CRISTOLOGIA

TRATTATO QUINTO
DIO VERBO INCARNATO E REDENTORE

Gesù Cristo è il centro di tutta la Teologia. In Lui si ricapitola ogni cosa. Tutte le cose sono state fatte per Lui, in Lui e con Lui. Egli è il Verbo del Padre, che facendosi uomo ci ha rivelato la sua parola. Il Verbo si è fatto carne ed ha abitato in mezzo a noi: abbiamo visto la sua gloria e le sue umiliazioni di croce. Egli è la via, la verità, la vita, e nessuno potrà raggiungere il Padre, se Egli non lo trarrà. Ecco perciò l’importanza somma di questo trattato centrale che ci parla del secondo principale mistero della Religione.
Il primo riguarda l’Unità e Trinità di Dio, e lo abbiamo già studiato; il secondo l’Incarnazione, Passione e Morte di N. S. Gesù Cristo.
Ci sono di schema e guida le parole del Credo: “Credo... in Gesù Cristo Nostro Signore, il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto, discese all’inferno, il terzo giorno risuscitò da morte; salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre Onnipotente”.

Il trattato si dividerà in tre grandi parti:

1 - GESU’ VERO DIO E VERO UOMO O CRISTOLOGIA,

2 - GESU’ REDENTORE O SOTERIOLOGIA, (Sotèr in greco significa «Salvatore”)

3 - MARIA MADRE DEL CRISTO O MARIOLOGIA.

PARTE PRIMA
CRISTOLOGIA

Questa parte ci dice in particolare chi è Gesù Cristo. La divideremo nei seguenti capitoli:

1 - GESU’ VERO DIO E VERO UOMO studiando le due Nature nell’unica Persona del Verbo (UNIONE IP0STATICA).

2 - LA PERSONA ASSUMENTE.

3 - LA NATURA ASSUNTA.

4 - NECESSITA’ E FINE DELL’INCARNAZIONE.

I DOCETI, forse anteriori agli Gnostici, non solo come questi negavano la Divinità di Gesù, ma affermavano che il suo corpo era solo un’apparenza (dokeo, in greco sembro).
Gli ARLNI lo dicevano non della stessa sostanza del Padre, ma la prima creatura.
Gli AD0ZI0NISTI lo definivano Figlio adottivo prediletto di Dio.
I RAZIONALISTI del sec. XVIII e seguenti (Diderot, Voltaire e in genere gli Enciclopedisti) lo dissero un semplice uomo.
Per i PROTESTANTI LIBERALI (Kant, Spinoza, ecc.) e i S0cINIA- NI era un profeta superiore agli altri, ma semplice uomo, chiamato Dio perchè nella sua Umanità si manifestavano grandi opere.
I MODERNISTI (Loisy, Le Roy, Tirrel, Renan, Buonaiuti) distinguevano il Cristo storico dal Cristo della Fede. Quello era un semplice uomo, questi era stato creduto Dio dal sentimento dei fedeli.

CAPITOLO PRIMO
GESU’ VERO DIO E VERO UOMO

Gli errori

Alcuni negano la Divinità di Gesù Cristo; altri la sua Umanità; altri ancora l’unione fra la Divinità e l’Umanità.
Ne abbiamo già incontrati diversi nel trattato: “Dio Trino».

I - CONTRO LA DIVINITA’

GERINO e gli GN0sTICI fin dal tempo dell’Apostolo S. Giovanni negavano la Divinità distinguendo fra Gesù, puro uomo, e il Cristo, qualche cosa di celeste, un Eone: cioè un Essere intermedio, ma non Dio.
Gli EBI0NITI e gli ESSENI, sempre nel I sec. dicevano che il Cristo era un uomo unito in modo speciale a Dio.

II - CONTRO L’UMANITA’

Gli APOLLINARISTI, da Apollinare di Laodicea (a. 350), dicevano che il Verbo avesse assunto il corpo e un’anima sensibile, ma non l’anima intellettuale, al cui posto stava la Divinità. Così non sarebbe stato un vero Uomo, perchè privo dell’anima spirituale.
I MONOTELITI (monos uno, telos = fine, scopo cui si indirizza la volontà) negavano in Cristo la volontà umana e quindi ammettevano in Lui la sola
volontà divina.

III - CONTRO L’UNIONE DELLE DUE NATURE
I NESTORIANI, da Nestorio nato in Siria (sec. VI), ammettevano solo una unione morale fra la Divinità e l’Umanità, per cui, secondo loro, in Cristo vi sono due Persone, una Divina e una Umana, unite moralmente. Di conseguenza Maria sarebbe stata Madre di un Uomo, ma non Madre di Dio.
GLI EUTICHIANI o M0N0FISITI (fisis = natura) venuti da Eutiche di Costantinopoli affermavano che in Cristo, dopo l’unione, vi era una sola Natura.
Contro costoro enunciano le seguenti tesi:

GESU’ VERO DIO

Già nel Trattato “Il Rivelatore”, parlando di “Cristo Inviato Divino”, mandato da Dio a rivelarci la verità, abbiamo dimostrato storicamente che Gesù aveva affermato di essere il Figlio di Dio. La prendevano i Vangeli semplicemente come libri storici, che ci narrano fatti veri. Qui vediamo il Vangelo e tutti i libri sacri, come ispirati da Dio e li seguiamo secondo l’interpretazione autentica che ce ne dà la Chiesa, per mandato divino.
Per ragioni di brevità in questa tesi non riportiamo per intero quanto abbiamo detto, ma lo accenniamo schematicamente, pregandovi di rivederlo sotto la nuova luce della fede, nelle pagine passate.

TESI - Gesù Cristo è vero Dio, cioè il Figlio di Dio Unigenito.

E’ DI FEDE

dai vari Simboli e dal Conc. di Calcedonia che definisce:
“Un solo e medesimo Cristo, Figlio Signore Unigenito... è Figlio Unigenito, Dio Verbo” (D. B. 148).

PROVA: A) - DALL’ANTICO TESTAMENTO preso separatamente non potremmo dimostrare con chiarezza che Gesù non è solo il Messia, ma il Figlio di Dio. Se invece lo confrontiamo col Nuovo, quei testi acquistano una nuova luce e vediamo che, almeno alcune delle profezie messianiche, non si applicano a un semplice profeta, ma a Colui che è il Figlio di Dio. Gesù stesso (Mt. 22,41) si richiama al Salmo 109 di DAVID e dice che se è il “Signore di David” quando come uomo non era ancora nato, vuoi dire che esisteva già, perchè Dio.
ISAIA pronuncia le parole, riprese dall’Angelo nella Annunciazione: “Ecco, una Vergine concepirà e darà alla luce un figlio e il suo nome sarà l’Emanuele”, che significa “Dio con noi” (Is. 7,14). E ancora “...poichè ci è nato un pargolo... e si chiamerà l’Ammirabile, il Consigliere, il Dio Forte, il Padre del secolo futuro” (Is. 9,6). Da notare che la parola “Dio Forte” nel testo ebraico è indicata con nome proprio di Dio: Jahwè. Verrà Dio stesso e vi salverà” (ib).
MIcHn. annunziando che Gesù nascerà in Betlemme dice che il suo inizio “è dall’eternità” (Mich. 5,2).
MALACHIA profetando Gesù portato al Tempio dice: “Verrà al Tempio il Dominatore” (3,1) applicando a Lui questo attributo che viene usato parlando di Dio.

Nei LIBRI SAPIENZIALI in vari punti si parla della Sapienza di Dio generata da Dio eternamente. “Il Signore mi ha posseduto fin dall’inizio delle sue vie, prima che fosse alcuna cosa...” (Prov. 8,22). “Primogenito di ogni creatura” (Sap. 7). E potremmo portare ancora molte altre citazioni.

B) - DAL NUOVO TESTAMENTO la dimostrazione è chiara ed esplicita.
Alle teorie dei Razionalisti e Modernisti rispondiamo prima di tutto con quanto abbiamo detto nella Apologetica; agli altri il N. T. dice espressamente quale sia la dottrina cattolica.
NEI VANGELI SINOTTICI. Richiamandoci ai testi portati, troviamo che i Sinottici:

a) riportano distintamente quando Gesù dice “Padre mio” o invece “Padre nostro”;

b) la confessione di Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente”;

c) la voce “mio Figlio diletto”;

d) la risposta al Tempio e a Caifa;

e) la attribuzione dei poteri e delle prerogative divine;

f) il Battesimo si imparte nel nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo.
La dimostrazione presa dai Sinottici ha un valore particolare contro i Modernisti, i quali ammettono che S. Giovanni abbia parlato di Gesù Figlio di Dio, come una idea elaborata successivamente e scritta dal presbitero Giovanni, invece che dall’Apostolo, ma negano che i Sinottici ci parlino di Gesù Figlio di Dio, dicendo che usano la parola “Figlio di Dio” nel semplice senso di “Messia”. I testi e i fatti portati mostrano invece come realmente anche i Sinottici parlano in senso proprio di Gesù, Figlio di Dio per natura.

IN S. GIOVANNI. Fra i vari testi portati:

a) il Prologo del Vangelo;

b) Gesù a Nicodemo;

c) Gesù padrone della vita e della morte;

d) legge nel cuore;

e) le parole di Marta, ci soffermiamo ad approfondire il primo: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio... Per mezzo di Lui furono fatte le cose tutte; e senza di Lui nulla fu fatto di ciò che è stato fatto... e il mondo è stato fatto per mezzo di Lui... venne nella sua proprietà.., ma a quanti lo accolsero diede potere di diventare figli di Dio, a quelli che credono nel suo nome... E il Verbo si è fatto carne e abitò fra noi e abbiamo veduto la sua gloria, come dell’Unigenito del Padre” (Gv. 1, 1-14).

Esaminiamo le singole frasi:
In principio era il Verbo indica la sua esistenza eterna. Quando le cose hanno avuto inizio il Verbo era appunto perchè esistente dall’eternità.
Il Verbo era presso Dio. Questo parole fanno vedere la distinzione della Persona in Dio.
Il Verbo era Dio: è un’affermazione quanto mai esplicita della Divinità del Verbo: Egli possiede la stessa e identica Natura del Padre.
Tutto è stato fatto per Lui... cioè per suo mezzo: Egli è la causa esemplare ed efficiente di tutte le cose, perchè è la Sapienza di Dio.
Venne nella sua proprietà... (o in casa sua, come si traduce dal testo greco), tutto gli appartiene, perchè tutto creato per Lui, perchè Dio.
...di diventare figli di Dio, nota la distinzione fra il Verbo Figlio di Dio per natura e quanti possono diventare figli adottivi per mezzo di Lui.
Il Verbo si è fatto carne. È il mistero della Incarnazione:
Dio si fa uomo.
...gloria come dell’Unigenito del Padre. Gesù è il Figlio di Dio Unigenito, cioè, unico generato, l’unico che possiede, come Figlio, l’identica natura del Padre.

Negli ATTI DEGLI APOSTOLI ripetutamente gli Apostoli predicano di “Gesù Figlio di Dio” non solo “uomo santo e giusto... preannunziato da Mosè, ucciso dagli Ebrei, risuscitato ed esaltato da Dio” (3,14), ma ancora “autore della vita” (3,15) “giu dice dei vivi e dei morti” (10, 12) “Signore di tutti” (10, 36) “datore dello Spirito Santo e della grazia” (2, 33; 13,43) tutti compiti che si possono attribuire soltanto a Dio.

IN S. PAOLO. In moltissimi testi S. Paolo (parlando ai pagani), più che la Messianicità del Cristo, mostra che Egli è il Figlio di Dio. Ai Romani (1, 1-4) scrive di Gesù Cristo promesso dai Profeti “Figlio suo che si è fatto carne della discendenza di David, che è dichiarato Figlio di Dio... Gesù Cristo, nostro Signore”, e continua (9,5): che “è sopra tutte le cose, Dio, benedetto nei secoli”.
Ai Colossesi (1, 15) lo chiama “Immagine di Dio invisibile”; immagine sostanziale, come abbiamo spiegato, “nel quale sono state create tutte le cose in cielo, in terra, visibili e invisibili”.
Agli Ebrei (1,3) dice che è “splendore della sua gloria e figura della sua sostanza.., erede di tutte le cose... e tutte le cose sono state fatte per Lui...”. Inizia questa descrizione distinguendo il Figlio suo dai profeti per cui prima aveva parlato:
«In Lui inabita tutta la pienezza della divinità corporalmente” (2,9).
Ai Filippesi (2,5-11) dice che “Gesù Cristo, essendo nella forma di Dio, non giudicò rapina essere uguale a Dio, ma si annientò prendendo la forma di servo”.
E potremmo moltiplicare le citazioni, ma già queste ci mostrano chiaramente come Gesù è vero Figlio di Dio.

Gesù vero uomo

Contro i Docti e gli Apollinaristi dimostriamo dalla Scrittura (riservandoci di esaminare la Tradizione successivamente) la seguente:

TESI - Gesù Cristo è vero e integro uomo, cioè con anima razionate e corpo come lo abbiamo noi.

E’ DI FEDE

dal Concilio di Calcedonia e dal Simbolo Atanasiano: «Perfetto Dio e perfetto uomo, sussistente di anima razionale e di corpo”.

PROVA - Gesù è simile in tutto a noi, eccetto il peccato.

A) - NEL CORPO. S. Matteo (1, 1-16) e S. Luca (3,23 ss.), ci descrivono la genealogia umana di Gesù discendente da Adamo e da David; per opera dello Spirito Santo è concepito da Maria Vergine; il Verbo si è fatto carne; viene involto in panni, posto nel presepio, circonciso, abita in mezzo a noi (Mt. 1, 18 ss.; Le. 1, 26 s.; Gv. 1, 14); come gli altri uomini cresce, ha fame, sete, mangia, beve, dorme, è affaticato, versa il Sangue, è pieno di dolori, geme, piange, è flagellato, coronato di spine, crocifisso, muore, viene seppellito. Dopo la sua RESURREZIONE dà a toccare il suo Corpo. Non indichiamo le singole citazioni, perchè si può leggere tutto il Vangelo e da ogni pagina appare la realtà delle azioni umane di Gesù.

B) - NELL’ANIMA. Non solo si rivela in Lui un’anima sensibile come quando è turbato o freme nello spirito e supplica, come alla morte di Lazzaro (Gv. 11,33 s), o è oppresso dalla tristezza, dal timore, come nel Getsemani (Mt. 26, 37; Mc. 14, 33), ma un’anima razionale come nell’esercizio delle virtù della preghiera in cui passa le notti (Mt. 1, 35; Le. 6, 12), dell’umiltà (Mt. 11, 29), dell’obbedienza (Fu. 2, 8; Mt. 26, 27-36; Lc. 22, 19), e quando sulla Croce raccomanda al Padre il suo Spirito (Lc. 23, 46).
Leggendo il Vangelo troviamo pure come agisce liberamente e come ragiona acutamente esponendo le verità più sublimi.

C) - NELL’UMANITÀ COMPLETA. S. Paolo ci dice: “Uno solo è il mediatore tra Dio e gli uomini: l’uomo Cristo Gesù” (1 Tim. 2,5) e: “Come per un uomo (Adamo) la morte, per un uomo (Gesù) la RESURREZIONE dei morti” (1 Cor. 15,21).
In questi testi e in molti altri somiglianti l’Apostolo parte dal presupposto che Gesù non avrebbe potuto compiere la sua missione, se non fosse stato veramente uomo.

IN GESU’ DUE NATURE IN UNA SOLA PERSONA

Il Figlio di Dio si è fatto Uomo. Questo grande mistero si chiama: INCARNAZIONE DEL VERBO o anche: UNIONE IPOSTATICA.
Per capire questa ultima espressione ricordiamo quanto abbiamo spiegato riguardo ai termini natura e persona o ipostasi.

L’UNIONE IPOSTATICA

L’UNIONE in genere può essere accidentale o sostanziale.

I - ACCIDENTALE è quando dalla unione non risulta una natura o una persona, ma un composto di cose che si uniscono restando quella natura (una o più) e quelle persone che c’erano prima. Per es.: una società è una unione di persone che non formano una nuova natura o persona fisica. Il corpo morale che formano non è una persona o una natura fisica in più. Così oltre l’unione di più sostanze, ci può essere l’unione di note accidentali alla sostanza, come la bellezza a un corpo, e note accidentali fra loro, l’amore e la volontà nell’anima.

II - SOSTANZIALE quando due o più sostanze formano un tutto sostanziale; per es.: l’anima e il corpo formano l’uomo; l’idrogeno e l’ossigeno, l’acqua.
Questa unione può essere:

a) essenziale quando formano una essenza o natura specifica, come nell’esempio dell’uomo e dell’acqua.

b) personale quando coll’unione danno un unico principio di operazione incomunicabile, cioè la persona, come avviene nell’uomo e non nell’acqua.
Questa ultima unione si suddivide a sua volta in due specie:

1 - PERSONALE SEMPLICEMENTE quando due sostanze incomplete, unendosi, formano una persona, come nel solito esempio dell’anima e del corpo che formano l’uomo.

2 - PERSONALE IPOSTATICA, quando due nature già complete, rimanendo integre sono unite in unica persona, la quale non è costituita da questa unione nella quale rimane senza nessun cambiamento. Questo avviene unicamente nel mistero della Incarnazione.

L’UNIONE IPOSTATICA si può perciò definire: l’ammirabile unione della natura divina e della natura umana, nell’unica Persona del Verbo.

Contro gli errori già esposti, poniamo la seguente:

TESI - In Gesù Cristo la natura divina e la natura umana sono unite nell’unica Persona del Verbo già preesistente; e perciò non una unione morale-accidentale, ma fisico-sostanziale, fatta nella persona.

E’ DI FEDE

dal Simbolo Atanasiano e dal Conc. di Ca!cedonia (451) il quale riprende contro Eutiche la lettera dogmatica che nel 449 aveva scritto S. Leone Magno a S. Flaviano. Il Concilio di Calcedonia, nel decreto contro Eutiche (D. B. 148) dopo aver detto Gesù perfetto nella divinità e nella umanità, veramente Iddio e veramente uomo, con anima razionale e corpo, consostanziale al Padre secondo la divinità, e della Sostanza nostra secondo l’umanità simile in tutto a noi, ma senza il peccato; Eterno col Padre come Dio e nato da Maria Vergine come uomo, dice che si deve riconoscere “in due nature inconfusamente, immutabilmente, indivisamente, e inseparabilmente, senza toglier mai la differenza delle nature per la unione e sempre salva la proprietà di ciascuna natura, concorrente in una sola persona e sussistenza, non diviso e separato in due Persone, ma l’unico e medesimo Figlio di Dio, Gesù Cristo Nostro Signore”.
Queste ultime parole sono riprese anche dal Conc. Costantinopolitano (D. B. 290).

L’Unione Ipostatica è un mistero in senso stretto e perciò non si può dimostrare o conoscere intrinsecamente al lume della ragione umana, ma si conosce la sua esistenza da quanto Dio stesso ci ha rivelato.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Abbiamo riportato i testi che ci dimostrano come Gesù è vero Dio e vero Uomo. Dagli stessi si rivela come al medesimo Gesù sono attribuite le azioni proprie della natura divina come quelle proprie della natura umana. Ad es.: come Uomo è concepito, nasce, è posto in un presepio; come Dio è concepito da Maria Vergine per opera dello Spirito Santo ed è chiamato “Figlio di Dio” (Mt. 120-23; Le. 1,35). Come Uomo cresce, fatica, dorme, ha fame, si rattrista, sanguina, muore. Come Dio sana gli infermi, risuscita i morti, lo servono gli Angeli, lo proclama il Padre come suo Figlio nel Battesimo e nella Trasfigurazione, risuscita glorioso, sale al cielo.
Dalla lettura di tutto il Vangelo, come dalle descrizioni che ce ne fa S. Paolo vediamo in Gesù queste due differenti qualità e azioni proprie ora dell’una e ora dell’altra natura; il soggetto che le compie è sempre il medesimo: Gesù.

Dunque le due nature: divina e umana sono unite nell’unica Persona del Verbo.

L’unione non viene fatta nella natura, come se una natura unita all’altra fosse sostenuta da una terza natura; ma viene fatto nella Persona cosicchè nessuna delle due nature viene diminuita o distrutta, ma l’una e l’altra rimangono integre e inconfuse, l’una e l’altra possedute dalla Persona del Verbo di Dio. Quindi non è il Verbo che si è cambiato in un Uomo, o una natura Umana che è diventata natura divina, ma la natura umana che viene assunta dalla Persona del Verbo, il quale possiede già la Natura Divina. Se la natura umana fosse stata unita non alla Persona, ma alla natura del Verbo, allora dovremmo dire che anche il Padre e lo Spirito Santo si sono fatti uomo.
Logicamente questa Persona, essendo Dio e preesistente alla natura umana, è assunta nel tempo, esistendo dalla eternità. Ciò che in modo particolare, ci viene espresso chiaramente, come abbiamo visto, nel primo capitolo di S. Giovanni, “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio... Il Verbo di Dio si è fatto carne”.

S. Paolo dicendoci della unione delle due nature nell’unica Persona del Verbo,. fra i vari testi ne ha uno riassuntivo di tutti : “Essendo nella forma di Dio... si annientò prendendo la forma di servo” (Fil. 2,6).

Dunque in Gesù Cristo vi sono due nature e una sola persona.

da notare che l’unione del Verbo colla natura umana, non è una semplice unione morale e accidentale, come sarebbe una unione di amicizia o della stessa grazia. Due amici sono uniti fra loro moralmente, non fisicamente. Pietro e Paolo, amici, rimangono due nature e due persone distinte. Paolo per l’amicizia non è diventato Pietro. Così pure questa amicizia li unisce solo accidentalmente. Oggi c’è, domani può non esserci più.
L’unione ipostatica invece è fisico-sostanziale in quanto la natura umana viene assunta personalmente dal Verbo, in modo da appartenere alla stessa Persona e sostanzialmente, così che, una volta avvenuta, resta per sempre.

B) - DALLA TRADIZIONE. Il dogma della Unione Ipostatica già rivelato in modo formale esplicito nella S. Scrittura, come progresso nella conoscenza ha avuto soltanto una maggiore precisazione scientifica dei termini.
In vari documenti dei primi tempi, l’uso di alcuni termini non ancora precisati filosoficamente (come natura, persona, sostanza, ecc) potrebbero ingenerare confusione, ma il contesto delle frasi scritte dai Padri mostrano chiaramente l’esattezza dell’interpretazione di questo dogma. Infatti tutti affermano che il medesimo Gesù Cristo è al tempo stesso Dio e Uomo.
S. Ireneo
(Ad. Haer. 1,9) dice: “Imparate, o insensati, che Gesù, il quale ha patito per noi che ha abitato fra noi, Egli è lo stesso Verbo di Dio”.
S. Ignazio (Magn. 6,1; Trall. 7,1; Rom. 3,3, ecc.), asserisce contro i Doceti che Cristo, da una parte è il Verbo di Dio esistente dalla eternità nel seno del Padre, dall’altra è vero Uomo, nato da Maria Vergine dalla stirpe di David, che ha patito, è morto e che si è risuscitato.
Nel III secolo comincia ad apparire una esposizione più filosofica. Origene (De princ. 1,2; 2,6) dice che in Cristo altra è la natura divina per cui è l’Unigenito del Padre, e altra la natura umana, ma le due nature costituiscono un unico Ente.

Tertulliano espone accuratamente il significato di Persona:
“Vediamo un duplice stato non confuso, ma congiunto in una unica Persona, Gesù Cristo e Uomo” (Ad. Prasc. 27).
Più tardi S. Ambrogio: “Nell’una e nell’altra natura parla l’unico Figlio di Dio, perchè nel medesimo è l’una e l’altra natura” (Ep. ad Volusianum 3,11).

CONSEGUENZE DELL’UNIONE IPOSTATICA
Dal fatto della Unione Ipostatica derivano varie conseguenze di cui spieghiamo le principali:

1 - Nel Cristo vi sono due volontà e due operazioni;

2 - Una unica filiazione;

3 - L’adorazione dovuta al Cristo;

4 - La comunicazione degli idiomi.

Due volontà e due operazioni

TESI - In Cristo ci sono due volontà distinte, ma concordi, e due operazioni

E’ DI FEDE

dal Conc. di Costantinopoli III che definisce: “in Lui due naturali volontà e due naturali operazioni... due volontà non contrarie” (D.B. 290); come pure dalla Lettera di S. Leone a Flaviano e dal Conc. Laterano (649).
La tesi è contro gli Apollinaristi, gli Eutichiani e i
Monoteliti.

PROVA: A) - DAL FATTO CHE NEL VERBO CI SONO DUE NATURE.
Abbiamo visto ciò nelle tesi dimostrate. Ora la natura intellettuale non sarebbe integra se le mancasse la volontà e l’operazione. Dunque in Cristo ci sono due volontà e due operazioni.
D’altra parte abbiamo già veduto che la volontà è una proprietà della natura e non della persona, quando abbiamo studiato il Mistero della SS. Trinità, nel quale c’è unica volontà, benchè le Persone siano tre. Però la volontà che è propria della natura, viene mossa dalla Persona. Nel Cristo c’è una sola Persona del Verbo: perciò la sua volontà non può essere mai contraria alla sua volontà divina.

B) - DALLA SCRITTURA. Nella orazione del Getsemani, Gesù dice: “Non la MIA ma la TUA volontà si faccia” (Lc. 22,42). “Non come voglio Io, ma come vuoi TU” (Mt. 26,39). In un altro testo Gesù dice: “Sono disceso dal Cielo non per fare la MIA volontà, ma la volontà DI COLUI, che mi ha mandato” (Gv. 6,38).
In tutti questi passi è chiara la distinzione delle due volontà: la volontà umana di Gesù, alla quale ripugnano i patimenti, la morte, il calice del dolore e la volontà divina, identica a quella del Padre che il Verbo possiede col Padre e collo Spirito Santo, che vuole il suo sacrificio per la Redenzione del mondo. Però in queste due volontà distinte, non c’è opposizione, e sempre la volontà umana è uniforme alla volontà divina, tanto chè Egli può dire: “Faccio sempre quello che piace a Lui” (Gv. 8,29).
Il Vangelo ci mostra in molti passi la DISTINZIONE DELLA OPERAZIONE umana da quella divina: Cristo, come uomo, nasce, cresce, mangia, dorme, ministra, è affaticato, piange, è mesto, è ferito, muore; come Dio compie i miracoli in suo nome, e può dire: “Il Padre mio opera fino a questo momento e Io pure opero» (Gv. 5, 17). Quantunque in Cristo vi siano distinte operazioni, a volte i Padri e i Teologi parlano di operazione teandrica (Theos - Dio, Anér, Andros - uomo) cioè operazione divino-umana. Questa espressione pur usata la prima volta dallo pseudo Dionisio fu riprovata dal Conc. Laterano, come da S. Massimo, perché gli eretici la interpretarono come negazione delle due nature, volontà e operazioni del Verbo. Fu ripresa da S. Giovanni Damasceno e spiegata in modo ortodosso e in questo senso è intesa dai Teologi e cioè: Il Cristo compie una operazione con una natura essendo in comunione con l’altra.
Le azioni sono della Persona,
quindi è logico che di una operazione compiuta dalla natura Umana del Verbo, il merito, la dignità, l’efficacia risale alla Persona del Verbo, e in questo senso è una operazione teandrica, ma ciò non toglie che quella data operazione sia stata compiuta dalla Natura Umana. Per portare un esempio (soltanto per capir meglio, poiché non corrisponde esattamente alla spiegazione data in quanto qui si tratta della stessa natura e della stessa persona) se colla mia mano compio un’opera buona, è la mia persona che ne ha il merito, ma l’operazione è stata compiuta dalla mia mano.

C) - NEI PADRI. Prendiamo qualche breve testimonianza:
S. Atanasio (De Incarn. Verbi, 21): “Quando disse Padre se è possibile.., mostrò due volontà: una umana, che è della carne, e una divina che è di Dio”.
S. Giovanni Damasceno (De Fide Ortodossa 3,13): “...avere nel Cristo come è consentaneo a due nature, duplici proprietà naturali delle due nature: cioè due naturali volontà, divina e umana; due naturali operazioni, divina e umana”.

L’unica filiazione

TESI - Gesù, Cristo, anche come questo uomo, è Figlio di Dio per natura e non si può dire in nessun modo adottivo: e giustamente si dice predestinato.

E’ DI FEDE

dal Conc. di Efeso che definì: “Cristo è veramente Dio, come Figlio per natura” (D. B. 311) contro Nestorio; e dal Conc. di Lione II: Crediamo che lo stesso Figlio di Dio, eternamente nato dal Padre... nato nel tempo dallo Spirito Santo da Maria sempre Vergine.., non adottivo.., ma uno e unico Figlio di Dio in due e da due nature” (D. B. 426) e contro gli Adoziani, i quali ammettevano che il Verbo era Figlio di Dio, ma come Figlio di Maria, era Figlio di Dio solo per adozione e per grazia.

SPIEGAZIONE: Figlio per natura è colui che è generato da un vivente e che da questi riceve la sua natura; figlio per adozione è un estraneo che viene accolto e preso come figlio, coi relativi diritti, ma non ha ricevuto la natura dal padre adottivo. Nota che nella tesi è posto il pronome “questo” uomo per designare la persona, e cioè il Cristo come Persona del Verbo sussistente nella natura umana. Non è detto: “Cristo come uomo”. La frase così resterebbe equivoca e potrebbe significare che la natura umana fosse generata dal Padre: e ciò è eretico.
Alcuni Teologi come Scoto e Durando pur ammettendo che “Cristo come questo uomo” è Figlio naturale di Dio, pure dissero di poterlo chiamare Figlio di Dio adottivo secondo la Natura umana elevata dalla grazia. Questa sentenza quantunque non eretica, perchè non condannata in questo senso dai Concilii, pure è erronea, perchè la Scrittura mai dà a Gesù questo appellativo e d’altra parte la filiazione riguarda la Persona e non la natura. La Persona del Verbo è una sola. E poi il Cristo non è una Persona estranea che viene accolta nella famiglia di Dio.
Da quanto abbiamo detto si capisce pure in che senso si debba intendere quando qualcuno ha chiamato Gesù come uomo: creatura o servo di Dio. È vero che l’anima e il corpo di Gesù furono creati, ma Egli non è una creatura: è il Creatore. E se si può dire servo in senso largo perchè obbedendo ha preso forma di servo assoggettandosi alla volontà del Padre, non si può interpretare in senso stretto perché il servo è una persona estranea alla famiglia.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Cristo, visto come «questo uomo» è lo stesso Verbo di Dio fatto carne.
S. Paolo (Rom. 8,32): “Non risparmiò il suo stesso Figlio, ma lo consegnò per noi tutti”. Dunque il Cristo dato alla Passione e alla Morte come Uomo è proprio il Figlio di Dio.

B) - DAI PADRI. S. Atanasio, S. Agostino, S. Cirillo di Alessandria, ecc. parlando degli uomini fatti figli adottivi di Dio per mezzo di Gesù, distinguono la differenza del modo con cui Gesù è Figlio “Egli è Figlio di Dio per natura noi invece per la grazia” (S. Atanas. De Incarn. 8): “Da questa generazione della Grazia si distingue il Figlio che è Figlio di Dio” (S. Agost. Ep. Honorato, 3,9): “Non saremo figli di Dio come Lui, senza distinzione, ma per la grazia con cui lo imitiamo; poichè Egli è il figlio esistente genuino del Padre, noi invece adottivi per benignità” (S. Cirili., In Joan. 1,9).

GIUSTAMENTE IL CRISTO DETTO PREDESTINATO. Ciò significa che la Persona del Cristo in quanto sussistente nella natura umana fu predestinata alla filiazione divina e conseguentemente alla salvezza, mentre negli uomini la predestinazione viene data per la salvezza eterna.
Il Conc. di Toledo XI dichiara: Il Cristo, “per il fatto che procedette senza inizio dal Padre, generato soltanto, perciò non si prende nè fatto, nè predestinato; ma per il fatto che e nato da Maria Vergine, si deve credere che è nato e fatto e predestinato” (D. B. 285).

L’adorazione dovuta al Cristo

TESI - Cristo anche - come questo uomo - si deve adorare.

E’ DI FEDE

dal Conc. di Costantinop. II (553) che definisce: “Se alcuno... non adora con unica adorazione il Verbo di Dio incarnato colla propria carne, come fino da principio è Tradizione della S. Chiesa di Dio, sia scomunicato” (D. B. 221);
e dalla condanna di Pio VI alla proposizione contraria del Sinodo di Pistoia (D. B. 1561).
La tesi è contro gli Ariani e Nestoriani, che negavano il culto alla umanità del Cristo; contro i seguaci di Wicleff che dicevano di doversi dare alla Umanità del Cristo una adorazione relativa; e contro i Giansenisti che dichiaravano idolatrico il culto al S. Cuore di Gesù.

SPIEGAZIONE: CULTO è una specie di onore, cioè un segno di stima dato alla grandezza ed eccellenza di un altro.
È logico che a Dio e a Lui solo si deve il culto sopra ogni cosa, con tutta la nostra anima e con tutte le nostre forze, riconoscendolo come supremo Signore e Padrone. Si chiama culto di ADORAZIONE e di LATRIA. Ai Santi si dà il culto di VENERAZIONE, o DULIA, come servi e amici di Dio (Fino al IV secolo le parole latria e duiìa (che in greco significano servire) venivano usate promiscuamente e così le parole relative adorazione e venerazione. Più tardi se ne fece distinzione e definitivamente il Conc. di Trento stabilì che il culto di latrìa dato solo a Dio si dicesse adorazione; mentre quello dato ai Santi si chiamò dulìa o venerazione. Quello dato alla Madonna per la sua singolare eccellenza di Madre di Dio, si chiamò iperdulia (iper = al di sopra).

a) - Il culto può essere INTERNO quando viene esercitato con le sole facoltà dell’anima; ESTERNO quando vi si aggiungono le azioni del corpo, come la parola, l’inginocchiarsi, ecc.

b) - È ASSOLUTO quando è fatto direttamente alla persona; è RELATIVO quando è rivolto alla persona attraverso cose che ce la ricordano, come le Immagini e le Reliquie.

c) - L’oggetto del Culto è MATERIALE quando si riferisce a ciò che si adora o si venera; è FORMALE quando si riferisce al motivo (cioè alla dignità ed eccellenza) di ciò che si adora o si venera.
I Pastori e i Magi a Betlemme, vedendo quel Bambino”, giustamente lo adorarono perché la Sua Persona era la Persona dell’Uomo-Dio.
Come si deve adorare tutta la SS.ma Umanità del Verbo, così sono adorabili le sue singole parti. Però, per non esporre la cosa alla derisione degli increduli non è conveniente fermarsi al culto di una singola parte senza un motivo speciale, come c’è per il S. Cuore, sintesi dell’amore del Verbo di Dio per noi o per il Preziosissimo Sangue che Gesù ha sparso per la nostra salvezza. L’adorazione del Cuore, del Sangue, delle Piaghe è sempre l’adorazione a Dio, Verbo Incarnato.

PROVA A) - LA SCRITTURA ci mostra che al Cristo si debbono rendere onori divini di adorazione, perchè adorando quella natura umana si adora la Persona del Figlio, cui è unita ipostaticamente.
Ha dato al Figlio ogni giudizio, perchè tutti onorino il Figlio come onorano il Padre” (Gv. 5,23).
E S. Paolo: «Dio esaltò e gli diede un nome che è sopra ogni nome affinché si pieghi ogni ginocchio nel cielo, nella terra e nell’inferno” (Fil. 2,9.10).
Quando Dio introduce il Primogenito sulla terra, dice “e lo adorino tutti gli Angeli di Dio” (Ebr. 1,6).

B) - I PADRI: S. Policarpo: assolutamente nostra grazia e gloria, che adoriamo il Figlio di Dio fatto uomo”.
S. Atanasio: “Ad. Arianos 1,42): “Noi non adoriamo nessuna creatura... ma adoriamo il Signore della Creatura, il Verbo di Dio Incarnato”.

C) - LA RAGIONE TEOLOGICA. Siccome l’adorazione si riferisce alla Persona, essendovi nel Verbo una sola Persona, è questa che adoriamo, con la sua Natura divina e umana.

La comunicazione degli idiomi

TESI - In Cristo Dio-Uomo si deve ammettere la comunicazione degli idiomi.

E’ DI FEDE

dal Conc. di Efeso (D. B. 116), che condanna chi divide quelle voci che si riferiscono a Gesù come uomo, quasi non si attribuissero a Gesù anche come Dio.

La tesi è contro i Nestoriani, che ammettevano in Gesù due persone: contro gli Entichiani che, ammettendo una sola natura attribuivano a questa e non alla Persona, ciò che è proprietà dell’altra natura.

SPIEGAZIONE: Idioma (dal Greco idìon=proprio) indica gli attributi o proprietà che si possono predicare di una natura o persona. Comunicazione degli idiomi perciò significa che gli attributi della natura divina o umana del Cristo si possono predicare (cioè dire, attribuire) di Lui. La ragione è che essendo una sola Persona quello che opera o con una natura o con l’altra, sono operati dal Cristo. Così è lecito dire: questo Uomo è Dio; Dio è Uomo; Cristo è il Creatore ed è morto.
Per fermarci ad analizzare l’ultimo esempio è chiaro che la parola “Creatore” si può riferire solo a Dio; ma il Verbo essendo Dio è Creatore. Così solo l’uomo può morire, ma il Cristo che è Dio, possiede anche una natura umana con la quale ha sofferto la morte, e quindi è esatto dire: “Cristo è morto”.

PROVA: A) - Dalle tesi precedenti si prova che in quello che Gesù ha compiuto come Uomo, il merito risale alla Persona, cioè a Dio. Possiamo aggiungere qualche altro testo dalla
SCRITTURA: S. Paolo: Essendo nella forma di Dio... ricevendo la forma di servo” (Fil. 2,6). “In Lui inabita ogni pienezza della Divinità corporalmente” (Col. 2,9).

B) - DAI PADRI. S. Cirillo di Alessandria (Ad Nestorium 3,3):
Sono diventate proprie del Verbo quelle cose che sono della umanità; e proprie della umanità, quelle cose che sono dello stesso Verbo”.
Lo stesso concetto lo esprime S. Giovanni Damasceno (De fide ortod.) aggiungendo “secondo il modo alterna comunicazione”.

NOTA. È logico che questa comunicazione degli idiomi l’abbiamo quando le proprietà della natura, sono riportate, come abbiamo detto, alla Persona del Verbo.
Distinguiamo perciò alcuni casi in cui gli attributi si possono applicare più o meno rettamente.

1) - I nomi concreti sostantivi si possono predicare mutuamente perchè suppongono l’ipostasi: “Dio è Uomo; l’Immortale è mortale”.

2) - I nomi concreti aggettivi non si possono predicare; quindi non è corretto dire: Cristo è divino, Cristo è umano, perchè esprimono solo una partecipazione dicendo Cristo è divino diremmo solo che partecipa della divinità, mentre invece è vero Dio. Così pure è perfetto Uomo.

3) - I nomi astratti umani non si possono predicare, perchè si riferiscono solo alla natura umana. Così non posso dire:
Cristo è umanità.

4) - I nomi astratti divini invece si possono predicare, perchè si riferiscono alla Persona, per es.: Cristo è la Divinità.

DOTI DELLA UNIONE IPOSTATICA

Consideriamo qui alcune doti della Unione Ipostatica enunciandole con varie proposizioni.
E’ PERPETUA, vale a dire essa è cominciata dal momento della Incarnazione e durerà per sempre. Nel momento stesso in cui il Verbo era concepito nel seno di Maria SS.ma e cominciava ad esistere come Uomo, la Natura umana era assunta dal Verbo.
Al momento della morte, si separò l’anima dal Corpo di Gesù Cristo, ma la Divinità restava unita all’una e all’altro.
Dalla RESURREZIONE e Ascensione continua l’Unione Ipostatica per sempre, perchè Gesù resta per sempre non solo come Dio, ma anche come Uomo.
Il Conc. di Calcedonia già citato, definisce che le due nature rimangono nel medesimo Cristo: “immutabilmente e inseparabilmente”.
È LA UNIONE PIÙ PERFETTA per la unione personale alla quale le nature concorrono, maggiore della unione che vi è fra l’anima ed il corpo.
È L’OPERA PIÙ PERFETTA DI DIO, perchè Dio essendo Onnipotente, non poteva fare di più, essendo sapientissimo non sapeva di più, essendo ricchissimo, non poteva dare un dono maggiore di Sè stesso.

CAPITOLO SECONDO
LA PERSONA ASSUMENTE

Quale delle tre divine Persone si è incarnata?
I Patripassiani confondendo la Persona divina con la Natura divina dissero che anche il Padre aveva patito. Contro costoro poniamo la seguente:

TESI - L’incarnazione è opera delle tre Persone Divine, ma la Persona che si è incarnata, ossia che ha assunto la Natura umana, è solo la Persona dei Verbo.

E’ DI FEDE

dai vari Simboli che affermano che non il Padre o lo Spirito Santo, ma Gesù Cristo, Figlio di Dio, si è incarnato e fatto Uomo.
Così pure dai Concilii che qui sotto riporteremo.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA: Nella Annunciazione l’Angelo dice a Maria: “Lo SPIRITO SANTO verrà sopra di te e la virtù dell’Altissimo ti adombrerà. Perciò quello che nascerà da te Santo, si chiamerà il FIGLIo DI Dio” (Lc. 1,35). Anche fermandoci solo a questo testo vediamo che l’Incarnazione attivamente ed efficacemente si deve attribuire alle tre Divine Persone, ossia è opera della SS.ma Trinità, è la volontà di Dio che la vuole e la effettua: “Lo Spirito Santo verrà sopra dite, la virtù dell’Altissimo ti adombrerà", ma terminativamente è soltanto il Figlio che nascerà, cioè si farà uomo.
Così S. Giovanni oltre dire che “il Verbo si è fatto carne” (1,14) dirà pure: “In questo è apparsa la carità di Dio verso di noi: chè Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio Unigenito” (1 Gv. 4,9).
È il Padre che dà, ma è soltanto il Figlio che è dato al mondo, che, cioè, si è fatto Uomo.
Senza bisogno di portare altri testi, è ben chiaro che tutto il N. T. asserisce che solo il Verbo, il Figlio di Dio si è incarnato.

B) - DAI PADRI. En nessun loro scritto si trova che mai abbiano dato attributi umani al Padre o allo Spirito Santo, mentre invece parlano della Incarnazione del Verbo. Per citare una espressione riassuntiva di questo pensiero prendiamo una frase di S. Leone Magno (Serm. 64): “In questa ineffabile unità della Trinità, di cui in tutte le cose sono comuni le opere c i giudizi, la riparazione del genere umano l’ha presa propriamente la Persona del Figlio”.
Un’altra frase rimasta celebre e usata assai dai Padri, è una metafora molto espressiva: “Tre vestono ma uno solo è vestito”.

C) - DAL MAGISTERO DELLA CHIESA. A quanto abbiamo accennato in principio dei Simboli, dobbiamo aggiungere la parola esplicita dei vari Concilii. Il Concilio di Toledo IX (D. B. 284) dice: “Si deve credere che tutta la Trinità ha operato anche la Incarnazione di questo Figlio di Dio, perchè le opere della Trinità sono inseparabili. Tuttavia il solo Figlio ha preso la forma di servo nella singolarità della Persona, non della unità della Natura”. Il Conc. di Costantinopoli II (D. B. 216) definì che Gesù Cristo: “Uno della Trinità”, si era incarnato. E il Conc. Laterano IV (D. B. 429) dichiarò: “L’Unigenito Figlio di Dio, Gesù Cristo, da tutta la Trinità comunemente si è Incarnato”.

D) - RAGIONE TEOLOGICA. Dato il fatto della Incarnazione del Verbo, la nostra mente può indagare la convenienza, perchè si sia incarnato il Figlio e non il Padre o lo Spirito Santo. Come la parola in qualche modo la possiamo dire incarnazione del nostro pensiero, perché lo rende sensibile all’esterno di noi, così Dio che si manifesta al mondo, si presentò con il suo Verbo, che invisibile nella vita divina, si è fatto visibile nella nostra vita. Conoscendo il Figlio, conosciamo pure il Padre. Egli ce lo ha manifestato.
Inoltre Egli è la Causa Esemplare, è il Mediatore.
La nostra giustificazione consiste nel diventare Figli adottivi di Dio e niente di più conveniente di divenirlo coll’esser fatti membra di quel Corpo Mistico di cui il Figlio Unigenito di Dio è il Capo.
È da notare che il Padre e lo Spirito Santo inabitano in un modo tutto speciale nella natura assunta dal Verbo per la Circuminsessione per cui dove vi è una Persona, ivi sono anche le altre: però pure inabitandoci in un modo speciale nè il Padre, nè lo Spirito Santo hanno assunto la natura umana, ma soltanto il Verbo.

L’ANNIENTAMENTO DEL VERBO

Alcuni Protestanti del sec. XIX, dalle parole di S. Paolo annientò sè stesso” (Fu. 2,6) (in greco ekenosén di qui il nome di teoria kenotica), dedussero, che il Verbo, per l’Incarnazione si spogliò degli attributi divini specialmente della Onnipotenza e della Onniscienza, fino a perdere la coscienza della sua Divinità.
Contro costoro, la:

TESI - Il Divin Verbo assumendo la Natura umana non lasciò né limitò affatto la Divinità e i suoi attributi.

E’ DI FEDE

PROVA: A) - IL CONC. DI CALCEDONIA già citato definisce che Gesù deve riconoscersi “nelle due nature... senza mai togliere la differenza delle nature a causa della unione”. Dunque in Lui resta perfetta la natura divina senza alcuna limitazione.
Così il Conc. Costantinop. III afferma che è “perfetto nella divinità e perfetto nella umanità; consostanziale al Padre secondo la divinkà”, e non sarebbe tale se anche solo per qualche tempo avesse perduto o limitati gli attributi divini.

B) - NELLA SCRITTURA. Nei molti passi che abbiamo portato quando Gesù dichiara di essere Figlio di Dio non dice che è stato o che sarà ma lo è attualmente, quindi con tutti gli attributi che comporta la natura divina.
É durante la vita mortale che afferma: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv. 10,30); che, con autorità divina rimette i peccati, compie i miracoli, promette che manderà lo Spirito Santo.
La frase, male interpretata dai kenotici annientò sè stesso” colle parole successive “prendendo la forma di servo” fa vedere in che consista questo annientamento e cioè nell’umiliarsi a prendere la forma di uomo, mentre resta sempre Dio.
Allo stesso modo va intesa l’altra frase che gli stessi portano: “Per noi si è fatto povero, essendo ricco”, S. Agostino commenta: non dice “essendo stato”, ma “essendo ricco” ciò significa che non ha perduto la sua ricchezza infinita quando per noi si è fatto povero.

C) - NEI PADRI. Abbiamo detto di S. Agostino. Possiamo aggiungere S. Epifanio (Ancoratus 75): “Non è mutato nella natura quando con la divinità ha assunto l’umanità
S. Leone Magno
(Serm. 7 de Nat. 1): “Nell’una e l’altra Natura è lo stesso Figlio di Dio che prende le cose nostre e non perde le proprie rinnovando l’uomo nell’uomo perseverando in sè incommutabile”.

D) - DALLA RAGIONE. Se nella Natura Divina il Verbo avesse cambiato qualche cosa vuol dire che non sarebbe Dio, il Quale essendo perfettissimo è immutabile.

CAPITOLO TERZO
LA NATURA ASSUNTA

S. Tommaso (S. Th. 3, q. 4) asserisce che qualunque creatura, materiale o immateriale poteva venir assunta da Dio, tuttavia con maggiore convenienza poteva assumere la natura umana. Era meno conveniente unire una creatura irrazionale essendo fatta l’unione secondo l’essere personale. Guardando alla natura Angelica sarebbe sembrata più conveniente per la maggiore dignità, ma la necessità della riparazione, cui era ordinata l’Incarnazione fa vedere la maggior convenienza della assunzione della natura umana. Inoltre nell’uomo c’è la parte spirituale somigliante agli Angeli, c’è la parte sensitiva e vegetativa, come negli animali e nelle piante c’è la parte minerale, come negli esseri inanimati: l’uomo è un piccolo cosmo e il Verbo assumendo la natura umana prendeva e innalzava come in una sintesi e “rìcapitolazione” tutte le cose create. In Lui, tutte le cose create, danno una lode infinita a Dio.
Quello che non avrebbe potuto assumere il Verbo, sarebbe stato una persona umana, la quale avendo completo il suo essere proprio, ossia la sua sussistenza, non avrebbe potuto formare in Lui un’unica Persona, quindi vi sarebbe stata solo una unione accidentale, come voleva Nestorio.
La Natura Umana del Verbo è perfettissima, ma non in modo assoluto (ciò che ripugna a una natura creata), ma in modo relativo, per cui Gesù anche come Uomo è superiore non solo a tutti gli uomini, ma anche agli Angeli, nonostante che di per sè la natura umana sia inferiore alla natura angelica.
Detto questo in modo generale della natura assunta dal Verbo, vediamola ora analiticamente riguardo alle perfezioni e a quelle debolezze che non ripugnano colla dignità e il fine della Incarnazione.
Vedremo perciò:

1 - LA GRAZIA, le virtù e i doni del Cristo.

2 - LA SCIENZA, ossia le doti intellettuali.

3 - LA LIBERTA’ E LA POTENZA, ossia le doti della volontà.

4 - LE DEBOLEZZE DELLA UMANITA’.

LA GRAZIA Dl CRISTO

In Cristo si trova una duplice specie di grazia: 1.a) - LA GRAZIA DI UNIONE che risulta dalla stessa unione ipostatica, per cui, senza alcuna altra grazia creata, di per sè, formalmente, come radice e causa consacra e santifica sostanzialmente, rendendola cara a Dio la stessa natura umana del Cristo. 2.a) - LA GRAZIA SANTIFICANTE qualità creata e soprannaturale per la quale veniamo fatti partecipi della natura divina e diventiamo figli adottivi di Dio (Ricordare, che quantunque il Cristo possegga pienamente la grazia santificante, non può dirsi Figlio adottivo di Dio). Con essa, tratteremo delle VIRTÙ E DEI DONI DELLO SPIRITO SANTO IN CRISTO e della sua

IMPECCABILITA.

La grazia di unione

TESI - In Cristo uomo vi è la grazia di unione che consiste nello stesso essere personale del Verbo in quanto comunicato gratis alla natura assunta; in altre parole: l’anima di Cristo è stata resa santa e gradita a Dio per Io stesso fatto della Unione ipostatica (A differenza della grazia santificante, che è Grazia creata la grazia di unione è grazia increata e sostanziale).

E’ SENTENZA PIU’ COMUNE

dei Teologi, contro gli Scòtisti che ammettono sì, che come radice e causa l’Unione Ipostatica produca questa grazia, ma non formalmente di per sè, ma solo in quanto esige e produce la grazia santificante creata.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. La parola “Cristo” usata nel Vecchio e Nuovo Testamento significa “l’Unto del Signore” cioè il “Consacrato dei Signore”. Il Salmo 44,8 dice: “Per questo ti ha unto Dio, Dio tuo coll’olio della letizia al di sopra dei tuoi compagni”. Così Isaia 6,1; S. Paolo, Eb. 1,8; 2 Cor. 1,21; gli Atti 1,27, ecc.
Cristo dunque è l’Unto, il Consacrato per eccellenza e questa suprema consacrazione si spiega meglio per la grazia di unione, che non per la grazia santificante con cui vengono resi sacri a Dio i semplici uomini.

B) - DAI PADRI: S. Agostino (In Joan. 108,5) afferma che il Verbo “santifica sè in sè stesso, perchè il solo Verbo ed uomo santifica l’uomo nel Verbo
S. Giovanni Damasceno
(De Fide ort. 3,3): “La Divinità è l’unzione della umanità”.
Questa espressione, e altre simili dei Padri, dicono come debba essere interpretata nella Scrittura la parola “Cristo” che sopra abbiamo riportato.

C) - RAGIONE TEOLOGICA. Ciò che comunicandoci produce effetti formali di santità, a buon diritto si deve dire: santificante formalmente. Ma la grazia di unione produce effetti formali di santità di per sè stessa nella umanità del Cristo, come l’impeccabilità, la partecipazione alla Natura divina e non accidentalmente, ma sostanzialmente, fisicamente e permanentemente, tanto che Gesù fatto Uomo è il vero Figlio di Dio. Dunque questa unione santifica di per sè e in modo eminentissimo il Cristo.
Infatti Cristo è la santità mentre i Santi hanno la santità. Quantunque limitata, se si considera per parte della umanità che la riceve questa santità è infinita per parte della Persona del Verbo. Questa grazia di unione è la radice di tutti i beni spirituali in Cristo, e perciò la più grande delle grazie che rimarrà in Lui per sempre.

La grazia abituale in Cristo

TESI - Nel Cristo c’è pienissima la grazia creata abituale o santificante. 

É CERTO

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. S. Giovanni, 1,14) dice:
«Abbiamo veduto la gloria di Lui, come dell’Unigenito del Padre PIENO DI GRAZIA e di verità.., e DALLA SUA PIENEZZA noi tutti abbiamo ricevuto, e grazia per grazia”.
E S. Luca (4,1) “Gesù, pieno di Spirito Santo”.
Che si tratta della grazia santificante e non della grazia di unione è dimostrato non solo dai passi paralleli quando si dice: “Ave, piena di grazia” (Lc. 1,28) e “Stefano pieno di grazia” (Atti 6,8) dove certamente si tratta di grazia creata, ma anche dal fatto che noi “abbiamo ricevuto dalla sua pienezza”. A noi non poteva comunicare la grazia di unione propria del Verbo per la sua Unione Ipostatica, ma la grazia santificante.

B) - DAI PADRI. S. Giov. Crisostomo (In Ps. 44): “Ogni grazia fu effusa in quel tempo” e cioè nella sua SS. Umanità.
S. Agostino (De Trinit. 15,26): “Lo stesso Signore Gesù, non solo ha dato lo Spirito Santo come Dio, ma lo ha anche ricevuto come uomo: per cui è detto pieno di grazia e di Spirito Santo”.
S. Bernardo (Hom. IV super Missus est) “...senza dubbio fu singolarmente santo per la santificazione dello spirito e per l’assunzione del Verbo”. Con queste parole indica chiaramente la grazia santificante e la grazia di unione.

CONSEGUENZE: I - Cristo ha avuto la pienezza assoluta della grazia intensivamente ed estensivamente.

Diciamo pienezza assoluta per distinguerla dalla pienezza relativa posseduta dai Santi, i quali hanno avuto tutte le grazie relative al loro stato, condizioni e necessità. In Cristo è piena in modo formale e assoluto, e cioè ne ha quanta ne possa avere dalla potenza ordinata di Dio: perciò in tutta la sua intensità.
Pure la estensione è massima, perchè da Cristo ridonda e passa nei Santi, portando loro ogni grazia e dono. Per questo si chiama:
grazia del Capo.

II - La grazia santificante conferita a Cristo non è semplicemente infinita sotto ogni aspetto, ma si può dire infinita moralmente per la connessione con la grazia di unione e secondo la ragione di grazia (Cfr. S. Th. 3 q. 7 a 9-11).

a) Non si può dire infinita semplicemente sotto ogni aspetto. Se si considera sotto la ragione di ente, siccome la Natura umana del Cristo è un ente creato, quindi finito, cioè limitato, anche la grazia è finita.

b) Si può dire infinita moralmente per la connessione della grazia di unione, e cioè essendo unita alla Persona del Verbo, viene ad avere una certa infinità, non fisica, ma morale.

c) Secondo la ragione di grazia, cioè secondo l’aspetto di grazia in sè stessa si dice infinita, però non in senso assoluto, ma relativo in quanto “ha tutto ciò che può appartenere alla ragione di grazia”.

III - Cristo ha avuto fin dal principio della sua Unione Ipostatica questa pienezza di grazia la quale perciò non è potuta aumentare realmente.

Quando S. Luca dice che “Gesù progrediva in sapienza, età e grazia” (2,52), non intende un aumento reale della grazia, ma solo una manifestazione apparente adatta al progresso dell’età. Così interpretano i Padri e i Teologi. Infatti Gesù ne aveva tutta la pienezza sia nella grazia di unione, come nella grazia abituale infinita relativamente (come abbiamo spiegato), per la visione beatifica che Cristo ha avuto fino dal principio della sua Incarnazione.
I Teologi si domandano se assolutamente ripugni un aumento di grazia in Cristo e comunemente rispondono (quantunque altri tengano sentenza opposta), che guardando alla potenza assoluta dì Dio, Egli potrebbe creare una grazia maggiore ma guardando invece alla potenza ordinata di Dio e al presente ordine delle cose, la grazia del Cristo è la maggiore e perciò non potrebbe ricevere nessun aumento.

Le virtù e i doni

TESI - Cristo ebbe tutte le virtù naturali e soprannaturali che non ripugnano alla visione beatifica e alla unione ipostatica e tutti i doni dello Spirito Santo.

SPIEGAZIONE. È dottrina unanime della Tradizione che in Cristo ci furono le virtù, le quali vengono perfezionate coi doni dello Spirito Santo.

In Lui non ci furono invece le virtù ripugnanti all’Unione Ipostatica e cioè la fede, la speranza, la penitenza e la continenza propriamente dette.

LA FEDE, propriamente detta è delle cose non viste e non può stare colla visione beatifica. Gesù però ebbe il merito della fede, perchè era pronto a credere, anche se non avesse veduto.
LA SPERANZA propriamente detta, è l’aspettativa di un bene che ancora non si possiede, e il Cristo godeva del possesso di Dio. Gesù ebbe la speranza impropriamente detta, nella attesa sicura della glorificazione del suo corpo.
LA PENITENZA propriamente detta è il pentimento del peccato col proposito di non più commetterlo e in Gesù non c’era peccato. Fece opere di penitenza per i nostri peccati.

LA CONTINENZA propriamente detta è ordinata a frenare i moti disordinati della concupiscenza, che in Gesù non c’erano. Ebbe invece una perfettissima temperanza e verginità.
IN CRISTO FURONO TUTTI I DONI DELLO SPIRITO SANTO, come proveremo fra poco.
EBBE TUTTE LE GRAZIE ATTUALI. La natura umana non può agire soprannaturalmente senza l’aiuto e concorso soprannaturale di Dio. Gesù dunque ebbe tutte queste grazie, cui acconsentì liberamente e perfettissimamente.
EBBE TUTTE LE GRAZIE GRATIS DATAE, cioè quei privilegi concessi per il bene degli altri, come il dono dei miracoli, della profezia, della scienza.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore” (Mt. 11,29). A queste virtù ne sono collegate tante altre, come la prudenza, la temperanza, la fortezza, ecc.
Più che citare i singoli passi, per chi conosce un p0’ il Vangelo, basta ricordare quante volte vengono messe in evidenza le sue virtù: la povertà fin dalla nascita, la sua carità ed obbedienza, la sua conformità ai voleri del Padre, il suo spirito di orazione, ecc.
RIGUARDO AI DONI: In Isaia si legge (11,1): “E riposerà su di lui lo Spirito del Signore: spirito di sapienza e di intelletto, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di pietà e lo riempirà dei timore del Signore”.

RAGIONE TEOLOGICA. Le virtù derivano dalla grazia, che essendo in Cristo perfettissima, dovette produrre perfettissime virtù.
E ancora: sarebbe stato imperfetto come uomo se non avesse avuto pure le virtù naturali.

Immunità del peccato e impeccabilità

TESI - Il Cristo fu assolutamente immune da qualunque peccato sia originale che attuale; anzi fu assolutamente impeccabile.

E’ DI FEDE

almeno per la prima parte.

E’ ALMENO CERTO

per la seconda.
Il Conc. di Efeso (D. B. 122: “Non abbisogna di offerta”.

Colui che non conobbe il peccato”. E il Conc. di Firenze CD. B. 771) dopo aver definito che nessun uomo è liberato dal peccato se non per il merito di Gesù continua: “il quale è stato concepito, è nato, è morto senza peccato”.
SPIEGAZIONE. La prima parte della tesi riguarda “l’impeccanza» come la chiamano i Teologi, vale a dire che di fatto Gesù non ha avuto mai nessun peccato; la seconda riguarda la “impeccabilità” e cioè la sua impossibilità di commettere i peccati.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA: ci consta che Gesù fu

1) immune dal peccato originale: Quello che nascerà da te Santo, si chiamerà il Figlio di Dio” (Lc. 1,35).
2) fu immune dal peccato attuale: Le cose che piacciono a Lui, faccio sempre” (Gv. 8,29). Fare ciò che vuole il Padre, significa eseguire la sua volontà e non trasgredirla. Per cui Gesù poteva ripetere: “Chi di voi mi potrà incolpare di peccato?” (Gv. 8, 46). S. Paolo dirà che è “Pontefice santo, innocente, senza macchia, segregato dai peccatori” (Ebr. 4,15) e S. Pietro: «Che non fece peccato nè si è trovato inganno nella sua bocca” (1, Pt. 2,22). Tutti questi passi ed altri ancora ci dicono la sua “impeccanza” e al tempo stesso ci fanno intuire che oltre a essere di fatto immune dal peccato, era immune anche dalla possibilità di peccare.

B) - DAI PADRI. S. Ippolito (Contra Noet. 17): “È stato fatto ciò che l’uomo è, eccetto il peccato”.
S. Cirillo di Alessandria (In Joan. 8, 29): «Ha avuto in sorte l’esimia prerogativa della natura divina e cioè di non poter peccare”.

C) - RAGIONE TEOLOGICA. Qualunque peccato o anche la semplice possibilità di peccare, costituisce l’uomo peccatore. Ma la Persona di Cristo, essendo divina non può essere di un peccatore. Dunque in Cristo non fu né poteva essere il peccato.
Mentre gli Scotisti pongono la ragione della impeccabilità del Cristo nella visione intuitiva (chi véde Dio non può non amarlo come supremo bene), S. Tomaso e la maggioranza dei Teologi la pongono nel fatto della Unione Ipostatica. Il merito o demerito delle azioni dipende e ridonda nella persona:
perciò Cristo, essendo Dio non poteva commettere peccato.

Per questo Cristo fu immune anche da ogni imperfezione morale e da ogni moto disordinato della concupiscenza, anzi non ebbe nemmeno il fornite della concupiscenza.

La concupiscenza e il suo fomite sono una conseguenza del peccato originale.

LA SCIENZA DEL CRISTO

di fede contro gli Apollinaristi che Gesù ha un’anima veramente razionale e perciò fornita di intelletto.
Quale la scienza di questo intelletto umano?

ERRORI

Gli ARIANI, negata la consostanzialità del Verbo col Padre, gli negano conseguentemente la scienza divina.
Gli AP0LLINARISTI al contrario, negando l’anima umana, gli attribuiscono solo una scienza divina.
Così i M0N0FISITI.
I NESTORIANI dividendolo in due Persone, assegnano una scienza divina alla Persona divina, e una imperfetta a quella umana.
I M0N0TELITI ammettendo in Cristo una sola volontà e operazione, gli ammettono una unica scienza: quella divina.
Gli AGNOETI lo dicono soggetto alla ignoranza.
Molti PROTESTANTI gli riconoscono una scienza limitata. GUNTHER E SHELL dicono che come Uomo, non ebbe la visione beatifica fin dall’inizio.
I MODERNISTI affermano che non ebbe sempre nemmeno la scienza della sua dignità Messianica.
Contro questi errori poniamo le due seguenti:

TESI - Oltre la scienza divina che gli compete come Dio Cristo ebbe una perfettissima scienza umana immune da ogni errore e da ogni ignoranza.

E’ DI FEDE DEFINITA ALMENO IMPLICITA,

riguardo la prima parte

E’ CERTO

per la seconda.

Dal Decreto «Lamentabili” (D. B. 2032 s.) e da quello del S. Officio (5 giugno 1918) vengono condannate tre proposizioni che negano la perfetta scienza del Cristo. La dottrina degli Agnoeti fu condannata dal Conc. Laterano (a. 649 - D. B. 271), confermato dal Conc. di Costantinopoli III.

PROVA: A) - DALLA SCRITTURA. Cristo è pieno di “grazia e di verità” (Gv. 1,14); in Lui sono “i tesori della sapienza e della scienza” (Col. 2,3; Ef. 3,19) scruta i cuori” (Mt. 9,4; 12,25); le turbe, i dottori e gli stessi avversari restano meravigliati della sua dottrina (Mt. 7,28; (Lc. 11,27; Gv. 7,46): è chiamato “la verità, la luce del mondo» (Gv. 1,4-5-9; 8,12; 12,46). Questi ed altri passi ancora ci dicono la sua perfettissima scienza e chi lo segue “non cammina nelle tenebre” (Gv. 8,12).
Ma ci sono altri punti che non si possono riferire altro che alla scienza umana: Egli prega, resta ammirato (Mt. 8,10), conosce le cose in modo comune (Gv. 4,1; 4,22) anzi impara coi patimenti, l’obbedienza (Ebr. 5,8).

B) - DAI PADRI. Prima del V secolo ne parlano incidentalmente. Origene dice che Cristo interrogava gli altri non perchè non sapeva, ma perchè si voleva adattare ai modi degli uomini. (Comm. in Matt.).
Più tardi, contro gli Ariani, asseriscono che come Dio, ha scienza divina e come uomo è immune da errore.
S. Agostino (De fide 5) afferma “In quel Bambino non è in nessun modo l’ignoranza”.
Più tardi diventa sentenza comune che Cristo non ignorava nulla di ciò che spetta al suo ufficio, il quale si estende a tutto, compreso il giorno del giudizio”, finchè poi gli Scolastici determineranno meglio distinguendo nella triplice scienza, di cui parleremo nella seguente tesi.

C) - RAGIONE TEOLOGICA. S. Tomaso (3 q. 9) dice che essendo perfetta l’umana Natura del Verbo, dovevano essere perfette le facoltà fra cui l’intelletto; che non sarebbe ragione sufficiente la creazione dell’anima intellettiva se poi le mancasse l’atto proprio di intendere e che la scienza creata appartiene alla integrità nella natura umana. Negando perciò la scienza creata in Cristo, si negherebbe l’integrità della sua Natura Umana.
E ancora “Come in Cristo la pienezza della grazia e della virtù esclude il fomite del peccato, così la pienezza della scienza esclude l’ignoranza, che si oppone alla scienza; per cui come in Cristo non ci fu il fomite del peccato, così non ci fu in Lui l’ignoranza” (S. Th. 3 q. 15 a. 3).

NOTA - La frase riguardo al giorno e all’ora del giudizio, che “non sa nessuno, nè gli Angeli in cielo, nè il Figlio, ma il Padre” (Mc. 13,32) portò incertezza nella spiegazione di alcuni Padri nei primi secoli e fu interpretata negativamente dagli eretici. Il senso da darsi è che Gesù, nella sua missione di Redentore aveva una scienza comunicabile e un’altra incomunicabile agli uomini, per il loro bene, secondo i disegni divini. Quindi il Figlio sapeva il giorno e l’ora, ma non era opportuno che la comunicasse.
S. Ireneo la spiega come un insegnamento di umiltà, con cui Gesù fa vedere il Padre sopra tutti (Ad. Haer. 2,28) e S. Agostino dice “che non era nel suo magistero che per mezzo suo fosse conosciuto da noi”, e per la sua bontà verso i discepoli... “preferì che sembrasse ignorarlo, piuttosto che negano” (De fide 5).

TESI II - In Cristo c’è una triplice scienza: beata, infusa, acquisita.

E’ DOTTRINA COMUNE E CERTA

anzi riguardo alla visione beatifica molti Teologi la ritengono di fede.

SPIEGAZIONE E PROVA (per parti).

I - SCIENZA BEATA o visione beatifica è la visione intuitiva di Dio, colla quale si vede faccia a faccia come egli è, e in Lui si vedono tutte le cose.
S. Tomaso (S. Th. 3, q. 7, a 12) dice: “Cristo, in quanto Uomo, fu vero e pieno comprensore (Comprensori si dicono coloro che, come i Santi nel cielo, hanno la visione intuitiva di Dio) fino dal primo istante della sua concezione”.

A) - LA SCRITTURA, sebbene non in modo del tutto esplicito, pure fa vedere questa verità “La legge fu data per Mosè, la grazia e la verità fu fatta per Gesù Cristo. Nessuno mai vide Dio: l’Unigenito Figlio di Dio che è nel seno del Padre, Egli ce lo ha narrato” (Gv. 1,17). Dunque il Cristo, a somiglianza di Mosè per la legge, e cioè anche come uomo, ha visto la verità. Egli che è “pieno... di verità” (ivi 114) l’attesta come uomo. “Diciamo ciò che sappiamo e attestiamo ciò che abbiamo visto” (ivi 3, 11).
Gesù attesta pure che conosce e sa il Padre. “Io lo conosco e se dicessi che non lo so, sarei bugiardo simile a voi” (ivi 18, 54). Chi è comprensore, non è più via tore sulla terra, mentre Gesù era comprensore e viatore.

B) - I PADRI indirettamente dicono della visione beatifica quando asseriscono che in Lui non vi è aumento di scienza.
S. Agostino (De diversis quaest. 83,60) parlando della RESURREZIONE di Lazzaro dice che Gesù non vedeva come in uno specchio e in un mistero nel modo degli uomini. Non gli era nascosto nulla di Lazzaro, sebbene chiuso nel seplocro e involto nei lini.

I Teologi dal sec. XII ad oggi sono unanimi nel consenso, cosicchè il Suarez dice: “Stimo la sentenza contraria erronea e prossima all’eresia” (Disp. 15,1).

C) - RAGIONE TEOLOGICA. L’unione ipostatica è la più elevata in senso assoluto, non è quindi capace di ulteriore innalzamento o perfezionamento.
Non è perciò maggiore della visione di Dio la quale non è una conseguenza: quindi la deve comprendere.
Inoltre Cristo Dio-Uomo è capo degli uomini e degli Angeli e sarebbe sconveniente che mancasse in Lui Capo, ciò che è negli Angeli, sue membra. Ancora: gli uomini sono in potenza alla visione beatifica, alla quale saranno condotti da Cristo Redentore. Ciò che è in potenza, perviene all’atto per mezzo di un ente in atto. Dunque il Cristo deve aver sempre posseduto in atto la visione beatifica (Cfr. S. Th. ivi a. 2, q. 9).

II - SCIENZA INFUSA è la conoscenza per mezzo di specie che Dio infonde nell’anima. In altre parole è la conoscenza data da Dio per conoscere le cose fuori di Dio, in sè stesse, nella loro essenza.
Essa si dice infusa per sé quando si riferisce a cose che l’uomo non potrebbe conoscere con le sue forze, come per esempio la conoscenza dei futuri contingenti; e infusa accidentalmente quando si riferisce a cose che si potrebbero conoscere anche con le sole forze naturali, ma che di fatto viene infusa da Dio, come la conoscenza di una lingua che non si sia studiata.
Secondo l’unanime consenso degli Scolastici e dei Teologi successivi IN CRISTO CI FU PURE LA SCIENZA INFUSA PER SÉ.

A) - LO ESIGE LA SUA DIGNITÀ. Qualcuno ha obiettato che siccome la visione beatifica è superiore alla scienza infusa e completamente perfetta, l’avere la scienza infusa sarebbe qualche cosa di inferiore e di imperfetto. Si risponde che è vera questa superiorità, ma che Gesù, essendo anche vero Uomo, doveva possedere una Natura umana cui non mancasse niente di ciò che perfeziona questa nel suo ordine. La scienza infusa la perfezione. Dunque Gesù aveva la scienza infusa.
Inoltre è differente la ragione delle due scienze: nell’una le cose si vedono in Dio, nell’altra si vedono in sè stesse. Perciò non si escludono a vicenda e se la scienza infusa è connaturale agli Angeli e ai Beati, a maggior ragione si deve attribuire a Cristo, che ne è il Capo.

III - SCIENZA ACQUISITA o sperimentale è quella che si acquista mediante i sensi, attraverso i quali la intelligenza forma le idee.

A) - LA SCRITTURA, come abbiamo visto nella tesi precedente, porta vari passi che ci parlano dell’obbedienza, della ammirazione di Gesù. Ci dice pure che colla età progrediva nella sapienza. Questo progresso non poteva avvenire nella scienza beatifica ed infusa, che aveva fin dall’inizio. Dunque aveva ancora la scienza acquisita.
La conoscenza acquisita non portava un progresso interiore nella scienza del Cristo. Solo vi aggiungeva un esperimento esteriore. Per portare un esempio: Gesù nato a Betlemme, non aveva ancora veduto cogli occhi Nazareth che pure conosceva già nell’altra sua scienza; sapeva perfettamente il dolore delle spine e della croce, ma quando li ha subiti vi si è aggiunta ancora questa straziante esperienza esteriore.

B) - RAGIONE TEOLOGICA. Gesù essendo perfetto uomo, doveva avere pure quella scienza senza cui la natura umana sarebbe stata imperfetta.

LA LIBERTA’ E LA SOTTOMISSIONE DEL CRISTO

TESI I -La volontà del Cristo fu veramente libera non solo dalla coazione, ma ancora dalla necessità, almeno in moltissime cose.

E’ DI FEDE

dal Conc. di Trento che definisce che Cristo ha veramente meritato (D. B. 790, 795) e dalla dichiarazione di Innocenzo X contro i Giansenisti che dichiara che per meritare si richiede la libertà dalla necessità CD. B. 1094).

SPIEGAZIONE E PROVA. La libertà dalla coazione è la immunità da una forza esterna che costringe a fare in un determinato modo. La libertà dalla necessità è la facoltà di scegliere una cosa piuttosto che un’altra.

A) - DALLA SCRITTURA: “Gesù camminava per la Galilea, poichè non voleva camminare per la Giudea” (Gv. 6,1). “Avendone gustato, non volle berne” (Mt. 27,34). Questi e molti altri passi, mostrano che Gesù avrebbe potuto fare diversamente, quindi ha fatto così perchè ha scelto liberamente.
Gli stessi miracoli li operava, perché così voleva: “Voglio, sii mondato” (Mt. 8,3).
La sua Passione e la sua Morte mentre sono obbedienza al Padre, sono un atto libero della volontà di Gesù: “Nessuno toglie la mia anima da me, ma io la pongo da me stesso” (Gv. 10,17).
Se questa obbedienza non fosse stata eseguita liberamente non ci sarebbe merito; chi lo nega è eretico, come abbiamo visto nella condanna dei Giansenisti.
B) - DAI PURI. S. Cirillo di Gerusalemme (Cat. 13,6) afferma che non fu immolato per forza, ma volontariamente: “Venne per libero proposito alla Passione”, e “avrebbe pdtuto, se avesse voluto non venire alla Croce”, aggiunge S. Giovanni Crisostomo (Ad. Haebr. 28,2); e S. Agostino dice che la sua anima lasciò il corpo “perchè volle, quando volle e come volle” (De Trin. 4,13).

C) - RAGIONE TEOLOGICA. In Cristo ci fu la volontà non solo come natura ma anche come ragione che usava i mezzi verso il fine.
Gesù è uomo perfetto, e non sarebbe stato tale se fosse stato privo della libertà.

TESI II - Cristo uomo fu soggetto al Padre.

E’ CERTO

PROVA - Gesù usò la sua libertà nel modo più perfetto, e cioè facendo sempre liberamente “quello che piace al Padre” (Gv. 8,29).
Per questo “è soggetto a Maria e a Giuseppe” (Lc. 2,51) e molte volte dichiara di essere “disceso dal cielo per fare la volontà del Padre” (Gv. 4,34) fino ad accettare l’amaro calice nel Getsemani (Lc. 22,42).
Egli prende “la forma di servo” (Fi!. 11,10) e mostra ancora tutta la sua soggezione ogni volta che colla preghiera si rivolge al Padre.

LA POTENZA DEL CRISTO

Oltre l’onnipotenza propria della Persona del Cristo, vedremo in alcune proposizioni quale potenza compete propriamente alla umanità del Cristo.

I - L’umanità di Cristo non ebbe l’onnipotenza semplicemente.
Da quanto abbiamo detto, nella unione ipostatica le due Nature rimasero distinte e inconfuse. L’onnipotenza è proprietà della Natura divina. Perciò la Natura umana del Cristo non è onnipotente.

II - L’umanità del Cristo, come organo unito ipostaticamente col Verbo, ebbe veramente la potenza stnmentale per tutti gli effetti, specialmente soprannaturali in ordine alla Incarnazione.

E’ TEOLOGICAMENTE CERTO

Dalla Scrittura infatti si rileva che quando Gesù opera dei prodigi aggiunge alla sua volontà azioni umane colla voce, col tatto, col gesto, ecc.: “Stendendo le sue mani lo toccò dicendo: voglio sii mondato” (Mt. 8,3): “Mise le sue dita nelle sue orecchie, e colla saliva toccò la lingua e guardando in cielo gemè e gli disse: Effeta, cioè: apriti” (Mc. 7,33). Quasi a compendio di questo troviamo una frase in Luca (6,19). “Tutta la turba lo voleva toccare: perchè da Lui usciva una virtù che sanava tutti”.
I Teologi, unanimi in questa affermazione, si dividono in più sentenze, quando si domandano se l’Umanità del Cristo sia stato lo strumento solo morale oppure anche fisico dei miracoli e degli altri effetti soprannaturali.
Gli Scotisti negano la causalità fisica mentre i Tomisti ammettono la causalità morale e fisica, non solo quando Gesù era sulla terra, ma anche dopo la Ascensione.

III - L’Umanità del Cristo ebbe per propria virtù una potenza eminentissima.

Gli Angeli e gli uomini hanno una potenza proporzionata alla loro natura. L’Umanità di Gesù, al di sopra degli Angeli e degli uomini per la Unione Ipostatica, ebbe una potenza eminentissima, superiore a quella degli stessi Angeli.

LE DEBOLEZZE DELLA UMANITA’

Il Verbo, essendosi fatto vero Uomo, volle assumere le debolezze della umana natura, eccetto il peccato e tutto ciò che non era conveniente alla sua dignità di Verbo Incarnato.
Le esporremo con alcune proposizioni:

I - Il Corpo di Cristo fu passibile e mortale.

E’ DI FEDE

dai vari Simboli: “Patì sotto Ponzio Pilato, fu crocefisso, morì e fu sepolto
Il Vangelo ci parla della sua fame, della sete, della fatica, dei suoi atrocissimi tormenti nella passione e nella morte.
S. Tomaso (3 q. 14 a. 1) porta le ragioni di convenienza di questa passibilità, assunta volontariamente e non necessariamente per debito di peccato:

1) per soddisfare per i peccati;

2) per dimostrare meglio la verità della natura umana dal Verbo;

3) per l’esempio di perfetta pazienza.

II - Cristo assunse le comuni infermità, ma non quelle accidentali.
Diciamo: comuni infermità quei patimenti e debolezze che sono conseguenza della natura umana decaduta, come la fame, la sete, le ferite, la morte.
Accidentali, quelle che provengono per accidens come difetti personali dell’uomo (ad esempio le malattie) le quali sono causate da qualche disordine: come disordine nel cibo, debolezza e inclinazione ricevuta nel concepimento ecc. Queste in Cristo uomo, non ci furono affatto. Il suo Corpo era perfettissimo. Questi difetti non servivano al fine della Incarnazione e sarebbero stati sconvenienti alla Persona divina.

III In Cristo ci furono appetiti sensibili o passioni, ma ordinati rettissimamente.
Molte volte, nel parlare comune, quando si dice passione si intende qualche cosa di disordinato. Invece nel parlare filosofico si dice passione la facoltà per la quale siamo inclinati verso un bene sensibile. Se questo appetito resta soggetto alla ragione e alla volontà e viene ordinato rettamente, non c’è il male.
In Gesù, come Uomo perfetto, non mancarono questi appetiti sensibili, come l’amore il gaudio, la tristezza, il timore, l’ira, ma tutti furono perfettamente ordinati.
In noi queste passioni spesso spingono verso beni illeciti, in Gesù tendevano solo verso il lecito e l’onesto; in noi alle volte prevengono l’uso della ragione, in Gesù mai; in noi portano turbamento e ci sconvolgono, in Gesù stavano sempre perfettamente soggette.

IV - Il Corpo di Gesù fu perfettissimo ed integro e dotato di perfetta bellezza.
Infatti il Verbo assunse quelle debolezze che erano utili al fine della Incarnazione e non le altre. La bellezza esteriore di Gesù, già preannunziata da David: Bello nel suo aspetto al di sopra dei figli degli uomini” (Sal. 44, 3) non era una bellezza sdolcinata e femminile, ma forte ed eminente quale si conviene ad un uomo perfettissimo, irradiante graziosità e ispirante riverenza. S. Tomaso richiamandosi a S. Agostino (in Ps. 44) dice: “dal suo volto irradiava qualcosa di divino, che tutti veneravano”.
Le parole di Isaia: “...Non ha più bellezza, nè decoro, ecc.”, si riferiscono all’aspetto irriconoscibile in cui era stato ridotto, per nostro amore, nella Passione.

CAPITOLO QUARTO
NECESSITA’ E FINE DELLA INCARNAZIONE

L’Incarnazione del Verbo è stata necessaria oppure solo conveniente?
Se Adamo non avesse peccato ci sarebbe stata ugualmente? A queste due domante risponderemo coi due articoli in cui dividiamo il presente capitolo e cioè:

1 - NECESSITA’ DELLA INCARNAZIONE

2 - IL FINE DELLA INCARNAZIONE

NECESSITA’ DELLA INCARNAZIONE

I Teologi si pongono la domanda: se la Incarnazione e per essa la Redenzione, di cui parleremo in seguito, sia stata necessaria di necessità assoluta o di necessità ipotetica e relativa (Ipotetica, cioè se nella ipotesi che l’uomo avesse peccato, Dio fosse stato obbligato a operare la riparazione del genere umano mediante l’Incarnazione.
Relativa cioè se oltre alla ipotesi del peccato, vi fosse anche una precisa volontà di Dio, per cui volesse riparare con una riparazione equivalente).
Rispondono senz’altro affermativamente per una necessità assoluta coloro i cui ERRORI abbiamo già visto quando propugnano la necessità della creazione. Eckart e Wicleff ne sostengono la necessità fisica; gli Ottimisti (Malebranche, Leibniz) dicendo che Dio deve creare ogni cosa ottimamente in modo assoluto, sostengono la necessità metafisica della Incarnazione, come coronamento necessario di tutta la creazione.
Si aggiungono poi coloro che propugnano una necessità ipotetica come Gunter il quale dice, che supposto il peccato, Dio era obbligato a dare una riparazione coll’Incarnazione.
A tutti costoro rispondiamo con le seguenti:

TESI - La necessità della Incarnazione non è assoluta, ma solo conveniente, anche supposta la volontà divina di riparare il genere umano.

E’ TEOLOGICAMENTE CERTO

PROVA - L’Incarnazione non fu necessaria in modo assoluto anche dopo il peccato originale: Dio avrebbe potuto distruggere il genere umano o ridurlo all’ordine naturale. Così pure non era assolutamente necessaria anche data l’ipotesi che Dio avesse voluto una riparazione, perchè avrebbe potuto riparare in altro modo, sia,

1) condonando gratuitamente, che
2) esigendo una riparazione imperfetta da ciascun uomo, come
3) affidando ad un semplice uomo, adorno di speciali grazie e virtù, il compito di soddisfare imperfettamente per tutti.
Questa imperfezione di riparazione dice la convenienza della Incarnazione per riparare in modo perfetto, ma non la necessità assoluta, che Dio poteva condonare senza esigere tale riparazione.

A) - LA SCRITTURA fa vedere sempre la Incarnazione come un dono gratuito di Dio, non come una necessità. “Così Dio ha amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito” (Gv. 3,16). “Giustificati gratis per la grazia di Lui, per la Redenzione che è in Cristo Gesù” (Rom. 3,24). “Dio, che è ricco nella misericordia, per la sua immensa carità con cui ci ha amato, ci ha vivificato nel Cristo” (Ef. 2,4).

B) - I PADRI. S. Atanasio (Or. 2 c. Arian) dice: “Avrebbe potuto, anche se non fosse venuto mai il Cristo, soltanto parlare Dio, e sciogliere la maledizione”.
S. Epifanio (Ad Haer. 69,52) dice che il Verbo si è incarnato: «per l’abbondante amore verso gli uomini spinto non da necessità ma da volontario disegno”.
S. Agostino (De agone christiano 11,12) dopo aver posto la domanda di alcuni, che definisce stolti, se Dio non poteva liberare gli uomini, se non incarnandosi, risponde: «Lo avrebbe potuto assolutamente”.
E non continuiamo con le altre numerose affermazioni dei Padri.

C) - RAGIONE TEOLOGICA. Dio è libero in tutte le sue operazioni «ad extra» come abbiamo dimostrato nel trattato “Dio Uno”.
Supposto il peccato originale Dio, senza nessuna ingiustizia, poteva lasciare l’uomo nella condizione in cui per sua colpa si era messo, e l’uomo non aveva diritto a nessuna riparazione.
Dio avrebbe ancora potuto riparare in altri modi, come abbiamo detto sopra.

TESI - Dopo il peccato, posto che Dio esigesse una soddisfazione equivalente era necessaria la Incarnazione di una Persona divina.

E’ SENTENZA PIU’ PROBABILE E PIU’ COMUNE

dei Tornisti e del Suarez contro gli Scotisti i quali affermano che non era necessario, perchè non riconoscono al peccato una malizia in qualche modo infinita e quindi sarebbe bastata la riparazione di una semplice creatura.

PROVA: A) - DAI PADRI. La Scrittura non ne parla esplicitamente e la Chiesa non ha dato definizioni in proposito. Però i Padri riferendosi alla Scrittura, danno testimonianza in questo senso.
S. Basilio (In Ps. hom. 48,4) dopo aver detto che non può chiedere la redenzione da un fratello, ma da un altro che sia al di sopra della natura umana, conclude: “non un semplice uomo, ma l’Uomo Dio Gesù Cristo, che solo per noi tutti può dare la placazione”.
S. Agostino (Ench. 105): “Nè saremmo liberati per Lui stesso unico mediatore tra Dio e gli uomini, se Lui .tesso non fosse Dio”.
Dove si vede il chiaro accenno alla parola di S. Paolo (1 Tim. 2,5) quando parla dell’”unico Salvatore e Mediatore di tutti”.
S. Leone Magno nel Sermone della Natività (1,2) afferma:
Se non fosse vero Dio, non porterebbe il rimedio

B) - RAGIONE TEOLOGICA.

1) I Tomisti argomentano dalla infinità del peccato, che dicono infinito non per la malizia del peccatore che ha umanamente limitata, nè per il demerito, ossia per pena dovuta al peccato, ma infinito per l’offesa fatta a Dio, Essere infinito. L’ingiuria si desume dalla dignità della persona ingiuriata, mentre l’onore si desume dalla grandezza e dignità dell’onorante. Nè si pensi a due pesi e due misure, perchè ciò proviene dalla realtà della cosa. Anche nelle cose umane se .mo reca un’offesa o un danno, la gravità si desume da chi ha ricevuto il danno. Anche con un solo cerino posso incendiare e distruggere il valore di milioni: se non posseggo niente o poche migliaia di lire, posso io riparare e ripagare il danno di milioni? Dall’offesa materiale passiamo pure a considerare l’offesa di ordine morale e comprenderemo che uno schiaffo dato a un bambino non è la stessa offesa di uno schiaffo dato alla mamma. L’offesa fatta a Dio col peccato è in certo modo infinita, e perciò la riparazione la può dare solo una Persona infinita.
2) Il Suarez e i suoi seguaci desumono invece l’argomento per la infinita distanza tra Dio e l’uomo. Quindi per una riparazione equivalente è necessaria una persona che abbia proporzione con la Persona offesa e cioè una Persona infinita.

IL FINE DELLA INCARNAZIONE

Fra i Teologi, ed esattamente fra i Tomisti e Scotisti questa questione è più disputata della precedente.
Poniamo prima quello su cui i Teologi consentono: “Dio ha decretato l’Incarnazione liberissimamente.. Con essa ha voluto manifestare le sue perfezioni ossia la sua gloria esterna. Dio avrebbe potuto volere la Incarnazione anche indipendentemente dal peccato o da qualsiasi ipotesi”.
D’accordo su questi punti, la questione nasce sul fatto della situazione attuale, e si può esprimere con questa domanda:
Se Adamo non avesse peccato, ci sarebbe stata l’Incarnazione?

Rispondono

GLI SC0TISTI: Dio vuole tutte le cose per amore di sè stesso, perciò vuole la Incarnazione del Figlio prima di tutto per essere glorificato infinitamente da Lui; secondariamente permise la caduta di Adamo ordinandoci la Incarnazione, perchè Gesù riparasse con la sua carne passibile. Perciò “prima di qualunque merito o demerito previde” e volle l’Incarnazione del Cristo. Quindi anche se Adamo non avesse peccato ci sarebbe stata la Incarnazione, ma in un corpo impassibile.
SUAREZ e più tardi S. FRANCESCO DI SALES convengono sostanzialmente con questa sentenza, mostrando un duplice motivo della Incarnazione e cioè la manifestazione delle divine perfezioni e la Redenzione. Già il primo motivo ne direbbe tutta la convenienza manifestandoci la gloria esterna di Dio in Cristo centro della creazione, fonte di vita, di verità e di grazia per tutte le creature, Angeli e uomini.
Dunque
anche se non ci fosse stato il peccato, Cristo si sarebbe incarnato.
Questo sistema, che certo ha i suoi lati affascinanti, non sembra però convalidato dalla S. Scrittura, come quello dei

TOMISTI, i quali provano in contrario la seguente:

TESI - Nella presente economia divina la Incarnazione è talmente ordinata alla redenzione degli uomini, che se Adamo non avesse peccato, l’incarnazione non ci sarebbe stata.

PROVA - L’Incarnazione dipende dalla libera volontà di Dio e ciò che Dio ha voluto ci è manifestato dalla Rivelazione. Questa ogni volta che parla assegna come fine della Incarnazione, la Redenzione degli uomini. Dunque, se non ci fosse stato questo fine, nella presente economia, la Incarnazione non ci sarebbe stata.

A) - LA SCRITTURA dice: “Venne il Figlio dell’Uomo a cercare e a salvare ciò che era perito” (Lc. 19,10). “Non mandò Dio il suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma per salvare il mondo per mezzo di Lui” (Gv. 3,17). “Gesù Cristo venne nel mondo per far salvi i peccatori” (I Tim. 1,5). Così in molti altri passi che presentano come motivo della venuta di Gesù nel mondo, la salvezza degli uomini.

B) - LA TRADIZIONE.

1) I Padri. S. Ireneo (Ad. Haer. 5, 14, 1) dice: “Se la carne non avesse dovuto essere salvata, neppure il Verbo di Dio si sarebbe fatto carne”. S. Atanasio (Ad. Arian. 2,56): “Lo stesso Verbo non si sarebbe neppure fatto uomo, se la causa non fosse stata la necessità degli uomini”. S. Agostino (Sermo 174, 2): “Se l’uomo non fosse perito, il Figlio dell’uomo non sarebbe venuto”.
Simili espressioni sono in molti altri Padri.

2) Nel Simbolo Niceno-Costant. troviamo assegnato come unico motivo della Incarnazione: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dai cieli”.

3) Nella Liturgia del Sabato Santo si legge: “O certamente necessario peccato di Adamo che è stato cancellato colla morte di Cristo. O felice colpa che meritò di avere un tale e sì grande Redentore”.

C) - LA RAGIONE. Di fatto il decreto della divina Volontà stabilì che il Verbo si incarnasse nella carne passibile e non ha decretato niente riguardo alla ipotesi di Adamo innocente, che in realtà non ha conservato l’innocenza.
Del resto la Chiesa non obbliga a seguire l’una o l’altra sentenza.