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Morte di Giovanni il Battista |
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Morte di Giovanni il Battista § 355. Verso il tempo della missione dei dodici avvenne l'uccisione di Giovanni, forse tra il febbraio e il marzo dell'anno 29. Se egli era stato chiuso in prigione verso il maggio del 28 (§ 292), erano già passati una decina di mesi; ma ne sarebbero passati molti di più, se non fosse avvenuto un caso imprevisto. Antipa, infatti, s'intratteneva volentieri col venerato prigioniero e non voleva in realtà la morte di lui (Marco, 6, 20, greco); la voleva invece Erodiade, l'uno e l'altra per i motivi che già sappiamo (§ 17). Nel contrasto fra i due, prevalse l'astuzia e il rancore femminile. Erodiade, che stava in agguato, colse per agire l'occasione in cui Antipa festeggiava il suo giorno genetliaco. La festa era solenne, e vi erano stati invitati i maggiorenti della corte e dell'intera tetrarchia: tutta gente autorevole e denarosa, ma provinciale e ansiosissima di tenersi al corrente nel conoscere ed ammirare le ultime finezze dell'alta società metropolitana. L'occasione era opportunissima per Erodiade, giacché aveva sotto mano il mezzo per far rimanere sbalorditi quei provincialoni e nello stesso tempo ottenere ciò che agognava: aveva presso di sé Salome, figlia del suo vero marito di Roma, la quale nell'alta società dell'Urbe aveva imparato a ballare stupendamente, ad eseguire danze tali di cui quella gente grossa non aveva neppur l'idea. La madre risvegliò l'amor proprio della ragazzetta, e la ragazzetta messa sul punto si comportò egregiamente. Introdotta che fu nella sala del gran banchetto al momento buono, quando i fumi del vino e della lussuria avevano già annebbiato i cervelli, la ballerina con le sue gambe piroettanti e lanciate in aria in tutti i sensi suscitò fra quegli imbambolati un delirio. Antipa ne fu addirittura intenerito. Con simili spettacoli la sua corte dimostrava di essere veramente up to date, aggiornata, e superiore alle altre corti orientali; soltanto in essa si davano esibizioni che appena nella corte del Palatino e in qualcuna delle più aristocratiche domus di Roma era possibile ammirare. L'infrollimento del monarca fu tanto, che fattasi venir dappresso la ballerina tuttora ansante e sudata le disse: Chiedimi quello che vuoi e te lo darò! E per maggior solennità aggiunse alla promessa un giuramento: Qualunque cosa (tu) mi chieda te la darò, fin la meta' del mio regno! (Marco, 6, 23). Tra gli applausi frenetici dei convitati e le mirabolanti offerte del monarca la ballerina tornò ad essere inesperta fanciulletta, e si sarebbe forse smarrita: ma appunto questo momento delicato era già stato previsto dalla navigata madre, che le aveva dato consigli in proposito. Di quei saggi consigli materni si ricordò ella nel suo smarrimento, e subito riavutasi attraversò di corsa la sala per andare a consultarsi da sua madre, che teneva banchetto nella sala riservata alle dame: Mamma, il re è disposto a darmi fin la metà del suo regno, e l'ha giurato pubblicamente. Che cosa chiederò? (Marco, 6, 24). La navigata femmina capi che il suo uomo era caduto in trappola, e quindi ch'ella aveva vinto. Rivolta allora alla ballerina, fra una carezza e l'altra, le disse recisamente: Lascia tutto il resto, che non conta, e chiedi una cosa sola: la testa di Giovanni il Battista (ivi). - L'adultera, per esser sicura nel suo adulterio, aveva bisogno dei servigi di una prosseneta e di un carnefice, ed affidava queste nuove incombenze all'inconscia sua figlia. Ancbe questa volta la ragazzetta si comportò egregiamente. Ed entrata subito in fretta dal re, chiese dicendo: « Voglio che all'istante (tu) mi dia sopra un vassoio la testa di Giovanni il Battista!”. E, (pur) divenuto afflittissimo il re per i giuramenti fatti e (per) i commensali, non volle dare a lei un rifiuto. E subito, inviato il re un boia, ordinò di portare la testa di lui. E (il boia) partitosi, lo decapitò nella prigione, e portò la testa di lui su un vassoio e la dette alla ragazzetta e la ragazzetta la dette a sua madre (Marco, 6, 25-28). L'afflizione del tetrarca, che si ritenne impegnato dal giuramento fatto in presenza dei convitati, non impedì che tutto si svolgesse con la massima naturalezza, come se si fosse trattato di accontentare il capriccio di una bambina che desidera un frutto maturo pendente da un albero: si manda un servo a staccare il frutto per porgerlo alla bambina, come allora si mandò il boia a tagliar la testa a Giovanni per porgerla alla ballerina. Dalle mani della ballerina, a cui non interessava affatto, quella testa ancora calda e grondante sangue passò nelle mani della madre, a cui interessava moltissimo: secondo una tardiva notizia data da S. Girolamo, l'adultera avrebbe sfogato il suo odio forando con uno stiletto la lingua di quella testa, come già aveva fatto Fulvia con la testa di Cicerone (Adv. Rufinum, in, 42). Più tardi i discepoli del martire riuscirono a ricuperare la salma, e le dettero sepoltura. § 356. Il luogo del martirio non è nominato dagli evangelisti, ma secondo Flavio Giuseppe (Antichità giud., XVIII, 119) prigionia e martirio avvennero a Macheronte. Ivi, dunque, si svolse anche l'infame banchetto: dalla narrazione evangelica, infatti, risulta chiaramente che il prigioniero stava a pochi passi dai banchettanti, cosicché la domanda della ballerina poté essere appagata immediatamente. La circostanza non deve meravigliare: Macheronte era bensì una fortezza che faceva da baluardo contro gli Arabi Nabatei - anzi Plinio (Natur. hist., v, 16, 72) la chiamava la fortezza più agguerrita della Giudea, dopo Gerusalemme - ma era una di quelle costruzioni nello stesso tempo ben salde e ben comode che Erode il Grande aveva innalzato un po' dappertutto nei suoi dominii; Giuseppe Flavio che la descrive a lungo (Guerra giud.,VIII, 165 segg.) dice, fra le altre cose, che Erode costrui nel mezzo del recinto fortificato una reggia suntuosa per grandezza e bellezza di appartamenti, fornendola anche di molte cisterne e di magazzini d'ogni genere. Vi si stava dunque benissimo, e proprio in quel tempo Antipa vi doveva rimaner volentieri per sorvegliare più da vicino gli Arabi Nabatei, con i quali era in rotta per il divorzio della sua legittima moglie (§17). Oggi il fortunato viaggiatore che riesce a spingersi fino al luogo di Macheronte non vi trova che desolazione e squallore. Dell'antica costruzione, circondata da una larghissima zona totalmente deserta, non resta che un cono mozzato alla cima e interrato; sulla vetta affiorano basamenti d'antiche torri; alla sua base si aprono ampie caverne, che sono forse le antiche cisterne della fortezza e oggi servono a ricoverare d'inverno greggi di beduini nomadi. In qualcuna di quelle caverne, o li dappresso, Giovanni il Battista stette rinchiuso per molti mesi aspettando. Improvvisamente una sera in quel sotterraneo, dopo che vi era giunto il prolungato frastuono d'un lontano tripudio, giunse anche un boia con una spada in mano. Il prigioniero capì, denudò e protese il collo; un lampeggio, un tonfo, e il figlio di Zacharia e di Elisabetta non era più. Oggi il solitario beduino a cui il viaggiatore si rivolge in quel deserto per essere indirizzato, addita da lontano il cono mozzato di Macheronte, e ne pronunzia con ribrezzo il nome arabo: al-Mashnaqa («luogo d'impiccagione », “patibolo“). Sembra che da quel cono, come da un vulcano, parta una vampa esiziale che faccia desolazione all'intorno; la sagoma del cono si presenta proiettata all'ingiù, verso occidente, e le fa da sfondo il Mar Morto e la regione di Sodoma. |