio dell’Angelo, questo “toglie” i peccati. In molti passi
parla della nostra liberazione dal peccato, venendo dalle tenebre alla
luce, dalla morte alla vita (Gv. 1,9- 12; 3,19-21; 8,12; 12,3,46 ecc.) e
tutto per merito della morte di Cristo il quale innalzato sulla
Croce avrebbe salvato gli uomini, come già il serpente di bronzo
innalzato da Mosè (Gv. 3,14). È tanto vero che siamo salvati dal
sacrificio di Gesù, che Egli, dopo aver detto che “il buon Pastore dà
la vita per le sue pecorelle”, soggiunse: “e io dò la mia vita
per le mie pecorelle”. (Gv. 10,15).
L’Evangelista riporta pure la frase profetica di Caifas, Pontefice di
quell’anno: “È necessario che uno muoia per il popolo” (Gv.
18,14).
Nell’Apocalisse (5,8) ricorda nel cielo il canto dei “seniori”
alla presenza dell’“Agnello” che sta in mezzo “come ucciso”:
“Sei degno., o Signore, di ricevere il libro e di aprire i suoi
segnali: perchè sei stato ucciso, e ci hai redento, o Signore, nel tuo
Sangue, da ogni tribù e popolo.., e ci hai fatto un regno”. Nel
sublime canto di questa parola ispirata si vede chiaramente come la
Redenzione è stata operata da Gesù con la sua immolazione di croce,
mediante la quale a tutti gli uomini, di qualsiasi razza è stato aperto
il regno dei cieli.
Ancora nella prima lettera l’Apostolo ha una frase molto
significativa per dire come Gesù è la vittima per liberarci dai peccati:
“Ed Egli è la propiziazione (l’ostia, la vittima) per i nostri
peccati; non per i nostri soltanto, ma ancora per quelli di tutto il
mondo” (i Gv. 2, 2).
D) - IN S. PIETRO. Anche il Principe degli Apostoli ha delle
affermazioni incontestabili riguardo alla nostra tesi. Più volte negli
Atti degli Apostoli (5,39) si incontra Pietro che parla del “Salvatore
che dà la remissione dei peccati”, ma più espressamente ci dice il
prezzo pagato da N. S. Gesù Cristo per la nostra Redenzione versando il
Sangue e morendo in Croce; cancellando i nostri peccati e dandoci la
giustificazione: “Non siete stati ricomprati coll’oro e
coll’argento.., ma dal Prezioso Sangue di Cristo come Agnello senza
macchia e senza contaminazione” (1 Pt. 18).
E ancora (2,21 ss.): “Cristo ha patito per noi... Egli ha portato nel
suo corpo i nostri peccati sopra il legno: affinchè morti ai peccati,
viviamo alla giustizia: dalle sue lividure siete stati sanati”. E
(3, 22): “Per la RESURREZIONE di Gesù Cristo che... subendo la morte
fossimo fatti eredi della vita eterna”.
E) - IN S. PAOLO. Lo abbiamo lasciato per ultimo, perché abbiamo
potuto vedere così, che anche senza le sue affermazioni, tutto il resto
del N. T., contrariamente a quanto vogliono i Modernisti, ci prova
abbondantemente il fatto della Redenzione.
Se una caratteristica possiamo notare nella dottrina esposta da S.
Paolo è che, quanto gli altri hanno presentato sostanzialmente, egli
lo specifica nei singoli elementi. Ne riportiamo i principali:
a) L’universalità
della Redenzione
(Per uno studio più completo indichiamo: G. ANICHINI: L’Eucarestia
nel dramma della Redenzione, Ed. Regnum Christi, Lucca 1947, da cui
abbiamo attinto largamente per queste pagine. Inoltre la classica opera
del PRAT già citata. G. RICCIOTTI, S. Paolo Ed. Paoline
1950 - PENNA: S. Paolo, Roma 1949). Per il peccato di uno
la morte entra nel mondo per tutti gli uomini (Rom. 5,12 - 19 e Ef.
2,1), ma “come in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti ricevono
la vita” (1, Cor. 15,22).
b) La solidarietà nel Corpo Mistico. Le frasi antecedenti dicono
pure la reale ed effettiva salvezza portata da Gesù, come Capo, cui
siamo uniti misticamente. La sua Redenzione non è solo un esempio (come
voleva Abelardo), come non era stato solo un esempio di Adamo il peccato
originale. In lui tutti eravamo morti alla grazia, in Cristo siamo tutti
vivificati.
c) Il sacrificio della morte sanguinosa. Questo concetto che già
appare nelle parole della Cena, viene più esplicitamente espresso da S.
Paolo: “e per Lui riconciliare tutte le cose in Lui stesso per il
Sangue della sua Croce... e ci riconciliò nel corpo della sua carne per
mezzo della morte” (Col. 1,20 ss.). “Nel quale abbiamo la
Redenzione per il suo sangue” (Ef. 1,7; cfr. Col. 1,14).
d) La sostituzione volontaria. Il Sacrificio di Gesù non è subìto
da Lui solo fisicamente, ma liberamente accettato dalla sua
obbedienza e dal suo amore. Per disobbedienza di Adamo gli uomini
diventano peccatori, per l’obbedienza di Gesù diventano giusti (Cfr.
Rom. 5,12-21).
Il suo Sangue è il prezzo del riscatto. “Ha dato sè stesso qual
prezzo di riscatto per tutti» (Tim. 2, 6); “Cristo ci ha amato e
ha dato sé stesso per noi, offerta e vittima a Dio in profumo di
soavità”, (Ef. 5,2).
Pur limitandoci a questi brevi cenni, già vediamo come nella dottrina di
San Paolo è chiaro che Gesù, colla sua Passione e Morte ha soddisfatto
alla giustizia divina, ha cancellato i nostri peccati e ci ha donato la
vita divina. Approfondiremo ancora questo insegnamento di S. Paolo nella
dimostrazione delle tesi successive.
F) - NEI PADRI. Nei primi tre secoli essi più che altro ripetono
le stesse frasi della Scrittura, dove, abbiamo visto che la dottrina
della Redenzione è presentata chiaramente.
S. Clemente Romano (Cor. 7,4) dice: “Guardiamo attentamente al
Sangue di Cristo e conosciamo quanto sia prezioso al cospetto di Dio e
del Padre, questo che sparso per la nostra salvezza, l’offrì per
penitenza a tutto il mondo”.
S. Ireneo (Ad. Haer. 3,16 - 9), “Uno e medesimo è
Cristo Gesù Figlio di Dio, che per la sua passione ci ha riconciliato a
Dio... Egli veramente ci ha salvato”.
S. Clemente di Alessandria, (Pedag. 22): “.È duplice il Sangue
del Signore: uno carnale col quale siamo stati redenti dalla morte, e
l’altro spirituale, col quale siamo stati consacrati” (I Teologi
riscontrano in questi Padri, e in genere, negli Orientali, una
interpretazione della Redenzione che chiamano teoria mistica in
quanto insiste nella ragione della Incarnazione, per la quale la natura
umana viene divinizzata. Si contrappone la teoria realistica che
insiste maggiormente nella idea della Redenzione operata dal Sacrificio
della Croce. Di fatto una non esclude l’altra. Le poche citazioni
portate mostrano già come gli stessi Padri che seguivano la teoria
mistica, non tralasciano di contemplarla parlando del Sacrificio di
Gesù. D’altra parte nella teoria realistica è chiaro che la morte
di Gesù non avrebbe avuto valore equivalente se Egli non fosse stato il
Figlio di Dio, fatto Uomo).
Dal quarto secolo l’insegnamento dei Padri si fa sempre più
sistematico.
Eusebio di Cesarea esponendo le varie cause della morte di Gesù
dice: “La prima (causa) ce la insegna lo stesso Verbo che è il
Signore e Re tanto dei vivi che dei morti; la seconda è perché Egli vuoi
lavare le nostre macchie, Egli che per noi si è sacrificato e si è fatto
disprezzare; la terza è perché come vittima di Dio e come immenso
sacrificio si offrisse a Dio altissimo per tutto il mondo” (Demonst.
Ev. 4, 12).
Nello stesso senso parlano S. Cirillo di Gerusalemme, S. Basilio, S.
Gregorio Naz., S. Giovanni Crisostomo, S. Cirillo di Alessandria,
ecc.
S. Agostino (D. Trin. 4, 13-17): “Con la sua morte ha offerto
per noi l’unico verissimo sacrificio.., purificò, abolì estinse tutto ciò
che c’era di colpa; e colla sua RESURREZIONE.., chiamò... giustificò...
glorificò nella nuova vita, noi predestinati”.
CAPITOLO TERZO
GLI ELEMENTI DELLA REDENZIONE
Dopo che abbiamo guardato al fatto della Redenzione nel SUO insieme,
veniamo ora a studiarlo nei singoli elementi, e cioè:
1 - LA SOLIDARIETA’ IN CRISTO-CAPO
2 - LA SODDISFAZIONE VICARIA
3 - IL MERITO DI CRISTO
4
-
L’UNIVERSALITA’
DELLA REDENZIONE
LA SOLIDARIETA’ IN
CRISTO CAPO
Abbiamo già dimostrato la tesi che CRISTO IL CAPO DEL CORPO MISTICO CUI
SONO CHIAMATI TUTTI GLI UOMINI, nessuno escluso, cosicchè alcuni ci
appartengono realmente e gli altri in potenza o in
voto. Anche i peccatori, perciò, sono chiamati a far parte di questo
Corpo mistico. Soltanto i dannati ne sono irrimediabilmente staccati
(Gesù Cristo è pure il Capo degli Angeli, quantunque non possa
dirsi Redentore degli Angeli. Perciò ne è il Capo, ma in modo
differente di come lo è per gli uomini. «E’ capo di ogni principato e
potestà”, come dice S. Paolo (Col. 2,10).
E’ Capo degli Angeli per ragione della unione ipostatica per cui è al di
sopra di tutti loro e per cui ha maggiore pienezza di grazia e perché,
usandoli per la nostra salute, aumenta la loro gloria accidentale,
anzi, secondo molti teologi, ha meritato loro anche la stessa gloria
sostanziale).
Gli uomini perciò, nel Corpo mistico, formano una cosa sola con
Gesù loro Capo.
Da questa tesi di fede, deriva di conseguenza, ritenuta come
dottrina assai comune, che
la nostra solidarietà con Cristo è una ragione importantissima della
Redenzione.
Naturalmente questo concetto di solidarietà non va inteso nel senso
estrinseco, come la interpretano i protestanti, ma in senso
cattolico e cioè con un fondamento ontologico nella stessa
unione ipostatica, e con un fondamento giuridico, basato sul
decreto divino per il quale Gesù nella unione ipostatica, è stato
costituito Uomo e Messia, Re e Sacerdote, Mediatore di tutti gli uomini.
Come in Adamo, loro capo fisico, gli uomini hanno ricevuto la morte,
così in Cristo, loro Capo mistico essi ricevono la vita. In questa luce
di solidarietà, potremo comprendere meglio ciò che ci dice il Conc.
di Trento di come fu compiuta la Redenzione. Esso insiste su due
elementi: La soddisfazione e il merito: “Colla sua santissima
Passione sul legno della Croce ci meritò la giustificazione e per noi
soddisfece al Padre» (D. B. 799).
Vedremo perciò più sviluppato questo punto della solidarietà nei
due articoli seguenti.
LA SODDISFAZIONE
VICARIA
Se la parola redenzione ci esprime meglio il significato di
prezzo pagato per riscattarci dalla schiavitù del peccato, la parola
SODDISFAZIONE indica più propriamente la riparazione dell’offesa
fatta a Dio.
VICARIA significa fatta per noi, in nostra
vece.
TESI
- Gesti Cristo con
la sua passione e morte ha veramente soddisfatto con una soddisfazione
vicaria alla Divina Giustizia per i nostri peccati.
E’ DI FEDE
dal Conc. di Trento riportato, e dai Simboli che dicono
che Gesù ha patito ed è morto per noi.
SPIEGAZIONE E PROVA.
Già i testi portati per provare la tesi generale ce ne danno la prova.
Fermandoci in particolare al concetto di soddisfazione diremo che questa
“di per sè stessa” non sembra esigere una solidarietà fisica, ma
soltanto morale, consistente nella volontà di Cristo di soddisfare per
gli uomini. A rigore cioè, bastava, per esempio, che il Verbo assumesse
la natura angelica, e con un atto di amore di cui quella natura è
capace, rendesse a Dio omaggio degno della sua maestà. Dio invece ha
stabilito che assumesse la natura umana e così fosse anche fisicamente
solidale con noi: era infatti conveniente che il Mediatore fra Dio e gli
uomini fosse Dio e uomo insieme.
Una volta assunta la natura umana, qualsiasi atto del Verbo Incarnato,
un semplice atto di amore sarebbe stato sufficiente a salvare l’umanità.
Ma Gesù si fà solidale in tutto coi fratelli, eccetto il peccato (G.
ANICHINI op. cit.). S. Paolo giunge a dire arditamente: “Colui
che non ha conosciuto il peccato (Dio) per noi lo ha reso peccato, affinchè noi diventassimo giustizia di Dio in Lui” (2 Cor. 5,21) cioè
Dio ci ha mandato “il Figlio nella similitudine della carne peccatrice
per distruggere nella carne il peccato, per attuare in noi la giustizia”
(Rom. 8,3-4). Quindi non si ha una sostituzione di persona, cioè
un trasferimento giuridico del peccato degli uomini nella persona di
Cristo e della giustizia di Cristo nella persona degli uomini, ma
solidarietà del Cristo con gli uomini.
Questa solidarietà però non è, in quanto tale, la causa della nostra
salvezza; essa ne è solo la condizione essenziale richiesta
positivamente da Dio. Causa della nostra salvezza è l’obbedienza del
Cristo, fino alla morte di croce.
Qui si potrebbe presentare una obiezione: Se bastava un atto di amore
per redimerci, perchè il Padre ha voluto le sofferenze e la morte del
Figlio? “Niente di tutto ciò”, risponde
S. Tomaso con la migliore tradizione patristica e teologica. Dio ama il
Cristo non solo più di tutto il genere umano, ma più di tutto il creato.
E se Egli “non ha risparmiato suo Figlio, ma ha disposto che
soffrisse per noi tutti” (Rom. 8,32), ciò, mostra agli uomini quanto
il Padre li ami, non mostra meno quanto ami il Cristo» (Ivi).
Infatti in questo modo anche il Figlio mostra tutto il suo amore verso
il Padre e verso i fratelli, ai quali è fonte di ogni consolazione e
speranza e dà loro la forza per imitarlo.
Gesù stesso ci attesta che il disegno del Padre è un disegno di amore: “Padre,
coloro che mi hai dato, voglio che siano con me:, perchè vedano la
gloria che mi desti; perchè mi hai amato fin da prima della creazione
del mondo, affinchè l’amore col quale hai amato me sia in loro ed io in
loro” (Gv. 17,46).
E ancora: “Per questo il Padre mi ama, perché io dà la mia vita per
poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma io la dò da me
stesso” (Gv. 10, 17-18).
Gesù dunque si sacrifica liberamente, e questa libertà è l’altra
condizione della soddisfazione vicaria.
La soddisfazione di
Cristo è equivalente, anzi sovrabbondante
(I
Teologi discutono se sia tale di per sé stessa (Tornisti) oppure
per la libera accettazione da parte di Dio (Scotisti). La ragione
che questi ultimi portano il fatto che le azioni di Cristo, in quanto
uomo, sono di valore finito. Noi senza alcuna esitazione, seguiamo la
sentenza dei Tornisti, in quantoché, per la unione ipostatica, sono
azioni appartenenti a Persona divina e quindi di merito infinito in sé,
e non per l’accettazione).
E’ CERTO
S. Paolo dice: “Dove abbondò il delitto, sovrabbondò la
grazia” (Rom. 5,20); e ancora: “Nel quale abbiamo la redenzione
per il suo Sangue, secondo le ricchezze della sua grazia, che
sovrabbondò in noi” (Ef. 1,8).
Questo pensiero scritturale, trova un riscontro nella Bolla
Unigenitus di Clemente VI (D. B. 550) che dice come sarebbe
bastata una goccia di sangue di Gesù per la Redenzione di tutti gli
uomini, perchè c’era “l’unione al Verbo”; ma invece lo ha versato
copiosamente.
Inoltre il tesoro acquistato da Gesù è infinito, perchè sono
infiniti i suo meriti.
Il Catechismo di Trento dice che “la soddisfazione di Gesù è
integra e perfetta sotto tutti gli aspetti.
Dunque la soddisfazione di Gesù è equivalente, anzi sovrabbondante.
IL MERITO DI CRISTO
Il merito è il
diritto ad un premio.
Nel soprannaturale il merito può provenire per un’opera
soprannaturale che, posta la divina ordinazione (e cioè quando Dio ha
stabilito così) dà diritto a un premio soprannaturale.
Si dice merito “de condigno” (Usiamo questi termini tecnici, come
più brevi ed esatti) se il premio è dovuto per giustizia, o
almeno per fedeltà; si dice “de congruo” se il premio viene dato
per bontà e liberalità, secondo una certa convenienza, ma non per
stretto diritto di giustizia.
TESI
-
Cristo ha
meritato con ogni atto della sua vita e della sua passione per noi la
grazia, e, di conseguenza, la gloria eterna; per sé la esaltazione sopra
tutte le creature.
E’ DI FEDE
riguardo al merito della Passione e Morte, dal Conc. di Trento
(D. B. 799).
SPIEGAZIONE - Il merito di Cristo è unito alla sua soddisfazione, e,
come essa, è vicario, cioè per noi, sovrabbondante, infinito e “de
condigno”.
Logicamente applicato a noi, il merito viene considerato riguardo alla
creatura e perciò non si può intendere nello stesso modo che in Cristo,
ma in senso analogico.
Di qui rileviamo due aspetti della Redenzione.
REDENZIONE OGGETTIVA che riguarda l’opera che Dio compie mediante il
Cristo Redentore, senza la cooperazione dell’uomo peccatore; e
REDENZIONE SOGGETTIVA che riguarda l’opera che Dio compie mediante il
Cristo Redentore, ma con la cooperazione dell’uomo peccatore.
IN OGNI ATTO DELLA SUA VITA. Se è di fede che Gesù ha meritato e
soddisfatto con la Passione e Morte, è pure comune sentenza che
ha cominciato ciò fino dal primo istante della Incarnazione, fino alla
sua morte, cioè per tutto il tempo in cui è stato viatore. In
tutta la sua vita mortale ogni sua parola, ogni suo atto, interno ed
esterno hanno avuto questo merito infinito.
LA ESALTAZIONE
SOPRA TUTTE LE
CREATURE. Con queste parole si intende non la gloria essenziale
del Cristo, che gli era dovuta per la unione ipostatica, ma la gloria
accidentale cioè l’esaltazione del suo corpo glorioso, dopo le
umiliazioni della croce, l’esaltazione del suo nome e la regalità sopra
tutte le creature anche per diritto di conquista.
PROVA: A) - LA SCRITTURA, nei testi già portati, ci dice il
merito del Cristo. Così quando abbiamo detto che siamo stati
giustificati per la “sua grazia, per la redenzione che è nel suo
Sangue”. «Egli portò i nostri peccati sopra il legno, affinchè.
morti al peccato, viviamo alla giustizia” (1 Pt. 2,24).
Nella volontà del Cristo “siamo stati santificati nella oblazione del
corpo di Gesù Cristo” (Fil. 2,8).
Dunque è per il merito che ha acquistato, che noi abbiamo
ricevuto la grazia e la giustificazione e, gradatamente, le altre
conseguenze: la gloria dell’anima, terminata la vita mortale, e
la gloria del corpo nel giorno della RESURREZIONE: “Si è fatto
per tutti che gli obbediscono, causa della salute eterna” (Ebr.
5,9).
Riguardo alla gloria accidentale, ai viandanti di Emmaus, Gesù
spiega: “Non era necessario che il Cristo patisse e così entrasse
nella sua gloria?” (Lc. 24,26).
E S. Paolo dopo aver detto che il Verbo si era umiliato
obbediente fino alla morte di croce, conclude: “Per questo il Signore
lo esaltò e gli diede un nome che è sopra ogni nome” (Fu. 2,8).
B) - I PADRI concordemente ripetono che i patimenti di Gesù ci
hanno procurato la grazia, la salvezza e la gloria.
S. Atanasio (Or. de Incar. 54): “Si è fatto uomo perchè noi
diventassimo dei... (cioè fossimo fatti partecipi della natura
divina mediante la grazia). Egli sostenne le ingiurie inferte gli
dagli uomini, perchè noi fossimo fatti eredi della immortalità”.
S. Agostino (Ench. 108): “Per il mediatore che solo senza
peccato è nato, è vissuto, è stato ucciso, era opportuno che noi fossimo
riconciliati con Dio, fino alla RESURREZIONE della carne nella vita
eterna”.
C) - LA RAGIONE ci conferma il merito che dovevano avere le opere
di Gesù, in quanto avevano tutte le condizioni richieste per il merito.
Queste sono: che le opere siano compiute nello stato di vita
(cioè durante la vita terrena), nello stato di grazia, liberamente,
onestamente e soprannaturalmente. E ciò si avvera esattamente
in Cristo. Occorre inoltre che da parte di Dio ci sia la promessa di
un premio. Questa la vediamo annunciata fino da Isaia (53,
10): «Se avrà dato per il peccato la sua vita, vedrà una discendenza
longeva” e cioè a Lui saranno unite le generazioni degli uomini
(come avviene appunto nel Corpo mistico).
L’UNIVERSALITA’ DELLA
REDENZIONE
Abbiamo già veduto che tanto i Predestinaziani come i
Calvinisti sostenevano che Gesù era morto per i soli predestinati, e
i Giansenisti negavano l’universalità della Redenzione dicendo
semipelagiani coloro che asserivano che Cristo è morto per tutti, non
avendo, secondo loro, meritato a tutti grazie veramente sufficienti.
Presenteremo la dottrina cattolica sulla estensione e l’efficacia della
soddisfazione e del merito della Redenzione in diverse proposizioni.
- Cristo è morto per tutti, nessuno eccettuato e perciò ha
soddisfatto per i peccati di tutti ed ha meritato per tutti le grazie
necessarie alla salvezza eterna:
Lo proveremo per parti:
A)
-
E’ morto per
tutti i fedeli, anche per quelli che non sono predestinati.
E’ DI FEDE
dal Conc. di Trento che dice (D. B. 795): “Ma, benchè Egli sia
morto per tutti, tuttavia non tutti ricevono il beneficio della sua
morte”.
LA SCRITTURA: “Che è Salvatore di tutti massimamente dei
fedeli» (1 Tim. 4,10). Ora fra i fedeli ci sono anche i non
predestinati. Dunque anche per loro è morto.
«Non perdere col tuo cibo, coloro per i quali Cristo è morto”
(Rom. 14,15). Qui si parla espressamente di coloro che potevano essere
indirizzati alla perdizione ed è detto che anche per loro il Cristo è
morto.
I
PADRI. Diamone qualche accenno.
Eusebio di Cesarea (Demonstr. Ev. 1,10) parla di “prezzo per
tutto il mondo”, di “ostia purissima per cancellare ogni macchia
di peccato”.
S. Basilio (Ep. 260) parla della “sua morte per tutti... per
giustificare tutti nel suo Sangue”.
S. Giovanni Crisostomo (In ep. ad Haeb. 17,2) dice: “E’
morto
per tutti, per salvare tutti, per quanto spetta a Lui; quella morte
rispondeva degnamente alla rovina di tutti".
IL SIMBOLO
già citato dice:
“Per noi uomini e per la nostra salvezza...” senza escludere
alcuno.
B) - Cristo è morto ancora per tutti gli infedeli almeno adulti.
E’ CERTO E PROSSIMO ALLA FEDE
È già provato da quanto abbiamo detto nel paragrafo A), ma potremmo
aggiungere ancora molti testi che ne parlano espressamente: “Egli è
propiziazione per i nostri peccati, e non per i nostri soltanto, ma
ancora per quelli di tutto il mondo” (1 Gv. 2,2).
S. Paolo poi (1 Tim. 2, 1-6) invita alla preghiera per i Re e
coloro che occupano posti preminenti, i quali erano pagani; dice che Dio
vuol salvi tutti gli uomini che “ha dato sè stesso in redenzione di
tutti” (1 Tim. 4, 6) che “è morto per tutti» (2 Cor. 5, 14).
C) - Cristo è morto pure per i bambini morti senza battesimo.
E’ DOTTRINA COMUNE
S. Agostino
commenta: “Forse
che non sono uomini anche loro?” Quindi le stesse prove che abbiamo
portato per gli adulti valgono anche per loro. Nessun testo della
Scrittura li esclude e come anche tutti loro in Adamo hanno peccato,
così in Cristo tutti sono stati redenti.
La mancata applicazione della Redenzione, è dovuta a cause seconde che
hanno impedito loro di essere battezzati.
Cade così l’affermazione del Vasquez e di alcuni altri Teologi
che li escludono dalla Redenzione.
II - La Redenzione
oggettiva è universale riguardo a tutti i peccati del genere umano, sia
del peccato originale che dei peccati attuali, tanto per la colpa, come
per la pena.
Questa proposizione come la prima è di fede riguardo ai fedeli;
prossima alla fede per gli infedeli adulti, è dottrina comune
per il peccato originale dei bambini.
Questa universalità riguardo ai peccati è come una conseguenza della
universalità riguardo al numero degli uomini. Infatti nei testi portati
non viene fatta eccezione per nessun peccato. Anzi alcuni brani dicono
esplicitamente che Gesù “ha dato sé stesso per noi, per redimerci da
ogni iniquità” (Tim. 2,14) e che “il Sangue di Gesù Cristo ci
monda da ogni peccato” (1 Gv. 1,7).
Quando Gesù dice che ci sono dei peccati che non saranno perdonati “nè
in questo mondo, nè nel futuro” (Mt. 12,32) non porta una eccezione
al valore della sua Redenzione riguardo a tutti i peccati, ma parla dei
peccati contro lo Spirito Santo, come la ostinazione nel male e
l’impenitenza finale, i quali non vengono rimessi, non perchè manchi la
sua grazia e il suo merito, ma solo perché l’uomo vi rimane fino alla
morte per sua cattiva volontà e si oppone perciò alla remissione.
Essendo la Redenzione di Cristo pienissima e sovrabbondante, ci ha
liberato non solo dalla colpa del peccato ma ancora dalla
pena. “Ci ha strappato dal regno delle tenebre e ci ha
trasportato nel regno del Figlio del suo amore” (Col. 1,13). “Vi
ha vivificato con Lui, rimettendovi tutti i delitti; cancellando la
scritta del decreto che era contro di noi... affiggendolo alla croce”
(Col. 2, 13-14).
Liberandoci dall’inferno ci ha rimesso per lo meno la pena eterna. Si
capisce che per l’applicazione di questo perdono occorrono per parte
dell’uomo delle condizioni.
III - La Redenzione soggettiva importa che i singoli uomini partecipino
al valore universale della soddisfazione e del merito di Cristo con la
rigenerazione spirituale divenendo membri del Corpo Mistico e compiendo
opere buone sotto l’influsso della grazia e delle virtù soprannaturali.
E’ SOSTANZIALMENTE DI
FEDE
contro i Protestanti i quali escludono la cooperazione dell’uomo
all’opera salvifica di Gesù, dicendo che basta la fede, perchè ci siano
applicati i meriti e la soddisfazione di Gesù.
Il Conc. di Trento (D. B. 795) dice: «Benchè infatti Egli sia
morto per tutti, non tultti tuttavia ricevono il beneficio della sua
morte, ma solo quelli cui viene comunicato il merito della Passione.
Poiché come di fatto gli uomini non nascerebbero ingiusti, se non
propagati dal seme di Adamo... così se non rinascessero in Cristo non
sarebbero mai giustificati”.
LA
SCRITTURA
dice: “Se
uno non è rinato nell’acqua e nello
Spirito Santo, non può entrare nel regno di Dio” (Gv. 3,3).
Dunque per rimettere i peccati ed entrare nel regno di Dio, è
essenziale la rigenerazione spirituale.
Quando Gesù porta la similitudine della vite e dei tralci (Gv. 15)
insiste nel dire che per produrre il frutto è necessario rimanere in
Lui, e Lui in noi. Chi è staccato, sarà gettato ad ardere, come il ramo
infruttuoso, e conclude: “Rimanete nel mio amore. Se osserverete i
miei precetti, rimarrete nel mio amore”. Ecco perciò che alla fede
va unito l’amore e le opere con l’osservanza dei comandamenti.
S. Pietro dice che Cristo ha patito, “perchè seguiamo le sue
vestigia” (I. Pt. 2,21), e S. Paolo, fra le numerose
testimonianze, asserisce: “Eredi di Dio, coeredi con Cristo, ma se
avremo patito con Lui saremo glorificati con Lui” (Rom. 8,17).
Condizione dunque essenziale per la remissione dei peccati e la
salvezza: l’imitazione di Gesù.
Altra forte frase, per dire la nostra partecipazione ai patimenti di
Gesù: “Compio nella mia carne quelle cose che mancano alla passione
di Cristo, per il suo Corpo, che è la Chiesa” (Col. 1,24).
La frase è ardita. Sembrerebbe quasi che mancasse qualche cosa alla
passione di Gesù, ma se non manca niente, come abbiamo visto, della
perfezione della sua soddisfazione e del suo merito, manca la nostra
cooperazione, che si compie appunto attraverso i nostri dolori e le
nostre opere buone.
Ci dispensiamo dal citare le testimonianze dei PADRI. Ogni loro scritto
parla della necessità delle nostre opere buone per raggiungere la
salvezza. Riportiamo solo il pensiero di S. Tomaso (S. c. Gent.
4,55) da uno dei numerosi suoi brani su questo argomento. Quantunque la
morte di Gesù abbia soddisfatto per tutti i peccati del genere umano,
tuttavia ciascuno deve cercare i mezzi per la propria salvezza. Occorre
applicare a ciascuno la causa universale, perchè partecipi del suo
effetto. Gli effetti della morte di Adamo vengono applicati a ciascuno
partecipandovi discendendo da lui, gli effetti di salvezza della morte
del Cristo vengono applicati a chi partecipa della sua vita venendo
incorporato e congiunto a Lui, per mezzo della rigenerazione spirituale.
IV
-
Cristo ha
meritato sufficientemente a tutti gli uomini la grazia abituale e le
grazie attuali e la vita eterna.
E’ CERTO
Diciamo SUFFICIENTEMENTE, perchè per parte del Cristo sono state
meritate le grazie per tutti, ma per parte dell’uomo a volte restano
inefficaci.
GRAZIA ABITUALE
e cioè la
giustificazione.
Già i testi portati ci mostrano che Gesù ci ha meritato la grazia
abituale. Più volte essi ripetono “giustificati per la sua grazia”.
GRAZIE
ATTUALI che preparano e accompagnano la giustificazione.
Oltre la grazia abituale ci dà le grazie attuali: c Ci benedisse in
ogni benedizione spirituale nelle cose celesti in Gesù Cristo» (Ef.
1,3).
Gesù ci ha meritato pure la VITA ETERNA: “A tutti coloro che
lo obbediscono si è fatto causa della vita eterna» (Ebr. 5, 9)
(Gesù, colla sua Redenzione, mentre ci ha donato i doni
soprannaturali, come abbiamo detto, non ci ha ridato per la vita
presente, i doni preternaturali, come nello Stato di natura innocente.
Ci ha meritato però che l’ignoranza, la concupiscenza e il dolore, ci
potessero servire per acquistare merito. Così pure ci ha meritato che
anche i doni naturali ci potessero cooperare in bene, in quanto servono
alla salvezza eterna quando vengono elevati dalla grazia).
IL SACRIFICIO DELLA
REDENZIONE
L’elemento dominante nell’opera di salvezza compiuta da Cristo è il
Sacrificio.
“Esso compendia e unifica tutti gli altri aspetti del mistero di
Cristo: è satisfactio, è redemptio, è meritum. Per esso infatti
Cristo restituisce al Padre abbondantemente l’onore di cui è stato
privato col peccato (satisfactio); per esso gli offre un sovrabbondante
prezzo per il riscatto degli uomini dalla loro triplice schiavitù
(redemptio); per esso merita ogni altra grazia per sè e per gli uomini
(meritum); in esso e per esso si ristabilisce la corrente di amore fra
il cielo e la terra, interrotta dal peccato: in esso e per esso si attua
la solidarietà mutua fra Cristo e gli uomini” (G. ANICHINI, op.
cit.).
Sacrificio significa:
offerta di una cosa sensibile che viene distrutta realmente o
moralmente, fatta soltanto a Dio dal legittimo ministro per riconoscerlo
come principio supremo ed ultimo fine dell’uomo e dell’universo intero.
Fino dal principio del mondo, l’uomo ha sentito il dovere di offrire a
Dio le cose migliori per riconoscere il suo supremo dominio. Già
Abele e Caino offrivano gli armenti e i frutti, della terra.
Melchisedech, il pane ed il vino, figura del Sacrificio Eucaristico.
Nelle religioni pagane, oltre alle immolazioni di animali, si è giunti
molte volte alla immolazione di vittime umane alla Divinità. C’è errore
in questo, anzi aberrazione deprecabile, perchè solo Dio è padrone della
vita dell’uomo; ma c’è un profondo significato: l’uomo pensa in questo
modo di riconoscere meglio il supremo dominio di Dio e di espiare più
efficacemente il suo peccato.
A significare l’unione dei fedeli col sacrificio, e quindi con Dio cui
era offerto, molte volte veniva mangiata in comune, pasto sacro, la
carne della vittima. Ciò che rimaneva veniva bruciato perché niente
doveva andar profanato di ciò che era stato offerto a Dio.
I sacrifici prescritti dalla legge di Mosè hanno valore in quanto sono
figura del Sacrificio di Gesù, il quale, padrone della vita e della
morte dà sè stesso in supremo olocausto.
GLI ELEMENTI
principali del sacrificio sono tre: L’OFFERTA, L’IMMOLAZIONE,
LA COMUNIONE.
Alcuni Teologi moderni insistono a considerare come parte essenziale del
sacrificio l’offerta (Cfr. LEPIN: L’Idée du Sacrifice de la
Messe, Paris 1926; M. DE LA TAILLE: Mysterium Fidei, Paris
1932; G. ANICHINI: op. cit.).
Altri si fermano a l’immolazione per meglio indicare l’espiazione
(HUGON: Le mystère de la Redemption, Paris 1923; P. PARENTE:
De Verbo Incarnato, Torino 1944; GARRIGOU-LAGRANGE, De
Eucharistia, Torino 1945).
La Comunione viene considerata come una parte integrante, quasi a
indicare l’amicizia ristabilita con Dio.
Secondo i primi autori fino al primo momento della Incarnazione, Gesù fa
la sua offerta piena e completa. Da quel momento il Divin Verbo, fatto
Uomo, ha presente la sua Passione e la sua Morte, e tutto fin da allora
offre al suo Divin Padre. Ha già così compiuto con la sua volontà il suo
sacrificio personale anche se, nella esecuzione la Passione e la
Morte verranno diversi anni dopo.
In un certo senso questo concetto sembra corrispondere al pensiero di S.
Paolo che, nella lettera ai Filippesi, attribuisce all’obbedienza di
Cristo e alla sua volontaria umiliazione, iniziata fin dal primo istante
dell’Unione ipostatica, e continuata, con un crescendo mirabile, fino
alla morte e alla morte di Croce, il merito della nostra Redenzione
della sua stessa esaltazione (Fil. 2, 1 s.).
Molti altri autori invece limitano alla passione e morte di Cristo il
carattere sacrificale. La vita precedente, osservano con P. Parente,
“si può dire o una preparazione del sacrificio, o un suo complemento”.
TESI
-
Cristo, sommo
sacerdote, offrendo sé stesso al Padre per noi morendo sulla croce offrì
un vero e perfetto sacrificio.
E’ DI FEDE
dal Conc. di Efeso (D. B. 122): “E offrì sè stesso per noi in
profumo di soavità a Dio Padre. Se alcuno avrà detto... che si è offerto
quale oblazione per sè e non piuttosto per noi... sia scomunicato”.
Il Conc. di Trento (D. B. 938) insegna che: “ha offerto sè
stesso sull’altare della Croce”, morendo per operare la nostra
Redenzione e aggiunge che “il Sacrificio della Messa non è altro che la
ripresentazione del sacrificio cruento una volta compiuto sulla
croce”.
La tesi è contro chi dice che la sua morte è solo un esempio.
PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Più volte S. Paolo parla di
ostia, ossia di vittima e di immolazione ciò che
senz’altro esprime l’idea di sacrificio. “Cristo ci amò e diede sè
stesso per noi oblazione e ostia a Dio in profumo dì soavità.» (Ef.
5,2): “Nostra Pasqua (cioè liberazione, passaggio alla
vita) si è immolato Cristo” (1 Cor. 5,7).
Specialmente nella lettera agli Ebrei, nei cap. 9-10, l’Apostolo
confronta il Sacerdozio e il Sacrificio di Cristo con quelli dell’A. T.
per provare la sublime trascendenza. “Cristo Pontefice offrì sè
stesso” ma non in un “tempio fatto dalle mani degli uomini” e
non offrì “il sangue degli agnelli o dei vitelli”, ma “il
proprio Sangue”. Non entrò nel Santuario molte volte come i
Sacerdoti di. Aronne nei loro molteplici sacrifici, ma “una sola
volta” cioè offrendo l’unico sacrificio della Croce.
B) - DALLA TRADIZIONE. Origene (Hom. in N. 24, 1): “Su tutte
queste vittime uno solo è l’Agnello che potè togliere il peccatoe perciò
cessarono tutte le altre vittime, perché questa vittima fu tale da
bastare da sola per la salvezza di tutto il mondo”.
S. Efrem (Hom. Azim.): “Il nostro Sacrificaiore fatto
Vittima, col suo sacrificio abol’i le vittime”.
S. Agostino (Trin. 4,13) dice che ha offerto “per noi
colla sua morte l’unico verissimo Sacrificio”.
DOPO LA MORTE DI
GESU’
LA DISCESA ALL’INFERNO. Inferno, etimologicamente significa:
la parte inferiore. Perciò con questa parola non s’intende solo il
luogo dei dannati, ma anche il Limbo o Seno di Abramo dove
si trovavano le anime degli antichi giusti, in attesa che fosse loro
aperto il cielo con la Redenzione e il Purgatorio.
Cristo, non col Corpo, ma con l’anima unita alla sua Divinità
discese al Limbo, per consolare i Giusti che l’attendevano portando loro
la luce della gloria. Così realmente li liberava da quell’attesa
ma non li trasse da quel luogo se non nel giorno della sua Ascensione al
Cielo.
Che Gesù sia disceso all’inferno è dottrina di fede dai
Simboli e dalla Tradizione. Nella Scrittura pure
troviamo tale affermazione: “Non è stato lasciato negl’inf eri e la
sua carne non ha visto la corruzione” (Atti 2, 31 e Sal. 15,
10). “Colui che salì al cielo chi è se non Colui che per primo
discese nelle parti inferiori della terra?” (Ef. 4, 9).
Secondo S. Tomaso (S. Th. 3 q. 53-58) Gesù discese al Limbo con
la sua sostanza o essenza; ma colla sua potenza oltre che
al Limbo discese all’inferno dei dannati per confonderli e atterrirli.
Probabilmente discese anche al Purgatorio per infondere speranza in
quelle anime, perchè purificate, non sarebbero salite al Limbo, ma al
Paradiso.
LA RESURREZIONE. La dimostrazione di questa verità di fede, così
fondamentale da far dire a S. Paolo che “se Cristo non
fosse risorto vana sarebbe la nostra fede” (Fu. 3,20), è è
già stata fatta nell’Apologetica.
Qui la ricordiamo come complemento del Sacrificio di Cristo.
S. Tomaso (1. c. q. 53 a. 1) ne mostra la convenienza per cinque
ragioni:
1) per esaltazione della giustizia divina che innalza chi si è
umiliato per amore di Dio;
2) per istruzione della nostra fede confermata dalla prova della
RESURREZIONE;
3) per incoraggiare la nostra speranza, perchè come “Cristo
è risorto, anche noi risorgerenio”;
4)
per ammaestramento
ai fedeli perché camminino nella “novità della vita”;
5) per compimento della nostra salvezza vivendo in una vita più
perfetta.
L’ASCENSIONE. Pure questo è un articolo di fede, mostratoci
chiaramente dai Simboli e dalla Scrittura.
Gli Atti (1, 9) dicono che mentre gli Apostoli lo
«vedevano fu elevato, e una nube lo rapì al loro sguardo”.
Gesù, come aveva operato la sua RESURREZIONE per sua propria virtù,
così operò la sua Ascensione: primo: per la sua virtù divina;
secondo: in virtù dell’anima glorificata che muove il corpo dove
vuole (S. Th. 3 q. 57 a. 3).
Salì al cielo con la sua natura umana, chè in quanto Dio è da per tutto.
SIEDE ALLA DESTRA DEL PADRE. Questa espressione ripetuta nella
Scrittura e nei Simboli non va intesa in senso materiale, ma
metaforico. Indica l’onore dato alla natura umana del Cristo, innalzata
sopra gli Angeli e gli uomini come Re e Giudice eterno.
CAPITOLO QUARTO
GLI UFFICI DEL REDENTORE
CRISTO SACERDOTE
SACERDOTE è il Mediatore in quanto dà o compie cose sacre
(Sacerdos etimologicamente: sacra dans: che dà cose).
La cosa sacra che il Sacerdote compie principalmente è il sacrificio
per cui più strettamente potremmo definire il Sacerdote:
colui che offre a Dio
un vero sacrificio per riconoscere il suo supremo dominio e per
soddisfare alla sua giustizia per i peccati degli uomini.
Questa tesi perciò è intimamente collegata con quanto abbiamo già detto
di Gesù Mediatore e del suo Sacrificio.
TESI
-
Gesù Cristo è
veramente Sommo Sacerdote.
É DI FEDE
dal Conc. di Efeso: «La divina Scrittura ricorda che Cristo è
stato fatto Pontefice e Apostolo della nostra confessione” (D. B.
122) e dal Conc. di Trento: “Fu opportuno ordinando così Dio,
Padre delle misericordie, che sorgesse un altro Sacerdote, secondo
l’ordine di Melchisedech, Gesù Cristo Nostro Signore” (D. B. 938).
SPIEGAZIONE: Gesù è detto Sacerdote secondo l’ordine di Melchisedech,
il quale offrì il pane e il vino, a differenza del sacerdozio di
Aronne, nei cui sacrifici si offrivano buoi, agnelli ed altri
animali.
Colla immolazione dell’Agnello di Dio, cessavano questi sacrifici
figurativi, ma Gesù avrebbe perpetuato il suo Sacrificio sotto le
apparenze del pane e del vino.
Gesù, come unico Mediatore tra Dio e gli uomini è l’unico Sacerdote
principale. Gli altri Sacerdoti sono come i suoi vicari visibili
in quanto compiono l’ufficio sacerdotale per Lui. Quando il
Sacerdote battezza, consacra, è Cristo che battezza e consacra.
Da quanto abbiamo detto della soddisfazione vicaria, segue che
Cristo è Sacerdote fino dal primo momento della sua Incarnazione.
PROVA - Già nell’Antico Testamento, Dio aveva promesso il Sacerdozio al
Messia: “Tu sei Sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedech”
(Sal. 109).
Nel Nuovo Testamento vediamo il Sacerdozio di Gesù mostrato da tutti
quei passi che ci fanno vedere il suo Sacrificio:
dalla Cena, alla sua Passione e Morte di croce.
S. Paolo parla diffusamente di Gesù Sacerdote nella lettera agli
Ebrei in particolare. In essa dà la nozione di sacerdozio e la
applica al Cristo. Il suo Sacerdozio è superiore a quello antico: Egli è
Sacerdote unico, sommo, eterno, che ha offerto in sacrificio, accetto a
Dio, il suo Sangue, redimendoci dal peccato. Rimandando a leggere per
intero la lettera agli Ebrei, ne riportiamo qui qualche brano:
“Ogni Pontefice, preso fra gli uomini, è costituito a pro degli uomini
in tutto quello che riguarda Dio, perché offra doni e sacrifici per i
peccati e possa patire insieme a quelli che ignorano ed errano essendo
egli stesso circondato di infermità e quindi deve, come per il popolo,
così per sé stesso, offrire il sacrificio per i peccati. E nessuno può
arrogarsi tal dignità, ma soltanto chi è chiamato da Dio, come
Aronne. Così pure Cristo non si arrogò da sé Stesso la gloria di essere
sommo sacerdote, ma gliela diede Colui che gli disse: Tu sei il mio
Figliuolo, oggi ti ho generato. Ed anche in altro luogo gli dice: Tu sei
Sacerdote in eterno, secondo l’ardine di Melchisedech” (5, 1-6).
“Gesù è diventato mediatore di una alleanza più eccellente.
Inoltre quelli sono stati fatti sacerdoti in gran numero, perché per la
morte erano tolti dall’ufficio Egli invece, perché rimane eternamente,
ha un Sacerdozio sempiterno... Pontefice santo, innocente, immacolato,
segregato dai peccatori e sublimato sopra i cieli, che non ha bisogno,
come quei sacerdoti, di offrire ogni giorno sacrifici prima per i suoi
peccati e Poi per quelli del popolo, perché ciò l’ha fatto una volta per
sempre offrendo se’ stesso” (7, 23-27).
GESU’ PROFETA E
DOTTORE
Come i profeti antichi che non solo predicevano gli avvenimenti, ma
ancora insegnavano la verità delle cose divine, così Gesù, in modo
eminente è Profeta e Dottore.
TESI
-
Il Cristo, in
senso pienissimo, è Profeta e Dottore.
PROVA - Non ci dilunghiamo in questa dimostrazione rimandando alla
Apologetica (p. 86 s.) dove di fatto abbiamo visto le profezie fatte da
Gesù e il loro avveramento.
Già il Deuteronomio (18, 18) annunzia: “Susciterò loro di
mezzo ai fratelli un profeta... e porrò sulla bocca le mie parole».
Riguardo ad essere Dottore e Maestro della verità già abbiamo veduto che
Gesù non solo insegna la dottrina di Dio, ma dà alla sua Chiesa il
potere di trasmettere questo insegnamento dotandola del carisma della
infallibilità (p. 75 e 154 s.).
Gesù stesso aveva affermato: “Uno solo è il vostro maestro: il
Cristo” (Gv. 13, 14).
GESU’ RE UNIVERSALE
TESI
-
Cristo, anche in
quanto uomo, è re degli uomini e di tutte le creature.
E’ DI FEDE
DIVINO-CATTOLICA
Almeno sostanzialmente.
Alle parole dei Simboli “siede alla destra del Padre” e
“il cui Regno non avrà mai fine” e a quelle della
Liturgia: “Tu Re della gloria, Cristo” (Te Deum); “vieni o
Re della gloria” (Ant. dell’Avvento) si aggiunge l’Enc. “Quas
Primas” (Pio XI, 11 dicembre 1925) cui fanno éco la prima Enc. di
Pio XII “Sum‘mi Pontificatus” e la «Mystici Corporis”.
SPIEGAZIONE - ANCHE IN QUANTO UOMO, perchè è chiaro che come Dio
è Re e Signore di ogni cosa. Come Uomo ha questo diritto regale per la
Unione Ipostatica e per la Redenzione. Egli è nostro
RE PER DIRITTO DI
CREAZIONE:
“Dio
ha voluto creare gli Angeli e gli uomini, affinchè tenessero compagnia
al suo Figliolo (Incarnato) perchè partecipassero alla sua grazia e alla
gloria sua” (G. CERIANI: La Persona di Cristo,
Didascaleion, Milano 1954).
RE PER DIRITTO DI
UNIONE.
Facendosi uomo, ha assunto la natura umana, si è fatto
nostro fratello e nostro Capo. Da Lui ci proviene la grazia e viviamo in
Lui.
RE PER DIRITTO DI
CONQUISTA.
Con la Redenzione, versando il suo Sangue per noi, ci ha
riscattati dalla schiavitù del peccato, riconducendoci a Dio, facendoci
sue membra, suoi coeredi nella gloria.
Ai motivi ricordati dalla Enc. potremmo aggiungere che
Gesù è:
RE
PER DIRITTO DI AMORE. Egli ci ha amato “fino alla fine” e col suo
amore si è conquistato il diritto al nostro cuore. “L’amore di Cristo
ci spinge” (2 Cor. 5,13).
RE PER LIBERA
ELEZIONE.
Il dominio assoluto di Cristo non viene a costringerci per forza a
riconoscere i suoi supremi diritti. Egli chiede la nostra libera scelta.
RE DI TUTTE LE
CREATURE.
I diritti della Regalità di Cristo, non si restringono agli uomini e
agli Angeli ma a tutte le creature. Così lo debbono riconoscere Re, le
scienze e le arti, gli individui e le nazioni, i privati, i legislatori,
i Re.
La sua Regalità è piuttosto spirituale che materiale, e comprende
la triplice potestà legislativa, giudiziaria, e coattiva.
PROVA - NELL’ANTICO TESTAMENTO i Salmi messianici della Regalità:
“L’ho costituito Re sopra Sion... Ti darò i popoli in eredità e in
tuo possesso i confini della terra... Li reggerai con scettro ferreo
(Sal. 2). “Il tuo trono, o Dio, nei secoli dei secoli scettro di
giustizia, scettro del tuo regno” (Sal. 44). “O Dio dà il tuo
giudizio al Re e la giustizia al figlio del Re: governi il suo popolo
con giustizia e i tuoi umili con equità... dominerà da mare a mare... lo
adoreranno tutti i Re della terra tutte le genti serviranno a Lui»
(Sal. 71).
Importante il passo di Isaia (9,6 s.): “Ci è nato un pargolo ci fu
largito un figlio e sopra le sue spalle è stato posto un principato...
il suo impero si estenderà... siederà sopra il trono di David e sopra il
tuo regno.., in eterno”.
Geremia: (23, 5) “Regnerà il Re e sarà sapiente e farà il
giudizio sulla terra”.
Daniele: (7, 13) al “Figlio dell’uomo.., ha dato... un
regno e una potestà eterna che non sarà tolta e il suo regno non si dis
farà mai”.
NEL NUOVO TESTAMENTO
dice S. Luca (1, 32): «Gli darà il Signore Dio la sede di
David suo padre, e regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno e il suo
regno non avrà mai fine”. A Pi- lato che gli domanda se è Re,
risponde: “Sì, tu l’hai detto” (Gv. 18,37). Altrove Gesù afferma:
“Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra” (Mt. 28,18).
S. Paolo dice che Gesù consegnerà il regno al Padre. “necessario
che Egli regni finchè ponga tutti i nemici sotto i suoi piedi”.
Il Padre “pose ogni cosa sotto i suoi piedi” cioè sotto il suo
dominio (1 Cor. 15,24).
L’Apocalisse
(19,13) dice che
il Verbo di Dio porta scritto sulla sua veste e sul suo femore “Re
dei Re e Signore dei dominanti”.
Riguardo ai PADRI li dovremmo citare tutti, perchè parlano di Cristo
Re alla destra del Padre. Basti citare S. Agostino: il suo
libro De Civitate Dei lo potremmo chiamare un trattato della
Regalità di Cristo. In esso si vede che tutto gravita intorno A CRISTO
RE E CENTRO DI TUTTA
LA STORIA DEL MONDO da Adamo al popolo eletto, che lo attendono a
salvezza, fino a tutta l’umanità successiva, che non può trovare
salvezza se non in Cristo.
CAPITOLO QUINTO
IL CULTO AL S. CUORE DI GESU’
Questo argomento è già compreso sostanzialmente in ciò che dicemmo della
adorazione che si deve a Cristo in quanto “questo uomo”.
Dicemmo pure che nella sua Umanità, come per intero, così le singole
parti sono adorabili, in quanto tutte per la Unione Ipostatica, sono
congiunte al Verbo. Però non è conveniente formarne oggetto di un culto
speciale, se non ci sia una particolare ragione. Questa ragione c’è
nella devozione al SS. Cuore di Gesù. Per questo ne trattiamo qui contro
le obiezioni portate dai Giansenisti.
TESI - Il culto di adorazione al SS. Cuore di Gesù, il quale ha come termine
la Divina Persona del Verbo, è legittimo, opportuno e utilissimo ad
accrescere la pietà.
E’ CERTO
per l’approvazione data dalla Chiesa.
SPIEGAZIONE - Il Cuore fisico di Gesù viene adorato in quanto
è unito ipostaticamente alla Persona del Verbo e in quanto è
simbolo dell’infinito amore di Lui.
Non porta difficoltà l’errore fisiologico di alcuni Teologi del sec.
XVII i quali credevano il cuore organo dell’amore, mentre oggi
sappiamo che lo strumento che ha l’anima per l’amore è il cervello.
Il cuore resta sempre il simbolo dell’amore. Perciò è ormai
sentenza comune che l’oggetto prossimo materiale di questo culto
è il Cuore di carne, l’oggetto formale è l’infinito amore di
Gesù: Amore umano e divino di Gesù, come insegna Pio XI
nella Enc. “Mjserentissimus Redemptor” (8 maggio 1928).
PROVA: A) - NEL VANGELO troviamo una frase di Gesù, che ci
presenta in modo particolare il suo Cuore: “Imparate da me che sono
mite ed umile di cuore” (Mt. 11, 19).
La prova però, che veramente in modo implicito dimostra la legittimità
di questo culto, la troviamo nella tesi cattolica della adorazione della
Umanità del Cristo.
B) - I PADRI frequentemente parlano della Chiesa e dei
Sacramenti sgorgati dal Cuore trafitto dalla lanciata sulla croce.
S. Anselmo, S. Bernardo, S. Bonaventura parlano del Cuore di Gesù,
come Simbolo dell’amore di Gesù per gli uomini.
Le apparizioni a S. Margherita Alacoque (+ 1690) come prima
l’opera di S. Giovanni Eudes (1646) non costituiscono un
fondamento teologico di questa divozione, ma solo una
occasione per la quale la Chiesa giudicò opportuno di permettere il
culto.
C) - I documenti della Chiesa.
1) Clemente II l’anno 1765 diede l’assenso alla richiesta dei
Vescovi della Polonia che domandavano l’approvazione del culto al S.
Cuore, non solo considerato come simbolo, ma come Cuore di
carne.
2) Pio VI nella Cost. “Auctorem fidei” (1794)
condannando il Sinodo di Pistoia, spiega in qual senso la S. Sede abbia
approvato la divozione e dice che si adora: “in quanto è il Cuore di
Gesù, e cioè il Cuore della Persona del Verbo, cui è inseparabilmente
unito”.
3) La festa del S. Cuore che in un primo tempo non era stata
permessa per le difficoltà di ordine fisiologico sopra accennate,
studiata meglio la cosa, fu permessa da Clemente XII nel 1765,
e da Pio IX estesa a tutta la Chiesa il 1856.
4) Pio IX nel Breve di Beatificazione di Margherita
Alacoque, si riferisce al Cuore fisico: “Chi sarà tanto duro e
ferreo da non muoversi a riamare quel Cuore soavissimo e per questo,
ferito dalla lancia?”.
5) Leone XIII nella Lettera Apostolica del 28 giugno 1885
addita nel Cuore trafitto il rifugio e l’asilo di riposo per gli uomini
e lo indica come segno di salvezza mostrato in particolare ai nostri
tempi come lo fu già la croce, apparsa nel cielo a Costantino.
6) Pio XI con l’Enc. cit. ancora più profondamente presenta le
ragioni di questa divozione insistendo sul dovere della consacrazione
come principale atto di amore della creatura verso il Creatore, e
sul dovere della riparazione come ricompensa, in unione ai
patimenti di Gesù, delle ingiurie date a Dio.
7) Pio XII nell’Enc. “Haurietis aquas” del 15 maggio 1956
dice che “a buon diritto possiamo scorgere in questo culto, divenuto
ormai universale e ogni giorno sempre più fervoroso il dono che il Verbo
incarnato.., ha fatto alla Chiesa... in questi ultimi secoli della
travagliata storia”.
Dunque questa
divozione è legittima, secondo la dottrina Cattolica riguardante
l’adorazione della Umanità del Cristo. È opportuna, anzi utilissima alla
pietà cristiana perché alla freddezza dell’eresia Giansenista che
allontanava gli uomini da Dio, facendo vedere solo i rigori della divina
Giustizia, escludendo la sua Misericordia, contrappone la molla
potentissima della fiducia, che incoraggia e attrae noi poveri
peccatori, ad amare “quel Cuore che ha tanto amato gli uomini”, a
riparare e a cònfidare pienamente in Dio che “è Amore” (1
Gv. 4, 8). |