Erode il Grande

Erode il Grande

§ 6. Gesù, morto per l'imputazione di essersi proclamato re dei Giudei, nacque sotto un re dei Giudei che non era per sangue né re né giudeo. Erode il Grande, di cui Gesù nacque suddito, non era giudeo di sangue: sua madre Kypros era araba, suo padre Antipatro era idu­meo, e nessuno dei due era di stirpe regia. Figlio di tali genitori, Erode è giustamente chiamato da un suo contemporaneo un privato qualunque e idumeo, cioe' semigiudeo (Antichità giud., xrv, 403). Quel poco di giudaico che Erode aveva non era più che una vernice esteriore, già applicata ai suoi antenati con la violenza; infatti la razza degli Idumei, insediata a sud della Giudea, era rimasta pagana fin verso il 110 av. Cr., allorché Giovanni Ircano la giudaizzò a forza obbligandola ad accettare la circoncisione: ma, pur incorporati ufficialmente alla nazione giudaica, gli Idumei erano considerati co­me bastardi dai Giudei genuini ed erano disprezzati come razza tur­bolenta e disordinata, sempre proclive a sommosse e lieta di scon­volgimenti (Guerra giud., iv, 231); del resto, anche il contegno te­nuto dagli Idumei verso i cittadini di Gerusalemme durante la guer­ra contro Roma (cfr. Guerra giud., TV, 224-352) fu di una crudeltà tale, che non poteva essere alimentata se non da un odio invete­rato. Lo stesso nome di Erode «discendente da eroi » mostra quanto poco lo spirito del giudaismo fosse penetrato nel padre, che metteva quel nome della mitologia greca al suo circon­ciso figlio. E il figlio, in realtà, avverò in piu' maniere l'auspicio espresso dal padre col nome. Erode fu veramente un eroe d'operosità e di tenacia, un eroe di suntuosità e di magnificenza, e soprattutto un eroe di crudeltà e di brutalità: ma tutti questi suoi eroismi affondavano le loro radici in una smisurata ambizione, in una vera fre­nesia di dominio, che fu il primo movente di tutte le azioni di Erode.

Nota: Quasi tutte le notizie di Erode ci pervengono da Flavio Giuseppe che, a sua volta, le attinge dagli scritti perduti di Nicola di Damasco, ministro di Erode. Secondo Antichità giud., xv, 174, Erode scrisse le proprie Memorie, ma è assai incerto che Flavio Giuseppe le abbia consultate direttamente.

§ 7. Venendo su dal nulla e ostacolato da difficoltà enormi, egli riu­scì a fabbricarsi un trono a Gerusalemme, basandolo anzi sui rotta­mi di un altro trono, quello che i Maccabei, gli eroi della religione e della nazionalità giudaica, avevano fabbricato per i loro discen­denti Asmonei; ma questo trono giudaico, già sconquassato dagli in­trighi dell'idumeo Antipatro, fu abbattuto definitivamente dall'astu­zia e dall'energia del figlio Erode. Se poi costui nella sua impresa riuscì a trionfare degli Asmonei, e del popolo giudaico, e di Cleo­patra, e di tanti altri ostacoli frappostigli dalla sua condizione e dalla fortuna, lo dovette al sostegno morale e materiale ricevuto da Roma. Di Roma Erode fu sempre partigiano, perché essa era la piu' forte anche in Oriente, e tra i rappresentanti di Roma egli fu sempre par­tigiano del piu' forte: la sua realistica politica non seguiva ideolo­gie astratte ma solo il tornaconto pratico, ch'era rappresentato dallo Stato più forte e dagli uomini più forti in quello Stato. Da principio egli parteggiò per Giulio Cesare, ma senza essere cesariano; tant'è vero che, ucciso il dittatore, parteggiò subito per l'uccisore di lui Cassio, ma senza essere repubblicano; da Cassio passò al nemico di lui Antonio, e sconfitto Antonio si buttò col riivale di lui Otta­viano; da Ottaviano però non si staccò più, perchè questi divenne l'onnipotente Augusto. cioè l'inconcusso rappresentante dell'onnipo­tente Roma. La politica romanofila di Erode e la ragione del suo trionfo è tutta qui: Roma equivale per lui al trono di Gerusalem­me, ed Erode sta sempre con Roma e col più forte dei Romani, per­ché gl'importa, non già Roma, ma il suo proprio trono. Re, almeno nominale, fu egli proclamato a Roma nell'autunno del 40 av. Cr., sotto i consoli Domizio Calvinio e Asinio Pollione, per volere di Antonio e di Ottaviano; il suo primo atto, dopo questa proclamazione, fu di salire in mezzo ad Antonio ed Ottaviano sul Campidoglio per offrire a Giove Capitolino il rituale sacrifizio di ringraziamento. L'atto svela la religiosità dell'idumeo re dei Giudei ed è quasi un adombramento della successiva politica religiosa del suo lungo regno. Egli dovette salire al tempio di Giove in Roma con gli stessi sentimenti con cui più tardi salirà al tempio di Jahvè in Gerusalemme, giacché per lui personalmente l'un Dio valeva l'altro: intimamente scettico, egli tutt'al piu' considerava la religio­ne come un fenomeno sociale di cui bisognava tener conto nel cam­po politico.

§ 8. E’ appunto da astuto politico egli non urto' quasi mai il sentimento religioso dei Giudei, anzi si procurò di fronte ad essi il grande merito di aver ricostruito totalmente il Tempio di Gerusalemme, rendendolo uno dei più famosi edifici dell'Impero romano (§ 46). Questa sua impresa fu però motivata sia del desiderio di sedare al­quanto l'irritazione che i suoi sudditi avevano contro di lui, sia da quella passione per le grandi e suntuose costruzioni ch'era allora comune ai personaggi più potenti dell'Impero: ma un vero senti­mento di religiosità giudaica fu del tutto alieno dalla sua impresa, come appare anche dal fatto che, mentre la portava avanti, egli co­struiva templi pagani in onore della dea Roma e del divino Augu­sto a Samaria, a Cesarea, al Panion e altrove. Né mostrò maggior riguardo verso le persone più venerate dalla religiosità giudaica egli a suo arbitrio eleggeva i sommi sacerdoti e li faceva saltar via dal loro ufficio, come pure faceva saltar via la testa dalle spalle ad autorevoli Sinedristi, a Farisei e a dottori della Legge, quan­do quelle teste mostravano di pensare diversamente dal dispotico monarca. In questioni puramente religiose del giudaismo Erode non entrava né voleva entrare; ma le seguiva attentamente dal di fuori, sia per le ripercussioni che potevano avere nel campo politico, sia talvolta per un vago sentimento superstizioso, comune allora in tutto l'Impero e tanto più naturale in chi era stato educato ai margini del giudaismo. Cosi pure, per una accondiscendenza da scettico che ceda davanti ad esigenze sociali, non si rifiutava di seguire certe pre­scrizioni d'indole religiosa che non gli fossero troppo pesanti: ad esempio, nella ricostruzione del Tempio fece osservare puntualmente le complicate norme della Legge ebraica, ed egli stesso non si permise mai d'entrare nelle parti più interne dell'edificio, pur co­struito a sue spese, perché non era sacerdote e quindi non aveva il permesso d'entrarvi: inoltre, quasi tutte le monete da lui battute sono prive di raffigurazioni di esseri viventi in ossequio alla norma giudaica che le proibiva; giunse perfino a non acconsentire al matrimonio di sua sorella Salome con l'arabo Silleo, perchè costui rifiutò d'accettare per tale scopo la circoncisione. Ma queste ed altre piccole parvenze di religiosità giudaica erano sol­tanto effetto di accomodamenti pratici, non già di sentimenti inter­ni. La corte di Erode in Gerusalemme era in pratica una corte pa­gana, che per corruzione ed oscenità triviale superava di gran lunga molte altre corti orientali; il fasto poi di tale corte fu alimentato, fra altro, dai tesori della tomba di David in Gerusalemme, ove de penetrò segretamente di notte per dirigere in persona i lavori di rapina, si scarsa era la venerazione ch'egli sentiva per il veneratissimo fondatore del regno di Gerusalemme. Il popolo giudaico, ch'era in massima parte sotto l'influenza dei tradizionalisti Farisei, non poteva in nessun modo gradire un sovrano di tal genere, idumeo di razza e praticamente pagano; tanto più che la mano di lui era pesantissima in fatto di balzelli, con i quali do­vevano pagarsi la magnificenza delle sue scandalose costruzioni e il fasto della sua depravata corte. Erode sapeva benissimo che i sud­diti l'odiavano, e che puntualmente godevano quando qualche di­sgrazia di famiglia si rovesciava sulla corte; ma al mancato affetto dei sudditi egli suppliva con la coscienza della propria forza, e ad ogni manifestazione di rancore popolare rispondeva affilando sempre più la propria spada.

§ 9. E qui appare la vera caratteristica di Erode, sia come uomo, sia come monarca. La frenesia di dominio, che già dicemmo essere il movente di tutte le sue azioni, fu egregiamente favorita dalla sua inaudita crudeltà, con la quale soprattutto egli avverò l'”eroismo” annunziato dal suo nome personale. Rigorosamente esatta è la defi­nizione di Flavio Giuseppe, che lo chiama uomo crudele verso tutti indistintamente, dominato dalla collera (Antichità giud., XVII, 191); si immagina perciò facilmente a quali eccessi di brutalità potesse trascendere un uomo siffatto, ossessionato dall'idea di congiure e di minacce contro il suo trono. Senza punto esagerare si può affermare che Erode è uno degli uomini più sanguinari che la storia conosca, come si potrà concludere dal seguente incompleto florilegio. Nel 37 av. Cr., appena conquistata Gerusalemme con l'aiuto delle legioni romane, Erode vi mise a morte quarantacinque partigiani del suo rivale, l'asmoneo Antigono, e molti membri del Sinedrio. Nel 35 fece affogare in una piscina di Gerico suo cognato Aristo­buIo, ch'egli stesso aveva eletto poco prima sommo sacerdote - sebbene fosse sedicenne - e che era fratello della sua prediletta moglie Mariamme. Nel 34 fece uccidere Giuseppe, che era insieme suo zio e suo cognato avendo sposato Salome sorella di Erode. Nel 29 commise il suo delitto più tragico, che ricorda sotto vari aspetti l'uxoricidio di Otello. In quest'anno Erode, per semplici ca­lunnie ordite in corte, uccide l'asmonea Mariamme sua moglie, di cui è perdutarnente innamorato. Appena eseguita la sentenza, Erode sta per impazzire dal dolore e ordina ai servi di palazzo di chiamare ad alta voce la morta, come se fosse ancora viva. Pochi mesi dopo fa uccidere anche la suocera Alessandra, madre della morta Mariamme. Verso il 25 fece uccidere suo cognato Kostobar, nuovo marito di sua sorella Salome, e alcuni partigiani degli Asmonei. Dalla prediletta Mariamme erano nati ad Erode alcuni figli, da lui prediletti in ricordo della loro madre, e due di essi, Alessandro ed Aristobulo, furono inviati da lui per educazione a Roma, ove trova­rono benevola accoglienza nella corte di Augusto. Ma, tornati che furono a Gerusalemme, Erode uccise anche costoro, sebbene Au­gusto da Roma facesse di tutto per salvarli. Probabilmente questa fu l'occasione in cui l'arguto imperatore espresse quel suo parere, pro­nunziato certamente in greco e riportato da Macrobio (Saturnal., n, 4, 11), secondo cui era meglio essere un porco di Erode che un suo figlio. Erode infatti, come giudaizzato, non poteva man­giare porco e perciò non l'ammazzava; mentre di fatto ammazzava i propri figli. Insieme con Alessandro ed Aristobulo, Erode fece uccidere a furia di popolo trecento ufficiali, accusati di parteggiare per i due gio­vani. Nel 4 av. Cr., soltanto cinque giorni prima della morte, fece uccidere un altro suo figlio, il primogenito Antipatro, ch'egli già aveva desi­gnato erede al trono di questa morte fu cosi soddisfatto che, seb­bene si trovasse in condizioni disperate di salute, sembrò riaversi e migliorare.

§ 10. Quando poi fu proprio agli estremi, volle concludere la pro­pria vita con un atto che ne fu un degno riassunto. Egli prevedeva che la sua morte avrebbe prodotto vivissimo giubilo fra i suoi sud­diti, mentre desiderava molto d'essere accompagnato alla tomba fra abbendanti lacrime. A tale scopo chiamò da tutte le parti del regno a Gerico, ove giaceva ammalato, molti insigni Giudei, e giunti che furono li fece rinchiudere nell'ippodromo, raccomandando ansiosamente ai suoi familiari che subito dopo la sua morte se ne facesse macello là dentro all'ippodromo: cosi le desiderate lacrime per i suoi funerali sarebbero state assicurate, almeno da parte delle fa­miglie degli uccisi. Veramente qualche studioso moderno ha sospet­tato falsa questa notizia, ma in favore della sua esattezza sta la per­fetta corrispondenza tra l'abituale “eroismo” di crudeltà dimostrato dall'uomo in tutta la sua vita, e questo straordinario “eroismo” ri­serbato per il punto di morte. Del resto, proprio poco tempo prima, lo stesso Erode aveva fatto scannare nella vicina Beth-lehem alcune decine di bambini minori di due anni, da cui vedeva come al solito minacciato il suo trono (§ 256). Questo fatto, che corrisponde anch'esso in maniera perfetta al carattere dell'uomo, è narrato dal solo Matteo (2, 16), mentre il biografo di Erode, cioè Flavio Giuseppe, non ne dice nulla. Ma questo silenzio è spiegabilissimo: anche se il biografo ha trovato nei suoi documenti qualche notizia della strage di Beth-lehem (cosa tut­t'altro che certa), poteva egli forse intrattenersi presso a un mucchio di oscure vittime, figli di poveri pastori, quando vedeva tutta la lunga vita del suo biografato disseminata di mucchi molto più alti e formati da vittime molto più illustri? In realtà Matteo e Flavio Giuseppe, se dal punto di vista psicologico concordano mirabilmente, nel campo aneddotico si integrano a vicenda. 

§ 11. Un'ultima considerazione merita la precisa condizione poli­tica di Erode di fronte a Roma, o più esattamente di fronte ad Au­gusto, giacché dopo la battaglia di Azio (2 settembre del 31 av. Cr.) Roma e l'impero furono in sostanza la persona di Augusto. Giuridicamente, di fronte a Roma, Erode era equiparato a un re “amico ed alleato”, benché a rigore egli non si trovasse in questa vera condizione; ma all'atto pratico, di fronte ad Augusto, egli non fu nulla più che un umile subalterno e un servile cliente. Questo suo contegno corrispondeva, del resto, al carattere di Augusto, mi­nuzioso amministratore che contava sulla devota cooperazione altrui: ed era un contegno ben ripagato, perché nel corso degli anni fruttò ad Erode accrescimenti di territorio e altri favori concessigli dal­l'arbitro dell'Impero. Il reame di Erode era esente da tributi verso l'Impero, e immune da albergare guarnigioni romane. Il re, nel suo territorio, godeva di pieni diritti nell'amministrazione delle finanze e della giustizia; ave­va anche il suo proprio esercito, formato in massima parte da merce­nari non Giudei, cioè da Siri, Traci, Germani e Galli. Tuttavia que­sto esercito poteva sempre essere impiegato dall'imperatore, quando ne avesse avuto bisogno. Nelle relazioni con altri Stati fuori dell'im­pero, Erode era obbligato a seguire le direttive di Roma, e partico­larmente non poteva muover guerra ad alcuno senza il permesso dell'imperatore. Anche più limitata era la sua potestà dinastica egli possedeva il trono soltanto per concessione ad personam fat­tagli da Augusto a Rodi, pochi mesi dopo la vittoria di Azio, ma non poteva disporne per dopo la sua morte, assegnandolo a qualche suo discendente, senza l'approvazione esplicita dell'imperatore. Con questa limitazione Erode, in sostanza, era un fiduciario ad nutum di Augusto, il quale poteva entrare come e quando volesse negli affari del regno. E in realtà troviamo che, verso gli anni 7-6 av. Cr., Erode chiese ai suoi sudditi il giuramento di fedeltà all'imperatore romano; ora, questa richiesta fu certamente effetto di ordini ve­nuti da Roma, perché altrettanto si stava facendo verso quegli anni in altre province dell'Impero. Erode non mancò di adulare il suo padrone di Roma in molte ma­niere, sia dedicando al nome dell'imperatore o di parenti di lui città intere create dalla sua passione di costruttore, quali Cesarea (§ 21), Sebaste, Agrippeion, ecc., sia tenendolo informato degli affari più minuti della propria famiglia, oppure aspettando da lui il permes­so d'ammazzare i propri figli (Alessandro, Aristobulo, Antipatro). Da parte sua Augusto in genere trattò Erode bene, ma sempre dall'alto in basso e senza lasciarsi incantare dalle sue adulazioni: soprattutto in fatto di dipendenza politica l'imperatore non tran­sigeva, ed il seguente episodio dimostra l'assoluta padronanza che egli intendeva esercitare su Erode e il suo regno. Verso l'8 av. Cr. Erode, disturbato da certe razzie di beduini alle sue frontiere, fece una breve campagna contro i Nabatei che fa­vorivano i razziatori; la campagna fu condotta con l'approvazione di Senzio Saturnino, legato romano in Siria, ma senza che Augu­sto a Roma ne fosse stato preavvertito e avesse concesso quell'auto­rizzazione ch'era necessaria ad Erode - come già vedemmo - per muover guerra. Quel fatto d'armi, in realtà, fu di scarsissima im­portanza, eppure la sua irregolarità bastò per accendere uno sdegno violentissimo in Augusto, quando ne ebbe notizia: scrisse egli ad Erode una lettera severissima in proposito, dicendogli fra l'altro che se nel passato lo aveva trattato da amico, adesso lo tratterebbe da suddito (Antichità giud., XVI, 290). Né fu uno sdegno passeggero, giacché un'ambasceria inviata premurosamente a Roma da Erode per discolpa non fu neppure ricevuta al Palatino; solo più tardi, dopo altre ambascerie e grazie a nuove circostanze favorevoli, Ero­de, che già s'era visto perduto, riottenne il favore d'Augusto e poté risdraiarsi tranquillamente sul suo trono.

§ 12. Dopo una malattia durata alcuni mesi con sofferenze atroci, Erode il Grande morì a Gerico in età di circa settant'anni, trentasette anni dopo ch'era stato proclamato re a Roma. Era l'anno 750 di Roma,, 4 av. Cr., in un imprecisato giorno tra gli ultimi di marzo e i primi di aprile. La sua salma, con solennissima pompa,, fu tra­sportata da Gerico all'Herodium, l'odierno Gebei Fureidis “mon­te del Paradiso”, ch'era una collina dove Erode già da tempo s'era preparata la tomba. Dall'alto di quella collina si scorgeva, a 6 chilometri di distanza in direzione di nord-ovest, la borgata di Bethlehem, ove un paio d'anni prima era nato Gesu'.