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Il tributo a Cesare |
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Il tributo a Cesare § 514. Anche quella volta, dunque il favore popolare aveva funzionato da ostacolo protettivo di Gesù di fronte ai maggiorenti; costoro perciò, fremendo dal desiderio di concludere la lotta che si prolungava serrata da troppo tempo, decisero di aggirare quel fastidioso ostacolo compromettendo Gesù in maniera tale che il favore del popolo non avrebbe potuto giovargli. Tenuto breve consiglio sul da farsi (Matteo, 22, 15), i Farisei inviarono a Gesù alcuni dei loro discepoli insieme con taluni Erodiani (§ 45) per proporgli, in pubblico e in maniera che la folla ascoltasse, una particolare questione. La presenza degli Erodiani già induceva a prevedere che si trattava di una questione politica, cioè di un argomento che Gesù aveva sempre evitato. Gl'inviati s'avvicinano pieni d'ostentato rispetto, come se non avessero nulla in comune con i precedenti interlocutori e venissero da tutt'altra parte, e untuosamente dicono a Gesù: Maestro, sappiamo che sei veritiero ed insegni la via d'Iddio con verità e non tieni conto di nessuno, perché non guardi in faccia agli uomini; dicci dunque, che cosa ti sembra: e' lecito dare censo a Cesare o no? (Matteo, 22, 1~l7). La domanda, come già ha avvertito l'evangelista, era un tranello che consisteva in questo: se Gesù avesse risposto ch'era lecito, si sarebbe attirato l'odio del popolo, perché colui che figurava come Messia ed eroe nazionale non avrebbe mai potuto dichiarar lecito il riconoscere un'autorità politica straniera e il pagarle un tributo qualsiasi; se poi Gesù avesse risposto ch'era illecito, siffatta dichiarazione era bastevole per denunziarlo al procuratore romano come ribelle e istigatore di sommosse, tanto più che la grande ribellione di Giuda il Galileo avvenuta un trentennio prima era stata provocata dal censimento romano intimamente riconnesso col pagamento del tributo (§ 43). I Farisei, da persone esperte, trovarono che il dilemma era rigorosamente cornuto, e quindi che Gesù sarebbe rimasto vittima di una delle due alternative: probabilmente s'aspettavano ch'egli dichiarasse illecito il pagamento del censo, e in tal caso la denunzia subito presentata dai testimoni Erodiani avrebbe fatto colpo sul procuratore romano. Ma le previsioni fallirono, perché il dilemma fu rivolto contro gli interroganti. Disse infatti Gesù: Perché mi tentate, ipocnti? Mostratemi la moneta del censo. Gli fu porto un denarius romano d'argento, che valeva poco più di una lira in oro odierna: serviva da moneta corrente per il pagamento delle imposte, ed era stato coniato fuori della Palestina perché era di metallo prezioso e recava impressa un'effigie umana, mentre le monete coniate in territorio giudaico erano soltanto di bronzo e non recavano alcuna effigie umana in omaggio alla nota prescrizione del giudaismo (§ 23). Se il denarius porto a Gesù era - come sembra assai probabile - quello di Tiberio allora regnante, esso recava sul retto l'immagine dell'imperatore coronato e attorno ad essa l'iscrizione TI.(berius) CAESAR DIVI AUO.(usti) f. (ilius) AUGUSTUS. Alquanto strana era parsa la richiesta di Gesù di vedere una moneta del censo quasicché non le avesse mai viste, ma anche più strana sembrò la sua domanda quandò ebbe la moneta sott'occhi: Di chi e' questa immagine e iscrizione? Ma come, non lo sapeva? Anche l'ultimo ragazzo palestinese sapeva che effigie e nome erano di quell'imperatore che stava laggiù a Roma a comandare sul mondo intero e - purtroppo - anche su Gerusalemme. Meravigliati di quella ignoranza gli risposero: Di Cesare. Ma l'ignoranza era simile a quella già usata da Socrate nel suo metodo interrogativo, la quale mirava a far enunciare una data verità all'interrogato stesso. Con la risposta ottenuta, che effigie e nome erano di Cesare, Gesù aveva ottenuto quanto voleva; egli allora ne concluse: Rendete dunque le cose di Cesare a Cesare, e le cose d'iddio a iddio. La conclusione scaturiva, per una logica rigorosa, dalla risposta dei Farisei. Era di Cesare quella moneta? Ebbene, la rendessero a Cesare, giacché per il semplice fatto che essi accettavano quella moneta e se ne servivano correntemente mostravano di accettare la sovranità di chi l'aveva battuta. E così la questione politica era risolta senza che Gesù fosse entrato nell'evitato campo politico, ma solo in virtù della confessione che la moneta era di Cesare. Tuttavia, affermando il solo dovere verso Cesare, la questione non era totalmente risolta secondo Gesù. La sua missione tendeva al regno di Dio, non a quello dell'uno o dell'altro Cesare, e quando gli uomini avessero reso al rispettivo Cesare quel che gli spettava avrebbero compiuto solo una parte, e non la più importante, del loro dovere. Perciò alla prescrizione di rendere a Cesare, Gesù soggiunge l'altra di rendere a Dio, e l'aggiunse come elemento non solo integrativo di tutta la risposta ma anche rafforzativo della prima prescrizione. Gesù infatti non conosce di persona nessuno dei Cesari di questo mondo, e non sa se essi si chiamino Augusto oppure Tiberio, Erode Antipa oppure Ponzio Pilato: sa soltanto che essi sono investiti di un'autorità la quale dev'essere rispettata. Ma perché questa sudditanza a Cesare? Appunto in virtù della sudditanza a Dio. I doveri verso Cesare formano solo un piano del gran quadro in cui Gesù contempla il regno di Dio: chi appartiene al regno di Dio compia, in forza di questa sua appartenenza, i suoi doveri verso il proprio Cesare; ma subito appresso, appena sdebitatosi verso Cesare, risalga egli nei piani superiori e spazieggi nei dominii imperituri del Padre celeste. |